Saturnino, gratta e vinci!

Di Catherine Cipolat

Saturnino PDF

Il diavolo sta sulle autostrade e nelle discoteche, certo. Ma quelli sono luoghi di perdizione. Capita che il diavolo stia anche negli uffici pubblici, davanti ai distributori del caffè ed è proprio quando prende sembianze anonime che irrompe con più violenza.

Con questo pensiero si era svegliato, aveva acceso la radio ma non la luce perché bastava il lampione della strada per rischiarare la minuscola cucina. Era in pigiama, seduto su un alto sgabello da bar, le ginocchia divaricate premevano contro lo sportello della lavastoviglie. Su una tovaglietta a scacchi fumava una grande tazza di caffellatte dove si stavano sciogliendo due cucchiaini di miele; accanto aveva disposto i biscotti rotondi in un’alta pila un po’ sbilenca.

Davanti a lui, dalla larga finestra senza tende, si stendeva un cielo da cartolina, ancora notturno, con un’immensa e bassa nuvola violacea, la pancia spennellata di un arancio intenso, bucata da squarci geometrici azzurri. Mentre mangiava rimase con gli occhi fissi su quello spettacolo. Il cielo che aveva contemplato per anni, quasi ogni mattina alla stessa ora, sembrava festeggiare con sontuosi colori il suo primo giorno di pensione.

Tre operai erano già al lavoro sul tetto del palazzo di fronte, intenti a spostare tegole. Indossavano tute imbottite per proteggersi dal freddo e dal vento, bordate da fasce catarifrangenti. Come su un palcoscenico, la potente luce di un faro li illuminava dal basso, deformando i loro tratti e allungando le ombre sul muro della casa vicina.

Saturnino passò in bagno, si preparò con cura e si vestì. Con la camicia bianca e il vestito di grisaglia era inappuntabile. Prese l’ombrello e la borsa, uscì che ancora non si era fatto veramente giorno e, visto che era in anticipo, pensò di andare a piedi.

Una prostituta sbucò sbandando da un portone, lo fissò da lontano e quando si incrociarono, chiese:

«Ciao ciccio! Ce l’hai una sigaretta?»

«Mi dispiace signora, ho smesso. Vuole una liquirizia?»

«… schifo! Tien’tela» rispose inciampando.

Poi ci ripensò.

«Ehi! C’avessi ’na mentina magari, c’ho la bocca tanto impastata…»

Ma Saturnino era già lontano sul viale alberato.

Quando infine squillò il cellulare, fissò lo schermo e contò fino a sette prima di rispondere.

«Buongiorno! Chi parla?» chiese con una voce asciutta ma di un tono troppo acuto.

«Secondo te? Tu’ nonna? Il parroco di Santa Maria dell’Orto… Quello che s’alza presto?»

La voce era così bassa e rauca da permettergli di guadagnare tempo, di fingere di non aver capito.

«Prego?»

«Senti frocio» rispose l’interlocutore che si raschiò la gola catarrosa ed emise uno sputo sonoro, «ti serve un disegno?»

«No, no, mi dica pure!»

«Ti dica che abbiamo fatto.»

«Bene!»

«… al momento due su tre.»

«Come due su tre? I patti erano chiari, mi sembra.»

«Certo che ti sembra, dolcezza… ma è andata così, adesso sta calma.»

«La prego, se potesse usare un linguaggio…»

«Pure ’na slinguazzata vuoi? Eh! ma quella in anticipo si paga, in anticipo!»

L’interlocutore trovò la battuta così divertente da scoppiare in una lunga risata che degenerò in un attacco di tosse inarrestabile, davvero preoccupante. Allontanando il cellulare dall’orecchio con la mano leggermente tremante, Saturnino attese che si calmasse.

«Cara, ci sentiamo fra un’oretta come previsto, cara…»

«Sessanta minuti» concluse Saturnino chiudendo il telefono.

