Il puzzle scomposto

Di Maria Lidia Petrulli

È notte fonda e l’oscurità totale, non una stella o una fottuta luna a illuminare quest’inferno di tenebra.

Si gela. Un freddo contro cui le coperte non possono proteggermi.

Restano fuori solo gli occhi, la punta del naso e due dita per scrivere, forse le ultime parole della mia vita.

Ho paura. Non sono certo di sopravvivere sino all’alba di domani.

In questo momento sento che la mia vita è appesa al filo dell’incertezza: credo di non avere scampo; vorrei essere un pazzo visionario ma temo di non esserlo affatto.

Ho visto cose inenarrabili, vorrei fossero un parto della mia fantasia e immagino l’anfratto dove mi sono nascosto come un baluardo che possa proteggermi. Ma non può. Nessuno può proteggermi dalla verità.

Loro sono lì fuori; mi danno la caccia e io sono terrorizzato come un animale braccato. Si avvicinano, devo…

L’ultima pagina del diario si interrompeva bruscamente, Alicia si soffermò sulla frase troncata immaginando che, a quelle parole monche, fossero seguiti un urlo e la fine. Richiuse il diario. Le pagine contenevano il dettagliato viaggio di un suo antenato, Farrell, e lei lo conosceva a memoria.

Farrell Ciosky era vissuto più di cent’anni prima; era nato sul pianeta dove un gruppo di terrestri in fuga era atterrato d’urgenza, a causa di un’avaria all’astronave. Un gruppo di umani naufragati nello spazio.

Quel manipolo d’uomini aveva sperato di riparare il danno e di ricongiungersi al resto della flotta, ma aveva fallito ed era rimasto sul pianeta alieno. L’avevano battezzato Anaith, Straniero.

Alicia aggrottò la fronte pensando che, qualsiasi ambiente differente dal proprio, sarebbe apparso alieno a un terrestre.

Prese lo zaino e uscì dalla casupola, quindi si richiuse la porta alle spalle. A quell’ora della notte il villaggio era deserto e i suoi abitanti addormentati, non avrebbe incontrato nessuno.

Le labbra si piegarono in un sorriso mentre scrutava la palizzata che proteggeva il villaggio da ipotetici tentativi d’invasione da parte di altrettanto ipotetici alieni: persino lassù, a milioni d’anni luce dalla Terra, gli umani continuavano a difendersi dai propri fantasmi.

Gli stessi che avevano impedito loro di esplorare il nuovo pianeta. I pochi che avevano osato spingersi oltre le Lande non avevano fatto ritorno e non se n’era saputo più nulla, così che la vita dei terrestri era limitata alle poche zone conosciute e sicure. Eppure spesso qualcuno continuava a sparire, misteriosamente.

Alicia varcò il portale d‘accesso al villaggio: poco distante, riposava la carcassa dell’astronave semi distrutta dalle intemperie.

La curiosità la spingeva, mancavano molti tasselli al suo puzzle mentale.

Conoscendo a memoria la mappa disegnata da Farrell, prese il sentiero che portava a nord, attraverso una distesa di boschi e colline sino alle Lande, oltre le quali si celava l’incognita che il tempo aveva colorato di leggende.

Giunta alle soglie del bosco, Alicia si fermò: «Corr!» chiamò.

Poco dopo, un grosso volatile, l’unico alieno che avesse incontrato da quando era nata, planò verso di lei che lo accolse sul braccio teso.

«Corr segue da sopra gli alberi e Alicia non si accorge.»

Era un sussurro articolato che arrivava alle orecchie e al cervello traducendosi in un senso compiuto.

«Ma è molto più comodo accoccolarsi sulla mia spalla; è un viaggio lungo e hai promesso di farmi vedere cose cui avrò difficoltà a credere.»

«Corr ha molte conoscenze segrete, farà entrare Alicia nell’incredibile.»

«Non fatico a crederlo, amico mio, o non mi avresti recapitato il diario di Farrell. Sapevi che non avrei resistito al segreto di quelle frasi monche e che ti avrei seguito ovunque; hai cervello dentro quella testolina.»

