La mia stella

Di Giovanni Fabbri

C’era una volta una giovane farfalla.

Aveva ali grandi e sgargianti color dell’oro, decorate da splendide pennellate rubino come in un quadro di Klimt e un corpo leggero e delicato più di un soffio di vento.

La giovane farfalla viveva in una vivace radura ai margini del bosco e si posava gentile su ogni fiore e ad ogni fiore diceva: «Buongiorno!» e i fiori rispondevano rallegrati dalla gioia di quella ridente creatura.

Un giorno però passò da quelle parti un corvo.

Era scuro come la pece e aveva le penne arruffate dal tempo, dai lunghi viaggi compiuti e dalle mille zuffe che aveva affrontato nel corso della sua lunga esistenza. Se ne stava appollaiato su un ramo di una grossa quercia, tutto il giorno, senza rivolgere la parola a nessuno.

La giovane farfalla, vedendolo così silenzioso e cupo, gli si accostò in una bella mattina di sole e gli domandò: «Perché signor Corvo sei così taciturno e infelice?»

Il corvo dapprima non rispose, ma vedendo che la farfalla continuava a volteggiargli intorno in attesa di una parola, si decise a far gracchiare il suo becco: «Trovi forse tu un motivo valido per essere tanto allegra e spensierata?»

«Ma certo, signor Corvo, oggi è una così bella giornata di primavera! Vedi come ridono gli altri uccelli! Senti come germogliano i semi e come sbocciano i fiori sulle piante!»

Il corvo sbuffò: «Credi che questo sia abbastanza? Io ho così tanti anni sulle mie ali che posso dire di avere già sentito ogni risata di uccello e di aver visto ogni seme germogliare ed ogni fiore sbocciare.»

«È dunque così triste per questo la tua vita? Perché hai già visto tutto?» domandò intenerita la giovane farfalla.

«La mia vita non è triste. La mia vita è semplicemente alla fine…» replicò scocciato il vecchio corvo.

La farfalla smise di volteggiare per un istante, impressionata. «Non dire così!»

«Io dico quello che mi pare» replicò scorbutico il volatile.

«Mi dispiace signor Corvo che tu sia così sconsolato» disse con voce sincera la giovane farfalla. «Se solo ci fosse qualcosa che io potessi fare per alleviare la tua pena…»

Il corvo allora rimase in silenzio per un lungo istante. Poi volse il suo sguardo scuro e penetrante verso la variopinta creaturina e disse con tono mesto: «Ci sarebbe qualcosa che renderebbe più lieve il mio dolore…»

La farfallina fece vibrare le ali e tacque, in attesa che il vecchio corvo esprimesse il suo desiderio.

«Io ho percorso tutti i cieli del mondo, mi sono affannato in voli sfrenati e in lotte furibonde alla caccia di cibo, di un riparo, di un luogo caldo dove sopravvivere agli inverni. Ho vissuto a lungo e non mi sono mai fatto mancare niente» raccontò il volatile volgendo il capo verso il cielo. «Però non ho mai cercato la mia stella, ed ora che me ne rendo conto sento di non avere più tempo per rimediare…»

«La tua stella?» domandò la giovane farfalla, incuriosita dalle parole del vecchio corvo.

«La mia stella, sì, il motivo per cui sono venuto al mondo.»

Detto questo, il vecchio corvo chinò la testa e fece un lungo sospiro. Di colpo, la farfalla si rese conto di quanto fosse vecchio e di quanta tristezza ci fosse nella sua voce.

«E cosa posso fare io per aiutarti?»

Il corvo parlò con voce gentile, come un nonno può parlare al giovane nipote. Alla fine anche la sua ruvida scorza era stata intaccata dalla gentilezza della piccola farfalla.

«Per me non c’è più niente che tu possa fare. Però puoi fare in modo che i miei sbagli siano almeno serviti a qualcosa… Vivi cercando la tua stella se vuoi davvero essere felice! Ed ora và, lasciami solo!»

La giovane farfalla volteggiò ancora tre o quattro volte intorno al vecchio corvo, indecisa sul da farsi. Poi, resasi conto che il nero volatile si era chiuso in un silenzio inespugnabile, volò via tutta mesta.

Tornata dai suoi amici fiori, domandò consiglio a loro.

«Le stelle… le stelle…» risposero in coro i fiori della radura. «Tu sei una farfalla, voli appena al di sopra del filo dell’erba, come potresti mai immaginare di raggiungere le stelle?»