I suoi pensieri, avrebbe dovuto riconoscerlo, si erano inaspettatamente ingarbugliati. Serviva un passo regolare e cadenzato per rimetterli in ordine. Riprese dal diavolo. Sembrava una buona idea, un’idea che spiegava molto, che andava di certo approfondita prima di diventare una verità assodata.

Il diavolo sta anche davanti ai distributori del caffè negli uffici pubblici, sui post-it rosa fissati con una calamita a forma di cuoricino da non si sapeva chi, nella frase che al mattino sfila sul computer quando lo accendi.

Sapeva di aver buttato via qualcosa, anzi molto, di aver speso anni, sprecato tesori di intelligenza e di fantasia e anche denaro, sapeva che sarebbe bastato scappare, sottrarsi correndo qualche rischio, perdendo qualche sicurezza, è vero, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrebbe fatto in tempo cinque, sei anni prima: era ferito ma ancora curabile.

Inebetito dall’ostilità che di colpo lo aveva circondato, si era lasciato inizialmente avvolgere da una sorta di pigrizia che lo proteggeva, una paralisi dell’emozione che serviva ad attutire gli attacchi. Giorno dopo giorno era rinata l’illusione che l’indomani sarebbe finita, che la bastardaggine doveva esaurirsi. Un timore generico, piantato lì a guardia della sua sofferenza, aveva poi reso impossibile ogni tentativo di cambiamento: tutte le forme di ribellione erano state stroncate in modo inspiegabile. Non avrebbe nemmeno saputo come e chi colpire. E progressivamente il tempo stesso aveva perso consistenza, si era assottigliato, costringendolo a tenersi il peggio. Aveva visto calare lentamente il grigiore, lo aveva osservato con inquietudine ma l’umiliazione era già diventata un’abitudine e la sua mente si era inesorabilmente incardinata su un unico asse.

Una volta si era fermato a lungo davanti alla vetrina di un’agenzia di lavoro interinale. Faceva da sfondo agli annunci che chiedevano tornitori, geometri, infermieri professionali, responsabili della qualità e anche un tecnico caldaista, un paesaggio di terra rossa vuoto e piatto, striato da una grandinata; avrebbe potuto attraversarlo all’infinito in macchina, alla velocità massima di sessanta chilometri all’ora, il gomito appoggiato fuori dal finestrino, perso nel silenzio senza che lo sguardo potesse afferrare neanche un albero spoglio. Avrebbe mangiato panini, bevuto tè, si sarebbe fermato per pisciare o per raccogliere sassi.

Un’altra volta, una sola, si era rivolto al sindacato. Il tizio, afflitto da problemi alle adenoidi, era stato ad ascoltarlo per più di mezz’ora con la bocca semi aperta e Saturnino aveva inizialmente azzardato qualche verità più profonda, di quelle difficili da formulare, perdendosi in dettagli che spiegavano tutto ma impossibili da riassumere. Quando l’altro aveva cominciato a sbadigliare nascondendosi dietro la mano aperta, Saturnino aveva in fretta concluso il suo racconto. Il sindacalista, prendendo allora la parola e chiudendo il blocco per gli appunti la cui pagina era rimasta bianca, aveva con disinvoltura sfornato discorsi appropriati e generali, sviluppato strategie, maneggiato concetti aggiornati dietro i quali non era difficile indovinare recenti corsi di formazione.

Saturnino non riusciva a perdere l’anticipo preso fin dal risveglio. Superò quindi l’incrocio senza fermarsi e proseguì fino al supermercato dove i camion sostavano per scaricare la merce e gli impiegati entravano e uscivano indaffarati. Una fila di pupazzi barbuti, bianchi e rossi furono allineati in ordine decrescente davanti alle vetrine: in effetti mancavano pochi giorni a Natale.

