La scelta di Oyun

Di Grazia Gironella

La steppa era azzurra di brina sotto i raggi del pallido sole che stava varcando l’orizzonte. Oyun rabbrividì nel cappotto di montone, osservando i fratelli che scaldavano i loro cavalli per l’allenamento.
Mancavano solo pochi giorni al naadam e ancora non aveva scelto a quali gare partecipare. Eppure partecipare doveva, su questo non c’erano dubbi. A quindici anni si era quasi pronti per il matrimonio, lo aveva schernito suo padre; voleva forse crearsi una famiglia senza nemmeno avere dimostrato di che pasta era fatto? Perciò doveva scegliere tra lotta, equitazione e tiro con l’arco. Il pensiero che anche Medgui e Chuluun avrebbero partecipato gli faceva contrarre lo stomaco per la tensione. Una volta vinto qualche premio, la vittoria si sarebbe trasformata in orgoglio e l’orgoglio in voglia di tormentare chi ai premi nemmeno si era avvicinato.
«Sbrigati, Oyun!» Il grido di Chuluun attraversò come una freccia l’aria frizzante. «Non abbiamo tutta la mattina.»
Di malavoglia Oyun montò su Stella del Gelo e si avviò al trotto per raggiungere i fratelli. Chuluun aveva ragione, massimo un’ora e avrebbero dovuto far uscire il bestiame; ma intanto c’era il tempo di lanciare i cavalli al galoppo e correre, correre come ossessi per raggiungere e aggirare nel minor tempo possibile i pali piantati per l’allenamento, una, due, tre volte. Oppure aggrapparsi alla criniera di Stella del Gelo cercando di non farsi gettare a terra, nel suo caso. Vedere i fratelli cavalcare come se fossero tutt’uno con i loro animali lo faceva fremere ogni volta di invidia.
Dopo due giri era già stanco e aveva i crampi alle dita. Si fermò e scese da cavallo, fingendo di controllargli uno zoccolo. A che serviva quella fatica? Sapeva di non essere abile in nessuna delle specialità del naadam. Poteva avere un udito finissimo, conoscere le erbe, saper cantare alle pecore e alle femmine di yak più restie per convincerle ad accettare i loro cuccioli, ma le gare virili erano un’altra cosa.
«Che c’è, il tuo stallone si è inceppato?» Medgui gli sfrecciò accanto e con uno scappellotto gli fece scendere il janjin sulla fronte. «Ricordati che devi decidere entro oggi o papà ti metterà con le donne a fare il feltro.»
«Vado a casa ad allenarmi con l’arco» borbottò Oyun senza alzare gli occhi. Un tiratore che mancava il bersaglio suscitava meno ilarità di un cavaliere che cadeva da cavallo.
Medgui sogghignò. I denti bianchi gli davano un’espressione ferina.
«Arco? Buona idea, almeno il bersaglio sta fermo.»
Ridendo si allontanò al galoppo.
Tornato alla ger, Oyun si affacciò con cautela e sospirò di sollievo nel vedere che c’era solo sua madre, impegnata ad ammorbidire in acqua e latte delle strisce di carne secca. Almeno poteva scaldarsi qualche minuto senza subire i rimproveri e le canzonature di suo padre.
Tseren gli rivolse un sorriso fugace.
«Già tornati, così presto?»
«Medgui e Chuluun si stanno ancora allenando.»
Oyun si servì una tazza di tè salato e sedette accanto alla stufa, slacciandosi il cappotto sul collo.
«Lo sai che il naadam è vicino» disse Tseren. «Dovresti anche tu…»
«Gareggerò con l’arco.»
La madre interruppe il lavoro per guardarlo.
«Con l’arco?» domandò in tono cauto. «Sei sicuro che sia la scelta giusta?»
Oyun scattò in piedi.
«Scelta? Non mi risulta che mi sia mai stata offerta una scelta. Devo partecipare al maledetto naadam, e l’unica possibilità che ho di non farlo è essere morto! Quindi che differenza fa se scelgo l’arco o la lotta?»
«Non attirare le ire degli dei con questi discorsi.» Tseren fece un giro intorno alla stufa per allontanare la malasorte. «Sai che tuo padre ci tiene. Sarebbe tutto così semplice se tu fossi…»
«…come i miei fratelli, lo so, lo so! Sono nato nella famiglia sbagliata.»