Ma la giovane farfalla non si perdeva d’animo e continuava a chiedere e chiedere e chiedere. Un giorno un grande girasole, stufo di quella nenia continua, le disse: «Se vuoi davvero cercare la tua stella dovresti senz’altro parlare con la vecchia tartaruga. Lei è antichissima e saggia, sicuramente saprà indicarti il modo.»

Allora la giovane farfalla volò fino alla tana della vecchia tartaruga e, trovatala ferma sotto una grande foglia di arisario, la implorò di aiutarla a trovare la sua stella.

La tartaruga si mosse lentamente, guardò la sgargiante farfalla e la salutò con un largo sorriso della sua bocca sdentata.

«Sono felice di aiutarti» le disse, «ti guiderò in cima alla grande montagna da cui potrai senz’altro vedere la tua stella.»

Detto questo, si incamminò del suo passo, con la giovane farfalla che piroettava euforica tutto introno al suo immenso guscio. Passò così un giorno, una notte e poi ancora un giorno e un’altra notte. La tartaruga procedeva comoda, una zampa dietro l’altra e ogni tanto si fermava a sgranocchiare qualche grasso filo d’erba. I giorni e le notti divennero settimane e la farfalla cominciò ad essere stanca di tutta quella indolenza. Quando le settimane divennero mesi, la giovane farfalla non seppe più resistere e protestò: «Cara signora Tartaruga, io ti ringrazio per l’aiuto che vuoi darmi, ma stiamo procedendo troppo piano!»

«Piano?» bofonchiò sorpresa la vecchia tartaruga. «Ma se ce la sto mettendo tutta!»

«Lo so, signora Tartaruga» disse comprensiva la farfalla, «e ti ringrazio ancora per il tuo impegno, solo che io non ho tutto il tempo che hai tu, sono una farfalla, la mia vita è molto più breve della tua!»

La tartaruga sostò riflettendo, poi si rivolse con dolcezza alla farfalla: «Hai ragione, mia piccola amica, quella che ti sto facendo percorrere non è di certo la tua strada. Vai a parlare con l’elegante cavallo, lui è molto più veloce di me e forse potrà aiutarti.»

Dopo i saluti, la giovane farfalla riprese il suo volo a ritroso, fino alla radura da cui era partita. Qui incontrò il nobile cavallo, che non la degnò nemmeno di un’occhiata. Nonostante la farfalla continuasse a svolazzargli intorno al muso e sopra la folta criniera, lui proseguiva altezzoso nel suo trotto e nelle sue pose aristocratiche. Finalmente, dopo che furono passati i giorni, il borioso equino fece segno alla piccola creaturina che le concedeva udienza.

«Illustre signor Cavallo» disse la farfalla sentendosi piccola piccola di fronte al maestoso animale. «Io vorrei che mi aiutasse a cercare la mia stella…»

Il cavallo rispose con un nitrito di superiorità: «Cosa vuoi che interessino a me le stelle? Io sto bene attaccato alla terra, dove sono un indiscusso signore. Anche tu dovresti cercare di fare altrettanto, interessandoti a quella che è la tua naturale dimensione senza andare in giro a caccia di favole! Non è certo questa la tua strada! Ed io non ho certo tempo per simili facezie!»

E la congedò con un colpo di coda.

Allora la farfalla riprese a volare, con il capo chino per la sfortuna che sembrava perseguitarla. Così vagando giunse nelle profondità del bosco, dove vide una profonda grotta da cui giungeva un tremendo fracasso. Curiosa, vi si affacciò titubante e subito si accorse che si trattava del grande orso, che dormiva russando pesantemente.

«Forse lui potrà aiutarmi» pensò la giovane farfalla. L’orso stava però dormendo, appunto, e la piccola creatura non voleva disturbarlo, così restò in attesa all’interno dello scuro antro. Trascorsero i giorni e le notti e i giorni, finché la farfalla, stanca di attendere il risveglio dell’enorme animale, si poggiò sulla sua palpebra e la sollevò con fatica.

«Grande signor Orso» domandò con una vocina sottile ed impaurita, «avrei una domanda da farti.»

L’orso, fra un grugnito ed un altro, rispose: «Non vedi che sto dormendo?»

«Lo vedo, lo vedo» si scusò ancora la tremante farfalla, «però io vorrei trovare la mia stella, e vorrei sapere se tu saresti capace di aiutarmi.»

