Una canzone nel deserto

Di Maria Lidia Petrulli

La donna si fermò bruscamente.

La mano corse al velo per nascondere il viso e l’acqua del secchio si rovesciò.

Aveva percorso a piedi molti chilometri per quella misera provvista.

Il soldato raggomitolato al riparo della duna, invece, sgranò gli occhi scuri sul viso sporco di sabbia e si rannicchiò di più, in posizione fetale, come a difendersi da un incubo.

Gli istanti si fermarono alla ricerca di uno spiraglio per capire.

“È un israeliano” pensò lei. “È qui per uccidere, me, chiunque di noi”.

“È una palestinese” pensò lui “Se non mi spacca subito la testa con quella pietra, avvertirà i suoi e mi faranno fuori loro, non ho scampo”

“Quanti anni avrà? La mia, vent’anni, è così giovane! E l’aria dell’animale braccato, dev’essere ferito; peggio per lui, la scelta di combattere è sua”

“È giovanissima, magari pure ingenua e, se non si mette a urlare richiamando l’attenzione di qualcuno, se si fida perché mi vede ferito e si avvicina, forse riesco ad ammazzarla”.

L’uomo strinse col pugno il coltello che portava al fianco dove la granata aveva aperto uno squarcio, immaginò il collo ambrato che non avrebbe opposto resistenza alla lama.

“Ha dei begli occhi, sono occhi buoni” non poté però fare a meno di osservare.

Il vento del deserto soffiò una folata che sconvolse la sabbia in tanti mulinelli interrompendo l’attimo di sorpresa.

Adila avanzò verso il nemico, a passi lenti, mentre l’abito dagli orli strappati svolazzava nella brezza crescente; rimase immobile esile e incerta, un fuscello nero che il vento faceva ondeggiare e il secchio pesante che tirava sempre di più la spalla stanca, poi abbassò gli occhi, chinò il volto e piegò le ginocchia a poggiare il suo carico.

Nathane rinsaldò la presa sul manico del coltello, si sentiva un felino pronto a balzare sulla preda; il suo cuore ebbe un battito di eccitazione.

Adila si inginocchiò al suo fianco, occhi grandi con lunghe ciglia nerissime che saltavano fuori dal velo che le avvolgeva il capo nascondendole il viso. Splendidi fari diurni.

“Fari che guidano attraverso il buio” si sorprese a pensare Nathane, e la sua mano dimenticò preda e coltello, mentre il suo volto si contraeva in una smorfia di dolore non per la ferita, ma per la burla del caso.

«Ti hanno sparato? Sta giù, fammi vedere se posso fare qualcosa, se non è troppo grave e riesco a medicarti, posso aiutarti a raggiungere i tuoi: ho visto due carri armati israeliani a pochi chilometri da qui».

Il soldato pensò di avere le traveggole; non solo il nemico si proponeva di aiutarlo, parlava anche la sua lingua.

Lasciò che la giovane scoprisse la ferita con quelle sue dita affusolate dalla pelle callosa, Nathane quasi non sentiva più il calore della sabbia rovente, bevve invece da quelle mani piene di forza e chiuse gli occhi, mentre Adila puliva lo squarcio con un lembo della sua veste; e mentre lei minuziosa lo lavava con l’acqua che avrebbe dovuto usare per bere, ne seguì i movimenti intanto che sollevava le gonne e lacerava la sottana bianca per farne una benda con cui fasciargli il fianco ferito.

«Hai gli occhi buoni» le  disse senza riuscire a contenersi, forse neppure lo voleva «gli occhi di una persona giusta. Come ti chiami?».

La vide sorridere.

«Perché ridi?», le domandò.

Lei sorrise di nuovo: «Mi chiamo Adila e vuol dire “colei che è giusta”. Qual è il tuo nome?»

«Nathane».

La vide sorridere ancora.

«Nathane è colui che nasce…» lei lo guardò e i suoi occhi ebbero un lampo di malizia, « Oggi è il giorno della tua rinascita» asserì.

Un’urgenza che non si aspettava si impossessò del soldato: «Sei in pericolo» esclamò «i miei compagni torneranno a cercarmi».

