Tutte le femmine di Sherlock Holmes

Di Susanna Raule

Per rimorchiare, Sherlock Holmes usava sempre lo stesso metodo, mi diventò chiaro pochi mesi dopo il nostro trasferimento al 221B di Baker Street. Sebbene prima di iniziare la nostra convivenza avessimo messo in chiaro quali erano i nostri principali difetti, Holmes aveva evidentemente tralasciato di nominare i suoi burrascosi rapporti con il gentil sesso. Come ho già avuto modo di riportare altrove, Holmes aveva orrore dell’amore e di qualsiasi altro sentimento, ritenendo che le emozioni l’avrebbero messo in una posizione falsa e avrebbero finito per inceppare la macchina mirabilmente oliata che era il suo cervello.

Delle altre parti del suo corpo non sembrava tenere conto, almeno quando si trattava di fare conversazioni sincere e a cuore aperto con un possibile coinquilino, ma, come arrivai presto a comprendere, non dovevano essere meno oliate della sua incredibile mente.

Nei resoconti che in questi anni ho fatto delle sue imprese ho sempre taciuto, per pudore e per evitare ulteriori accuse di sensazionalismo, delle altre imprese alle quali mi capitò di assistere.

Ricordo perfettamente che nell’autunno del 1894 ci fu l’affaire della signora Tillman – o forse sarebbe più corretto dire l’affaire con la signora Tillman – che ebbe come conclusione le spese per la riparazione di tutte le finestre del nostro appartamento.

Nel 1888, solo pochi mesi dopo il caso il cui resoconto ho dato alle stampe con titolo Uno studio in rosso, una signorina di buona famiglia, ora consorte di uno dei membri più in vista del Parlamento e il cui nome non farò per prudenza, aspettò Holmes sotto casa con una rivoltella in mano e fu solo grazie al mio pronto intervento che il più grande detective di tutti i tempi non andò a esercitare nel regno dei più.

Dalla sua stanza, oltre ai rumori che ho spesso descritto – la musica talvolta inascoltabile del suo violino, gli scoppi delle reazioni chimiche e lo sporadico colpo di pistola – ne provenivano altri che non ho mai avuto il coraggio di descrivere.

Era mia convinzione che la vita personale del mio amico non dovesse mettere in ombra le sue grandi doti professionali e anche ora non sono affatto sicuro che darò mai alle stampe questo resoconto. Diciamo che lo terrò in un cassetto e se Holmes dovesse ricadere nelle vecchie abitudini glielo farò baluginare davanti agli occhi.

Era il 1890, e io ero da poco felicemente sposato con mia moglie Mary. Col matrimonio credevo di essermi lasciato per sempre alle spalle le notti in bianco e le imboscate sotto casa, ma era chiaro che mi sbagliavo.

Ricordo che era un pomeriggio piovoso, io e mia moglie avevamo ricevuto la visita di una coppia di conoscenti. Il dottor Crescent apparteneva al mio stesso club e sua moglie, Hanna, era diventata una buona amica di mia moglie. Fu per questo, credo, che quella sera Hanna si fermò in salotto con Mary mentre Crescent tornava a casa e io andai nel mio studio a cercare di fare un po’ di ordine nello schedario dei pazienti.

Holmes arrivò verso le cinque e mezza, portandosi dietro l’aria umida dell’esterno.

«Watson, mi chiedevo se avesse voglia di accompagnarmi in una gita fuori città» esordì, superati i convenevoli (che nel suo caso comprendevano sempre qualche commento sul mio peso esatto).

Sapevo che quando diceva “gita” non immaginava un tranquillo fine settimana di passeggiate salutari e di rigenerante vita agreste.

«Non vedo particolari problemi» risposi, giacché avevo aperto da poco lo studio e non avrei avuto difficoltà a farmi sostituire da un collega per i miei pochi pazienti.

Holmes si fregò le mani, stranamente soddisfatto, e mi diede appuntamento per l’indomani mattina a Baker Street. «Si porti il necessario per un paio di giorni» specificò. «Ah, Mary» aggiunse, vedendo entrare mia moglie, «la trovo in splendida forma».

Dietro di lei c’era anche Hanna, che mia moglie presentò a Holmes come “signora Crescent”.

