La partita

Di Grazia Gironella

La scacchiera è già al centro del tappeto, con i pezzi ben disposti sulle loro caselle. Dalla finestra socchiusa si insinuano le mille voci del traffico.
«Non tocca a me il nero» dico, come ogni volta.
«Si, invece» fa Caterina, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.
Siedo a gambe incrociate sul tappeto, aggiustandomi i pantaloni troppo seri per questa posizione. Se il mio giro includesse solo Caterina, verrei in jeans e maglietta; ma molte famiglie preferiscono uno stile più formale se devono accettare che il mio giudizio abbia un peso sulle loro vite. Caterina, dal canto suo, come tutti i bambini se ne frega di come sono vestito. L’importante è che io suoni il campanello alle tre e mezza di ogni mercoledì e non mi faccia venire la fantasia di cambiare gioco. All’inizio ci ho provato: disegni, pupazzi da dita, costruzioni. Dopo la prima partita a scacchi, però – con la mia vecchia scacchiera dai pezzi grandi, pensati per mani di bambino – Caterina ha respinto ogni alternativa con tale veemenza da farmi temere un rifiuto della mia persona.
«Cosa hai portato?» domanda sospettosa, come se si aspettasse una fregatura. Ne ha già prese tante, in sette anni di vita.
«Magari niente… o magari ho qualcosa anche oggi, chissà.»
Infilo la mano destra nella tasca, muovo le dita a creare un effetto di volume inesistente, premo con l’indice contro il tessuto per dare l’idea di una punta. Caterina fissa la tasca a bocca aperta mentre fingo di non trovare quello che cerco.
«Ma insomma!» sbotta, corrucciata.
«Ah, ecco! Ero sicuro che fosse qui.»
Tiro fuori dalla tasca un piccolo anello dorato. Caterina arriccia il naso.
«Cos’è?»
«Una collana. Per la principessa.»
Il suo sguardo s’illumina di colpo. «Per la principessa, sì! È d’oro, vero?»
«Più o meno. Vediamo come le sta.»
Infila l’anello al collo del pedone bianco in A2, lo rimira soddisfatta.
«E’ bellissima» sentenzia. «Cominciamo?»
Cominciamo.
E’ sempre così che inizia la partita, con me che consegno il mio piccolo dono per la scacchiera, anche se, a parte il nome, del gioco degli scacchi è rimasto ben poco. Piuttosto il piano ricorda un pavimento a piastrelle bianconere su cui si muovono gli attori della nostra recita, carichi di orpelli al punto da rischiare di ribaltarsi al minimo tocco.
Tre cavalli hanno piccole selle ereditate dai miei soldatini di plastica, e treccine bionde appiccicate al posteriore con la colla, macabri resti di una Barbie sfortunata. Sulle torri sventolano bandierine colorate; da una pende anche un pezzetto di spago, in caso un ardito cavaliere volesse salire dalla sua bella. Gli alfieri tengono in mano spade di stuzzicadenti e mazze rivestite di stagnola, e scudi fatti con gusci di noce. Anche i pedoni hanno le loro peculiarità: chi una cintura di filo colorato, chi un tappo di plastica a mo’ di berrettino, chi una gonnellina di carta. È il trionfo del riciclaggio. Ma il pedone-principessa spicca su tutti gli altri pezzi: con la sua piccola mantella in vera seta fucsia e la coroncina dorata in testa – e adesso anche la nuova collana – è la star indiscussa della rappresentazione.
In tutta questa fantasia di colori e accessori, stranamente sono proprio il re e la regina i pezzi più poveri, più brutti; o forse ho imparato a vederli così attraverso gli occhi di Caterina. Il re in realtà non ha altra colpa che l’essere rimasto il semplice pezzo degli scacchi, nudo e crudo, ma la regina è degna di un film dell’orrore: Caterina le ha appiccicato sulla faccia una maschera di carta disegnata da lei, che la fa sembrare un mostro sanguinario con lunghi canini asimmetrici e occhi degni di un babau.
È sempre Caterina a decidere che storia va in scena. Oggi abbiamo le vicende di due pedoni contadini che vengono rapinati da un alfiere malvagio. La mia piccola compagna muove i pezzi due o tre per volta e balza da un lato all’altro della scacchiera, infervorata nell’azione.
