L’ultimo viaggio

Di  Grazia Gironella
Il sentiero scendeva dritto verso la conca boscosa, quasi invisibile dalla strada. Non fosse stato per Teo e per il ritmo lento che la sua passeggiata imponeva, forse Simone sarebbe passato oltre senza notarlo; invece si era lasciato invogliare da quella deviazione che gli stava rubando troppo tempo.
«Teo, andiamo! È ora di tornare. Teo!»
L’esasperazione crescente nei suoi richiami non sortì grossi effetti: il segugio si voltò un istante a guardare il padrone e subito ripartì al trotto, zigzagando con il naso a terra.
«Figlio di un cane!»
Sospirando, Simone seguì l’animale di buon passo per non perderlo di vista.
Il sentiero, battuto e in alcuni punti contrassegnato da pennellate di blu sugli alberi ai due lati, si snodava sinuoso nella faggeta. Sul terreno quasi privo di sottobosco, resti di ramaglie e trucioli testimoniavano il recente lavoro dei taglialegna. Erano queste le foreste che preferiva, meno austere dei boschi di conifere e piene di giochi di luce tra cui perdersi, come quando da ragazzino trascorreva ore e ore a nascondersi da banditi immaginari e bulli fin troppo reali.
Dimenticò la fretta, catturato suo malgrado dalla magia del cammino, fino a quando uno strano uggiolio attirò la sua attenzione.
Il cane era seduto in mezzo al sentiero e fiutava l’aria, inquieto. Al suo avvicinarsi guaì più forte e accennò a muoversi, ma rimase inchiodato dove si trovava, come se lacci invisibili lo trattenessero.
«Stanco, Teo? Dai, si torna a casa.»
Il cane puntò su di lui lo sguardo intenso dei suoi occhi castani, ma non si mosse.
Era un comportamento strano. Forse una spina nella zampa? Simone si chinò su Teo per controllare, ma il cane voltò la testa di scatto e le mascelle si richiusero con uno schiocco a pochi centimetri dal suo polso. Simone si ritrasse, sconcertato.
Solo in quel momento si rese conto del silenzio innaturale che avvolgeva la foresta. Non un fruscio, né uno scricchiolio. Anche gli uccelli tacevano. All’improvviso desiderò essere già in macchina, pronto a girare la chiave per tornare a casa. Si diede mentalmente dello stupido. Non era più un bambino e non c’erano assassini e banditi in agguato nella foresta, doveva soltanto trovare il modo di far muovere Teo per tornare indietro, niente di più.
Un fiotto di buio denso invase il suo campo visivo. Simone crollò a terra senza un gemito.

