Le radici

di Silvio Donà

L’avresti voluta precisamente così questa giornata: infame di nebbia gelida che si infila nelle ossa nonostante sciarpa, guanti, cappotto, cappello, maglione.

Avresti voluto vederci qui ad espirare incerti sbuffi di vapore, ciminiere balbuzienti, trenini arrancanti, piccoli indiani che si scambiano vaghi, incomprensibili segnali di fumo.

Ti sarebbero piaciuti certamente il silenzio irreale della campagna all’intorno, i radi colpi di tosse soffocati in fazzoletti appallottolati, le lacrime che segnano solchi freddi nel freddo delle guance.

Saresti stato contento di vederci gli uni stretti agli altri, in piedi davanti alla fossa che i due operai ricoprono in fretta, due uomini di mezza età urgenti di un bicchiere di vino o di grappa, il naso paonazzo, le mani livide, la sigaretta al lato delle labbra che fa concorrenza al fiato col suo fumo denso, deciso, persistente.

Avresti voluto vedere Antonio, nel suo cappotto scuro di ottimo taglio, gli occhiali di tartaruga sul naso affilato, l’espressione composta. E non ti avrebbe dato troppo fastidio neppure la scorta stazionante, discreta, una decina di passi lontano o il suo autista nell’auto blu, appena fuori dal cancello in ferro battuto, con il motore al minimo per riscaldare l’interno.

Avresti voluto vedere Marco ed Angela, abbracciati come sempre, fidanzatini e poi sposi siamesi, sempre insieme, un solo cuore, una sola anima (“un solo cervello…”, come dicevi tu, scherzando). Certamente hanno lasciato i bambini dai nonni e li raggiungeranno appena possibile.

Avresti voluto vedere Cinzia nella sua nuovissima pelliccia di visone compratale dal marito per Natale o forse per il loro anniversario o magari per farsi perdonare l’ultima scappatella con l’amica di turno.

Avresti voluto vedere Giulio, abbronzato anche in febbraio, il telefonino che spunta dalla tasca del giaccone sportivo.

Avresti voluto vedere Luisa, le labbra strette più del solito, ridotte ad un taglio orrizzontale sul viso duro. Lei non piange (avrà pianto mai?). Del resto va bene così: da lei non te lo saresti aspettato.

E avresti voluto vedere anche me, che invece piango, gli occhi gonfi di lacrime ma anche di sonno per la notte passata in treno. Il poeta abortito, che vinse il suo piccolo concorso per un piccolo posto sicuro, tanto tempo fa, e partì per una grande città, convinto di andare incontro ad una breve parentesi della sua storia, per scopire invece a distanza di anni, con sorpresa e sgomento, di essere partito per il secondo tempo della sua vita.

Tutti qui, da tanti posti diversi, per questo appuntamento pensato da sempre, scritto nella pagina fitta di note di un  misterioso libro (se esiste…) del nostro destino.

Avresti voluto che andasse precisamente così, ne sono certo.

Siamo noi che non avremmo voluto, che non avremmo pensato, che ci aspettavamo forse, inconsciamente, non dovesse succedere mai.

Non a te.

Perchè – capisci – certi uomini non sembrano fatti per morire davvero; o almeno non fino quando siamo ancora vivi noi.

Tu, appunto, sembravi costruito con mattoni diversi, con un materiale di qualità superiore. Pareva dovessi durare generazioni e generazioni, totem, muraglia cinese, per conservare la memoria di noi tutti e tramandarla e raccontarla ai nostri figli, ai nipoti e ai nipoti dei nipoti.

Non a caso, ci pareva, avevi scelto di restare. Di restare in questo nostro paese di nebbia e canali e campi arati, e filari di alberi e strade tortuose e case raggrinzite e scrostate dall’umidità. Questo paese che ci ha visti bambini e poi ragazzi e poi adolescenti e poi uomini e donne… e poi non più.

Ci siamo allontanati uno ad uno, chi di pochi chilometri, chi fino alla più vicina regione, chi fino alla capitale, chi verso un “ovest” lontano (io); posti e luoghi che in questo momento non paiono nemmeno concepibili, non si riesce quasi a immaginarli tra queste pareti di nebbia che limitano l’orizzonte e sembrano suggerire che – forse – tutto quanto esiste è qui, ora, e oltre la cortina grigia non può esserci nulla, solo nebbia e nebbia e poi altra nebbia, in un andare infinito, in un oblio di incertezza e di sogno.

Tu ci sembravi il paese stesso, la sua anima, la sua essenza. Parevi essere nato per accudirlo, per fungere da custode del nostro passato, dei nostri ricordi, della nostra infanzia, delle nostre vaghe, consunte, traballanti certezze.

Toccava a te, a te che eri rimasto a costo di fare l’operaio in una fabbrica di scarpe, proprio tu che eri sempre stato un passo avanti a noi, un palmo più profondo, una frazione più intelligente…

Non toccava forse a te custodire, far vivere per sempre la nostra giovinezza?

Sembra di no…

Le ultime palate di terra molle e scura ci confermano che no, non toccava a te, che ti avevamo affidato un compito non tuo, che avevamo preteso da te (senza volere, spero) quello che nessun uomo può assicurare: l’immortalità. La nostra prima ancora che la tua.

E infatti sei morto, non c’è modo di illudersi, e mentre siamo qui ci pare si sia seccato e stia morendo e stia per cadere ed andare in frantumi il cordone ombelicale che ci legava a questo posto, a questa porzione insostituibile di noi stessi. Come stesse morendo una seconda, sconosciuta nostra madre, che trascina con sé, stretta al seno sfiorito, la nostra parte più pura.

E allora, con il cuore in gola, con un senso di vuoto che mi dà la nausea, come stessero strappando una pianta che da sempre aveva messo radici nel mio stomaco, faccio un passo avanti, incerto. Non so bene come né perché ma mi chino, affondo una mano nuda in quella terra smossa, la stringo ferocemente, disperatamente e me la infilo in tasca.

Come mossi telepaticamente da un richiamo che non ammette rifiuto, uno dopo l’altro anche gli altri mi seguono; prima Luisa che, come sempre, ha capito tutto, ha capito subito, poi Marco e Angela (una manciata a testa, stavolta), poi Cinzia (e mette la terra nella tasca della pelliccia nuova), poi Guido (che, senza riflettere, seppellisce di terra il suo amato telefonino).

Infine anche Antonio, con la solita calma regale, senza curarsi degli sguardi allucinati dei poliziotti della scorta.

Ci fissiamo in viso. Nonostante il dolore al petto respiriamo a fondo.

Ci sembra di esserci aggrappati appena in tempo all’ultimo degli appigli possibili, ad una radice sospesa nel vuoto.

La “nostra” radice.

Le nostre radici.

 

Libri dello stesso autore:     silvio donà Luisa ha le tette grosse    ombracommissariosensi25    silvio donà Nebbie OK

Advertisements


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s