Quei grandi occhi neri

Di Giovanni Fabbri

Il vecchio intonaco della pieve sembrava sgretolarsi sotto i raggi cocenti del sole di quell’interminabile agosto. Erano le quattro del pomeriggio e non si muoveva una foglia. Ce ne stavamo sbattuti sotto un albero con le bocche spalancate e le mani infilate nell’erba. Avevamo undici anni e ancora molto tempo da perdere.

La scuola non sarebbe cominciata che di lì a quattro settimane e noi potevamo permetterci di buttare via le nostre giornate in quel modo. Un giro in bici, partite di pallone e quel dolce far niente nelle ore più calde. Io, Marco e Massimo, sempre noi tre dai tempi della prima elementare. Tre figli di famiglie non povere, ma nemmeno ricche. Bravi a scuola, ma non i primi della classe. Buoni col pallone fra i piedi, anche se non proprio dei campioni. Una via di mezzo, insomma. Tre vie di mezzo in mezzo a quella torrida estate, ecco cosa eravamo.

Gli altri amici erano in vacanza. In barca con i genitori, nella casa al mare di famiglia, o semplicemente in campeggio a seconda delle disponibilità economiche. Noi eravamo rimasti in città. Ci eravamo fatti alcuni giorni al mare, ma di più le nostre famiglie non potevano permettersi. Ora trascorrevamo quel che restava di quel fiammeggiante agosto fra il campetto di calcio accanto alla pieve e il piccolo giardino sul retro.

Marco aveva fatto il suo solito teatrino con le cavallette. Aveva un modo tutto suo di torturarle. Di solito i bambini si divertivano a strappargli le ali e poi le zampette ad una ad una. Io non le toccavo perché in realtà mi facevano un po’ schifo. Marco invece ci andava a nozze. Quel giorno aveva rubato una confezione di lacca per capelli alla sorella più grande e con l’accendino l’aveva usata come un lanciafiamme, friggendo tre cavallette una dopo l’altra. Come un’esecuzione. Di solito lo faceva con l’insetticida e lo spettacolo ne risentiva per via della puzza insopportabile che si diffondeva nel raggio di una ventina di metri. Con la lacca era molto meglio, si spandeva un buon profumo che copriva il fetore nauseabondo degli insetti che sfrigolavano come le patatine nell’olio bollente. Il dolce odore della morte. Ma il lanciafiamme assommava calore al calore e dopo tre cavallette Marco si era gettato sull’erba stremato e madido di sudore.

Nessuno si agitava per quegli attimi di totale inedia. Nessuno diceva niente. Non c’erano quelle domande che ho scoperto che vengono solo agli adulti, del tipo: “E ora cosa facciamo?”, o “Cosa succede dopo?”.

Ora non facevamo niente e dopo qualcosa avremmo fatto.

Tutto qui.

Difatti, dopo una manciata di minuti, un rumore di ferraglia riempì le nostre orecchie. Voltammo le teste all’unisono, in tempo per ammirare una delle più poderose sgommate che avessimo visto compiere in tutta la nostra vita. Quasi novanta gradi di sbandata controllata, con la bici che continuava a procedere dritta verso di noi per quasi cinque metri. Con una Graziella, per giunta. In sella c’era lo Spina e la cosa ci piacque un po’ meno. Il godimento per il gesto atletico fu spazzato via dalla paura.

