Il paese inabitato

Di Giovanni Fabbri

C’era una volta un paese in un regno lontano. Un paese come tanti altri, che non aveva niente di speciale se non il fatto di non avere alcun abitante. Non che fosse un brutto paese, né che vi fossero motivi particolari per cui la gente non dovesse gradire il risiedervi. Il paese era anzi assai carino, con la sua pieve romanica e una grande campana di bronzo, il suo maestoso palazzo del Comune, antica dimora signorile, le sue viuzze ben curate e le sue case colorate ed accoglienti. Non c’era niente che non andasse, insomma, tanto che centinaia e centinaia di persone avevano provato nel tempo a prendervi dimora, solo che lui, ecco, si era rifiutato.

Sembra follia, ma i fatti si svolsero esattamente in questo modo. Nessuno più ricordava quando, ma ad un certo punto decine e decine di anni prima, vuoi offeso per qualche sgarbo o semplicemente impazzito o forse solo per un semplice ghiribizzo, il paese aveva cominciato a ribellarsi ad ogni tentativo di essere abitato.

Nel breve volgere di una notte aveva eretto un’altissima cerchia di mura che teneva fuori gli sgraditi visitatori e per quei pochi temerari che avevano l’ardire di valicarla il paese escogitava un’infinità di astuzie e trabocchetti per, come dire, persuaderli ad andarsene.

E se ne andavano!

Tutti se ne andavano!

A riguardo giravano storie di ogni tipo.

Alcuni vecchi raccontavano di come una volta, in tempi lontanissimi, il paese avesse disperso un intero esercito di cavalleggeri mandati alla sua conquista, scagliandogli contro i getti potenti dell’acquedotto e scatenando uno scampanio furibondo dal campanile della chiesa che aveva fatto impazzire i cavalli.

Altri ricordavano l’episodio in cui un manipolo di briganti provò ad intrufolarsi nel paese scavando una galleria sotto le mura, e di come vennero ricacciati indietro dal paese che infuriato gli rivoltò addosso le acque luride delle fognature.

Ma queste erano storie che si perdevano nella notte dei tempi e che lentamente avevano assunto la dimensione di leggenda. E come capita a tutte le leggende, col passare degli anni la polvere cala irrimediabilmente a velarne il mito. Così accadde che i più si dimenticarono del famigerato “paese inabitato” e lo abbandonarono al suo scontroso isolamento.

Venne però il giorno in cui nel regno cui apparteneva il paese – solo geograficamente però, perché il paese ovviamente non apparteneva a nessuno da secoli – avvennero degli importanti accadimenti politici. Dopo che per generazioni si erano succeduti regnanti più dediti alla cura del proprio benessere che a quello del proprio regno, un nuovo sovrano ascese al trono, un personaggio non cattivo, però molto testardo, forse anche un po’ vanaglorioso, che manifestò subito la determinazione di riprendere il controllo dei territori di sua proprietà.

Di tutti i suoi territori.

Paese inabitato compreso.

Cominciò così per il paese un nuovo periodo di continue aggressioni. Interi eserciti si scagliarono per ordine del re contro le solide mura del paese, il quale dal canto suo riuscì sempre abilmente a difendersi dagli invasori grazie ai soliti trucchi e alle stesse scaltrezze che aveva consolidato nel tempo.

Il re non volle arrendersi e fece della riconquista di quel piccolo lembo di terra la ragione della sua esistenza. Utilizzò scienziati, mercenari di bassa lega e nobili cavalieri, stregoni e conquistatori, ma sempre il paese riusciva a respingere i suoi furiosi e sempre più disperati assalti. Così facendo il sovrano perse lentamente credibilità, divenne scorbutico e chiuso in se stesso proprio come il paese suo grande nemico, ed i suoi sudditi cominciarono a considerarlo soltanto un folle visionario.