Dal suo compagno di viaggio provenne un sussurro pari a una risata.

“Ci siamo. Adesso, o me la do a gambe, oppure mi gioco tutto e vado avanti.”

Lo sguardo di Alicia si levò verso Corr che l’aveva guidata sino alle Lande finché, alla vista di quella distesa senza fine, si era fermata.

Sino a quel momento tutto le era apparso come qualcosa di inebriante, qualcosa che aveva il sapore del proibito, della scoperta e che aveva solleticato ogni suo istinto, sino a prevaricare quello della sopravvivenza, ma ora… Ora che aveva l’incognita proprio davanti, aveva paura.

Il vento gelido soffiava facendo ondeggiare la bassa vegetazione.

«Che si fa?» domandò spezzando il silenzio e il sibilo del vento.

«Corr ti guida alla meta.»

Alicia respirò a fondo, controllò il tremore delle gambe e lo seguì sino all’imbrunire, quando l’animale la condusse al riparo di un anfratto roccioso. Fece fatica ad addormentarsi.

Al mattino, ripresero il viaggio.

Procedettero altri due giorni attraverso le Lande, finché il cammino non si divise in due strade possibili, Corr volò verso sinistra, ma un luccichio metallico proveniente da destra portò Alicia in quella direzione.

«Non è quella la strada.»

«Lo so, facciamo una deviazione, voglio vedere di cosa si tratta.»

L’uccello non ribadì, ma fece un verso di disappunto e non andò con lei.

La ragazza incontrò i resti di edifici crollati, l’asfalto divelto di strade lastricate, colonne di palazzi decorate con antichi fregi: procedendo e guardandosi attorno, si rese conto di attraversare le macerie di una città; il vento vi soffiava sinistro e gelido, facendo gemere le imposte mezzo divelte e portando con sé un’eco di morte. Trasalì, un ratto le attraversò la strada.

Alicia proseguì caparbia verso il punto da cui proveniva il luccichio e raggiunse uno slargo in cui si ergeva la base di una torre di ferro, la parte alta giaceva riversa, mezza ricoperta da tralci d’arbusti.

Le ricordò un’immagine vista in uno dei libri che i profughi dalla Terra erano riusciti a portare con sé, per ricordare la propria storia, per non perdere del tutto le proprie origini, e che erano conservati come cimeli nella piccola biblioteca del villaggio. Inciampò in qualcosa di duro e cadde, si alzò imprecando e vide un frammento di cartello, c’era una scritta: EIFF.

«Eiffel! La Tour Eiffel! Ma allora questa è… Impossibile, Parigi era sulla Terra, oppure…»

Una situazione inspiegabile, qualcosa che aveva il sapore della rivelazione terribile, di un significato che avrebbe preferito ignorare; quell’inaspettata scoperta rivoluzionava ogni certezza, metteva in moto domande e lei cercò Corr, che forse avrebbe potuto darle una spiegazione, ma l’uccello non c’era.

La mente colma di dubbi, Alicia andò nella direzione in cui l’aveva visto sparire; dal puzzle della sua mente erano saltati molti tasselli.

Giunta in vista di una città, l’uccello la raggiunse per guidarla al suo interno.

«Che città era quella in rovina?»

«Corr non sa, esisteva prima di lui.»

Una risposta sfuggente.

Lo seguì attraverso strade affollate di individui assolutamente “umani”, palazzi d’acciaio, strade sopraelevate e veicoli volanti, tutto come nel più scontato futuro che ci si sarebbe aspettato dalla razza umana se, con l’inquinamento e l’alterazione genetica e dell’ambiente, non avesse portato il pianeta alla distruzione e se stessa alla fuga.

Alicia ripensò al cartello con su scritto EIFF e promise a se stessa che avrebbe completato il suo puzzle.

La gente la guardava malevola, e lei pensò che fosse per gli abiti rustici che indossava e che la facevano rassomigliare a una creatura selvatica a confronto del loro aspetto impeccabile e le divise monocrome, grigie come il tutto resto.