Lo Spina era uno delle “case grigie”, di quelli da cui non c’era mai da aspettarsi niente di buono. Vivevamo tutti nella stessa periferia degradata e incolore, ma è risaputo che anche nelle situazioni peggiori l’unico conforto consiste nell’immaginare di non essere l’ultima ruota del carro. E le “case grigie”, quindi, erano più grigie di tutte le altre. Quattro edifici sgraziati di edilizia popolare – simili a tutti gli altri della zona – in cui una sapiente strategia sociale aveva raccolto il peggio della feccia cittadina. Un covo di serpi affascinante e pericoloso. I genitori ci dicevano di girarci alla larga, noi ne venivamo perennemente attratti e immancabilmente respinti per via della scarsa predisposizione all’apertura sociale dei suoi abitanti. A scuola i ragazzi delle “case grigie” erano un tormento. Per le maestre, per i bidelli, per gli scolari. Fuori dalla scuola erano ancora peggio. A briglia sciolta, riuscivano a guastare anche quel poco di buono che rimaneva nella nostra squallida periferia. Sgraffignavano le gomme da cancellare in cartoleria e le caramelle nei bar. Al loro passaggio non rimaneva nessuna stella d’argento sui cofani delle Mercedes e – vista la scarsa rappresentanza di un marchio così lussuoso nella nostra povera realtà – spesso si accontentavano anche dell’acronimo F.I.A.T. che decorava il muso sbozzato delle numerose Panda del quartiere. Scrivevano sui muri. Spaccavano le pensiline degli autobus. Gridavano frasi oscene sul sagrato della pieve durante la celebrazione della messa. Soprattutto, usavano le mani. Facevano volare scapaccioni e calci in culo con la stessa frequenza con cui noi usavamo il superlativo assoluto. Sapevano dove colpire e quando. Sembravano addestrati. A noi era capitato di accapigliarci, di rotolarci rabbiosi nei prati e magari di sanguinare da un labbro, ma mai avevamo partecipato ad una scazzottata. Non avevamo mai visto l’effetto di un pugno in faccia. Al massimo uno sgambetto da dietro mentre si scappava, o una tirata di capelli. Non eravamo pronti ad affrontare una simile prova. Eravamo come gli oziosi romani di fronte alla furia cieca dei barbari.

Ed eccolo lì, in quel torrido pomeriggio di agosto, uno dei più temuti figli di Attila. Lo Spina, dritto di fronte a noi con un sorrisetto stampato in faccia e le maniche della maglietta arrotolate sulle spalle.

«Come ve la passate, sfigati?»

Sfigati era già un buon punto di partenza. Quasi rassicurante. Lo Spina rimaneva a cavallo della sua bici ad almeno un metro di distanza da noi. Io e i miei amici eravamo paralizzati dalla paura. Girai appena lo sguardo verso di loro e mi resi conto del vuoto panico che riempiva gli occhi di Massimo, indubbiamente il meno ardimentoso dei tre. Marco invece mi parve stringere più forte la presa intorno alla confezione di lacca e per un attimo pensai che stesse pensando di tentare con lo Spina la mossa del lanciafiamme. Immaginando che sarebbe stata la cazzata più grossa di tutta la sua vita, presi il coraggio a due mani e mi affrettai ad intervenire.

«Fa caldo» dissi con voce sommessa.

Lo Spina mi guardò in modo strano. Forse non era abituato a sentire la voce di noi nullità, o semplicemente non era pronto per sostenere una generica conversazione sul meteo.

«Colpa dell’orzono» dichiarò infine, smontando dalla Graziella e lasciandola cadere a terra con noncuranza, come si addiceva ad un duro della sua specie.

Io mi morsi le guance per non ridere, ma Marco non riuscì a trattenersi.

«Cosa?» bofonchiò, con un tono che non conveniva usare con uno delle “case grigie”.

Lo Spina però non raccolse. Infilò le mani in tasca e si buttò a sedere sul prato di fronte a noi, facendo tremare il terreno.

«L’orzono e quei cazzo di buchi nella serra» continuò con aria distratta, come un altezzoso professore oxfordiano che provi a spiegare Yeats a un manipolo di analfabeti. «È colpa loro se c’è tutto questo caldo».

Marco stavolta rimase in silenzio, perché errare è umano ma a perseverare si rischiava di finire con la faccia gonfia di schiaffi. Anch’io non seppi come commentare. Non capivo a cosa potesse tendere quello strano atteggiamento dello Spina. A parte la cafonaggine scientifica distinguibile anche da mezze tacche del nostro calibro, non sembrava il solito bullo di sempre. Mi cullai per qualche istante nell’eterea speranza di una redenzione, poi fu lo stesso Spina a riportarmi con i piedi per terra.