Improvvisamente Nathane provò un dolore che non era quello della granata che l’aveva colpito e una smania che non era quella di combattere, catapultato nella confusione di chi ha sempre creduto in ciò che gli avevano insegnato e che quelle convinzioni fossero la giustizia personificata, la confusione di chi si trova a constatare che il nemico e la guerra sono frutto di illusioni, finzioni, falsità e ipocrisia.

Nathane avrebbe voluto piangere: «Va via» ripeté.

La vide guardarsi intorno e gli ricordò qualcuno che avesse smarrito la strada.

“Oppure sono io che l’ho smarrita?”

Sospeso in quel lembo di deserto senza tempo, dove solo il sole la sabbia e il vento sapevano cantare la canzone dell’eternità, il soldato allungò l’indice verso il volto di colei che era il nemico.

E il nemico si ritrasse, si sollevò sulle ginocchia come volesse fuggire. Però rimase lì, gli occhi bassi, lo sguardo offuscato dai mulinelli di sabbia.

«Non volevo farti del male».

«È brutta».

«Cos’è brutta?»

«La mia faccia» e due lacrime caddero come rugiada, dal ciglio su cui si erano poggiate al velo assetato.

Perché tanta paura, adesso? Nathane ebbe la certezza di dover far fronte a un avversario contro cui si sa di aver perduto in partenza.

Il lembo di stoffa cedette, e cedendo scoprì la freschezza di quel giovane volto deturpata da una cicatrice, piccola luna nascente sotto l’occhio sinistro, e un grosso livido che, dalla tempia, si allargava verso la guancia. Una macchia d’inchiostro su un pregiato foglio di papiro.

«Chi?» riuscì a domandare, e Nathane desiderò essere sordo per non udire la risposta.

«Una mina è esplosa mentre passavo e una scheggia si è piantata proprio lì, l’occhio sembrava scoppiare ed era pieno di sangue »; Adila strinse le braccia intorno al corpo e si dondolò avanti e indietro come una bimba che si consolasse «ho avuto tanta paura di non poter vedere più il cielo, e le notti stellate e serene, quando le bombe, i missili e i carri armati si dimenticano di noi».

Adesso il suo sguardo catturava la luce dorata e sorrideva.

Deglutì a fatica il soldato, sentendosi colpevole e pieno di vergogna.

«Ma non è stata la mina a farti quel livido» insistette, e lasciò la frase a metà perché gli mancava il coraggio di affrontare la paura più grande, quella che avrebbe dovuto far tremare e sbiancare ogni uomo; alla fine riuscì a domandare con un filo di voce, «sono stati i soldati israeliani?».

E intanto pensava che, se qualcuno dei suoi avesse violato quell’innocente fuscello vestito di nero, sarebbe stato come averlo fatto lui stesso, in prima persona.

Gli occhi foderati da ciglia lunghissime abbracciarono il suo volto esangue, lavarono via la polvere e ogni ombra di macchia che si era depositata sulla sua anima nel corso dei secoli.

«No, è stato mio fratello perché ho scritto dei versi nella tua lingua».

Stranamente il soldato non si sentì sollevato, e Nathane pensò che erano entrambi vittime dell’incubo persecutorio che altri stava sognando.

Alcuni spari si rincorsero nell’aria come cani rabbiosi, grida concitate li raggiunsero da una distanza indefinita e lingue di madri diverse fendettero la quiete del vento.

«Stanno venendo a cercarmi» gli occhi di Nathane erano sgranati dal panico.

«No, si stanno cercando fra loro ma troveranno anche noi» la voce di Adila racchiudeva tutte le note della vita.

«Non hai paura?».

«Perché dovrei averne? Io sono già morta».

Nathane rifletté solo qualche secondo: «Anch’io. Aiutami ad alzarmi».

La sabbia creò un mulinello che avvolse i due nemici, la sabbia cancellò le orme di Nathane e di Adila.

Dello stesso autore:    LaRealtèEnig.AM - Copia      ilritdelbardo - Copia     maria lidia petrulli Il volto segreto di Gaia

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