Colpo di genio

di Nicoletta Cassani

Le note del violino colmavano la stanza con struggimento rabbioso; una melodia che urlava al cuore di lacrime e solitudine.

L’uomo che suonava con tanto impeto era assorbito dal proprio universo incantato, rapito dalla musica, estasiato oltre ogni limite, lontano, irraggiungibile, forte.

Un vero gigante.

A un tratto, la musica s’interruppe bruscamente.

«No. Così non va. Così non va!».

«Mi sembra ottimo» commentai timido.

«No. Non è perfetto. Manca qualcosa. Non va, non va».

Di colpo, l’archetto scese implacabile sulla scrivania e gli spartiti che avevo diligentemente riempito in quelle ore si sparsero sul pavimento in un vortice scomposto, come la furia dell’uomo imponente che avevo innanzi.

«Sei troppo duro con te stesso» osai rimproverare il maestro, con un’impudenza dettata dalla stanchezza, mentre mi accingevo a riorganizzare il mio lavoro.

Lui, il grande Costantin Kaminski, s’infiammò di sdegno, fissando i suoi neri occhi zingareschi su di me, umile servo prostrato ai suoi piedi con un fascio di fogli tra le mani.

«Tu indegno scribacchino» tuonò, e la sua voce possente echeggiò in me col tonfo cupo della reminiscenza; me lo meritavo, sapevo come reagiva quando veniva contraddetto.

«Tu non possiedi il sacro fuoco della musica» infierì, «Tu non sei in grado di creare. Sei inutile, buono solo a trascrivere il mio genio. Cosa ne sai della perfezione, della purezza, della completezza? Cosa ne sai della febbre divorante? E dell’ispirazione che ti tiene sveglio la notte? Cosa ne sai del talento?».

I lunghi capelli grigi oscillavano intorno al suo volto possente, le labbra carnose strette in un ringhio.

Ascoltai a capo chino il suo duro monologo come spesso avevo fatto in quegli anni trascorsi accanto a lui: io lo schiavo, io il penitente, io il cane, sempre nell’ombra del genio assoluto, il dio acclamato dalle masse, osannato dai critici, l’instancabile virtuoso, il compositore fecondo; colui che aveva ipnotizzato le platee di tutto il mondo, esaltandole con note briose colme di propositi gioiosi, emozionandole fino alle lacrime con delicati temi d’amore idilliaco, infiammandole con suadenti melodie d’audace passionalità e commuovendole con strazianti lamenti quando la tragedia della vita impregnava le sue creazioni.

Tutti i teatri del mondo, in tutte le principali città, l’avevano accolto con giubilo, ma non negli ultimi cinque anni.

Il maestro appoggiò il capo canuto sulla parete insonorizzata. Di colpo vecchio e svigorito.

«Oggi non va» ansimò in un sussurro dolente.

«Hai preso le tue pillole?» domandai con fare annoiato, lui si limitò a sbuffare.

«Non sono le pillole che mi servono, è la mia musica. Io mi nutro di musica. Vivo di musica. Non posso in questo modo, è troppo restrittivo. La musica mi esplode dentro ad ogni ora e io la devo poter esprimere nel momento esatto in cui m’avvolge con la sua malia irresistibile, altrimenti … altrimenti … impazzisco».

Un colpo secco alla porta e il maestro si voltò inorridito.

«Non ora» mormorò.

«Queste sono le regole, lo sai» ribattei, fissandolo con indolenza, mentre riunivo i nuovi spartiti nella mia lussuosa valigetta. «Dalle 14:00 alle 18:00» annunciai con una certa sardonica soddisfazione e allungai la mano.

Lui mi fissò con angoscia.

«Per favore, non ricominciamo» lo ammonii al pari di un bambino recidivo.

«Solo per oggi. L’ispirazione … La mia ispirazione … La musica …» balbettò.

La mia mano persistette tesa, i miei occhi glaciali.

Lui nascose il violino dietro la schiena in un patetico gesto di ribellione.

Il suo violino. Lo strumento che gli permetteva di perseguire l’unica ragione della sua esistenza.

Avrebbe dato la vita per quello Stradivari.