«Capace di aiutarti…» ronfò l’orso, «capace di aiutarti lo sarei…»

«Bene» disse la giovane farfalla contenta. «Allora attenderò che termini il tuo letargo» e lasciò calare di nuovo la pesante palpebra dell’orso che tornò a dormire profondamente.

La piccola creatura colorata si mise dunque di nuovo in attesa. Mentre le settimane scivolavano via ella volava in qua e in là per il bosco, tanto per ingannare il tempo. Un giorno venne a trovarsi sulla riva di un grande fiume e, vista una luminosa trota guizzare nell’acqua, si disse: «Perché non provare?»

Si avvicinò dunque al rapido pesce e chiese: «Signora Trota, mi scusi tanto, non è che potrebbe aiutarmi a cercare la mia stella?»

La trota argentea la guardò con il suo occhio languido e le rispose gentile: «Oh, lo farei bellissima farfalla, ma io vivo nel grande fiume. Qui noi del cielo vediamo solo il pallido riflesso e la luce soffusa, come potrei mai guidarti alle stelle? Non è questa la tua strada. Il popolo dei cieli, loro sì che potrebbero esserti di aiuto.»

La giovane farfalla riprese a volteggiare, e mentre volteggiava pensò. Doveva restare nel bosco e attendere il risveglio del grande orso, o avrebbe dovuto rimettersi in cammino, alla ricerca del popolo dei cieli come le aveva consigliato la brillante trota?

Pensò e ripensò fin quando decise di provare a partire. Il grande orso, intanto, avrebbe continuato il suo letargo e sarebbe stato sempre a disposizione al suo ritorno.

Faticosamente volò al di sopra del bosco, più in alto delle cime dei più alti abeti, si arrampicò di pietra in pietra finché giunse sulla vetta più alta della grande montagna, dove nidificava la maestosa aquila.

«Buongiorno, signora Aquila» esordì cortesemente la farfalla, sbuffando ancora per l’enorme fatica compiuta.

«Buongiorno» rispose l’aquila muovendo appena il suo enorme becco.

«Vorrei trovare la mia stella» domandò la piccola creatura, «e mi hanno detto che tu potresti aiutarmi.»

«Sei un piccolo animaletto curioso» disse la solenne aquila con una nota di compiacimento nella voce, «ma il tuo coraggio e la tua determinazione dovranno essere premiati. Aspetta dunque che giunga il tramonto.»

Così la farfalla speranzosa si mise in attesa per l’ennesima volta, sperando in cuor suo che fosse finalmente l’ultima.

Venne il tramonto, che dipinse la montagna e la valle sottostante di tutte le varietà del rosso. La giovane farfalla rimase ad ammirare estasiata, in religioso silenzio. In breve, il sole scomparve all’orizzonte e la notte troneggiò sul mondo.

«È giunto il momento» comunicò la magnifica aquila. «Getta il tuo sguardo nel cielo.»

La farfalla obbedì e alzò gli occhi nelle profondità della notte.

«Vedo milioni di stelle» sussurrò, con una vena di lieve delusione in gola che la grande aquila non mancò di notare.

«Non sei soddisfatta?» domandò all’intrepida farfalla.

«Io cercavo la mia stella» rispose questa sincera, «come potrò mai trovarla in mezzo a milioni di astri?»

La potente regina del popolo dei cieli allora si intenerì e lanciò un’occhiata dolce alla piccola creatura.

«Guarda bene nel cielo» le disse gentile, «fissalo a lungo finché non vedrai un’unica stella brillare e tutte le altre scomparire.»

La giovane farfalla obbedì ancora, col cuore colmo di speranza e desiderio. Osservò il cielo per un tempo che le parve interminabile, mentre nel frattempo la maestosa aquila rimase al suo fianco senza muoversi né parlare.

«Eccola! Eccola! La vedo! Ne vedo solo una!» gridò la farfalla alla fine, brillando tutta di gioia. Poi, dubbiosa, domandò: «Ma come posso essere certa che sia quella giusta? Che sia proprio la mia, insomma?»

L’aquila restò in silenzio. Guardò la giovane farfalla con commozione e le mormorò: «Perché neanche io, che sono la regina assoluta di questi cieli, riesco a distinguerla.»

La carezzò appena e delicatamente con la punta della sua enorme ala e la rassicurò ancora: «È la tua stella, giovane farfalla, perché solo tu puoi vederla.»

Libri dello stesso autore:    giovanni fabbri A testa vuota    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero

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