«… e allora bum, il contadino gli dà un colpo in testa con il cesto delle patate. Ma lui… lui…»
«… ha l’elmo e la corazza, perciò non si fa male» suggerisco. «Si avvicina minaccioso alla contadina e dice: “Dammi subito le fragole, o taglierò tuo marito a fettine!”»
«E invece… ta-dan!» Caterina fa piombare sulla casella vicina la principessa, l’anello d’oro trasformato per l’occasione in un paio di manette. «“Lascia stare questi buoni contadini, schifoso bastardo!”» fa con la voce grossa.
Niente di strano, Caterina sa dire di peggio. Proprio quando i contadini, l’alfiere cattivo e due cavalli che passavano di lì per caso arrivano alla seconda torre, suona il mio cellulare.
«Dimmi, Marina.»
«Hanno chiamato i Benetti, ti aspettavano per le quattro e tre quarti. Dove sei finito?»
Che diamine, qui il tempo vola. «Ho avuto un contrattempo, vado subito.»
Sento Marina ridacchiare. «Salutamelo, il tuo contrattempo. Hai preso una decisione per lei? Lo sai che il tribunale aspetta la consulenza. Due rinvii sono…»
«Lo so, ci sto mettendo troppo. Ne parliamo più tardi, va bene?»
Abbasso gli occhi sulla scacchiera: deve essere successo qualcosa in mia assenza, perché l’alfiere cattivo è scomparso e la principessa con i contadini si trova di fronte a una fila compatta di torri, al di là della quale si erge l’orrenda regina. Il re è come sempre relegato in un angolo lontano.
«Cosa succede?» domando.
«La principessa ha cacciato via il bandito, ma adesso ha deciso di andarsi a lamentare con la regina. I contadini sono venuti con lei, per aiutarla.»
«Di cosa si vuole lamentare?»
«Che ci sono tutti questi ladri e assassini in giro. Io dico che è colpa sua, che non manda i soldati a prenderli e metterli in prigione.»
Non c’è niente di casuale in questo gioco. Di solito la storia si conclude in modo molto semplice, con la regina che ammazza tutti, oppure li fa schiavi, o imprigiona la principessa, o al massimo con la principessa che fugge. È la prima volta che la principessa tenta un contatto con quel mostro che è la regina, e sono davvero curioso di vedere come va a finire. Resto in silenzio, calamitato dallo sguardo assorto di Caterina. Qualunque cosa stia accadendo, accade dentro di lei, adesso. Si morde il labbro inferiore, indecisa.
Bussano alla porta.
«Posso?» La mamma di Caterina si sporge dalla porta socchiusa. «Sono quasi le cinque, ho pensato di venire a vedere se vi serve qualcosa.»
Ha i capelli lavati di fresco e si è passata sulle labbra un filo di rossetto scarlatto che contrasta brutalmente con il pallore del viso. Piccoli miglioramenti, forse destinati a cadere nel nulla; o forse no.
«Chiedo scusa, mi sono trattenuto oltre l’orario. Abbiamo quasi finito.»
Lei abbozza un sorriso. «Non c’è problema.» Scompare.
«Devo andare, Caterina. Però prima devi dirmi cosa succede alla principessa.»
Mi fissa per un po’ con la fronte aggrottata, poi guarda la scacchiera.
«La regina… chiama dentro la principessa… così, per parlare.» Toglie una delle torri, e come per incanto si crea un varco nella barriera. «Ecco.»
«Ma… la principessa si fida a entrare?»
La mano di Caterina muove il pedone in circolo, si ferma, poi lo spinge piano sul confine tra la sua casella e la casella-varco. «Sì. Un po’. Lei è molto coraggiosa.»
Le faccio una carezza sulla testa e mi alzo in piedi.
«Ci vediamo mercoledì, piccola. Fai la brava.»
Questa volta non insiste perché io resti, non mi viene dietro fino al portone. Resta sul tappeto con i personaggi della sua storia.
Sto già chiudendo la porta della cameretta quando mi arriva il suo borbottio.
«Porta qualcosa per la regina, mercoledì. Così com’è fa schifo.»

 

Libri dello stesso autore:       Tarja dei lupi       Per scrivere bisogna sporcarsi le mani      Grazia Gironella - Due vite possono bastare

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