«Avete intenzione di passare il pomeriggio a non fare un cazzo?» domandò brusco.

«Mmh» mugolò Massimo.

«Beh» sussurrò Marco.

Io mi limitai ad un’alzata di spalle.

Eravamo dominati dal puro terrore di scatenare la bestia. Come se avessimo per le mani un esplosivo ad altissima instabilità. Maneggiare con estrema cautela, c’era scritto sopra. Ma la bestia, purtroppo, non aveva bisogno di agenti esterni per scatenarsi. Lo faceva benissimo da sola.

«Siete una banda di sfigati» sentenziò lo Spina biascicando con un legnetto fra i denti.

Aveva un vocabolario piuttosto limitato, ma sapeva cogliere nel segno. Aveva ragione, senza ombra di dubbio. E il bello era che noi non ce ne curavamo affatto. Che fossimo sfigati non era la notizia del giorno. Lo sapevamo da un pezzo. Quello che ci preoccupava era che ancora non eravamo in grado di capire cosa ci facesse lui in mezzo ad una banda di sfigati come la nostra.

«In un altro giorno vi avrei presi a calci nel culo» disse, schiarendoci le idee in un battibaleno. «Ma oggi è il vostro giorno fortunato. Ho avuto un’idea e voi dovete aiutarmi.»

Rimasi con la mascella a penzoloni. Non ero stato tanto stupefatto nemmeno quando qualche anno prima spiai dalla porta della mia cameretta la notte di Natale e mi accorsi che erano i miei genitori a mettere i regali sotto l’albero. C’erano almeno tre elementi nelle parole dello Spina che avrebbero dovuto far gridare al miracolo. Il primo, quello che ci toccava più direttamente, era che non ci avrebbe preso a calci in culo. Il secondo, che senza dubbio faceva più scalpore, era il fatto che lo Spina avesse avuto un’idea. Ma quello che più ci incuriosiva era che avesse bisogno del nostro aiuto per realizzarla.

Massimo sembrò rilassarsi un poco, mentre Marco rimaneva ancora sul chi vive.

«Avete capito, sfigati?»

Tre teste si mossero immediatamente e ripetutamente dall’alto verso il basso.

«Voglio che mi accompagniate dai musi gialli.»

Le nostre bocche si spalancarono come se d’improvviso le mascelle fossero diventate di piombo.

I “musi gialli”.

La comunità cinese.

Uno dei tanti problemi del nostro quartiere.

Si erano insediati nella vecchia zona industriale stretta fra l’autostrada e il nuovo polo ferroviario e in pochi anni avevano messo in piedi una discreta Chinatown. Vivevano isolati, si facevano i fatti loro e non davano fastidio a nessuno. Un atteggiamento imperdonabile per la maggior parte dei vecchi abitanti del quartiere. Come se vivendo per i fatti loro i “musi gialli” oltraggiassero la tradizione secolare del pettegolezzo “urbi et orbi”. Come se non dando fastidio a nessuno nemmeno meritassero lo status di cittadino. Come se il loro lavorare sedici ore al giorno facesse a pugni con la profonda fatica di vivere della nostra periferia. Così, erano diventati il nuovo bersaglio dell’odio dei più aggressivi e della diffidenza dei più paranoici.

Io coi cinesi non ci avevo mai avuto niente da ridire. Anzi, negli ultimi tre anni ero quasi diventato amico di uno di loro. Era un ragazzo della mia età e ci incontravamo spesso nel giardino della scuola dopo pranzo. Si chiamava Filippo. Cioè, in verità doveva avere un nome tipo Mao Tse Tung o roba del genere, ma per semplificare le cose diceva a tutti di chiamarsi Filippo. Giocavamo con le macchinine, nel senso che io gli prestavo le mie e costruivamo piste nella terra e organizzavamo gran premi e gare di scontri. Lui di macchinine non ne aveva. Non aveva praticamente niente, a parte un grembiule liso che puzzava di fritto, una cascata di spaghetti neri sulla testa e un gran sorriso sempre stampato in faccia. All’inizio parlava poco italiano, giusto qualche parola di prima sussistenza, tipo buongiorno e buonasera e poco altro. Però, ci intendevamo a meraviglia. Forse perché eravamo entrambi due sfigati. Due vie di mezzo che si erano incrociate.

