Il paradiso perduto 2

di Silvio Bosticco e Roberto Martinez

All’inizio non è che mi spiacesse stare in Paradiso, anzi. Potevo fare tutto ciò che volevo. Se non avevo voglia di far niente, non facevo niente. Se volevo lavorare, non avevo che da rivolgermi all’Amministrazione Centrale. Bastava chiedere e non peccare.

Cominciai quindi con il non far niente. Dopo due secoli mi cercai un hobby e mi diedi alla pittura. Ma che gusto c’è nel dipingere quadri bellissimi senza neanche il minimo sforzo? Ero un’anima beata, e tutto quello che facevo non poteva che riuscirmi bene. Anzi, benissimo. 

Provai a dipingere dei quadri così-così, ma venivano sempre fuori dei capolavori.

Passai alla scultura: meglio di Michelangelo.

Provai con i puzzles, ma quelli da 5 milioni di pezzi li finivo in un quarto d’ora.

Allora provai con il modellismo, il giardinaggio, il ricamo, l’origami… Con i francobolli durò poco: in tre giorni li avevo tutti. Infine andai in biblioteca, ma non trovai altro che testi sacri e libri per bambini. Lessi per un po’ Lassie, ma mi stufai presto.

Cominciai a bere.

Naturalmente qui non ci sono alcolici, neanche il nocino, però le bibite sono le stesse della Terra. Bevevo Coca-Cola tutto il giorno fino a quando la mia anima non fu completamente satolla. Rotolavo come una pallina di mercurio, solo che ero marrone e facevo gurgle-gurgle ad ogni passo.

Un giorno me ne stavo sdraiato sulla mia mononuvola e stavo finendo la ventisettesima lattina di Coca. L’altoparlante trasmetteva musica per arpa. A me piace il rock duro tipo Rolling Stones e la musica d’arpa non la reggo, soprattutto se la devi subire ventiquattro ore su ventiquattro. Non ne potevo più: afferrai l’altoparlante e lo scaraventai giù.

Nel silenzio che mi circondava, finalmente riuscii a piangere. Lacrime marroni, naturalmente.

Il giorno dopo una colomba bianca mi recapitò un avviso di garanzia con l’obbligo di comparizione davanti ai giudici del Comitato della Croce e Delizia.

Ci andai tirato a lucido, con la tunica così bianca, che più bianca non si può.

«Buongiorno» dissi.

«Buongiovno» rispose quello che sembrava il capo dell’assemblea «Pvego, si accomodi.»

Mi sedetti su una sedia posta nel centro del semicerchio, sentendomi un tantino a disagio. Il processo fu sbrigativo: mi condannarono a un mese di Purgatorio forzato.

In Purgatorio vendevano la birra, anche quella messicana che me gusta mucho. Il fatto era che ci mettevano il Guttalax dentro. Ma per fortuna in biblioteca la storia cambiava. Vi trovai i Classici e tutti i numeri di Zagor. Non persi un secondo e per trenta giorni e trenta notti ingoiai chilometri di parole. Quando tornai in Paradiso, non ci pensai due volte e ruppi un “altro-parlante”.

«Condannato pev l’etevnità al Puvgatovio» sentenziò il Capo, «così impavi!»

Hip-hip, hurrà! I gonzi ci erano cascati.

In Purgatorio l’eternità durava un’eternità e io finii i libri prima. Così per il resto del tempo ero tormentato dai successi di Riccardo Cocciante che venivano trasmessi ininterrottamente e prostrato dalle attività ricreative tipo caccia al tesoro in go-kart e toccacolor al buio. Provai allora a riprendere gli hobby che coltivavo in Paradiso: fui presto afflitto dai miei modellini sbilenchi, demoralizzato dalla mediocrità dei miei quadri e terrorizzato dall’inquietante presenza delle mie sculture.

Un giorno tornai a farmi un giro in biblioteca per spulciare il catalogo e notai che dalla lista mancavano i libri di Bukowsky. Chiesi spiegazioni all’addetto.

«Quella roba lì la tengono solo giù, all’inferno.»

M’immaginai sommerso dalle pagine di Miller e Wilde, strofinato da quelle di Kerouac e titillato da quelle di Irvine Welsh. Non potevo perdere altro tempo. Cominciai a ragionare su come potermi meritare l’inferno, ma non era facile. Non c’era nessuno da uccidere e niente da rubare. Bestemmiare non mi piace. Al massimo dico zio fà! Collaudai le fialette puzzolenti: niente. Mi dissero che era uno scherzo idiota e mi costrinsero a ingoiare venticinque confezioni di confetti Falqui. Misi subdolamente del Guttalax nel Guttalax del direttore marketing. Il tipo non si accorse di nulla, ma fui ammonito ugualmente e costretto a leccare una fava di fuca gigante per un lustro. Finito di lustrare ero molto incazzato e con la lingua ancora penzoloni mi scappò una bestemmia talmente feroce che fui processato per direttissima.

«Ti avevamo avvertito: questa volta meriti la dannazione eterna!»

Ero così felice di andare all’inferno che sulla scala mobile che mi ci portava mi raccontai una barzelletta. Avevo già voglia di divertirmi. Cos’è più veloce di un nanosecondo? Feci finta di non saperlo. Un nanoprimo! E giù a ridere.

Arrivai all’ingresso. Prima di entrare chiesi se ci andava la tessera. Le guardie sorrisero, mi marchiarono a fuoco un numero sulla fronte e dissero che no, bastava quello. Poi, considerati i miei studi, mi misero alla contabilità della miniera di zolfo. Lì il trattamento era buono: ero alloggiato in una monostufa con angolo cottura e potevo usare la macchina della ditta, una Fiat Duna color pera Williams. L’unica fregatura era che avevo diritto ad una settimana di vacanza ogni 700 anni. Per tutto questo tempo la mia giornata tipo significava sveglia e lavoro, pranzo e lavoro, cena e lavoro, un’ora di svago e due di riposo. L’unico svago era la tivù, ma su tutti i duecento canali davano solo la telenovela “L’arachide maledetta”. Sempre la stessa puntata.

Per settecento anni di notti sognai una settimana di libri che mi provocavano polluzioni notturne anche a mezzogiorno. Ogni tanto dovevo perfino allontanarmi dalla mensa perché gli altri mi guardavano con sospetto.

Finalmente arrivò l’ultima notte dei settecento anni e io non riuscii a chiudere occhio, eccitato dall’idea di poter scegliere il primo libro.

Il mattino dopo giunsi alla biblioteca che era ancora chiusa. Aspettai un’ora, poi due. Poi tre. Poi sei. Finalmente comparve un tizio sulla porta.

Lo guardai. Mi guardò. Ci guardammo.

«Scusi, a che ora apre la biblioteca?»

Mi fece leggere il cartellino che aveva in mano.

«Come, chiuso per ferie?»

«Sì, una settimana me la merito anch’io, mannaggia.»

«Una settimana…»

«Ogni 700 anni.»

 

Libri degli stessi autori:     bosticco_martinez La sesta goccia d'acqua

Advertisements


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s