Si pentì di ciò che aveva detto ancora prima di sentire le cinque dita di Tseren bruciargli sulla guancia, ma la rabbia che aveva dentro bruciava più dello schiaffo.
«Perdonami, madre» mormorò. «Non ce l’ho con te. Prima o poi me ne andrò e anche per te sarà tutto più facile.»
Era consapevole degli sforzi di sua madre per sedare i contrasti in famiglia. Se non fosse stato per lei, la situazione sarebbe già diventata intollerabile; ma anche così non era facile.
«Dove vorresti andare?» domandò Tseren con sguardo addolorato. «Non sei pronto al matrimonio, e durante l’ultima visita dei Nergui non hai nemmeno guardato le loro figlie.»
In realtà Oyun Badma l’aveva guardata eccome, ma con discrezione. Ci mancava solo che suo padre si facesse venire l’idea di appioppargli una moglie per poi spedirlo nel suo clan. Per tradizione accadeva il contrario, ma Avgan era un uomo ostinato e sapeva essere convincente. Non si diceva che bastassero uno stallone e dieci yak a comprare un mongolo?
«Potrei cercare lavoro presso un altro clan. Con gli animali me la cavo bene.»
Tseren chinò la testa senza ribattere. Sapevano entrambi che farsi accettare senza un matrimonio di mezzo era poco più che una fantasia. I clan si reggevano sui legami familiari, e il fatto che qualcuno decidesse di lasciare il proprio per cercare fortuna altrove gettava su di lui i peggiori sospetti. Quello che sua madre non conosceva – e che Oyun doveva mordersi la lingua per non dirle, perché lei sì, avrebbe meritato di saperlo – era il suo sogno, nato sei mesi prima, che da allora invece di sbiadire aveva messo radici nella sua anima fino a diventare reale quanto la ger e le pecore da mungere.
Era stato il cinese venuto con il mercante Ulzii a far scoccare la scintilla. Di solito Ulzii viaggiava solo, ma era stato ben pagato per consentire a quell’uomo panciuto e raffinato – Xi Xiang era il suo nome – di accompagnarlo per toccare con mano usi e costumi dei nomadi mongoli.
Il messaggio implicito nel naso spesso arricciato del cinese, vale a dire che i mongoli fossero di poco diversi dal loro bestiame, aveva ferito Tseren, fatto ribollire il sangue ad Avgan e ai figli più grandi, ma aveva lasciato Oyun del tutto indifferente, così come i racconti – mediati dalla poco paziente traduzione di Ulzii – della vita nella grande, ricca, progredita Pechino.
Poi il cinese aveva parlato della medicina.
Niente a che fare con l’arte praticata dallo sciamano. A Pechino c’erano persone che passavano anni a studiare sui libri – pergamene incollate una all’altra, capaci di contenere lunghi scritti – per imparare a curare le malattie. Tagliavano persino a pezzi i morti per capire come funzionava il corpo umano, e nessun dio li puniva per questo. Grazie ai loro sforzi molti malati guarivano oppure sopravvivevano più a lungo di quanto non si fosse creduto possibile fino a pochi decenni prima.
Vincere le malattie. Non cantando qualche canzone e gettando a terra gli astragali di montone nella speranza che gli spiriti decidessero di lasciar vivere l’uomo o l’animale di turno, ma con erbe, minerali, massaggi, aghi. Quasi troppo bello per essere vero. Il cinese si stava forse prendendo gioco di lui perché era solo un pecoraio? Eppure a vederlo sembrava serio.
Oyun ricordava bene la sensazione di impotenza che aveva provato alla morte di sua sorella Udun. Cosa c’è di più stupido del morso di una marmotta?, ricordava di avere pensato mentre guardava sua madre rinfrescare con una striscia di feltro bagnato il viso bruciante di Udun. Eppure il morso si era infettato, nonostante ci avessero versato sopra l’airag bollente, e sua sorella era morta. E adesso questo Xiang veniva a dirgli che non c’entravano spiriti e dei, che Udun avrebbe potuto essere salvata dagli uomini. Oyun era rimasto tanto colpito che non riusciva a smettere di fare domande. Alla fine Ulzii, esasperato, gli aveva gridato di andarci lui, a Pechino, se proprio l’argomento gli interessava tanto.