«E non trova scomodo servirsi da Grant, visto che abita a Kensington?» le chiese Holmes, distrattamente, mentre raccoglieva il cappotto. Hanna Crescent diventò di una più intensa sfumatura di rosa e spalancò gli occhi. «Ma come fa a sapere…?» balbettò.

Io alzai mentalmente gli occhi al cielo.

«Oh, non ci faccia caso. Sapere le cose che gli altri non sanno è il mio mestiere. Watson le può spiegare il mio metodo deduttivo, se dovesse interessarle». Scusandosi per l’intrusione Holmes se ne andò.

Ovviamente quella poveretta di Hanna non mi chiese alcuna delucidazione, cosa che mi sollevò molto. Il negozio che aveva nominato Holmes era una corsetteria piuttosto costosa di Bond Street e non dubito che Hanna non volesse indagare oltre sul modo in cui il mio amico aveva dedotto che lei era loro cliente.

Come dicevo, quello era il tipico commento d’esordio di Holmes, quando una signora risvegliava il suo interesse.

Quel fine settimana fu uno dei nostri tipici fine settimana di indagini. Notti appostati nella brughiera, molta umidità e un furfante consegnato alla giustizia. Hanna sembrava non aver mai attraversato i pensieri del mio amico, in parte perché quando lavorava su un caso ne veniva completamente assorbito, in parte perché le signore con cui intratteneva rapporti difficilmente occupavano la sua mente per più di pochi istanti.

Al mio ritorno a Londra scoprii che la mia vita professionale era più frenetica di quanto avessi sperato, così tra visite ai pazienti e incombenze domestiche non ebbi modo di vedere Holmes fino al lunedì seguente.

Mia moglie, a dire il vero, mi aveva inavvertitamente messo in guardia. Sabato mi aveva detto, durante una normalissima conversazione a cena, che la sua amica Hanna era rimasta molto colpita dai metodi deduttivi del mio ex-coinquilino.

Al momento non diedi particolare importanza alla cosa, dato che raramente quelli che incontravano Holmes non ne restavano colpiti.

Lunedì pomeriggio, dopo aver visitato l’ultimo paziente della giornata mi resi conto di avere un po’ di tempo per fare una visita al vecchio appartamento di Baker Street. Tornavo sempre volentieri a trovare Holmes, in parte per la nostra amicizia di vecchia data, in parte perché la sua vita avventurosa, ora che me ne ero allontanato, mi mancava.

Sfortunatamente Holmes non era in una delle sue giornate migliori.

La signora Hudson mi accolse con un marcato cipiglio di disapprovazione, altra cosa che avrebbe dovuto mettermi sul chi vive, non fosse stato che il cipiglio di disapprovazione era parte integrante della signora Hudson come i suoi capelli legati stretti e i vestiti color pastello.

Holmes era languidamente sdraiato sul divano, con lo sguardo perso e la pipa posata in grembo.

«Ah, Watson» disse, vedendomi entrare, «noto che gli affari cominciano a ingranare».

Era inutile domandargli come lo sapesse. Mi avrebbe spiegato in tono annoiato e didattico la semplice catena di deduzioni che gli aveva permesso di stabilirlo a partire dal fango sulle mie scarpe, dal bottone sul mio panciotto o dalla piega dei miei baffi.

«Io invece noto che è tornato alle sue vecchie abitudini» risposi, in tono vagamente aspro.

Non c’era niente che abbattesse Holmes più dell’inattività. La sua mente aveva bisogno di continui problemi sui quali applicarsi, altrimenti piombava in uno stato di torpore sognante che inevitabilmente lo portava all’uso di cocaina. Sebbene nell’ultimo periodo egli avesse dichiarato di aver chiuso per sempre con quella sostanza, il mio parere di medico era che, almeno nella circostanza odierna, avesse mentito.

«Mi annoio» disse, infatti Holmes, per niente preoccupato di essere stato colto in fallo. «In questa città non c’è niente che risvegli il mio interesse. Sembra che tutti gli abitanti di Londra abbiano deciso improvvisamente di diventare cittadini rispettosi della legge o di commettere crimini così insulsi e banali da non meritare la mia attenzione».

«Ma senz’altro…» iniziai a replicare. In quel momento la porta della stanza di Holmes si aprì e ne uscì Hanna.

Vedendomi, si bloccò per un attimo, come se dovesse resistere all’impulso di ritornare precipitosamente nella camera da cui era uscita. Holmes non voltò neanche la testa.