«Muoviamoci!» gridò lo Spina col tono imperioso di un condottiero, distraendomi dai miei pensieri.

Massimo scattò in piedi e montò rapidamente in bicicletta, pronto a obbedire a tutto pur di evitare calci in culo.

Io ero perplesso. Sentivo che lo Spina ci stava pigliando a calci in culo lo stesso, ma in un modo più perfido e meno diretto del solito. Avevo la sensazione che ci stesse fregando, che ci avrebbe condotto verso qualcosa che non ci sarebbe piaciuto per niente. Ma era solo una sensazione e lo Spina era invece lì dritto di fronte a noi, reale, grande e grosso e con i bicipiti in bella mostra. Così, montai sulla bici anch’io e Marco, sentendosi in minoranza, mollò la confezione di lacca e fece altrettanto.

Pedalammo come condannati verso il patibolo.

Lo Spina davanti a noi faceva lo slalom fra le linee di mezzeria consumate dal tempo. A metà strada Marco mi si affiancò e mi sussurrò: «Possiamo scappare.»

Sentivo il sudore scorrermi lungo la schiena e inzupparmi la maglietta. Per ogni pedalata dello Spina sulla sua Graziella io dovevo farne almeno due. Le mie gambe mulinavano impazzite e comunque faticavo a stargli dietro.

«Quello ci ripiglia quando vuole» risposi ansimando senza nemmeno guardare in faccia il mio amico.

Marco rimase per un poco al mio fianco, anche lui pedalando come un matto, poi forse capì che avevo ragione e tornò in fila nella mia scia.

Passammo davanti al cimitero, poi tagliammo per i campi e sbucammo proprio sotto la massicciata della nuova linea ferroviaria ad alta velocità. Faceva un caldo pazzesco. Perfino i grilli avevano smesso di fare casino. A nemmeno cento metri da noi già si distingueva il “Fiume Giallo”, come tutti chiamavano la grande strada intorno alla quale si raccoglievano i capannoni sovraffollati dei cinesi. Lo Spina inchiodò all’improvviso, rischiando un catastrofico tamponamento a catena.

«Venite qui» disse, nascondendosi dietro un casottino dell’energia elettrica.

Noi smontammo dalle bici e ci avvicinammo, ma non troppo. Tirò fuori dalla tasca qualcosa di colorato e la prima cosa a cui pensai fu a un nuovo strumento di tortura che aveva intenzione di testare sulle nostre persone. Erano dei palloncini, invece. Tese il braccio e fece cenno di prenderli. Se lo stupore avesse una scala di misurazione, noi ci saremmo piazzati al limite estremo. Prendemmo i palloncini. Uno a testa. A me toccò arancione e da quel giorno non mi sono mai più vestito di quel colore. Marco ce l’aveva giallo e Massimo verde. Non so se capitò anche a loro la stessa cosa. Tenevamo in mano quei pezzi di plastica come se fossero bombe a mano e lo Spina per un attimo stette a guardarci con un sorriso cattivo sulla bocca. Sembrava divertito. Sembrava che godesse del vuoto che colmava i nostri occhi pieni di paura. Poi fece qualcosa che ci terrorizzò veramente. Si calò la lampo dei pantaloni e tirò fuori il pisello con la mano destra, mentre con la sinistra teneva il palloncino. Il suo era rosso scuro. Parlo del palloncino, ovviamente. Avevamo undici anni e internet ancora non esisteva. A parte qualche pagina di giornalino trovata a terra rinsecchita e sporca di fango, avevamo solo una vaga idea di cosa fosse il sesso, ma quella visione fu sufficiente a paralizzarci.