Si appoggiò a una cabina telefonica in disuso tutta inghirlandata e da lì osservò la casa. Si congratulò con se stesso: era stato un pessimo acquisto. Stava raggomitolata a fianco di un alto palazzo, in seconda fila, oscurata da alberi folti, intrappolata in un perenne cono d’ombra, insignificante, invisibile, divorata dall’umidità.

Attese. La macchina avrebbe dovuto passare una prima volta lentamente, la seconda sarebbe stata quella giusta.

… davanti al distributore del caffè, nel raggio di un paio di metri. È lì che lo aveva visto la prima volta. Non era un ricordo nitido. Anzi si trattava della sensazione fuggevole di uno sguardo limpido e ridente, incrociato per pochi secondi, che non conteneva le premesse per diventare né un macigno né una tortura. Quello sguardo mai visto prima in quell’ufficio lo aveva colpito. Apparteneva a un nuovo inserviente che trasportava casse di birra, riordinava i tavoli e lavava il pavimento del self-service dopo i pasti. Sembrava che pulisse per gioco, che avrebbe da un momento all’altro dato un calcio alla pila dei vassoi per vederla rimbalzare o lanciato la scopa per andarla a riprendere saltando più in alto dello stipite della porta. Occhi chiari e pelle fresca, questo ricordava Saturnino.

Vide la macchina parcheggiata al posto convenuto. Prima di farsi chiamare checca, attraversò con il verde, zigzagando in mezzo al traffico.

Il finestrino si aprì e uscì una mano tarchiata con una sigaretta tra le dita. Si fingeva impaziente o divertita, tamburellando con il mignolo sulla carrozzeria. Infine arrivò la voce:

«Pure il terzo. Solo che è leggermente scassato…»

«Avevamo chiarito, ricordo molto bene, che non sarebbe stato fatto loro del male per nessun motivo.»

Era la prima volta che in quella trattativa riusciva a piazzare una frase così lunga e compiuta. Rimase sorpreso e, per colmare il silenzio che seguì, ripeté:

«Per nessun motivo.»

«Bellezza, adesso che ti guardo meglio, alla luce del giorno…»

La mano si allungò di scatto, afferrandogli il polso. La stretta era potente, Saturnino rimase immobile, intuì che se si fosse mosso, il carpo sarebbe esploso, frantumandosi.

«Allora pure un po’ di cervello, non solo un bel culetto c’hai. Lui manco quello, che ce farai mai…»

Si scatenò di nuovo quella risata catarrosa seguita da uno sputo che cadde sulle scarpe di Saturnino.

«Niente sconti. Chiaro?»

Saturnino appoggiò in silenzio la valigia sul bordo dello sportello, la presa si allentò, il mozzicone di sigaretta cadde nel rigagnolo e la macchina si allontanò.

Così si squagliava anche l’ottanta per cento del suo trattamento di fine rapporto. Una bella somma con cui altri sarebbero andati a Marrakech a trascorrere comodamente mesi e anche anni a osservare il getto di una fontana blu, seduti a leggere tra i cactus, sollevando lo sguardo per farsi abbagliare dal giallo acido di un vaso di terracotta.

Piegò ripetutamente le dita, fece roteare la mano, si frizionò il polso poi prese un fazzoletto di carta dalla tasca e si chinò per pulire la scarpa, come quella volta nel bagno, con uno schizzo di fango sulla punta. Quando aveva alzato la testa, l’inserviente era entrato e dopo una breve incertezza si erano affiancati davanti al lavandino. Nello specchio chiazzato di gocce calcaree e forse perché la luce era indiretta, in quello sguardo adesso osservato da vicino si notava anche una sfumatura di docilità. Saturnino, per azionare il distributore del sapone liquido, si era di poco sbilanciato verso di lui, aveva sfiorato la pelle lasciata nuda dalle maniche corte e si era girato sfiorandolo con le mani ancora bagnate. Non sapeva più, dopo tanti anni, se avesse appoggiato per primo le labbra sul collo o se l’altro gli avesse invece preso la testa per premerla. In quell’attimo era entrata la collega.