«È un uomo.»
«Lo vedo.»
«Ho immobilizzato il cane, così non darà fastidio.»
«Potrebbe?»
La voce della figura appoggiata al tronco dell’albero era carica di sarcasmo. Daniele si sfregò le mani, a disagio.
«Mi innervosisce vederlo dimenarsi a quel modo.»
«Credevo temessi un morso.»
«Davvero spiritoso. Non guardarmi così, sarà questione di un paio d’ore in tutto.»
Il compagno si spostò per vedere meglio ciò che restava dell’uomo e il suo cane, ora accucciato a pochi passi di distanza. Scosse il capo con evidente disapprovazione.
«Un paio d’ore che possono costargli la vita. Lo sai che non tutti reggono.»
Daniele sbuffò.
«È forte… e se anche morisse, non sarebbe certo il primo a morire giovane. Mi serve il suo corpo.»
L’altro lo interruppe con un gesto.
«Fai quello che hai deciso, finché puoi, ma non chiedere la mia approvazione. Sai come la penso su questi tuoi tentativi.»
Daniele si voltò verso la Guida, pronto a ribattere con veemenza, ma non riuscì a reggere la gelida intensità del suo sguardo.
«Tu stesso mi hai insegnato le regole e la tecnica, e adesso…»
«Questo fa parte dei miei doveri, così come è mio dovere farti capire che stai esagerando.»
La pacatezza della sua voce fece correre un brivido lungo la schiena di Daniele.
«Il Viaggio non può essere rimandato all’infinito. Sai cosa rischi, vero? Non potrai dire che non ti ho avvertito.»
«Avevo capito che mi fosse concessa la possibilità di sistemare ciò che ho lasciato in sospeso» ribatté Daniele con amarezza.
Lo sguardo della Guida si fece di fuoco.
«Sono passati quasi dieci anni. Non pensi di avere avuto tempo a sufficienza?»
«Allora perché non fissare un termine preciso, che valga per tutti?» disse Daniele in tono di sfida. «Sarebbe più giusto.»
La Guida lo fissò a lungo.
«La tua morte non è la morte di tutti, come la tua vita non è stata la vita di tutti. Devi scegliere se accettare il ritmo del tuo Viaggio o rischiare l’oblio.»
Si avviò verso il cuore della foresta mentre Daniele lo fissava con rabbia.
«Fai presto a parlare così, tu! Di sicuro non avevi famiglia, nemmeno un amico! Non ha pianto nessuno, al tuo funerale!»
Quando la figura della Guida fu sparita tra gli alberi, Daniele si osservò la mano destra aperta: in trasparenza si intravedevano i contorni del fogliame retrostante. Quanto tempo gli rimaneva? Mesi, settimane? Sarebbe finita anche troppo presto. Finché ne aveva la possibilità, voleva tornare a casa.
La strada era diversa da come la ricordava. Nuove case, negozi, una scuola. Troppe auto, ed espressioni assorte sui volti dei passanti che incrociava. Sembrava che ogni volta la gente andasse più di fretta, chissà perché. Era passato parecchio tempo dall’ultima visita; quattro anni, per la precisione.
Davanti alla casa di Stella, Daniele seguì il copione ormai collaudato che gli permetteva di non dare nell’occhio: seduto sulla panchina alla fermata del bus, dal lato opposto della via, aprì il giornale che stavolta aveva sottratto a un barbone addormentato. Il trasferimento di corpo limitava di molto l’uso dei cinque sensi, ma Daniele ricordava ancora la sensazione delle pagine tra le dita, e comunque non era lì per leggere. I suoi occhi correvano oltre la pagina stropicciata, verso quella casa in mattoni rossi, il giardinetto con il glicine a lato del cancello. Accidenti se era vigorosa, quella pianta. L’aveva lasciata che era piccola, un sottile fusto verde chiaro su cui crescevano pochi, spropositati grappoli viola, e adesso eccola lì, con il tronco contorto che minacciava di scalzare i sostegni, la chioma una nuvola di fiori.
Con un balzo al cuore Daniele osservò il ragazzo magro dall’aria scontenta che usciva di casa in jeans e maglietta con il sacco della spazzatura in mano. Una lattina cadde a terra e il ragazzo la mandò a sbattere con un calcio contro il palo della luce, che rispose con un rintocco metallico.
Suo figlio.
Non c’erano parole per descrivere quel cambiamento. L’ultima volta era un bambino timido di dieci anni, pronto al sorriso come alla fuga. Oh sì, se lo era studiato bene in occasione di quella visita! Tanto bene che aveva dimenticato lo scorrere del tempo, rischiando di far finire la vittima di turno sulla cronaca nera del quotidiano locale. Ora davanti a lui c’era un adolescente dinoccolato, già arrabbiato con il mondo intero.
Ed ecco Stella. Dio, quanto era bella! Aveva fatto un patto con il diavolo, o cosa? A quarant’anni si portava in giro il corpo di una ventenne. Gambe snelle, All Stars ai piedi, un seno strepitoso che la maglia ampia non riusciva a nascondere. Con occhi avidi Daniele seguì i suoi semplici gesti quotidiani, bevendosi ogni dettaglio: Stella che spazzava il porticato, Stella che gesticolava parlando con la vicina, Stella che entrava e usciva tenendo in mano le cesoie, un vaso, la cesta della biancheria.