«Cosa vuoi fare?» chiese Marco con voce tremante.

Lo Spina lo guardò e il sorriso cattivo si trasformò in un vero e proprio ghigno di malvagità. Per un attimo temetti veramente il peggio, ed era un peggio di cui nemmeno mi riusciva di comprendere la reale portata. Era un peggio oscuro come un cimitero di campagna, come un pozzo profondo senza l’acqua per farci specchiare la luna. Eravamo atterriti, ma poi lo Spina disse: «I cinesi puzzano. Bisogna dargli una bella lavata.»

E io provai sollievo.

Oggi mi accorgo che dovrei vergognarmi anche solo a ricordarlo, ma è un fatto che, quando compresi che le vittime dello Spina non eravamo noi ma i cinesi del Fiume Giallo, il mio cuore tornò a battere e i miei polmoni si riempirono nuovamente di aria. Vidi il nostro torturatore che armeggiava col pisello e il palloncino e finalmente realizzai quello che aveva intenzione di fare. Un gavettone di piscio.

«Avanti sfigati, fatevi una bella pisciata!» ci esortò, mentre già il palloncino rosso cominciava a gonfiarsi fra le sue gambe.

Non eravamo ancora entrati nella stagione della misurazione della propria mascolinità, perciò cercammo di nasconderci per quanto potevamo e provammo ad obbedire all’imperioso ordine datoci dal pericoloso esponente delle “case grigie”. Non fu affatto una cosa semplice. Massimo finì in fretta, come se la paura che lo aveva accompagnato in quell’ultima mezz’ora gli avesse gonfiato la vescica oltre che fargli tremare le ginocchia. Per me e Marco ci volle più tempo. Io mi spremetti come un dannato, ma avevo sudato parecchio e mi sembrava di non avere più nemmeno una goccia di liquido nel mio corpo. Mi ci vollero cinque minuti buoni per farmi uscire qualcosa e alla fine il mio palloncino era neanche un quarto di quello dello Spina. In verità ne avevo fatta di più, ma avevo avuto qualche problema nel travaso e ne avevo sprecata un bel po’. Mi ero anche pisciato sulle mani e ora quell’odore acido di urina sull’asfalto caldo me lo sentivo addosso e mi veniva quasi da vomitare. Fortunatamente il nostro aguzzino era su di giri per l’azione imminente e non ebbe niente da ridire, il che almeno mi rinfrancò un poco. Mi asciugai le mani sul fondo dei calzoni e quando lo Spina disse: «Avanti!», come un condottiero alla carica, credo che il mio cervello non fosse più del tutto capace di ragionare lucidamente, ma questa forse è solo una scusa che mi sono costruito io nel tempo per alleviare i sensi di colpa.

Uscimmo da dietro il casottino dell’elettricità e ci trovammo allo scoperto sul Fiume Giallo. Se possibile, su quella striscia d’asfalto la temperatura sembrava ancora più elevata. Intorno a noi i prefabbricati grigi e squadrati dentro ai quali i cinesi lavoravano, mangiavano e dormivano. C’era molta sporcizia, imballaggi di ogni tipo e panni appesi ad asciugare un po’ dovunque. Per strada non c’era nessuno. Soltanto noi e le nostre biciclette condotte a mano. Nell’aria immobile riverberavano le mitragliate delle macchine da cucire. Sembrava un paesaggio da western futuristico. Provavo a respirare ma mi sentivo il puzzo di piscio addosso e facevo fatica a riempirmi i polmoni senza che i conati di vomito mi salissero su per la gola. Avevo sempre più paura e non vedevo l’ora che tutto finisse. Ormai avevo capito cosa ci accingevamo ad affrontare. Non mi piaceva per niente, ma non me ne fregava più nulla. Volevo solo farlo e poi tornarmene a casa e infilarmi nella vasca e passarci l’intera serata.

