Chiamarsi Gabriele

Di Catherine Cipolat

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Quella che scende dall’Intercity Pescara Milano delle ore quindici e venticinque è una femmina di quasi diciassette anni, la faccia slavata, pendenti chiassosi appesi alle orecchie, capelli crespi, lo smalto rosa scuro mangiucchiato e i tacchi troppo alti che la fanno inciampare sui gradini del treno. Trascina una valigia di media taglia. Rimane immobile al centro del marciapiede con gli occhi bassi, nell’attesa di qualcuno, come se le fosse stato raccomandato di non muoversi e di non accettare dolci dagli sconosciuti. Le caviglie appaiono gonfie, sul viso si notano macchie brune, appena più scure della pelle, i bottoni del capotto nero, in quella domenica di febbraio del 1980, non sono allacciati.

Rosalia è incinta di cinque mesi e qualche giorno, la pancia è inesorabilmente cresciuta anche se lei l’ha prima ignorata e poi, quando è diventata visibile, l’ha costretta per settimane in una guaina soffocante e, appena il treno si è mosso, è andata in bagno per sfilarsela e buttarla nel cesso. Infine respirare.

Due sagome le vengono incontro. Non c’è molto da dire, lei è la sorella e lui è il marito della sorella che è passato alla storia, quella taciuta e famigliare, per aver sbadatamente bruciato i risparmi di anni, nascosti nel forno.

Si era rapidamente allarmata la sorella mezzana, che è medico e che attraverso le spesse lenti da miope aveva notato i sintomi esteriori, la mutazione e anche l’espressione perennemente imbronciata di Rosalia. Dopo un rapido e severo interrogatorio avvenuto sottovoce in bagno con la mano poggiata sulla maniglia della porta, era stata urgentemente convocata una riunione di famiglia: le tre sorelle, i rispettivi mariti, ammessi anche Rosalia e per forza il feto, esclusi il padre e la madre, anziani di mentalità un po’ arretrata e troppo candidi per circoscrivere l’accaduto. Avrebbero, senza troppe obiezioni, accettato l’idea secondo la quale la gravidanza di Rosalia poteva essere frutto dell’intervento dello Spirito Santo. Sarebbero andati in giro nel paesello a raccontare il miracolo, spingendosi anche ad accendere qualche cero in ringraziamento per le attenzioni divine.

Nella riunione segreta non fu preso in considerazione l’aborto che quell’assemblea di credenti ferventi riteneva un omicidio, un assassinio, un orrore, una macchia che Dio non avrebbe mai perdonato. Fu invece esaminata la possibilità di far adottare, con qualche abile sotterfugio, il nascituro dalla sorella maggiore e dal cognato che non avevano avuto figli. Era un doloroso capitolo che conveniva affrontare, nella discussione, con il dovuto tatto, si erano fatte allusioni, anche ipotesi, qualche scherzo discreto sul buon sangue che non mente mai e affermazioni per cui le cose nostre ce le dobbiamo tenere in casa. Ma apparve subito che c’era diffidenza, anche se confusamente formulata. Affiorava la questione del possesso. Condividere tutto, sì, anche i fatti scandalosi e umilianti, non lasciarli trapelare all’esterno era un imperativo, ma aleggiava un dubbio sull’appartenenza del bambino che non sarebbe mai stata netta. E va bene lo spirito cristiano, e vanno bene la dedizione e il sacrificio, però sarebbe potuta emergere, con il tempo, l’ombra della gelosia o dei ripensamenti che avrebbe generato tensioni in seno alla famiglia e in qualche modo creato divisioni e spaccature. Era una situazione senza via di uscita, avevano gli occhi arrossati dalla stanchezza e sbadigliavano, la voce rauca a forza di bisbigliare per non farsi sentire dai vecchi. Si concluse a notte fonda che non rimaneva che far adottare il neonato da sconosciuti, che sarebbe nato e sparito a Milano dove viveva la terza sorella, con un’operazione dignitosa, un atto di autentica e profonda compassione, un gesto di generosità verso chi non era stato eletto e non aveva prole. Amen.

