Clochard (l’indifferenza ci rovinerà)

Di Giovanni Fabbri

L’ho visto piangere.

Due lacrime soltanto, grosse e scure come perle polinesiane. Le lacrime sono scivolate a terra mescolandosi agli sputi e lui ha ripreso a muoversi freneticamente avanti e indietro, come se tutta la sua tristezza fosse rotolata via e lui potesse finalmente tornare alla sua attività preferita.

Subito dopo l’ho visto ridere.

Ridere sotto la pioggia di insulti che i passanti più schietti gli sputavano addosso. I più scorretti invece lo schernivano silenziosi, ma lui poteva sentirli lo stesso e per questo rideva. A bocca aperta, mettendo in mostra la sua lingua gonfia e gialla e i suoi quattro denti neri e sottili come comignoli parigini.

Sono rimasto a guardarlo e l’ho visto che amava.

Amava l’aria pesante che gli aleggiava intorno, i fantasmi del suo caotico passato e forse anche le immagini di belle donne che aveva talvolta sbirciato in qualche locandina. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro. Amava senza sesso, ma con lo stesso moto oscillatorio che usiamo un po’ tutti.

Soffermandomi ancora un poco ho potuto vederlo mangiare.

Con le dita ruvide e segnate dal tempo l’ho visto strappare pezzi di carne ad un quarto di pollo comprato al supermercato per pochi spiccioli. L’ho visto ungersi la bocca e mandare giù i bocconi aiutandosi con lunghi sorsi di vino scadente. L’ho visto ingozzarsi e vomitare. Ubriacarsi e mangiare ancora. E poi bere e bere e bere, accompagnando le corpose gozzate al solito dondolio del busto.

L’ho osservato a lungo e credo di averlo visto soffrire.

Ha appoggiato le mani sulle tempie e ha stretto forte la testa, come se quella gli volesse scoppiare e lui cercasse disperatamente di tenerla insieme. Si agitava più velocemente adesso e con un movimento più ampio, come se l’energia del suo gesto potesse in qualche modo lenire la sofferenza. Poi ha gorgogliato qualcosa e forse in quel modo è riuscito a cacciare fuori il suo dolore, perché ha ripreso il consueto ritmo del suo ciondolare. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, che chi si ferma è perduto.

L’ho tenuto sott’occhio e l’ho visto che odiava.

Con le labbra tirate sui denti come un cane l’ho visto scagliare sul mondo gli strali della sua ira. Era un odio senza parole il suo, diverso da quello gridato dei passanti che gli frullavano intorno, una rabbia muta e fatta di sguardi ad occhi serrati, rivolta a se stesso o a qualcosa dentro di lui più che al mondo di fuori.

Non l’ho perso di vista nemmeno un istante e dopo un poco l’ho visto pregare.

Ad occhi spalancati fissava Dio e recitava il suo personalissimo rito. Solo che invece che sgranare il rosario seguiva la sua litania con quel movimento che era quasi un inchino. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro. Giù verso la terra che ci ha creato e su verso il cielo che alla fine ci accoglierà.

Poi è successo qualcosa che non mi sarei mai aspettato.

Dalla ressa di passanti che lo schivavano schifati si è staccata una vecchia signora. Era vestita di nero e aveva lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia. Portava ai piedi un paio di ciabatte di paglia, malgrado fosse una serata tutt’altro che calda. Non ho potuto scorgerne il volto, ma l’ho vista avvicinarsi a lui, a meno di un passo e, rimanendo in piedi, tendere la mano verso il suo cuore.

Lui ha lasciato che la vecchia signora lo toccasse in mezzo al petto senza dire niente.

Non ha più pianto né riso, non ha più amato né odiato, non ha vomitato, bevuto, sofferto né più pregato. Ha soltanto chiuso gli occhi e smesso di dondolare. Niente più avanti. Niente più indietro.

L’ultima cosa che ho visto è stata la vecchia signora che tirava fuori da sotto la veste un grande lenzuolo bianco di lino.

Poi non ho più avuto il coraggio di guardare.

Mi sono girato dall’altra parte e me ne sono andato perdendomi in mezzo alla folla distratta.

Libri dello stesso autore:    giovanni fabbri A testa vuota    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero

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