Lo Spina procedeva un passo avanti a noi. A un certo punto si diresse verso la rete metallica che circondava un edificio a due piani di un colore a metà fra il grigio e il verde, come se fosse ricoperto di muschio invecchiato o di muffa.

«Mollate le biciclette» ci ordinò.

Come avevamo fatto fino a quel momento, obbedimmo.

«Adesso entriamo, gli facciamo una bella doccia e scappiamo» furono le seguenti istruzioni. Poi mi afferrò per la spalla e mi trascinò di fronte a lui. «Tu vai avanti. Voi» e si voltò verso i miei due amici, «veniteci dietro.»

Senza protestare, con le gambe tremanti, marciammo verso l’ingresso della fabbrica. Mi sentivo le caviglie pesanti, come se mi stessi trascinando dietro delle grosse catene. Il palloncino pieno di urina mi scottava in mano nemmeno avessi fra le dita una bomba senza sicura. Avanzavo passo dopo passo cercando di non pensare a niente, con le unghie dello Spina ficcate nella spalla e nella testa solo l’immagine della mia vasca colma di acqua fresca e bagnoschiuma profumato.

Se solo avessimo incrociato qualcuno, forse tutto si sarebbe risolto con una fuga frettolosa e un enorme spavento, ma i cinesi erano noti per lavorare sedici ore al giorno e anche con quel solleone erano chini sulle loro macchine da cucire.

Misi un piede oltre la soglia e da quel momento la paura lasciò il campo al terrore dell’incubo reale.

Entrammo in un lungo corridoio immerso nella penombra. Da un lato, la parete del prefabbricato. Dall’altro, una lunga pila di scatoloni con su una serie di caratteri e sigle incomprensibili. L’odore di chiuso e di fritto si mescolò al puzzo di piscio che avevo nelle narici, facendomi contorcere le budella. Non c’era nemmeno bisogno di fare attenzione al rumore, perché le macchine da cucire scoppiettavano senza sosta in raffiche alternate. Lo Spina continuava a sospingermi da dietro, ma quando il corridoio terminò io mi bloccai sperando di poter eguagliare la tenacia di un mulo. Mi affacciai lentamente oltre il profilo dell’ultima scatola e vidi l’immenso stanzone suddiviso in minuscoli ambienti da un numero pressoché infinito di separé. Per ogni ambiente c’era una postazione di lavoro: un tavolo, una macchina da cucire, rotoli di pelle finta e tessuti e un povero cristo a finirsi gli occhi e ingobbirsi col culo poggiato su un panchetto. C’erano uomini, donne poco più che bambine e persone che sembravano decrepite ma che magari avevano meno di cinquant’anni. Nessuno fece caso a me. Erano tutti col capo chino sui loro lavori. Se al piede gli avessi visto delle palle di piombo non mi sarei meravigliato.

Non ebbi molto tempo per pensare, ma ricordo che realizzai di non avere alcuna voglia di stare lì. Ad essere sinceri, nessuno avrebbe dovuto stare in un posto del genere. Quella non era una fabbrica. Men che meno un’abitazione. Quella era una prigione. Avrei tanto voluto girare la schiena e scappare via, ma lo Spina mi spinse più forte e mi trovai in campo aperto.

«Tira, coglione!» gridò come un urlo di guerra.

Una ventina di teste si voltarono verso di me e un numero doppio di occhi a mandorla mi si posarono addosso. Le macchine da cucire smisero di mitragliare. Lo Spina mi venne addosso con tutto il suo peso, facendo largo a se stesso e tirandosi dietro Massimo e Marco. Mi rifilò una botta a mano aperta fra le scapole che mi lasciò senza fiato.

«Tira!» ripeté con un vero e proprio ruggito.

Avevo serie difficoltà a respirare e temevo di svenire e rimanere lì alla mercé di quelle che avrebbero dovuto essere le nostre vittime. Avevo ancora più paura  di quello che mi avrebbe fatto lo Spina se non avessi obbedito al suo ordine.

Abbassai lo sguardo sul mio palloncino arancione.

Mi morsi l’interno delle guance finché non sentii il sapore metallico del sangue.