«B-buongiorno, dottor Watson» tartagliò, infine, lei. Stringeva la borsa così forte che le mani, prive di guanti, le erano diventate bianche.

«Buongiorno, Hanna» risposi, in tono rassegnato, e scoccai un’occhiataccia a Holmes. Tanto sarebbe valso che guardassi un cubo di marmo. Holmes si sollevò lentamente su un gomito, allungò una mano verso la ciabatta persiana in cui teneva il tabacco e cominciò a ricaricare la pipa.

«E-ero venuta per un parere professionale» disse del tutto inutilmente, Hanna, che sembrava bloccata sulla porta.

Le rivolsi un sorriso gentile. «Spero che abbia trovato una soluzione per il suo problema».

A quel punto Hanna fece quello che facevano quasi tutte le signore che avevano a che fare con Holmes: diventò rossa di rabbia e si diresse a grandi passi verso le scale, esclamando: «Non esattamente! Arrivederci, signor Holmes!».

E prima che uno di noi due potesse rispondere, aveva preso la porta ed era uscita.

Holmes finì di ricaricare la pipa, sfregò un fiammifero contro il lato del divano e accese.

«Ma insomma, Holmes!» sbottai, io, «non si vergogna? Una donna sposata!».

Holmes mi rivolse uno sguardo vuoto e distante. «Ah, già. Il dottor Crescent. Un oftalmologo, se non sbaglio. Un uomo assolutamente negato per il crimine, ritengo, e quindi per me privo di ogni interesse».

Quando era in quelle condizioni parlargli era inutile, così me ne andai.

Quella sera chiesi a Mary, in tono assolutamente casuale, qualche informazione in più su Hanna. Come rivelava il suo aspetto, era una delicata gallese di una buona famiglia di esportatori. Si era sposata con il dottor Crescent qualche anno prima e pareva che il loro matrimonio, se pur non sorretto da un’ardente passione romantica, procedesse piuttosto bene.

Non c’era assolutamente niente che io potessi fare, quindi cercai di non pensare più alla questione e mi dedicai alle mie incombenze quotidiane.

Qualche settimana più tardi andai a un concerto con Holmes e, dal modo in cui salutò la signorina Bierhoff nel suo palco – o forse sua madre, la signora Bierhoff, con Holmes non si poteva mai sapere – capii che Hanna era uscita dalla sua vita alla stessa velocità con cui vi era entrata.

Dato che, almeno che io sapessi, non c’erano stati aggressioni, lanci di oggetti o tentati linciaggi, supposi che la liaison fosse finita in modo tutto sommato indolore per entrambi.

Quello che accadde qualche giorno più tardi, quindi, mi colse del tutto impreparato.

Ero a casa di Holmes per un tè pomeridiano che si era rivelato, fino a quel momento, molto gradevole. Holmes mi aveva parlato della monografia sulle diverse polveri da sparo che stava scrivendo e io gli avevo raccontato del mio studio, che dopo un lungo periodo di rodaggio, stava finalmente decollando.

«Sta arrivando il nostro amico Lestrade» disse, a un certo punto, Holmes. Visto che le tende erano aperte su una giornata invernale insolitamente mite, non mi chiesi come facesse a saperlo. Pochi istanti più tardi, comunque, la sua previsione si rivelò esatta, quando l’ispettore di Scotland Yard entrò nel salotto.

«Buongiorno, ispettore» disse Holmes, di buon umore. «È sempre un piacere vederla. Gradisce un po’ di tè?».

Lestrade appoggiò il cappotto sullo schienale di una poltrona e si unì a noi per il rito pomeridiano, ma la sua espressione era tutt’altro che distesa.

«Sono venuto per sottoporle un caso che si sta rivelando un vero rompicapo» disse, con aria aggrondata. Quando capitava che lui e i suoi uomini non riuscissero a risolvere un caso con le loro sole forze, Lestrade non era mai particolarmente felice di ammetterlo.

«Un vero rompicapo» ripeté Holmes, deliziato.

«C’è una donna che è morta, apparentemente suicida, ma non riusciamo a trovare l’arma con cui si è tolta la vita».

Holmes sembrò leggermente deluso. «Capisco» disse. «Mi può raccontare come si sono svolti i fatti?».

