Pietra madida, dado insanguinato, disco rovente

Di Catherine Cipolat

Pietra Madida PDF

Sono una che va di fretta. Qualunque cosa faccio, la faccio sempre in fretta. È un’abitudine che può essere buona o cattiva, può essere positiva o negativa e non la si può veramente giudicare o condannare. C’è chi ha il diritto di andare lentamente, si offre il lusso di scendere le scale al rallentatore e poi ci sono io che mi precipito, come se fosse molto tardi. È normale sbrigarsi se non ti sei preparata in tempo per un appuntamento. Qualcuno ti aspetta, sta guardando l’orologio, è forse sul punto di andarsene e tu sei ancora lì a cercare di vedere allo specchio se quel girello che hai dietro la testa è stato domato. Oppure all’ultimo momento hai deciso di pulire con l’aspirapolvere e hai perso di vista le lancette dell’orologio.

Ma io non ho appuntamenti. Non sono più così giovane da avere appuntamenti con uomini o donne. Ma non sono neanche vecchia. Ho quella mezza età in cui la vita non è più sottile. Ho la pancia un po’ prominente e questo non invoglia a chiedermi un appuntamento. E anche le mani, che puoi osservare come se non ti appartenessero, sono diventate uno strano oggetto. Le muovo, sempre rapidamente, e vedo che assomigliano a due fazzoletti sporchi macchiati di ruggine.

Ecco perché mi capita di camminare per strada e di non vedere niente e nessuno, anche se non è una regola assoluta. Se ci ripenso, noto alcune cose: il portone della chiesa che è semiaperto, un viso che mi passa vicino, i balconi con i fiori, un cane che è scappato trascinandosi dietro il guinzaglio. Vado come se avessi la testa piena di pensieri, di scadenze che mi assillano con un conto in banca disastrato. Incrocio quello che ti chiede i soldi e l’altro che ti vende gli accendini e i calzini, oppure è lo stesso. Ma non li vedo e neanche sento le loro voci. Quelle facce scure sembrano tutte uguali. C’è anche il bambino che cade correndo e che piange ma è inutile chinarsi per aiutarlo ad alzarsi, arrivano sempre i genitori entro venti secondi per consolarlo. E tutto quello che riesco a vedere camminando così velocemente non ha un vero seguito. È come se al guinzaglio ci fosse il bambino, sul balcone il cane e se i fiori li vendessero gli stranieri. È tuttavia successo che sono riuscita a fermarmi.

Famiglia&Consumo è la più grande catena di negozi esistente. Molto più grande di quanto si pensi. È quella che tutti conoscono con il marchio rosso e verde, il bimbo paffuto e sorridente e sede legale a Prato. Gli altri grandi magazzini con altri nomi e altri marchi di altri colori sono in realtà sempre Famiglia&Consumo che si presenta mascherata. Queste cose le sanno in pochi. Ed è lì che lavoro come cassiera. Teresa e io siamo le più veloci. Una volta la direzione ci ha anche premiate con una festicciola in nostro onore in cui ci è stata consegnata la Tessera del Raddoppio. Come tutti i dipendenti abbiamo diritto allo sconto sulla spesa mensile ma la tessera del raddoppio, che possiedono in pochi, consente di moltiplicare per due i punti fedeltà rispetto ai clienti e anche agli altri dipendenti. E la direzione ha anche tarato il nostro nastro trasportatore a una velocità superiore rispetto alle altre cassiere.

Ad esempio la pausa era uno di quei momenti in cui non riuscivo in nessun modo a fare una sosta. Arrivavo correndo nella stanza che precede i bagni e dove i dipendenti possono sedersi per circa dieci minuti e fumare una sigaretta per chi fuma, fare pipì se scappa, mangiare un paio di cracker in caso di fame.

Il bagno è il posto dove vado maggiormente di corsa, non mi trastullo con giornali o libri, passo come una scheggia, faccio sedute brevi e via; e quindi non potevo trascorrere la pausa in quel modo. La passavo per forza camminando su e giù per il corridoio anche perché, questo non ho ancora avuto modo di dirlo, se sto ferma, continuo a vedere il nastro trasportatore che mi scorre davanti agli occhi. È solo un po’ di stanchezza, mi ha detto il dottore, dovrebbe provare le lenti a contatto colorate, sicuramente vedendo tutto blu o tutto giallo, riuscirebbe a rilassarsi. Ma è un esperimento che non ho fatto subito.

Finché un giorno Teresa mi è corsa dietro durante la pausa, con in mano il bicchierino del caffè, per dirmi che si era sposata il sabato precedente, ma che al lavoro non lo aveva detto a nessuno e anche che faceva parte di un’associazione di beneficenza che aveva organizzato una festa per lei e per il marito e che le avrebbe fatto piacere se ci fossi andata. Mentre mi seguiva chiacchierando avanti indietro lungo il corridoio, non avevo lasciato trasparire la mia sorpresa: per il fatto che qualcuno mi desse un appuntamento e anche per il fatto che Teresa fosse più o meno come me, stessa età, stessa pancetta, stesse mani, però lei a volte ha i capelli unti e si trucca.