Nelle visite dopo l’incidente, l’aveva trovata sempre bella e sola, negli occhi tristezza e rabbia contro il destino infame. Ogni volta le aveva augurato di voltare pagina. Quando vide Stella sorridere, però, fu con una fitta allo stomaco che si domandò se gli auguri avessero sortito il loro effetto. Ma certo, doveva essere così. Perché sennò avrebbe cantato, Stella, mentre stendeva la biancheria? Perché la nuova pettinatura, e quel sorriso misterioso?
Daniele si sentì di colpo svuotato; il giornale gli scivolò di mano. Lo recuperò con calma forzata, controllando il respiro. Meglio così, certo. Doveva succedere, prima o poi. Niente di cui stupirsi, se non la tenacia con cui Stella era rimasta fedele alla sua memoria per dieci lunghissimi anni. Era il sapore del sollievo quello che sentiva? Se lo era, somigliava molto a quello dell’amarezza. Forse aveva sottovalutato i rischi di quelle visite. Vedere la sua donna felice con un altro poteva essere un boccone difficile da ingoiare.
Si irrigidì sulla panchina. Stella stava uscendo dal cancello e sventolava la mano nella sua direzione, il viso illuminato da un sorriso radioso. Daniele si guardò alle spalle per individuare l’oggetto delle sue attenzioni, ma non vide nessuno.
«Sei matto?» Stella gli piombò davanti e sedette sulle sue ginocchia, con naturalezza, lasciandolo di pietra. «Ti sembra una cosa normale metterti qui a spiarci? Cos’è, uno dei tuoi soliti scherzi?»
Lo baciò sulla bocca, incurante della gente intorno.
Daniele non sapeva cosa dire. Eppure doveva dire qualcosa, qualunque cosa, anche la più stupida.
«Io… passavo di qui e…»
Ammutolì. La situazione andava oltre le sue possibilità d’improvvisazione.
«Passavi di qui?» fece lei, ammiccante. «Credevo che tu abitassi qui. E Teo? Non dirmi che l’hai lasciato di nuovo al tosatore.»
Daniele avvertì una leggera vertigine mentre il suo cervello elaborava la situazione. Stella sulle sue ginocchia. Stella che lo baciava. Era impossibile. Ma reale. Si sforzò di fermare il tremito delle mani.
«Niente tosatore, so che non ti piace. Avevo un po’ di tempo libero e… mi è venuta l’idea di venire qui a osservarvi come se… fossi un’altra persona. Che assurdità, eh?» Tentò un sorriso, e dall’espressione di Stella capì che per lei quella follia era plausibile. «Ho visto Thomas.»
Stella fece una smorfia corrucciata.
«Mister Chepalle? Lo strangolerei, a volte. Certo il tuo arrivo lo ha scombussolato parecchio. Da quando suo padre…» Un’ombra le velò lo sguardo. «Questi anni non sono stati facili per lui… per nessuno. Ha solo bisogno di tempo.» Puntò gli occhi scuri in quelli di lui. «Allora che fai, resti qui a fare il guardone o vieni dentro?»
Bella, bellissima. Dolce. Piena di vita. Eppure, ora che la vedeva da vicino, Daniele si rese conto che Stella non era esattamente come la ricordava. Forse erano le microscopiche rughe intorno alla bocca, o i movimenti delle mani, così guizzanti, nervosi. Oppure era l’espressione degli occhi: più intensa, sofferta, come se la loro luce fosse una conquista recente che rischiava di svanire da un momento all’altro. Era ancora più affascinante di come la ricordava, ma diversa. Come Thomas, come il glicine; come tutto, lì intorno.
Di colpo rabbia e amarezza scivolarono via, lasciandogli solo una sensazione di vuoto. Si sforzò di sorridere a Stella.
«Recupero Teo dalla macchina e arrivo.»
Lei si alzò in piedi, trattenendogli la mano.
«Hai parcheggiato lontano solo per non farti notare? Io dico che sei matto.» Lo baciò di nuovo, un bacio leggero di cui Daniele avrebbe voluto sentire il sapore. «Non fare tardi, il pranzo è quasi pronto.»
Stella attraversò la strada di corsa e varcò il cancello di casa. Con uno sforzo sovrumano Daniele obbligò le gambe a trascinarlo via da quella panchina. Il tempo a sua disposizione stava per scadere. Doveva lasciare libero quel corpo che non gli apparteneva, prima che fosse troppo tardi.
L’anima di Simone era ancora immobile dove l’aveva lasciata, una massa traslucida dai contorni sfocati. Teo drizzò le orecchie e fissò il nuovo arrivato con sospetto, fiutando l’aria.
Per Daniele lo scambio di corpi fu questione di attimi, ma il tempo passato a spiare il volto dell’altro gli parve infinito. Con la sua ostinazione era riuscito a distruggere la vita di Stella una seconda volta?
«È vivo, non vedi? Respira.» La voce della Guida risuonò nitida nella foresta silenziosa. «Possiamo andare adesso?»
Daniele fece una carezza al cane, che ora leccava furiosamente la faccia di Simone. Ricevette in risposta un ringhio roco.
«Buono, Teo» gli sussurrò. «Ti ho restituito il tuo padrone. Trattalo bene, mi raccomando.»
Si passò una mano sugli occhi e trasse un profondo respiro. Sul suo viso affiorò un sorriso incerto.
«Eccomi, sono pronto.»

 

Dello stesso autore:      Tarja dei lupi     Per scrivere bisogna sporcarsi le mani     Grazia Gironella - Due vite possono bastare

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