La presa di coscienza le giunse come un ceffone in pieno viso, come se una voce dentro di lei le stesse urlando “Svegliati! E’ ora che ti guardi attorno, che pensi, che cerchi di capire!”

Ma capire cosa? Tutto quel che stava vedendo e vivendo scompaginava il puzzle che si era creata nella testa e che lei aveva creduto definitivo, indistruttibile, mentre ora non era che una delle tante possibilità.

Nell’architettura degli edifici come nelle forme di ogni altra struttura, non esisteva traccia di colore né il senso del bello, quella ricercatezza che caratterizza lo spirito umano. Era un mondo monocorde.

«Paul! Elisa!»

Non ebbe dubbi, quei due laggiù abitavano al villaggio, erano entrambi maestri e insegnavano matematica; lei ci faceva delle chiacchierate, ogni tanto, anche se non aveva mai potuto parlarci come avrebbe voluto, poiché anche loro avevano una paura fottuta di quel che poteva esistere al di fuori del villaggio, anche se erano fra i pochi ad aver perso ogni speranza di poter, un giorno, abbandonare quel pianeta alieno; allora lei li rincorse, essi la notarono ma li vide deviare di proposito confondendosi nella folla.

Alicia rimase interdetta, i tasselli del suo puzzle saltavano via mandandolo in frantumi.

Continuando a camminare per le strade di quella città futuristica, si rese conto che Paul ed Elisa non erano i soli suoi compaesani, ce n’erano anche altri, persone che aveva incontrato ogni giorno al villaggio e con cui era sempre stata in ottimi rapporti, ma che ora facevano finta di non conoscerla, tiravano dritto o si allontanavano dalla sua traiettoria come fosse appestata. Avevano però qualcosa di diverso da come li ricordava, qualcosa che non riusciva a focalizzare, e Alicia dovette fermarsi e osservarli a lungo e con attenzione prima di capire. I volti di quella gente erano senza espressione, piatti come maschere scolpite nel gesso: privi di mimica, non vi trapelava sentimento o emozione.

“Ma cosa è successo a tutti quanti? Sembrano più automi che uomini! E poi, che ci fanno qui? Perché non hanno mai detto a nessuno di questo posto? O lo sanno in pochi?”

Si trovò in una strada stretta, costruzioni squadrate simili agli ospedali di un tempo, la donna represse un grido, Corr le agitò le ali sul viso.

«Entra!» le ordinò puntando verso un ingresso, ma Alicia era bloccata perché aveva visto un’altra se stessa.

Era sulla porta di quell’ingresso insieme ad alcuni individui in camice bianco, e appariva grigia, fredda e amimica come le altre persone che aveva incontrato.

Qualche tassello s’incastrò nel suo puzzle e Alicia si volse e fuggì: «Era una trappola, maledetta bestia!» urlò rivolta a Corr che la guardava impassibile appollaiato su un palo, gli occhi che brillavano di una luce cattiva, crudele persino, che lei non gli aveva mai visto.

Si era sempre comportato come una creatura così dolce e suadente che, da quando l’aveva incontrato, si era insinuato perfettamente fra le corde del suo spirito, al punto che aveva finito per considerarlo un’anima a lei affine.

I tizi in camice bianco la rincorsero, come se si fossero aspettati la sua reazione e si fossero preparati ad affrontarla.

Molte mani l’afferrarono senza curarsi della sua disperazione, senza badare alle sue grida d’aiuto e perfettamente insensibili, come se lei non fosse stata una persona e neppure un animale; non si preoccuparono di farle male mentre lei si dibatteva come un’ossessa e la trascinarono senza troppi complimenti all’interno di quella struttura – ospedale, sino a raggiungere un laboratorio con macchinari incredibili.

Alicia restò muta per la sorpresa, sconvolta quando vide quel che nessuna mente sana può concepire.

Dentro molte di quelle macchine, erano rinchiuse le persone scomparse del suo villaggio, fantocci imprigionati in celle di vetro o incatenati e immobilizzati all’interno di apparecchiature, occhi sbarrati colmi di terrore, le bocche spalancate in urla che nessuno sentiva, ed erano bombardati da radiazioni che facevano vibrare l’atmosfera in cui erano sepolti. Non potevano parlare come se gli avessero strappato la lingua, ma dall’espressione dei loro volti appariva evidente che il loro unico desiderio era la morte che non gli veniva concessa.

