Lo sceriffo

di Silvio Donà

Non credo siano molti i paesi della pianura veneta a poter vantare uno sceriffo.

Noi ce l’avevamo.

Enrico detto Teto aveva un’età indefinita tra i quaranta e i sessanta e somigliava in modo impressionante al servitore muto dei telefilm di Zorro. Solo che non era muto. A essere sinceri non si capiva bene cosa dicesse ma, insomma, parlava.

Il motivo di quel soprannome: Teto, non ve lo saprei dire. Dalle mie parti un soprannome ce l’hanno tutti, di solito affibbiato da bambini. Vatti a ricordare perché.

Era bassino, magro, pelato, con un collo sottile che vagava nei colletti dei vestiti, qualche taglia troppo grandi, che portava.

Come spiegare a gente di città cos’è lo “scemo del paese”?

Non ha niente a che vedere con l’ubriacone dalla mente svanita che dorme alla stazione centrale. Lo scemo del paese è a suo modo un personaggio, una specie di patrimonio comune. Conosce tutti e tutti conoscono lui.

La sua emarginazione (ammesso che sia possibile graduare l’emarginazione) ha, per così dire, un volto più umano o, per lo meno, un palcoscenico sul quale essere rappresentata.

Teto non era sempre stato così; aveva avuto una vita “normale”, un lavoro, una famiglia. Fino a quando una sera non era tornato a casa e l’aveva trovata vuota.

Sua moglie era scappata con un altro portandosi via la bambina.

Non provò a cercarle. Probabilmente sapeva che, anche se le avesse trovate, non sarebbe comunque tornata a vivere con lui.

Non so se fu il vino a fargli perdere un po’ per volta il senso della realtà o se scivolò per conto suo dalla disperazione in una specie di sorridente demenza. Perché Teto rideva sempre, non si capiva di cosa.

Può darsi avesse quattro soldi di pensione o che qualcuno gli mettesse in tasca qualche lira: fatto sta che sopravviveva. Il suo carburante era il vino rosso. A volte lo comprava, più spesso trovava gente disposta a offrirglielo in giro per le osterie nelle quali passava buona parte della giornata.

Non dava fastidio e, anche ubriaco, non alzava mai la voce. A suo modo il paese gli voleva bene.

C’era naturalmente anche chi si divertiva a prenderlo in giro, specie nel gruppo dei ragazzi più grandi.

Furono loro a regalargli la stella e la pistola.

Da quando gli era partito il cervello Teto coltivava una serie di fantasie: a seconda dei giorni era una spia, il figlio di un conte o un avvocato o un colonnello… Poi si fissò con lo sceriffo.

Era lo sceriffo del paese e doveva difenderlo dai banditi (dagli indiani no; non ci sono tanti indiani nella provincia di Venezia…).

A partire dai primi anni settanta nessuno lo vide più in giro senza la stella appuntata sul petto con la scritta “SCERIFF” e la pistola giocattolo nella fondina di cartone tenuta insieme da numerosi giri di nastro isolante nero.

Così il paese poté vantarsi di avere uno sceriffo.

<<Varda… riva el scerifo (Guarda… arriva lo sceriffo)>> diceva uno quando Teto entrava in osteria.

<<Ghe xe i banditi unquò (Ci sono i banditi oggi)?>> si informava, serio, un altro.

<<No.. i go fati scampare mi (No, li ho fatti scappare io)>> annunciava Teto orgoglioso.

<<Bravo scerifo! Sentate qua co’ nialtri a bevarte na ombra (Bravo sceriffo! Siediti qui con noialtri a berti un bicchierino)>>.

Non si faceva pregare…

Poi comparve anche il cappello, rosso, anche quello di cartone,  anche quello con la sua brava scritta “SCERIFF” e dei cavalli bianchi e neri disegnati sul lato.

Noi bambini non mancavamo mai di salutarlo quando lo incrociavamo per strada.

<<Ciao scerifo!>>

Lui rispondeva portandosi due dita alla tesa del cappello. E sorrideva.

Davvero nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe finita così. Il destino a volte si diverte in uno strano modo.