Chiusi gli occhi.

E tirai.

Non vidi quello che mi capitò di colpire. Sentii solo lo “splash” del palloncino che esplodeva e poi altri tre rumori simili a seguire. Tutti avevano tirato. Avevamo fatto una bella doccia ai musi gialli, che ora incominciavano a urlare nella loro lingua incomprensibile. Riaprii gli occhi e vidi lo Spina piroettare e darsela a gambe sospingendo i miei due amici. Io indugiai un istante. Mi sentivo le gambe come colonne di marmo. Quando mi accorsi che alcuni lavoratori stavano per lanciarsi al contrattacco mi decisi a muovermi. Se mi avessero preso sarebbero stati cazzi amari. Mi ributtai nel corridoio violentando letteralmente i miei arti inferiori paralizzati. In pochi secondi fui fuori. Mentre mi lanciavo in sella alla mia bici mi detti un’occhiata alle spalle, tanto per rendermi conto del vantaggio che potevo avere sui miei eventuali inseguitori.

Non avrei mai dovuto farlo. Cioè, erano molte le cose che non avrei proprio dovuto fare in quell’afoso pomeriggio di agosto, ma fra tutte quella avrei davvero dovuto evitarla. Appena mi voltai indietro, come se fosse destino che dovesse succedere, il mio sguardo si posò su una delle finestre dell’edificio da cui ero appena fuggito. Dietro il vetro opaco della finestra comparve il volto di un ragazzino. Avrà avuto più o meno la mia stessa età. Non si muoveva. I suoi occhi a mandorla sembravano spalancati come quelli di un cerbiatto impaurito. I suoi grandi occhi a mandorla. Neri come le profondità della notte. Neri come la mia coscienza ormai irrimediabilmente sporca. Neri come quelli del mio amico Filippo. Filippo, con cui avevo condiviso le mie macchinine e tanti dei miei pomeriggi a scuola. Quel ragazzino poteva benissimo essere lui. Diamine, quel ragazzino era tale e quale a lui!

I cinesi si assomigliano a tutti, è vero, ma quegli occhi…

Quei grandi occhi neri…

Filippo.

Era lui o no?

Non lo avrei mai saputo.

Un battito di ciglia, giusto per schiarirmi la vista, e la cornice di quella finestra tornò vuota. Inforcai la bicicletta e pedalai con tutta l’energia che mi rimaneva. Pedalai come se fossi un ciclista e quella fosse la mia gara della vita. Purtroppo, ero e sarei sempre stato soltanto un gregario e dopo meno di un chilometro dovetti rallentare per evitare che mi scoppiasse il cuore. Tornai al giardino dietro la pieve e mi ributtai sotto un albero.

Sembrava passata una vita, ma invece erano solo poche ore e io ero sempre io. Una via di mezzo in mezzo a quella torrida estate. Eppure, qualcosa era cambiato. Cercavo di dare un po’ di sollievo al mio cuore provando a convincermi che il ragazzino dietro la finestra non fosse Filippo. Malauguratamente non riuscivo a non pensare che non fosse proprio lui. Filippo, con i suoi grandi occhi neri e senza il suo immenso sorriso. Quello glielo avevo spento io. Glielo avevo lavato via con quella schifosissima doccia di piscio.

Ormai sono passati tanti anni da quel pomeriggio. Io sono diventato grande e mille cose sono successe, come è giusto che sia. Tante estati sono scivolate via, alcune più torride di quella dei miei undici anni, altre meno. Eppure, ancora mi capita di chiudere gli occhi e di rivedere quelli grandi e neri di Filippo, il mio vecchio amico a cui ho lavato via il sorriso con un palloncino arancione.

In quei momenti il mio cuore prende a picchiarmi all’impazzata nel petto e le mie narici si riempiono dell’odore acre e penetrante dell’urina.

E mi viene voglia di vomitare e di piangere insieme.

Libri dello stesso autore:    giovanni fabbri A testa vuota    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero

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