Come coriandoli dal cielo

Di Maria Lidia Petrulli 

L’immagine di quella scrivania di fianco alla finestra è stata per anni il preludio di molti dejà vu.

Sul suo piano in noce scuro rosicchiato dai tarli, i giorni vi depositavano il loro fardello di eventi, speranze e sogni, gli stessi che sfilano ora davanti a me come fantasmi su una giostra.

Appollaiata sulla sedia, vi litigavo col numero otto e riempivo intere pagine coi suoi cerchi dispettosi, che non volevano saperne di starsene accostati come due gemelli; oppure mi incaponivo sul modo di risolvere addizioni e sottrazioni, sbriciolando la pazienza di mio nonno. Ricordo quando il suo pugno esasperato si abbatté sui quaderni sparsi, facendo schizzare l’inchiostro del calamaio sul muro bianco: un morbillo blu.

Per l’Epifania, tutti i miei giochi vi venivano sistemati sopra, e la mattina successiva correvo a vedere quale nuovo dono mi avesse portato la Befana, un pupazzetto, delle matite colorate o un libro pieno di figure; vedo ancora le mani che vi poggiano con sapiente ordine i miei piccoli tesori: la mano sempre piena di sorprese di mio nonno, quella premurosa di mia nonna e la mano farfalla. Non so a chi appartenga.

Qualcuno tossisce alle mie spalle e io mi volto, ma il resto della stanza è immerso in un cono d’ombra e non riesco a distinguervi alcunché; talvolta i ricordi sfumano come colori mischiati su una tavolozza e una nebbia sale dal terreno sotto i piedi e mi avviluppa come il bozzolo di un baco.

Fra gli abbozzi della memoria vedo me stessa svegliarmi da un brutto sogno e saltare su nel mio lettino, gli occhi sgranati che guardano nel cono d’ombra e un grido: «Mamma!» una parola, un fungo raro nel sottobosco dei ricordi.

Poi arriva mia nonna e cala il buio, mi prende tra le braccia schiacciando la mia faccia sul suo petto generoso e sento che il suo cuore batte forte, troppo forte.

«Può stare qui da te la picciridda?»

La sua voce fa eco nel mio orecchio mentre parla con la sarta del primo piano, e io sgambetto a quattro zampe dietro quegli insetti noti a Roma come bacarozzi, inquilini sgraditi delle case vecchie; ma a me stavano simpatici, li seguivo e improvvisavo una specie di spionaggio, con appostamenti e attacchi di sorpresa. Era gentile la sarta, mi affascinavano le paillettes luccicanti che teneva in tante scatoline, per me erano come dei diamanti e me ne regalava sempre un mucchio: una a me e una sul vestito che cuciva in quel momento.

Non so quanto tempo restai da lei, poi un giorno tornai a casa mia.

Qui i ricordi tornano a confondersi. Mi accolse un grande lenzuolo bianco che occupava tutto il pavimento impedendomi il passaggio, o forse è stato solo un sogno. Ma da quel momento il cono d’ombra nella stanza della scrivania è scomparso, al suo posto c’era il mio lettino.

Sono lì, sotto le coperte, quando una mattina mia nonna entra e apre gli scurini: «Oggi c’è la festa di carnevale a scuola, alzati che ti preparo».

Però io mi sento male, ho un groppo in gola e sono triste, non ci voglio andare a quella festa. E non è perché sono timida, neppure perché il cappello da fata è floscio invece che a punta e rigido come quello delle compagnette: è che stare in mezzo a tutti quei bambini allegri mi fa diventare triste.

Allora mio nonno entra, si siede sul mio letto e dice: «Guarda, ci sono i coriandoli, le stelle filanti e la bacchetta magica sulla scrivania, e il vestito azzurro sulla sedia, non farli aspettare, loro vogliono giocare con te, renderti felice». Nonno ha sempre capito tutto.

Ci andai a quella festa e non mi divertii, me ne restai malinconica attaccata alla sua mano, accontentandomi di lanciare coriandoli dalla balconata.

La scrivania era anche un punto d’osservazione. Da quel nido improvvisato ho osservato il signore col paltò scuro affondare nella neve: è bella Roma sotto quel manto bianco, fa pensare al regno delle fiabe.

I ricordi si mescolano di nuovo come i trucchi nel cappello di un prestigiatore, e assisto a un corteo lungo due bare che cambiano dimora, la prima è leggera e fluttua come una farfalla, come la mano dei miei ricordi vaghi, la seconda è pesante come il cuore di mia nonna che cerca di nascondere le lacrime ma non ci riesce.

«Perché portasti la picciridda?»

Non so se mia nonna abbia risposto, il mio sistema limbico era staccato dagli eventi e la testa vuota, pensieri ed emozioni chiusi col lucchetto in una cassetta, non uno scrigno, perché non c’era niente di bello dentro. È rimasta chiusa e dimenticata per molto tempo, finché una storia raccontata da un amico ha rotto quel lucchetto con uno schianto. Allora il cono d’ombra nella stanza della scrivania è tornato per dissolversi di nuovo e al suo posto è comparso il lettone grande: seduta sulla sponda c’è una donna piegata in due che tossisce e sputa sangue, il suo viso è coperto dalla massa dei capelli neri.

«Mamma non morire! Mamma non morire!»

Ricordare è un’alba, una nuova primavera, il sole entra spazzando via le zone d’ombra, la luce si deposita sulla tavolozza dei colori rendendo loro i toni accesi che avevano perduto; la cassetta impolverata si svuota di tristezza e si trasforma in uno scrigno: contiene a sorpresa un carnevale con le stelle filanti che si intrecciano nella danza della vita, e il cappello da fata floscio dell’infanzia che mi pareva tanto brutto, è meraviglioso perché era quello delle fate di Cenerentola.

Un rivolo caldo scivola sulle guance ma non sono lacrime, sono come coriandoli che cadono dal cielo.

 

Dello stesso autore:      LaRealtèEnig.AM - Copia       ilritdelbardo - Copia      maria lidia petrulli Il volto segreto di Gaia

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