Successe un venerdì mattina del millenovecentosettantasei.

Avevo dieci anni, ero a scuola, ma l’ho sentita raccontare talmente tante volte che è come ci fossi stato E fosse successo ieri.

Per noi in paese una rapina in banca era roba da film, neanche da immaginare potesse accadere davvero. Invece quella mattina entrarono in tre nella piccola filiale che si affaccia sulla piazza, mentre il quarto, come da copione, aspettava in macchina col motore acceso. Quattro balordi di un paese vicino con più paura di quanta ne avessero gli impiegati sotto la minaccia delle pistole.

Erano convinti di avere pensato a tutto. Invece niente andò per il verso giusto.

La gente, anziché gettarsi a terra come gli era stato ordinato, scappò fuori urlando mettendo in allarme tutta la piazza, che in un lampo si svuotò, e la cassaforte risultò quasi vuota perché il furgone porta valori era in ritardo e non era ancora passato.

Presi dal panico arraffarono il poco contante in cassa e se la diedero a gambe, bestemmiando.

Per strada non c’era nessuno. La gente spiava terrorizzata dalle persiane socchiuse e dalla vetrina del bar di fronte, mentre cinquanta telefonate diverse intasavano il centralino dei carabinieri.

Poteva finire così, con i quattro, scornati, che filavano via con pochi spiccioli in un gran fischiare di ruote, invece, proprio mentre quelli uscivano dalla banca pistole in pugno, da dietro una macchina in sosta si alzò un ometto piccolo e magro con in testa un cappello di cartone rosso e sul petto appuntata una stella da sceriffo.

L’ometto si mise al centro della strada, proprio davanti alla macchina dei banditi, e alzò una mano con un gesto quasi solenne.

<<Fermi!>> intimò con voce insolitamente profonda.

I tre si bloccarono davvero, stupefatti.

<<Vi dichiaro in arresto!>> disse lo sceriffo Teto con tono ufficiale, estraendo la pistola di plastica dalla fondina tenuta insieme dal nastro isolante nero.

La gente dietro le finestre e dalle vetrine del bar intuì quello che stava per succedere. Più d’uno distolse lo sguardo, ma molti rimasero lì, come ipnotizzati.

Teto spianò la pistola e sparò.

PUM! Fece la pistola giocattolo, caricata con le sue brave capsule giocattolo.

Forse i tre non si accorsero che la pistola era finta o forse, semplicemente, persero il controllo. Spararono insieme, d’istinto, ad altezza d’uomo. Erano tanto stravolti che in due riuscirono a mancarlo.

Il terzo però lo colpì. Dritto in mezzo alla fronte.

Teto cadde all’indietro schiacciando il cappello di cartone sull’asfalto.

In quel momento arrivò la camionetta dei carabinieri. I quattro si arresero subito, buttando le pistole e alzando le mani. Uno si mise a piangere a singhiozzi forti, come un ragazzino. Tutti guardavano il minuscolo sceriffo steso immobile al suolo.

Per Teto non ci fu niente da fare. Era già morto.

Finisce così la storia del nostro sceriffo, venti minuti prima del fatidico  mezzogiorno.

Se mai un giorno doveste capitare da queste parti, fermatevi un minuto a visitare il piccolo cimitero, dietro la chiesa. La tomba di Teto è una delle prime sulla destra, gentilmente offerta dall’amministrazione comunale.

Anche se ufficialmente non si può dire, dovete sapere che una notte i ragazzi più grandi hanno scavalcato la recinzione e sono entrati.

In un certo senso glielo dovevano.

Così adesso, proprio sotto al suo nome e alla sua fotografia (sorridente…) c’è dipinta una grossa stella a cinque punte con alcune parole: “QUI GIACE LO SCERIFFO DEL PAESE!”.

Qualcuno potrà pensare che sia una cosa blasfema.

Ma nessuno qui da noi ha mai chiesto che fossero cancellate.

Libri dello stesso autore:    silvio donà Luisa ha le tette grosse    silvio donà Pinocchio 2112    silvio donà Nebbie OK

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