Pioveva pigramente. Aprì l’ombrello e si diresse verso il lato opposto alla casa. Non capiva come mai si sentisse così impaziente, agitato, intimidito. Stava già risalendo lungo la nuca quel dolore incontrollabile che lo costringeva a stringere le mascelle. Entrare in quella stanza in una nuova veste, nella veste di chi ordina, pretende, esige, di chi a piacimento, divertendosi, cambia le regole e le cambia di nuovo. Aveva tempo ma non troppo, il tempo di inventare l’impatto, la trovata divertente. Mancava ancora un tassello, forse l’introduzione sorprendente che rende tutti inclini a chiarire i fatti, con sincerità.

Entrò e uscì dopo pochi minuti dalla tabaccheria davanti alla quale era passato più volte nel corso delle sue riflessioni.

Prese il vicolo che conduceva alla casa, superò la prima costruzione, girò a destra nel sentiero ostruito dai rami che nessuno potava da tempo. Quando oltrepassò la soglia della casa, un odore di muffa misto a naftalina lo costrinse a respirare con la bocca.

Chissà cosa avrebbe portato un appuntamento con l’architetto, un incontro sui luoghi per valutare una diversa disposizione delle stanze e un risanamento dei muri. Qualche serata passata a fare schizzi, a spostare sulla carta il bagno a destra e il tavolo da pranzo sul lato opposto poteva orientare diversamente il pensiero e pure il corso dei giorni. Andare per negozi per trovare la stoffa o lo sgabello giusto era sicuramente uno svago se non una cura. Un trasloco scompiglia sempre le abitudini e gli orizzonti e distrae anche la mente. Quel tanfo irritante era stato invece una scusa sufficiente per rimandare da una bella stagione all’altra l’appuntamento e anche i lavori di ristrutturazione.

Scese i gradini fino alla cantina e rimase immobile davanti alla porta. Alzò il bavero della giacca perché faceva molto freddo.

Infine oggi è arrivato, pensò. Ma tutte le azioni, tutti i discorsi, le parole soppesate, scritte e imparate, i gesti studiati davanti allo specchio, la sera di fronte al tramonto si stavano offuscando lasciando posto a un’emozione violenta da cui, di sicuro, non poteva venire niente di buono. E Saturnino non amava il caos. Si era esercitato per non farsi sopraffare, voleva dire, citare, interrogare, analizzare, ricordare quell’accusa inconsistente e pretestuosa, la frase perfida, la lettera falsa ma inattaccabile, quel mezzo insulto, il compiacimento meschino, lo sguardo ipocrita, quel non saluto, la malafede, la propaganda, l’arroganza… Saturnino voleva razionalizzare.

Quando l’indomani aveva, come adesso, appoggiato la mano sulla maniglia della porta dell’ufficio, il cuore si era fermato, temendo ingenuamente effetti immediati, quasi clamorosi: dietro la porta che aveva aperto, aspettava una gogna. Invece i giorni passarono con le consuete atmosfere, il lavoro, le riunioni, i consulti, le decisioni, la pausa caffè, le chiacchiere. Aveva vigliaccamente apprezzato che il giovane inserviente fosse sparito. Ma la tensione era stata tale che, proprio quando quel senso di minaccia si stava alleggerendo, un dolore improvviso era salito dalla spalla alla nuca immobilizzandogli il collo. Era rimasto a casa con anche un po’ di febbre per alcuni giorni, rintanato nel letto senza mangiare e senza lavarsi, lasciando squillare il telefono. Avrebbe preferito non esistere ma poi si era rassegnato a curarsi con qualche aspirina effervescente.

Il mattino del ritorno, timbrando il cartellino, si era sentito come un sopravissuto purificato dall’esperienza estrema, le vertebre sciolte, mobili, pervaso da un piacevole sollievo, pronto ad abbracciare la vita, anche se quotidiana, con vigore.