Il suo sogno era nato così.
Avgan irruppe in quel momento nella ger.
«Moglie, è arrivato un servo a dire che il cugino Delger sarà qui stasera con la famiglia.» Lanciò un’occhiata torva a Oyun che esitava con la tazza in mano. «Tu, cosa ci fai qui? Vai a uccidere una pecora, dobbiamo sfamare gli ospiti. E tieniti pronto per domani: si va a caccia con le aquile.»

Nella fredda luce dell’alba i cacciatori erano una linea scura che tagliava la prateria. La visibilità era ottima e il vento soffiava da nord, cosa che avrebbe permesso agli uomini di arrivare relativamente vicini al branco di lupi senza essere intercettati dal loro olfatto.
Le Colline Sacre formavano una sorta di ferro di cavallo che si apriva sulla pianura. Il branco di lupi – una quindicina di esemplari, secondo i perlustratori – si era stabilito nella piana al centro delle colline, in una foresta di betulle, e da lì compiva sortite nella prateria sulle tracce delle gazzelle codabianca.
I cacciatori con le tre aquile, Avgan incluso, cavalcavano in testa alla fila. Dalla sua posizione intermedia Oyun poteva vedere i rapaci incappucciati sul loro sostegno agganciato alla sella.
Le aquile erano animali mitici perché il loro volo ad alta quota li avvicinava agli dei. Possedere un’aquila significava automaticamente acquisire prestigio all’interno del clan, sia per le opportunità di caccia che questa offriva, sia perché la cattura stessa degli aquilotti dal nido – sempre situato sulle rocce più impervie e ben sorvegliato dai genitori – richiedeva una buona dose di coraggio.
Ai piedi della collina dell’Orso i cacciatori si radunarono. Dopo un rapido scambio di sguardi i portatori tolsero i cappucci alle aquile. Per pochi istanti i rapaci si guardarono intorno, poi spiccarono il volo e iniziarono a prendere quota, spingendosi sempre più in alto, fino a diventare puntolini appena visibili nel cielo terso.
Per lunghi minuti i cacciatori rimasero immobili e silenziosi nel vento che batteva la pianura, i visi alzati per non perdere di vista le aquile; poi tre lunghe strida lacerarono l’aria e un’aquila  si spostò più a nord. Le altre due aquile spostarono le loro spirali di volo sulla sua scia, senza intenzione apparente.
«Ci siamo.» Chuluun diede di gomito a Oyun, facendolo sobbalzare. «Li hanno avvistati. Verranno fuori da lì.» Indicò la zona in cui le colline si aprivano sulla pianura.
In quel momento la prima aquila si tuffò in picchiata e sparì oltre le pendici della collina più vicina. I cavalli scartarono nervosi, percependo la tensione crescente dei cacciatori. L’aquila ricomparve a media quota e si tuffò di nuovo, una, due volte prima che un movimento anomalo nell’erba alta segnalasse l’arrivo delle prede.
I lupi si lanciarono verso la pianura con l’energia di chi lotta per la vita, dapprima mantenendosi uniti, poi allargandosi a raggiera quando anche le altre due aquile iniziarono a tuffarsi su di loro. Grida selvagge si alzarono dagli uomini che subito partirono al galoppo per inseguire i lupi, dividendosi in tre gruppi, uno per ogni aquila cacciatrice.
Oyun lanciò Stella del Gelo sulla scia dei fratelli, che a loro volta seguivano Avgan. Non c’era più niente da pensare o da capire, bisognava solo seguire il capogruppo che teneva d’occhio l’aquila.
«Joo!» gridò Avgan, segnalando con un gesto del braccio che l’atterramento era avvenuto.
Era l’esperienza a guidarlo; in quel momento sia l’aquila che il lupo erano nascosti dall’erba, ma lui conosceva alla perfezione il tempo che la sua aquila avrebbe impiegato a risollevarsi in volo in caso di fallimento, e non sbagliava mai.