«Il dottor Crescent, il marito della vittima…» iniziò Lestrade, ma io l’interruppi con un’esclamazione di sgomento.

Holmes e l’ispettore mi guardarono incuriositi.

«La vittima è dunque la signora Crescent?» chiesi, anche se conoscevo già la risposta.

«Sì» rispose Lestrade, «la conosceva?».

Guardai Holmes, la cui espressione ignara, lo confesso, per un attimo mi fece venir voglia di strozzarlo. «È la moglie di un mio collega, il dottor Crescent, appunto. Hanna Crescent. Anche lei la conosceva, Holmes, se non sbaglio».

A quel punto Holmes, di solito estremamente accurato nel ricordarsi i nomi di tutta la malavita londinese, fece il collegamento. Sembrò moderatamente colpito. «Ah, sì» si limitò a dire.

Poi, forse rendendosi conto che le circostanze richiedevano un po’ di partecipazione in più, aggiunse: «Che sfortunata perdita».

«Holmes!» esclamai io.

Lui mi osservò per un istante con aria pensierosa, prima di mormorare: «Tutto considerato, la mia valutazione iniziale sul dottor Crescent potrebbe anche essere stata inesatta».

«Scusate, signori, ma io non ci capisco più niente!» sbottò Lestrade, innervosito. «Se permettete finirò di raccontarvi i fatti, poi potrete mettermi a parte delle vostre speculazioni».

«Come stavo dicendo, ieri il signor Crescent è stato tutto il giorno fuori casa per lavoro, essendosi recato in visita da un paziente che vive fuori città, il signor Thorpe. È rincasato verso le otto e sua moglie, al contrario del solito, non è andata ad accoglierlo nell’ingresso. Sul momento non ci ha fatto caso. Si è tolto il cappotto e l’ha appeso su un sostegno accanto al camino, come fa tutte le sere. Il personale di servizio è a mezza giornata e quindi se n’era già andato. Crescent ha fatto un salto nel suo studio, che è all’interno dell’abitazione, e poi è andato a cercare la moglie. L’ha trovata riversa in camera da letto, in un mare di sangue, con i polsi recisi, e si è accorto immediatamente che era morta da alcune ore. Il personale di servizio lascia la casa verso le cinque del pomeriggio, quindi la morte dev’essere avvenuta in questo lasso di tempo. Il signor Crescent ha chiamato la polizia e al nostro arrivo l’abbiamo trovato in poltrona, in evidente stato di shock. Afferma di non aver toccato niente all’interno della stanza, ed è proprio questo il problema».

«Nella stanza non c’erano coltelli o altri oggetti con cui la signora avrebbe potuto togliersi la vita» disse Holmes.

«Esatto. Naturalmente abbiamo fermato il signor Crescent come sospettato, ma, se volete la mia opinione, dubito che quel poveraccio abbia qualcosa a che vedere con quanto è accaduto. Finché non abbiamo sollevato il problema dell’arma era certo che la moglie si fosse suicidata, anche se non riusciva a capirne il motivo».

«Quindi, inizialmente, non pensava che si trattasse di un omicidio» disse Holmes. «Interessante».

«L’ho pensato anch’io» confermò Lestrade. «Capita abbastanza spesso che i parenti delle vittime di suicidio alterino la scena in modo che si pensi a un delitto, ma questo non sembra il caso del signor Crescent».

Io assistevo a questo scambio di opinioni con la mente oppressa da foschi presagi. Avevo pensato abbastanza spesso che la condotta di Holmes fosse irresponsabile, ma trovavo difficile credere che le conseguenze delle sue azioni potessero essere di queste proporzioni. Intanto che pensavo questo, mi dicevo che i miei pensieri non erano quelli di un buon amico e che senz’altro i passati rapporti tra Holmes e Hanna non avevano niente a che vedere con quanto era accaduto.

«E il medico, naturalmente, ha confermato che la signora era morta prima dell’arrivo del marito» stava commentando, intanto, Holmes.

«Proprio così. La poveretta era morta da almeno due ore quando siamo arrivati, ed era già fredda nonostante la casa fosse ben riscaldata, ha detto. Abbiamo preso in custodia tutti i coltelli della casa, ma come c’era da attendersi nessuno di questi mostra tracce di sangue».