Davanti alla porta della sua stanza erano accatastati scatoloni pieni di pratiche e accanto due o tre pennelli penzolavano goccianti in un secchio di vernice. In effetti, si diceva da tempo che gli uffici sarebbero stati tinteggiati. Nel corridoio alcuni colleghi distratti da un’animata discussione non avevano risposto al suo saluto. All’interno della stanza gli armadietti e le scaffalature erano raggruppati al centro, protetti da un telo di plastica, le scrivanie sgombre spostate contro le pareti, la sua dietro la porta.

E lì, a cose finite, dopo che l’imbianchino se n’era andato, dopo che erano stati montati nuovi ripiani accanto alla finestra e tende fresche, dopo che era venuta la ditta delle pulizie, la sua scrivania era rimasta.

Chi entrava non lo vedeva, se procedeva nella stanza lo aveva alle spalle e lui stesso si presentava di schiena. Aveva invano cercato negli scatoloni le sue ultime pratiche: diventate urgenti durante la malattia, erano state affidate ai colleghi.

Fosse stato sottoposto a Saturnino un questionario sui giorni di adattamento a quella nuova situazione, giorni che non finivano mai, si dilatavano, s’ingrossavano fino a notte fonda di interrogativi, chiedendogli quale sentimento predominasse, avrebbe risposto: stupore.

Un uguale stupore aveva deliberatamente ricercato, chiedendo che fossero lasciati al buio. Quando aprì la porta, erano di spalle, seduti e legati su strette sedie di plastica, rigidi come manichini. Uno, due, tre. Mancava il quarto. Ma il costo sarebbe stato eccessivo; aveva, a malincuore, dovuto rinunciare.

Non subito, fra poco, avrebbe acceso la luce sulla parete di fronte, un faretto girevole con luci intermittenti colorate, così, uno scherzo scenografico per creare un’atmosfera favorevole.

Li osservò. Il dirigente aveva il polso gonfio e bluastro, la schiena si era istintivamente curvata al rumore della porta che si era chiusa dietro Saturnino, la testa oscillava in modo senile, in strano contrasto con il colore mielato dell’abbronzatura invernale sul collo. Sotto la sedia della vice direttrice si allargava una chiazza liquida, scura che aveva irrimediabilmente macchiato, trapassandolo, lo spolverino di Prada. La collega di stanza tremava; vide la guancia pulsare senza sosta e le ciocche dei capelli bagnati dal sudore incollate alla testa. Uno singhiozzava ma non capì quale.

In un altro ipotetico questionario, Saturnino si sarebbe descritto, in quel momento, come una maestra inesperta, il primo giorno di scuola. Inesperta ma preparata, severa, imparziale e tanto più incline alla benevolenza, pronta a concedere una parentesi, solo una parentesi, divertente.

Si chiese all’improvviso se fosse invece il caso di iniziare con il gioco delle parole. Ad esempio quelle che cominciano con “mal”: malacreanza, malavventurato, malsano, malafede, malconcio, malanimo, maleodorante, maltempo, malevolo…

Cercò la busta nella tasca della giacca e prese i cartoncini acquistati nella tabaccheria. Per cominciare ne distribuì in silenzio uno per ciascuno di loro, appoggiandoli da dietro. Poi lasciò cadere alcune monetine sulle cosce che strinsero istintivamente per trattenerle, come se da questo dipendesse la loro stessa vita.

Erano “gratta e vinci” sui quali sorridevano angeli dalle cosce rubiconde, luccicavano pacchi dono infiocchettati e abeti innevati. Sotto la pellicola dorata, grattando leggermente, sarebbe apparso il responso: fortunato o sfortunato, questo lo avrebbe deciso lui di volta in volta.

Poi premette l’interruttore, la cantina si inondò di fasci roteanti rossi, oro e verdi. In effetti era quasi Natale.

 

Libri dello stesso autore:    catherine cipolat Vagli a spiegare che è primavera

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