Nelle pause successive siamo rimaste a parlare in piedi davanti alle sedie disposte lungo il corridoio, una volta ci siamo anche sedute quando Teresa mi ha chiesto se volevo approfittare dell’occasione per donare una parte dei miei bollini in beneficenza all’associazione. Lì per lì sono rimasta silenziosa, non sapevo bene cosa rispondere. Le ho poi raccontato ridendo che con quella decina di piumini invernali ai quali avevo diritto con i punti fedeltà, avrei potuto farci le pareti e il tetto di una casa in un paese freddo, pareti morbide, di tutti i colori, a fiori e a righe, che ti stanno su misura, che si gonfiano se c’è un po’ di vento, le venti batterie di pentole si potevano appoggiare fuori, tutto attorno, per raccogliere l’acqua piovana, le coppie di asciugamani ricamati sarebbero state stese in terra come una soffice guida per andare da una stanza all’altra. Teresa aveva sorriso, dicendo che in effetti non era facile spendere il nostro capitale punti e che poi alla festa mi avrebbe presentato qualcuno.

Ero indecisa sul vestito da indossare per l’occorrenza. Scartato il nero e il marrone, alla fine ho scelto un cardigan e una gonna blu, un po’ antiquati forse, ma la gonna stretta con lo spacco mi avrebbe impedito di fare passi troppo lunghi e veloci. Poi ho anche deciso di mettere le lenti a contatto. Una festa è una festa.

Tutti sanno che è sconsigliato indossare un paio di scarpe nuove in una situazione importante, magari stringono, premono su un callo del mignolo e si sta a disagio tutto il tempo con la voglia di tornare a casa per toglierle. E così ho fatto con le lenti. Ho voluto provarle prima, anche perché durante la notte avevo fatto un incubo: ero seduta come sempre alla cassa e il nastro trasportatore ondeggiava davanti a me, sfilava con scatti bruschi e con sopra oggetti misteriosi che si gonfiavano, pulsavano e sfuggivano alla mano quando li volevo prendere per leggere il codice a barre. Lo stesso lettore registrava articoli che non avevo mai visto prima: pietra madida, dado insanguinato, disco rovente e altre cose che non ricordo più. Era uno spettacolo monotono, ritornavano le stesse forme, sempre più grandi e ravvicinate e quando mi sono svegliata, invece di tornare alla realtà, era come se fossi caduta in una sorta di torpore.

Dopo aver esitato un po’, le ho scelte gialle. Non è stato facile imparare ad aggiustarle sulla pupilla con l’occhio che lacrima e la mano maldestra; ci vuole calma e delicatezza. Le ho tenute al lavoro per qualche ora ed è come se tutte le luci della città si fossero concentrate sopra la mia cassa. Vedevo Teresa voltarsi per guardarmi, la merce mi passava davanti con colori acidi e i clienti mi sorridevano, immersi in un bagno di sole e anche con un alone luminoso attorno, come santi del paradiso.

Il giorno della festa, quando sono arrivata davanti all’entrata, era troppo presto. Dalla finestra ho visto tre o quattro persone che stavano spazzando il salone e disponevano lungo i tavoli le sedie accatastate contro la parete. Sono quindi ripartita per passeggiare nell’attesa. Ormai ho imparato a fare piccoli passi ma le lenti mi tolgono evidentemente la percezione dell’ora. Poi sono tornata dopo aver notato nel riflesso delle vetrine che l’orlo della gonna era scucito.

Il salone della festa era affollato, le persone si abbracciavano allegramente e parlavano ad alta voce. Nella confusione mi sembrava che tutti gli invitati si assomigliassero, stessa età e stesso colore, con enormi sorrisi smaglianti e festoni grandi come soli che penzolavano dal soffitto sopra le teste. Oltre alla fretta c’è un’altra cosa che mi assilla: voglio sempre il posto migliore. C’era poca aria, a gomitate ho raggiunto una finestra aperta e mi sono installata di fronte con una fetta di torta e un bicchiere di spumante in mano. Avevo incrociato più volte lo sguardo di Teresa che mi aveva fatto segno che ci saremo parlate più tardi. Mi stavo già annoiando e pensavo di andarmene quando è venuta verso di me aggrappata al braccio del marito.

«Cara! Scusami ma tutti questi nostri amici ci inseguono, e anche la famiglia è molto numerosa! Ti presento Laurent, mio marito. Viene da Kisangani. E questo è Auguste, suo fratello più piccolo. Come vedi, una bella differenza di età, sai com’è da quelle parti, dieci fratelli, un bel numero. È proprio di Auguste che ti volevo parlare, se solo tu lo potessi assumere come domestico, il suo permesso di soggiorno scade tra una settimana e non si è ancora trovato un lavoro per lui. Ovviamente i contributi li paghiamo noi fino a quando non salta fuori la soluzione giusta. Dovrebbe passare la giornata da te, a volte ci sono controlli severi. Potrebbe anche darti un aiuto se vuoi, facciamo sabato o domenica…»

Poi Teresa e Laurent si sono allontanati, chiamati dagli amici che volevano proiettare le foto scattate in Congo la primavera precedente. E Auguste è rimasto in piedi vicino a me. La finestra è stata chiusa e sentivo il suo alito. È un ragazzo alto, esile, dal portamento elegante. Attraverso le lenti mi sembra comunque molto scuro, ma come se fosse ricoperto da uno strato di sabbia luccicante. Avrà diciannove o vent’anni e lo sguardo di chi non ha mai visto la neve e non ha mai visto il mare.

 

Libri dello stesso autore:    catherine cipolat Vagli a spiegare che è primavera

Advertisements


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s