«Capisco» disse Holmes, alzandosi di scatto. «Credo che sia meglio che andiamo a dare un’occhiata di persona».

Gli accertamenti a casa dei Crescent non portarono sostanziali novità. La loro era una rispettabile casetta a due piani in zona Kensington, non dissimile da quella che dividevo io stesso con mia moglie. Il personale di servizio era composto da una cameriera e da suo marito, entrambi di una certa età.

Holmes si aggirò per la camera da letto e poi per l’intera casa con frustrazione crescente. Esaminò le macchie di sangue e affermò sarcastico che i poliziotti che erano intervenuti sulla scena del delitto si erano mossi con l’abituale grazia, il che significava che avevano cancellato ogni traccia utile.

Quando ormai pensavo che avesse finito le sue indagini, però, Holmes si chinò di scatto verso un punto poco distante dalle macchie di sangue sulla moquette.

«Ah!» si limitò a dire.

Poi estrasse una pinzetta da una tasca del suo grande cappotto e si allungò per afferrare qualcosa con essa. Si rialzò e mi mostrò la sua scoperta.

«Non è strano che sotto il piede di quel mobile ci fosse questo?» disse.

Si trattava di un frammento di carta e, obbiettivamente, non mi sembrava così strano che l’avesse trovato sotto al piede di un mobile. Probabilmente era stato usato come spessore. Lo dissi a Holmes.

«Una teoria interessante, Watson» rispose lui «se non fosse che questo mobile non traballa e che questo frammento di carta è stato strappato da un foglio più grande. O forse sarebbe più corretto dire che è stato il foglio cui apparteneva questo frammento a essere strappato via».

La sua riflessione mi sembrava un sofismo bello e buono, una tattica per non pensare alla morte prematura di una donna che aveva conosciuto bene.

Non glielo dissi, ma la perplessità mi si doveva leggere in faccia, perché Holmes si limitò a intascare l’oggetto e ad aggiungere: «Bene. Bene. Credo che sia il caso di scambiare due parole con il medico legale».

Arrivammo allo Yard che era ormai buio e il dottor Miles ci ricevette solo in virtù del fatto che faceva parte del mio stesso club. La sua accoglienza, tuttavia, non fu calorosa.

«Ah, signor Holmes. Ho sentito parlare di lei» disse, in tono freddo, senza accennare a chiederci di sederci.

«Davvero? Per lei, quindi, non sarà una sorpresa apprendere che mi piacerebbe rivolgerle alcune domande sulla morte della signora Crescent».

Lo sguardo di Miles si fece, se possibile, ancora più freddo.

«In fede mia, lei ha una bella faccia tosta» disse. Poi rivolse al mio amico un sorriso patentemente falso. «Temo che il signor Crescent – che, casualmente, è un mio buon conoscente – mi abbia intimato di non darle informazioni di nessun tipo, né, tanto meno, di lasciarle esaminare il corpo».

Normalmente Holmes non avrebbe preso un’affermazione simile con buon garbo, ma in quel caso si limitò a osservare il medico per qualche istante, prima di annuire seccamente e lasciare il suo ufficio.

Mentre una carrozza di strada ci riportava ognuno a casa sua, provai a fargli qualche discreta domanda, ma Holmes si era chiuso a riccio e si limitò a ignorarmi e a grugnire in modo infastidito.

Al mio rientro, come ci si può immaginare, trovai Mary sconvolta.

Non so chi le avesse detto della morte di Hanna, ma sicuramente ci sono voci che corrono più velocemente del telegrafo, perché quando arrivai sapeva già tutto.

«Che cosa orribile» singhiozzò, tamponandosi gli occhi con un fazzoletto. «Una donna così giovane…»

Provai a rincuorarla con qualche commento di circostanza, ma la sua disperazione sembrava oltre ogni conforto. La sua amicizia con Hanna, ne ero certo, non era così profonda da giustificare una simile reazione, anche tenendo conto del carattere sensibile di mia moglie. Le chiesi se ci fosse qualcosa di cui mi volesse parlare.

Finalmente, dopo aver versato tutte le sue lacrime, Mary sembrò prendere la decisione di aprirsi con me.

«Mi rendo conto che è brutto parlare così di una persona morta…» iniziò.

La rassicurai dicendo che era importante fare tutto il possibile per assicurare il suo assassino alla giustizia.