Trascorsero dunque gli anni ed il re si ritrovò avvilito, stanco ed abbandonato, padrone inappagato di un intero immenso regno e desideroso di possedere soltanto un minuscolo ed insignificante paese. Quando infine sentì il peso della vecchiaia appoggiarsi inesorabile sulle sue spalle, il sovrano – resosi conto di essere rimasto solo ed inascoltato – decise di lanciarsi in un ultimo, disperato tentativo, partendo egli stesso alla conquista del paese inabitato. In un inatteso barlume di lucidità, scelse di portare con sé il suo più giovane figlio, un ragazzetto di appena otto anni, allegro, sempre sorridente e ancora pieno di speranze nei confronti della vita.

In preda ad una sorta di mistico slancio, il re indossò la sua armatura più bella, fatta lucidare a specchio per lo straordinario evento, e cinse al fianco la spada che lo aveva servito in occasione di tutte le sue più importanti conquiste.

Lo scettro no, quello decise di non portarlo con sé. Era il simbolo del suo potere e forse in cuor suo sentiva – per quanto nutrisse una solida ed irremovibile convinzione di riuscire laddove gli altri erano stati sconfitti – che se avesse fallito quel potere già fortemente discusso sarebbe andato irrimediabilmente perduto.

Montarono infine a cavallo, lui ed il suo giovane delfino, e partirono fianco a fianco in cerca della gloria l’uno, di una fantastica avventura l’altro. Non c’erano trombe squillanti o tamburi che rullavano, non c’erano bandiere drappeggiate a festa, né dame a porgere saluti o inghirlandare di fiori i loro colli e il selciato di fronte al loro cammino. Erano soli, come due viandanti qualunque, però il re nel profondo del suo animo nutriva la speranza che trombe, tamburi, bandiere e strade tappezzate di fiori ci sarebbero state – eccome se ci sarebbero state – nel momento del loro trionfante ritorno.

Tre giorni e tre notti trascorsero prima che il loro lungo viaggio potesse concludersi. Era una mattina di pallido sole, con la bruma che andava levandosi lenta e pesante dalla terra al cielo, quando finalmente i loro occhi riuscirono a poggiarsi sui contorni maestosi delle mura del paese inabitato. Di fronte ad una simile visione, il re fermò per un istante il suo destriero, rimanendo con gli occhi sbarrati a fissare l’oggetto di tutti i suoi desideri. Molto alte erano le mura e decisamente imponenti, ma niente avevano che il re non avesse già visto nel corso delle lunghe campagne belliche cui aveva preso parte. E di là da esse, il campanile della chiesa, alcune alte torri ed i tetti che si scorgevano parevano del tutto simili ai campanili, le torri e i tetti che componevano ogni altro paese del suo regno. Solo, non c’era alcun rumore che provenisse da dietro quelle possenti mura. Nessun suono di campane, né acciottolio di carri, né chiacchiericcio di uomini impegnati nelle normali attività quotidiane.

Niente.

Un silenzio totale.

Il silenzio di un paese fantasma.

Di colpo il re riassaporò il pieno e cocente risentimento che nutriva verso quel posto, quel risentimento che gli aveva fatto sprecare gli anni migliori del suo regno e che adesso lo aveva condotto lì, vecchio e stanco, a cercare disperatamente di dare un senso alla sua vuota vita.

Senza indugiare oltre, lasciando che la rabbia e il rancore fluissero liberi nelle sue vene, il sovrano si lanciò dunque al galoppo contro le odiate mura, la spada sguainata e lampeggiante nel sole nascente come ai tempi della sua lontana gioventù.

Con un colpo deciso spezzò le catene che sostenevano il grandioso portone d’ingresso, poi con un vigoroso fendente infranse l’invalicabile serratura e fu dunque dentro, finalmente oltre le mura che lo avevano separato per decenni dal suo più grande sogno. Sulla strada maestra indugiò pochi istanti, guardandosi intorno per cogliere i tratti essenziali del paese, poi spronò ancora il cavallo verso il cuore del suo acerrimo nemico.