«Non intaccatela, serve integra.»

Era l’altra se stessa, Alicia non ebbe dubbi, aveva la sua stessa voce.

Le tornarono in mente il diario di Farrell e gli ultimi esperimenti di genetica prima che l’umanità fosse costretta alla fuga dal collasso della Terra, ma quest’ultimo tassello non combaciava con nessuna parte del nuovo puzzle.

Si dimenò, morse e sfuggì alla presa di chi la tratteneva, il suo sangue pareva più caldo e le sue emozioni più pronte e vivaci rispetto a quelle di quei suoi simili, i cui riflessi erano torpidi, come se in loro la vita si svolgesse al rallentatore; Alicia afferrò una lunga asta d’acciaio.

«Adesso mi dite come stanno le cose o distruggo tutto!» Alicia aveva l’aria del demone a confronto dei loro visi colpiti da paralisi facciale.

Qualche attimo di silenzio, poi uno dei camici bianchi sfoderò la propria voce inespressiva e monocorde e, finalmente, spiegò.

«Conosciamo la collocazione genetica della sfera emotiva, ma il processo di clonazione non riesce a riprodurla; – mentre parlava, lo sguardo dell’uomo non pareva seguire né il proprio discorso né un accenno a quelle emozioni che avrebbe dovuto provare e i suoi occhi apparivano annebbiati come fossero ciechi; Alicia pensò che doveva essere una sorta di medico o uno scienziato, – di conseguenza, gli individui clonati non posseggono anima, sentimenti, capacità di creare, e questo priva di significato la vita. Abbiamo molti suicidi. Poiché l’estinzione è certa se non troviamo rimedio, abbiamo distrutto le vostre città e simulato la catastrofe, mediante ipnosi vi convinciamo da secoli che siete fuggiti dalla Terra e che vi trovate in un pianeta alieno e, nel frattempo, abbiamo proseguito gli esperimenti che voi avevate iniziato per clonare la parte di genoma mancante. Gli strumenti ce li avete lasciati voi, ci è bastato perfezionarli. La vostra natura è così curiosa e bizzarra, che un uccello e un diario incompleto creano un richiamo irresistibile.»

«Menti! – urlò Alicia – Siamo troppo pochi al villaggio per giustificare tutta la gente di questa metropoli! E poi quel maledetto diario terrorizza a tal punto che solo io ci potevo cascare!»

«Esistono altri mille villaggi come il tuo, – rispose la voce atona, – e il contenuto dei diari cambia a seconda del destinatario.»

«Tu sei pazzo! – urlò ancora una volta Alicia che non voleva convincersi, – Vuoi farmi credere che la gente di questo posto è… E come si fa a tenere sotto ipnosi centinaia di persone?»

«Mediante trasmettitori di onde elettromagnetiche capaci di agire sulle onde alfa e delta del cervello. Voi l’avete inventato.»

“Mio dio, è diabolico, siamo arrivati a tanto, nel nostro passato?”

Il puzzle era quasi completo, mancava un solo tassello.

Alicia seppe che non l’avrebbe trovato.

Approfittò della lentezza dei suoi carcerieri simili a fotocopie sbiadite e fuggì, non aveva molte speranze ma valeva la pena tentare: la razza umana lottava per la sopravvivenza da sempre e lei avrebbe fatto lo stesso, era l’inesorabile legge della natura.

Restava un quesito senza risposta, chi erano i cloni? Coloro che aveva appena incontrato e che volevano procurarsi un’anima, oppure lei e gli abitanti degli altri villaggi, cloni di un’umanità costretta a clonarsi per timore di perderla?

In entrambi i casi, l’umanità era giunta al suo capolinea.

 

Dello stesso autore:        LaRealtèEnig.AM - Copia       ilritdelbardo - Copia      maria lidia petrulli Il volto segreto di Gaia

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