Oyun strinse le ginocchia e spronò Stella del Gelo mentre il galoppo si faceva più sfrenato. I cacciatori dovevano raggiungere il punto dell’atterramento nel minimo tempo possibile se volevano impedire all’aquila di lacerare la preziosa pelle del lupo o al lupo di avere la meglio sull’aquila. Stringendo anche le redini, si aggrappò convulsamente alla criniera di Stella del Gelo.
Non posso cadere, non posso cadere…
Sentiva le ginocchia già deboli per la fatica, ma non doveva farsi sbalzare da cavallo, non quel giorno, con i parenti in visita e suo padre nel pieno di un impeto di orgoglio familiare. Piuttosto si sarebbe attaccato alla sella con i denti.
Forse era inevitabile, o forse il timore faceva brutti scherzi, perché pochi istanti dopo Oyun si sentì perdere la presa sul cavallo. Imprecando nel vento contro gli dei, atterrò di schiena con il piede destro ancora impigliato nella staffa. Stella del Gelo continuò a trascinarlo per un tratto che gli parve eterno, poi un movimento fortunato gli liberò il piede e Oyun si trovò faccia a faccia con il cielo terso, senza fiato per il dolore e la vergogna, mentre il cavallo proseguiva la corsa.
Si mise a sedere e mosse le articolazioni con cautela: pareva che non ci fosse niente di rotto, ma la caviglia destra lo fece mugolare. Tempo poche ore si sarebbe di sicuro gonfiata abbastanza da non permettergli di calzare lo stivale.
Le grida degli uomini e delle aquile erano già echi lontani. Probabilmente nessuno si era ancora accorto della sua caduta, ma era solo questione di tempo. Il pensiero di suo padre e dei fratelli che tornavano indietro, con i loro commenti e le loro risate, gli fece andare il sangue al viso. Per un folle istante sperò che nessuno tornasse a cercarlo, ma subito si diede dello stupido: le ger distavano ore di cavallo e con il tramonto le temperature sarebbero andate sotto lo zero. Restare a piedi, solo e mezzo azzoppato, non era un guaio da poco.
In quell’istante il vento gli portò uno strano suono, roco e lamentoso, proveniente da nord. Oyun si mise in ginocchio per guardarsi intorno, ma non vide niente e nessuno. Rimase a lungo in ascolto, senza udire altro che il fruscio incessante della prateria. Era ormai convinto di essersi sbagliato quando il suono si ripeté, più forte stavolta, con una nuova nota rabbiosa.
Un brivido gli corse lungo la schiena. Di tutti gli animali che popolavano la prateria, erano pochi quelli che aveva voglia di incontrare in quel momento, e nessuno di loro emetteva versi di quel genere. Eppure c’era dolore in quella voce, e una frustrazione non molto diversa da quella che aveva provato lui nel trovarsi disarcionato. Forse stava già cominciando a sragionare. Se almeno Stella del Gelo non lo avesse abbandonato, avrebbe avuto di che bere e mangiare in attesa dei soccorsi.
Iniziò a strisciare nell’erba verso il punto da cui sembrava provenire il lamento, che ora si ripeteva ritmico, con piccole variazioni di tono. Proseguì carponi, alla cieca, per un tempo che gli parve lunghissimo, poi sbucò in un tratto dove l’erba era abbattuta e lo vide.
Il lupo giaceva su di un fianco e respirava affannosamente. La lingua gli fuoriusciva dalla bocca semiaperta fino a strisciare sul terreno. C’era sangue sul suo collo, sulla spalla sinistra, sul muso. Gli mancava quasi del tutto l’orecchio destro, forse per un vecchio combattimento. All’arrivo di Oyun snudò i denti in un ringhio feroce e annaspò freneticamente per alzarsi, poi si allontanò con fatica, zoppicando lievemente.
Spinto da un impulso inspiegabile, Oyun lo seguì. Il lupo non riusciva a mantenere l’andatura tipica, trotterellante della sua specie; rallentava spesso, oscillando con il corpo come se stesse per cadere, poi riprendeva la sua marcia verso le colline. Verso casa, pensò Oyun, che riusciva a tenere il suo passo nonostante la caviglia dolorante.