Quante volte l’avevo visto pulirlo con dedizione, accordarlo con amore, persino accarezzarlo grato e parlargli con ferma dolcezza.

Lo custodiva al pari di un tesoro.

Al pari di un … figlio prediletto.

«Dammelo» insistetti spazientito, alzando il tono della voce.

Lui cedette e con mano tremante mi consegnò il suo bene più prezioso.

«Con delicatezza, ti prego» si raccomandò ansioso.

Con fredda perizia, sistemai lo strumento nella custodia e mi diressi alla porta. Bussai due volte.

«Allora ci vediamo domani» dissi senza voltarmi.

Lui non rispose. Lo sentii singhiozzare e ne gioii.

Si udì lo scatto della chiave e la porta si aprì, per richiudersi con un tonfo appena fui uscito. Il direttore mi aspettava, come di consueto.

«Come l’ha trovato oggi?» domandò con ossequio, trotterellandomi dietro.

«Al solito» commentai inespressivo, dirigendomi lestamente verso l’ascensore.

«Mi permetto d’insistere riguardo a quella questione …» m’inseguì la voce nasale dell’altro.

«Ne abbiamo già discusso, mi sembra» tagliai corto.

«Ma anche il professor Hansen è d’accordo con me, ed è uno dei massimi luminari in psichiatria».

«La decisione finale spetta a me, esatto? E la mia decisione è NO!» ribattei con insofferenza.

«Ma rifletta. Avere il suo violino l’aiuterebbe moltissimo, il processo di guarigione ne gioverebbe».

«Potrei trasferirlo in un’altra clinica» minacciai, «Come lo giustificherebbe al consiglio d’amministrazione?»

«Per carità, no» si spaventò il direttore. «Niente violino, allora?» tentò di nuovo.

«Niente violino» rimarcai. «E non parliamone più».

«D’accordo». Fece una sorta d’inchino servile. «E non si preoccupi signor Kaminski, suo padre è seguito nel modo migliore».

Attraversai quasi correndo il grande parco piantumato che circondava la prestigiosa clinica privata. Individuai la mia fuoriserie nel parcheggio riservato e affidai la preziosa valigetta al portabagagli; vi richiusi anche il violino, con un gesto di sdegno.

Quanto lo odiavo! Quanto l’avevo sempre odiato!

Trascurato per lui, un oggetto inanimato!

Salii in auto e trassi un sospiro di sollievo.

Una volta  messo in moto il motore, mi concessi un lungo istante per assaporarne la musica rombante; quel suono potente mi riportò nella realtà … nella mia realtà.

Essere l’unico figlio del grande Costantin Kaminski non mi aveva arrecato altro che danno, svantaggi e umiliazioni.

Non possedevo alcun talento, né orecchio musicale; non godevo della sua avvenenza fisica né del suo fascino passionale né della sua personalità prorompente. Non ero particolarmente sveglio né potevo attrarre il prossimo con un carattere socievole. Non nutrivo ambizione. Non avevo sogni. Potevo essere solo un gregario, uno spettatore inerme della fortuna altrui, un figurante, un patetico comprimario nell’evolversi della vita; finché non era giunta l’illuminazione, finché non avevo colto al volo l’idea. Che coraggio, che audacia da parte mia!

Come sovente accade negli artisti di genio, in mio padre il prorompere del talento sfociava in eccitabilità esplosiva e molti erano gli eccentrici episodi narrati a mo’ di leggenda. Non penai molto nel convincerlo a concedersi una pausa di riposo e, da lì, a farlo ricoverare in questa clinica psichiatrica. L’isolamento fece il resto, la privazione del violino gli diede il colpo di grazia e il grande, imperioso Costantin Kamiski s’impantanò sempre di più nell’abisso della pazzia. Da allora sono trascorsi cinque anni.

Io lo vado a trovare ogni giorno.

Ogni giorno soccombo all’arte eccelsa che mi è preclusa.

Ogni giorno riunisco decine di preziosissimi spartiti che mai potrei creare.

Ogni giorno li vendo con immane profitto.

Rinchiudere mio padre in questa clinica è stato davvero un colpo di genio.

FINE.

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