«Oh, non riguarda questo… non strettamente, almeno» disse lei. «Vedi, temo che Hanna fosse un’adultera».

La guardai in silenzio, non esattamente stupito. Era chiaro che un’eventualità così comune non aveva mai sfiorato la mente dell’innocente Mary.

«Mi aveva confidato» continuò lei «di aver… insomma, intrattenuto rapporti con un uomo. Una persona meschina, a mio avviso, dato che l’aveva sedotta e poi non si era più fatto vivo. Naturalmente era tutto sbagliato fin dall’inizio, ma Hanna era disperata».

Anche questo non mi era propriamente nuovo, ma non dissi niente.

«Provai a dirle che sicuramente quest’uomo si era reso conto che quello che avevano fatto era sbagliato e che per questo aveva deciso di non cercarla più. Ma, se devo essere sincera, non credo che la vera ragione fosse quella».

«No, probabilmente no» concordai.

Mary ricominciò a piangere. «Il fatto è, John, che Hanna era veramente disperata e mi disse che, se lui non fosse tornato… si sarebbe tolta la vita».

Potete immaginare il mio orrore… e il mio dilemma.

Sapevo che avrei dovuto immediatamente informare Holmes della cosa, ma nello stesso tempo ero restio a metterlo a parte di quel che Hanna aveva detto, ecco – del fatto che Hanna, probabilmente, stava parlando di lui, quando aveva detto quelle cose a mia moglie.

Dormii malissimo, angustiato da mille pensieri.

All’alba mi vestii e sgusciai via di casa con la scusa di una visita mattutina a un paziente.

Il paziente, in realtà, era Holmes.

Quando arrivai a Baker Street, però, non potei parlargli subito di quel che, dopo mille ripensamenti, mi ero deciso a rivelargli.

Nel nostro salottino c’era Lestrade, e aveva un’aria decisamente cupa.

Holmes gli stava dicendo, nel suo solito tono impaziente, che la casa dei Crescent doveva essere perquisita da capo, lasciando chiaramente intendere che la prima volta non era stato fatto con scrupolo.

Sincero come suo solito, ammise che, in un primo momento, non aveva pensato alla soluzione più ovvia, anche se la verità era stata proprio di fronte ai suoi occhi.

«Insomma, se crede che le cose non siano state fatte nel modo corretto, venga con me a casa Crescent e si accomodi pure!» sbottò, alla fine, Lestrade.

Fu esattamente quello che facemmo.

Seguimmo nuovamente l’ispettore a casa del mio collega e Holmes la mise letteralmente sotto sopra.

«Dove può averlo nascosto?» lo sentii mormorare.

E poi: «Potrebbe averlo mangiato?».

Alla fine Holmes ammise che quello che cercava non si trovava in casa.

«Dobbiamo vedere immediatamente gli effetti personali del signor Crescent» affermò. «Sperando che fosse tra gli oggetti che gli hanno ritirato in carcere».

Né io né Lestrade avevamo idea di che cosa stesse parlando, ma l’ispettore decise di assecondarlo per l’ennesima volta.

Arrivammo allo Yard poco prima di mezzogiorno, ma a nessuno venne in mente di fermarsi a mangiare. Holmes seguì impazientemente l’ispettore al deposito degli oggetti dei detenuti, dove aspettò ancora più impazientemente che un addetto affatto solerte recuperasse la scatola con gli effetti personali del dottor Crescent.

Alla fine la scatola fu appoggiata davanti a Holmes.

«Un scontrino della lavanderia… irrilevante» iniziò velocemente una cernita, lui. «Tre scellini e otto penny… un biglietto ferroviario – che tra l’altro conferma i suoi spostamenti… un orologio da tasca fermo che… ah, ecco!».

Holmes aprì con uno scatto l’orologio da tasca di Crescent, che fece una certa resistenza. Dentro, incastrato contro il meccanismo, c’era un foglio di carta ripiegato più volte.

«Eccolo qua» disse Holmes, ma non era esultante come ci si sarebbe potuti aspettare.

«Be’, che cosa aspetta, lo apra!» lo incitò Lestrade.

Holmes ci guardò per un attimo e potrei giurare che, per un breve istante, il suo sguardo espresse senso di colpa allo stato puro. Poi, con ogni cautela, spiegò il foglio.