Quanto sangue poteva perdere un lupo prima di schiantarsi a terra per non rialzarsi più? Oyun non ne aveva idea, ma sapeva che i lupi sono animali resistenti. Anzi, a ben pensarci sapeva molte altre cose su di loro: che un lupo ferito è più pericoloso di un lupo sano, per esempio; che quando un lupo rimaneva preso in una tagliola si staccava la zampa a morsi per fuggire; che talvolta i lupi feriti si fingevano morti per azzannare alla gola il cacciatore che si chinava su di loro. Aveva sentito mille storie raccontate intorno al fuoco dagli uomini del clan, e anche se forse non tutte dicevano il vero, nessuna mostrava il lupo come una compagnia raccomandabile, se non sotto forma di pelliccia con cui coprirsi nelle notti di veglia col gregge. Eppure in tutte quelle storie, mescolato all’odio e alla paura, c’era anche una sorta di rispetto.
Forse fu per questo, oppure per un altro motivo che lui stesso non conosceva, che Oyun continuò a seguire il lupo anche quando quello iniziò a risalire la collina con il suo passo disuguale. Di certo voleva raggiungere la betullaia e il branco, ma non ci arrivò. Oyun lo vide crollare a terra accanto a un cespuglio e abbandonarsi ansimante su un fianco.
Con cautela gli si fece più vicino. Ogni suo passo suscitava un ringhio furioso e un arricciare delle labbra in una smorfia che faceva paura. Guardandolo, a Oyun parve di provare i suoi stessi sentimenti: il dolore, la rabbia contro un corpo che non gli rispondeva più, la frustrazione per l’impossibilità di fuga, l’odio per chi era testimone della sua sconfitta.
In silenzio, sedette a pochi passi dall’animale ferito. Ora vedeva chiaramente la ferita sul collo, quella da cui la vita del lupo stava scivolando via. La zoppia non c’entrava, doveva essere una sua caratteristica da chissà quanto tempo. Incredibile che fosse sopravvissuto in un mondo così poco gentile con i deboli. Cosa poteva fare per lui? Guardarlo morire, nient’altro. Al loro arrivo, suo padre e i fratelli avrebbero finito il lupo e lo avrebbero caricato sul cavallo per poi gettarlo sui carri che già contenevano altri lupi ridotti a un mucchio informe di carne e pellicce.
Oyun strisciò più vicino. Piano, molto piano. Ogni avvicinamento produceva un nuovo ringhio e un debole tentativo di alzarsi, sempre fallimentare. Quando Oyun fu a due passi di distanza, il lupo rinunciò a intimidirlo e si limitò a sorvegliarlo senza sollevare il capo da terra. Nei suoi occhi color ambra la fiammella della vita ardeva appena.
«Non morire, Un Orecchio» sussurrò Oyun. «Hai capito? Non devi morire.»
Era poco per convincerlo, lo sapeva. Il lupo avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gli cucisse la ferita e lo curasse, non di uno sciocco capace solo di farsi sbalzare a terra dal suo cavallo.
Come evocato dal suo pensiero, un nitrito risuonò molto vicino.
«Stella del Gelo!»
La cavalla si avvicinò, docile, ma si impennò per il terrore nel percepire l’odore del lupo. Oyun fece appena in tempo a trattenerla per le briglie. La condusse poco lontana e la legò a un cespuglio, in modo che non potesse fuggire.
Mentre la carezzava per calmarla gli cadde l’occhio sulla cinghia cui era stata appesa la staffa destra, ora mancante: una parte si era strappata nella caduta, ma l’altra parte era stata tagliata di netto. Qualcosa di amaro gli risalì la gola. Chuluun? No, probabilmente Medgui. Che scherzo fantastico, fargli fare la figura dell’idiota proprio il giorno della caccia con le aquile.
La rabbia, anziché infiammarlo, lo rese di colpo più lucido. Era stato suo padre a caricare Stella del Gelo la mattina; nelle sacche doveva esserci qualcosa di utile. Dopo avere bevuto fece un rapido inventario: oltre all’acqua aveva una coperta, un piccolo otre di cuoio pieno di airag, carne essiccata, formaggio e un po’ di cagliata dolce, più una zucca scavata per bere.