Giornate insulse che Rosalia trascorreva con indosso una vestaglia pré-maman a fiorellini rosa e verdi, silenziose perché non aveva niente da dichiarare. Si alzava alla mattina tardi, telefonava il sabato pomeriggio ai vecchi raccontando che il lavoro di commessa alla Upim le piaceva abbastanza anche se si stava in piedi per otto ore quasi filate ed era faticoso, ma che prima o poi si sarebbe abituata e che la città, così grande e rumorosa, un po’ la spaventava. La casa era vuota fino a sera, si sedeva di fronte alla finestra e osservava il cielo e i passanti. Non ricamava lenzuola di pelle d’uova, non lavorava né a maglia né a uncinetto. Teneva le mani incrociate sul petto che cresceva. Non usciva perché c’era il pericolo di incontrare qualche compaesano capitato a Milano per motivi suoi e che avrebbe potuto constatare che la pancia era bella alta e prominente.

L’inedia fu scossa un giovedì di giugno con un sole un po’ velato e una temperatura di circa venticinque gradi. Colpa, verso le sei del mattino, delle prime brevi contrazioni, come un pungolo, una voce insistente. La valigia era già pronta con le camice da notte, la vestaglia nuova e qualche cambio di biancheria. Poche ore dopo, mentre le fitte si facevano più ravvicinate, andarono in taxi fino alla clinica privata dove erano stati presi accordi. Rosalia avrebbe partorito, senza neanche apparire o risultare, un segreto sigillato e garantito.

Così giovane, coi fianchi floridi e una salute robusta mise al mondo in meno di quattro ore e senza troppi sforzi un maschietto di tre chili e ottocento grammi che sentì piangere ma intravide appena. Poi la trasferirono nel reparto di medicina generale per non creare disagio o scompensi, perché si sa che le puerpere sono lunatiche e hanno reazioni imprevedibili. Il seno gonfio di latte era dolorante.

I medici sorridenti sono venuti a tastarle la pancia alla mattina verso le undici per due o tre giorni di seguito, poi hanno pensato che poteva tornarsene a casa.

È ancora presto quando Rosalia va in bagno, toglie la camicia da notte, si lava in fretta, indossa il vestito di tutti i giorni, nascondendo la pancia ancora dilatata sotto un golf leggero, tenta di pettinare i riccioli disordinati ma la spazzola non scorre, li schiaccia con le mani bagnate, prende in mano le scarpe con i tacchi alti per non fare rumore nel corridoio dell’ospedale ed esce dalla camera senza salutare.

Sulla porta dell’ascensore è appeso un cartello che dice “guasto” e scende silenziosamente le scale, si ferma al secondo piano, reparto maternità. Davanti alla vetrata della nursery intravede il riflesso della sua capigliatura di nuovo arruffata. Il corridoio è deserto, la tenda aperta, i colori tenui e la luce soffusa. Una o due culle vuote, qualcuno piange disperatamente come in un film muto, gli altri dormono. Sono allineati, lontani dal mondo e dai microbi, come formaggi rari sotto un coppa di vetro, tutti simili e anche diversi, con lunghi ciuffi scuri o pelati, le facce rosa e accigliate, il taglio lungo degli occhi chiusi e i nasi appena sporgenti. Rosalia contempla la miracolosa perfezione delle mani minutamente formate, la pelle grinzosa, la forza tenera dei pugni stretti, guardando con maggior attenzione lo scherzo del creato avvolto nelle coperte azzurre.

Poi infila le scarpe, passa le dita rassegnate tra i capelli ribelli e si allontana pensando che semmai le sarebbe piaciuto chiamarlo Gabriele.

 

Libri dello stesso autore:    catherine cipolat Vagli a spiegare che è primavera

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