“Come immaginavo,” disse, dopo averlo osservato. “Non è stata uccisa, è stato suicidio.”

Disse le ultime parole con la gravità di una condanna a morte.

Posò il foglio sul ripiano e uscì dalla stanza senza aggiungere altro.

Sul foglio c’era scritto, in una grafia femminile disordinata:

Senza di lui non posso più vivere. Pongo fine alle mie sofferenze, chiedendo perdono a Dio e ai miei cari.

Hanna Crescent

«Come diavolo è finito dentro l’orologio?» sbottò Le strade, dopo aver letto il biglietto.

Scossi la testa. «Probabilmente il signor Crescent l’ha nascosto lì, dopo averlo preso da terra. Ma un angolo si era incastrato sotto un mobile, ed è così che Holmes ha saputo della sua esistenza».

Non rimasi per ascoltare Lestrade che inveiva contro la maledetta abitudine di Holmes di condurre le indagini per conto suo.

Pur non avvicinandomi nemmeno all’acume del mio amico, capivo che dietro quel biglietto c’era più di quanto apparisse a prima vista.

Seguite il mio ragionamento: se il dottor Crescent sapeva della relazione di sua moglie con Holmes era probabile che avesse sottratto il biglietto con l’intento di far pensare a un omicidio. E quando, alla fine, avesse rivelato l’identità dell’amante della moglie era chiaro su chi si sarebbero appuntati i sospetti.

Forse non era un piano brillante, e forse non avrebbe funzionato, ma era chiaro che Crescent aveva provato a vendicarsi del torto subito.

Come ho già detto, non era la prima volta che a Holmes succedeva qualcosa del genere.

Arrivai a Baker Street subito dopo l’una e trovai Holmes – come c’era da aspettarsi – di umore melanconico.

«Che accidenti di situazione» ammise, spontaneamente.

Non avrei voluto dirgli niente, ma anche nella sua condizione di prostrazione emotiva, era difficile nascondergli qualcosa. Semplicemente lui mi lanciò un’occhiata penetrante e mi disse di sputare il rospo. Gli raccontai quello che mi aveva confidato mia moglie.

Holmes ascoltò il mio racconto in silenzio, poi, sempre in silenzio, prese il violino e si chiuse in camera sua. Subito dopo iniziai a udire una di quelle romanze zigane e melanconiche che erano tipiche dei suoi momenti di sconforto.

Aspettai fino alle cinque del pomeriggio, preoccupato per il suo stato mentale.

Holmes poteva essere incredibilmente superficiale, ma non era un uomo che scuotesse le spalle di fronte alle disgrazie. E, anche se non l’aveva detto, sapevo che era profondamente colpito e dispiaciuto. Avevo provato a fargli notare che, sebbene si fosse comportato in modo leggero, per usare un eufemismo, la salute mentale di Hanna doveva già essere decisamente disturbata, perché si spingesse ad uccidersi.

Holmes aveva annuito in silenzio e, come ho detto, si era chiuso in camera sua a suonare il violino.

Credo che sarei rimasto lì, a vigilare su di lui, fino a notte fonda o anche più tardi, se alle cinque non fosse arrivato un ospite.

La signora Hudson annunciò che c’era una cliente e io pensai che un nuovo caso avrebbe distolto Holmes dai suoi tristi pensieri.

Bussai alla sua porta per annunciargli la visita.

«La mandi via, Watson!» gracchiò Holmes – e giurerei che la sua voce fosse rotta.

«Ma come, Sherlock» disse una voce femminile, alle mie spalle, «nemmeno la mia morte ti ha convinto a ricevermi?».

La porta si aprì di scatto, mentre mi voltavo verso la voce, completamente stupito.

Là, sulla soglia, c’era una Hanna Crescent in perfetta salute, con i capelli raccolti ordinatamente in un cappellino alla moda e un vestito color malva.

«C-come…?» tartagliai io.

Lei emise una risata cristallina. «Oh, temo che le notizie sulla mia morte fossero leggermente esagerate».

Mi voltai verso Holmes, che era rimasto immobile sulla soglia della sua camera. Aveva un’espressione che potrei soltanto definire “attonita”. Al mio contrario, però, si riprese velocemente e, appoggiando il violino sulla mensola del camino, andò a sedersi in poltrona e iniziò a caricarsi una pipa con tutta calma.