L’odore inebriante dell’airag lo fece tornare con il pensiero a Un Orecchio. Senza pensarci due volte fece una piccola buca usando il coltello e ci ammucchiò dentro qualche manciata d’erba e di licheni secchi, poi si diede da fare con la pietra focaia che portava in cintura. Poco dopo metteva a scaldare sul piccolo fuoco l’otre con l’airag, badando a lasciare una fessura libera per l’aria. Di solito si usava una pentola, ma il cuoio trattato poteva resistere qualche minuto alla fiamma.
«Aspetta a morire, Un Orecchio. Forse posso fare qualcosa per te.»
Portò l’otre bollente accanto al lupo che seguiva i suoi movimenti con diffidenza, respirando a fatica. Si poteva curare la ferita di un lupo come quella di un uomo? Forse no, ma non c’era tempo per i dubbi; se non avesse fatto presto, il lupo sarebbe morto comunque.
Stappò l’otre e con gesto deciso versò l’airag bollente nel piccolo squarcio che si apriva sul collo del lupo. Il corpo dell’animale ebbe un guizzo violento, poi ricadde e giacque immobile. Oyun si inginocchiò con il cuore che batteva a mille: il lupo respirava ancora, ma era troppo debole. Bisognava fare in fretta.
Sterilizzò la lama del coltello sul fuoco, poi prese la piccola zucca cava dalla sacca e si accostò a Stella del Gelo. Calmandola a carezze le recise la vena sul garrese e raccolse nella zucca il sangue che fuoriusciva. La cavalla fremette come se un insetto l’avesse infastidita, ma non si mosse. Ci era abituata, come Oyun era abituato a nutrirsi a quel modo in mancanza d’altro.
Riempita la zucca e chiusa la vena con un grumo di argilla impastato con la saliva, Oyun tornò dal lupo. Si arrestò, esitante. Questa operazione richiedeva una confidenza diversa; un Orecchio avrebbe potuto morderlo. Non si poteva contare sulla sua debolezza, in lui gli istinti erano ancora potenti. Eppure non c’era altro modo.
Oyun frugò tra le erbe fino a quando non trovò una cannuccia del tipo che i bambini usavano per soffiare nell’acqua, poi si inginocchiò davanti al muso del lupo e gli sfiorò la bocca semiaperta, pronto a ritrarsi. Il lupo arricciò le labbra ma non accennò a mordere. Oyun allora risucchiò il sangue dalla zucca con la cannuccia fino a riempirsene la bocca, poi accostò la cannuccia alla bocca di Un Orecchio. Non poteva infilargliela tra i denti o il lupo l’avrebbe strappata, ma confidava che l’odore del sangue fosse un richiamo sufficiente.
Un Orecchio si limitò ad annusare le prime gocce, che scivolarono a terra; assaggiò le successive, ancora poco convinto, poi prese a inghiottire furiosamente mentre Oyun aumentava il flusso. Quattro boccate di sangue, nella zucca non ce ne stava di più. Oyun fece un altro viaggio per attingere alla vena di Stella del Gelo e di nuovo fece bere il sangue a Un Orecchio. Non era sicuro di poter chiedere altro sangue alla cavalla senza indebolirla. Per ora doveva bastare.
Sedette accanto al lupo e tese la mano ad accarezzarlo sul fianco e sulla spalla incrostati, dapprima con cautela, poi più sicuro quando vide che il lupo non accennava a reagire.
«Sangue fa sangue. Vivi, Un Orecchio. Te lo ordino.»
In quell’istante il vento gli portò un eco di voci lontane. Richiami.
No! Non dovevano trovarlo adesso.
Oyun tornò da Stella del Gelo e la fece sdraiare a terra, poi si accucciò a sua volta con il cervello in subbuglio. Se Un Orecchio non si fosse mosso, se nessuno avesse visto le tracce di sangue e l’erba abbattuta qua e là, se si era allontanato abbastanza dal punto in cui si trovava quando era caduto da cavallo…
Se, se, se. Troppi per tenere viva la speranza.
Immobile, a occhi chiusi come se questo potesse aiutarlo a non essere avvistato, Oyun mormorò tutte le preghiere che ricordava e ne inventò altre, rivolgendole agli dei degli uomini e a quelli dei lupi, e aspettò. I richiami si fecero più forti, più deboli, di nuovo forti, infine si spensero in lontananza. Sollevato e ancora incredulo, fece ritorno da Un Orecchio. Il lupo lo fissò in silenzio, ma a Oyun parve che la fiamma vitale nei suoi occhi ardesse più vivace di prima. Solo allora capì ciò che aveva fatto: per Un Orecchio aveva rinunciato a farsi soccorrere, anche se questo significava rischiare la vita.