Non fece però che una decina di metri prima che la strada di fronte a lui si sollevasse come in una grande onda, sovrastandolo per più di dieci volte la sua altezza e riversandogli addosso un maremoto di sampietrini. Il re fu disarcionato all’istante e rigettato all’indietro ben oltre il portone di accesso. Solo grazie alla robusta armatura, che subì in più punti ammaccature anche molto profonde, ebbe salva la vita, benché uscisse alquanto malconcio da quello scontro.

Il giovane figlio fu subito al suo fianco, sostenendolo e tentando di aiutarlo lavandogli i graffi sul volto e porgendogli dell’acqua da bere. Il re però si riprese in pochi istanti e allontanò da se il figlio per rimettersi in piedi, barcollante ma pronto ad un nuovo assalto. Il ragazzo, timoroso per la vita dell’amato genitore, provò a fermarlo, ma il sovrano non ne volle sapere e si schernì dicendo che aveva capito come conquistare il paese inabitato: non con la violenza avrebbe espugnato la sua inaccessibile fortezza, ma con l’intelligenza e la saggezza dei suoi anni.

Si rimise dunque in marcia, tutto traballante e sbilenco, però deciso a portare a termine la sua missione. Giunto in prossimità del gigantesco portone di accesso – ancora squarciato laddove la sua spada aveva colpito – si soffermò per lanciare uno sguardo all’in-terno del paese e non si sorprese troppo nel notare come la strada fosse tornata in perfetto ordine, dopo che appena pochi istanti prima gli si era avventata contro come una creatura dotata di vita. Proprio lì sulla soglia, giusto un passo fuori dalle mura, depose la spada al suolo e si sfilò pezzo per pezzo la pesante armatura. Terminata la lunga operazione, prese in mano un grosso rotolo di pergamena e si avventurò nuovamente all’interno del paese.

Come fece due passi udì un rumore che lo fece trasalire. Era una sorta di brontolio, in lontananza, come se il paese lo stesse tenendo d’occhio e non gradisse affatto quella nuova intrusione.

Subito il re si affrettò a dichiarare a voce alta e ferma che era lì in veste diplomatica, disarmato, e che un’aggressione sarebbe stata un atto vile e imperdonabile.

Il brontolio si arrestò. Sembrava che il paese stesse concedendo al suo rivale l’opportunità per esprimere le sue rimostranze e rivendicazioni.

Senza indugiare il re srotolò con movimenti solenni la pergamena e cominciò a leggere. Si trattava della dichiarazione di sovranità imperiale che da secoli tramandava il potere fra i membri della sua casata. Tale documento era piuttosto complesso e sanciva i poteri del regnante, nonché i suoi (pochi) doveri nei confronti dei sudditi, le procedure di successione al trono, i diritti di sfruttamento e tassazione, la facoltà di muovere guerra e l’autorità per sottoscrivere trattati di pace ed economici. Il re, però, non si soffermò troppo su tutti questi dettagli. Rapidamente giunse al punto in cui la dichiarazione stabiliva inequivocabilmente i confini del suo regno. I possedimenti del reame. E fra quei possedimenti, ovviamente, era compreso anche il famigerato paese inabitato. Non era dunque lui, sua maestà, a rivendicare il controllo sul paese, ma una legge antichissima, scritta dagli avi dei suoi avi, una legge che regolamentava la vita di quei territori da millenni.

Il paese tornò a brontolare. Non era d’accordo, evidentemente.

Il re parve non curarsene e a testa bassa continuò a snocciolare tutta una serie di cavilli e clausole, di leggi e consuetudini a sostegno della sua tesi.

Il brontolio aumentò. Ora sembrava che un tuono riecheggiasse violento fra le strette vie del paese.

Il sovrano però non volle desistere e cominciò ad appellarsi a trattati di diritto e di filosofia politica, continuando a citare leggi, statuti, codici, norme ed usi che risalivano ad un passato lontano secoli. Sentiva in cuor suo come il brontolio del paese fosse il segno della sua nuova sconfitta, ma non voleva mollare e sarebbe stato capace di andare avanti a quel modo per giorni e settimane se il paese – alquanto scontroso e insofferente per sua natura – non gli avesse indirizzato contro uno stormo di bianchi colombi che, circondatolo e afferratolo per la veste col becco, lo sollevarono in volo per depositarlo fuori dalla cinta muraria, con delicatezza e senza usargli alcuna violenza come si usa fare nei confronti delle missioni diplomatiche.