«Mi sembri in ottima forma» commentò, alla fine, in tono blando.

Hanna rise di nuovo. «Non c’è niente come uno scherzo ben architettato per ritrovare il buon umore».

«Davvero» disse Holmes. Si accese la pipa e tirò una boccata. «Ho solo una domanda…»

«Solo una?» sbottai io. «Per quanto mi riguarda ne ho ben più di una! Mia moglie è stata molto triste per la sua perdita, Hanna».

Continuavo a guardarla e confesso che se fosse venuto fuori che quella che avevo davanti era una sosia della nostra amica di famiglia, non mi sarei stupito più di tanto.

«Ah, ma è molto semplice, Watson. Un trucchetto ben congegnato, davvero. La nostra Hanna, qua, ha pensato bene di fingere la sua morte con la complicità di suo marito».

«Ma-ma… e il dottor Miles?».

Holmes inarcò le sopracciglia. «Se il dottor Miles è socio del suo stesso club, ne consegue che sia socio anche dello stesso club del dottor Crescent, non è vero? Credo che siano in ottimi rapporti, visto che la falsificazione di un rapporto non sarà trovata… umoristica, a Scotland Yard. Oltre al fatto, ovviamente, che fingere che sia stato commesso un reato è reato a sua volta».

Hanna si strinse vezzosamente nelle spalle. «Oh, Miles è un vecchio amico di famiglia. E qual’era l’unica domanda, Sherlock?».

Holmes diede un altro tiro alla pipa.

«Mi stavo soltanto chiedendo» disse, alla fine, «se l’idea di incastrarmi per il tuo omicidio fosse farina del tuo sacco».

Sulla fronte di Hanna si disegnò una piccola ruga. «Temo che sia stata un’idea di Mark».

«Non sono mai stato presentato al dottor Crescent, ma immagino che Mark sia lui».

«Credo che se tu fossi finito in prigione per qualche giorno non gli sarebbe dispiaciuto».

«Un’ottima idea, in ogni caso. Ha aggiunto… sale, a tutta la faccenda» affermò Holmes. «Certo, c’era qualche piccola imperfezione. Ma l’abituale incompetenza dello Yard ha supplito egregiamente a questi piccoli errori di pianificazione. E immagino che la tua impersonificazione di un cadavere sia stata molto convincente» concluse, leggermente sarcastico e, alzandosi, andò ad aprire la porta per la sua ospite.

Lei fece un sorrisino compiaciuto, si aggiustò il cappello e fece per uscire.

«Solo una cosa» disse Holmes. Si chinò verso di lei e le sussurrò qualcosa all’orecchio.

L’espressione compiaciuta scomparve dalla faccia di Hanna, per lasciare posto a un vago cipiglio.

«Una valutazione errata» disse, un po’ bruscamente, e uscì.

Holmes richiuse dolcemente la porta dietro di lei.

«Un’altra importante lezione sul genere femminile» commentò Holmes, filosofico, riferendosi all’altra donna l’aveva messo nel sacco.

Forse Hanna Crescent aveva modificato una volta per tutte le sue idee sul genere femminile, visto che in seguito a questa vicenda Holmes iniziò ad adottare un comportamento molto più prudente nei confronti del gentil sesso.

Le abitudini di Holmes mutarono drasticamente e se continuò a tenere in esercizio le sue doti non-intellettuali lo fece con mirabile prudenza e discrezione, perché io non ne seppi più niente.

Mia moglie decise di interrompere qualsiasi rapporto con i signori Crescent e devo dire che la cosa mi procurò un certo sollievo.

Il caso della presunta morte di Hanna Crescent, da allora, resta nei miei archivi, sotto forma di accurate note, e se un giorno verrà pubblicata significherà che Holmes è ricaduto nelle vecchie abitudini.

In quanto a quell’ultima frase che sussurrò a Hanna in quello che sarebbe stato il loro ultimo incontro, per vari mesi mi chiesi quale fosse stata.

Solo qualche anno dopo fu Holmes stesso a risolvere l’enigma quando, all’interno di una conversazione su tutt’altro argomento, commentò: «Come chiesi una volta a una signora che avevo conosciuto: perché tradire un uomo che è disposto a fare qualsiasi cosa per te?».

 

Libri dello stesso autore:    satanisti perbene cover25      ombracommissariosensi25

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