Quella notte Oyun la trascorse raggomitolato contro il corpo caldo di Un Orecchio. Il giorno dopo bevve il latte attaccandosi ai capezzoli di Stella del Gelo, poi le rubò altro sangue e lo fece bere al lupo, che ancora non si muoveva. Tagliò lo stivale perché contenesse la caviglia gonfia e andò a raccogliere bacche e tuberi commestibili nella vicina betullaia, cercando tracce del branco di lupi, senza risultato. Più tardi mangiò una striscia di carne secca e un pezzetto di cagliata.
La sera Un Orecchio alzò la testa e bevve un po’ d’acqua dalla zucca.
Gli uomini del clan tornarono l’indomani e il giorno successivo, e di nuovo Oyun si nascose. Non si domandò cosa avrebbe fatto e quando sarebbe tornato a casa. Le provviste non potevano durare a lungo, ma per ora era vivo e si dava da fare. Se Un Orecchio poteva farcela, lo stesso valeva per lui.
Il giorno dopo Oyun andò a caccia di gazzelle coda bianca, sperando contro ogni speranza. Non ne abbatté nessuna, ma la fortuna gli fece trovare un esemplare quasi del tutto spolpato dalle volpi. Divise la poca carne con Un Orecchio, che iniziava ad alzarsi barcollando per ricadere a terra subito dopo. La vita nel clan gli aveva trasmesso conoscenze che a lungo erano rimaste sopite, e Oyun le mise in gioco tutte per sostentare se stesso e il lupo mentre i giorni passavano. Una volta finite le provviste, si cibò di erbe e bacche e preparò trappole che gli fruttarono una lepre e una vecchia marmotta. La settimana passò in un lampo.
Un Orecchio stava guarendo. Aveva imparato a fidarsi, ma non si lasciava più accarezzare, ora che poteva evitarlo. Faceva invece incursioni sempre più lunghe nei dintorni per poi tornare ogni sera ad accucciarsi a pochi passi dal suo compagno umano. Sentiva la mancanza del branco? Oyun era convinto di sì. Chiunque ha bisogno di un posto dove tornare.
Una notte però Un Orecchio non si fece vedere. Quando ricomparve, poco dopo l’alba, non si avvicinò come il solito ma si mantenne a una certa distanza. Oyun lo vide dondolarsi sulle zampe, esitante, fare qualche passo zoppicante verso di lui, poi allontanarsi di nuovo e fermarsi a fissarlo.
«Ehi, cosa c’è? Vieni qui, Un Orecchio!»
Il lupo uggiolò, ma non si mosse.
Per un po’ Oyun rimase a guardarlo, interdetto, poi iniziò a scrutare intorno, nell’erba alta, tra i primi alberi della foresta di betulle poco lontana, e trovò la conferma al suo sospetto: un lupo lo osservava da dietro un tronco, immobile. Dalle dimensioni si sarebbe detta una femmina.
All’improvviso si sentì come svuotato. E così Un Orecchio era pronto. Doveva succedere, prima o poi. Non era per questo che lo aveva salvato? Guardò lontano, dove sapeva che sorgevano le ger, dove il clan continuava la sua vita senza di lui. Pensò a sua madre, a suo padre, ai suoi fratelli. Forse era venuto anche per lui il momento di tornare. Aveva voglia di piangere, ma le lacrime non vollero uscire.
«Buona fortuna, Un Orecchio. Vai, cosa aspetti? È la tua occasione, non sprecarla.»
Guardò il lupo che si allontanava, poi iniziò a caricare Stella del Gelo.
Le possibilità di sopravvivenza di un lupo zoppo erano quasi nulle, eppure Un Orecchio in passato ce l’aveva fatta, e adesso era di nuovo pronto a riprendersi la sua vita.
Forse Pechino non era così lontana.

 

Libri dello stesso autore:       Tarja dei lupi       Per scrivere bisogna sporcarsi le mani       Grazia Gironella - Due vite possono bastare

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