Il re – che pure aveva provato a dibattersi e liberarsi dalla presa ferrea di quegli uccelli di pace – non appena toccato il suolo si sentì come svuotato di forze e finì per accasciarsi come un sacco di iuta. Realizzando la dimensione del suo fallimento, non gli rimase altro che rimanere col volto nella polvere, piangente come un bimbo strappato al seno materno.

Nel vedere il padre in quelle condizioni, il giovane figlio del re provò un’enorme sofferenza. Era ancora troppo fanciullo per provare rabbia, odio tanto meno. D’istinto, dopo avere tentato inutilmente di confortare la disperazione del genitore, puntò lo sguardo verso il paese inabitato che silenzioso e sornione sembrava non nutrire neanche il desiderio di festeggiare la sua ennesima vittoria.

Come attratto da un misterioso incantesimo, il ragazzo si avviò lentamente verso l’oggetto dei desideri di suo padre. Senza timore varcò le grandiose mura e si incamminò lungo la strada maestra. Con la curiosità propria della sua età si guardava intorno e ad ogni passo emetteva un “oh” di stupore. Vedeva le cornici di marmo delle aiuole e si meravigliava. Lanciava un’occhiata ai colorati tetti delle case, perfetti e curati fin su alle bianche colombaie, e non riusciva a trattenere la sua sorpresa. Incrociava tabernacoli e monumenti e rimaneva impietrito di fronte al loro splendore. Godeva genuinamente delle bellezze di quel luogo incantato e nemmeno per un istante parve preoccuparsi della possibile reazione del paese. Finalmente comprendeva la folle infatuazione del padre nei confronti di quel posto, però non riusciva proprio a capire come si aspirasse a possedere una simile magnificenza. Quella era una cosa talmente bella da non potere essere soggiogata, come non si sottomette una divinità, un oceano, o una maestosa montagna.

Giunto che fu nella piazza principale del paese, sbalordito dalla grazia semplice eppure affascinante dell’antico palazzo comunale e della vecchia pieve, il giovane non seppe trattenere l’emozione e sentì le lacrime sgorgare dagli occhi bagnandogli le guance. Gli tremavano le gambe e dovette sedersi per reggere alla commozione. Dentro di sé recitò una silenziosa preghiera, nella quale con chiare parole domandò scusa al paese per quello che il padre gli aveva fatto. Promise inoltre che dal momento in cui lui sarebbe diventato re, il paese non avrebbe avuto più nulla da temere. Non solo avrebbe proibito ogni tentativo di assalto alle sue mura, ma avrebbe addirittura istituito una guardia speciale che preservasse lo splendore di quell’opera d’arte.

Fu in quel momento che il paese parlò.

Non tuonò come faceva di solito nei confronti degli invasori. Non scatenò la sua rabbia con violenza come era accaduto ogni volta che qualcuno aveva osato varcare le sue mura difensive.

Con voce pacata e profonda – che era insieme vento fra i tetti, foglie nel vento e pioggia leggera sulle foglie – sorprese il ragazzo con le sue parole.

“Ti ammetto a vivere entro le mie mura” disse semplicemente, “e a godere di tutto ciò che io posso offrire solo perché tu, al contrario di tutti gli altri, sei giunto sin qui con gli occhi aperti alla bellezza e il cuore gonfio di eccitazione e speranza”.

Il ragazzo era meravigliato e non sapeva cosa dire. Restò dunque in silenzio, ma smise comunque di piangere e chinò il capo in segno di gratitudine.

“Ti accetto come mio primo abitante” continuò il paese inabitato, “perché solo tu, fra tutti quelli che nei secoli hanno bussato alla mia porta, sei giunto a me con animo puro e sincero, disposto ad essere conquistato e non a conquistare”.

Libri dello stesso autore:    giovanni fabbri A testa vuota    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero

Advertisements


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s