Missione

Di Giovanni Fabbri

Devo fermarmi. Devo assolutamente fermarmi. Respirare. Prendere aria, ecco sì, un po’ di aria fresca mi farebbe senz’altro bene. Uscire da questa scatoletta di metallo bollente, fermarmi e riflettere su come cazzo andrà a finire questa giornata di merda.

E pensare che era cominciata così bene! La lettera di congratulazioni del vicepresidente, niente di ufficiale, ma in pratica una sorta di promessa di promozione. Una soddisfazione, dopo mesi e mesi in cui mi sono spaccato la schiena su quel dannato progetto. Otto mesi per la precisione. Otto mesi di lavoro praticamente ininterrotto, dodici ore al giorno, niente ferie, niente permessi, niente festività comandate. Giorno dopo giorno chiuso nel mio ufficetto claustrofobico, a fare da solo il lavoro che avrebbero dovuto svolgere almeno quattro impiegati e il tutto con quella dannata scadenza a pendermi sul capo come una spada di Damocle.

Ma io ci sono riuscito. Ho stretto i denti e ce l’ho fatta. Ed oggi, come è giusto che sia, ho raccolto i frutti del mio duro lavoro.

Chi semina virtù fama raccoglie, come ebbe a dire il grande Leonardo. Esatto, ma questo era stamattina e guarda un po’ che cazzo di piega ti ha preso questa merdosa giornata.

Dovevo solo tornare a casa, tornare a casa e riposarmi, il sabato e la domenica davanti a promettere finalmente un weekend di tregua, relax e perché no lussuria. Avrei potuto chiamare Gianna, dirle se aveva ancora voglia di spassarsela dopo che per mesi ero stato costretto a dirle di no, che non avevo tempo.

Sarebbe stato un gran fine settimana e vedi te invece come può essere bastardo il destino.

Bastava che tornassi a casa e lo stavo facendo per Dio, ero col culo poggiato sul cigolante sedile della mia vecchia ma ancora grintosa Golf Gt. Me ne scivolavo via dal centro afoso della città con una leggerezza addosso che non mi capitava da tempo. Via attraverso le tre corsie dei viali, stracolme di macchine malgrado sia luglio e la gente dovrebbe andarsene al mare o in montagna e svuotarla un po’ questa diavolo di città. Uno sguardo al cimitero degli inglesi, quella squallida collinetta che un tempo avrà pure avuto il suo fascino ma che lo ha perduto del tutto nell’incuria, smarrito nei cori di clacson che turbano la pace dei morti (e dei vivi nondimeno) e nell’ignoranza dei soliti ignoti imbecilli che di tanto in tanto provano un diletto barbarico nel distruggere, deturpare, depredare.

Andavo a casa, sì, noncurante di tutto, fra un semaforo e un altro, attraversando il perfetto ovale di piazza Beccaria, con la sua mastodontica porta spogliata della sua magnificenza per assurgere al più necessario ruolo di spartitraffico. Mi ricorda Buffalo Bill nel circo questa porta, senza più orgoglio, senza più valore alcuno se non quello del suo sbiadito passato. Avrebbero fatto meglio a tirarla giù, spianarla a colpi di dinamite, come sarebbe stato meglio per il vecchio Bill se fosse morto in battaglia o incornato da uno dei suoi bisonti.

Ma io non posso farci niente, come in milioni di altre cose nella mia vita posso solo esprimere un giudizio e tirare avanti. Su per ponte San Niccolò dunque, cercando di soffermarmi il meno possibile sulla tristezza delle rive secche e maleodoranti del nostro grande fiume, provando a rifuggire questa visione così forte e tangibile di decadenza che mi offre la mia bella città e tentando al contempo di districarmi in questo fottuto traffico di imbecilli.

Oh, la mia Firenze… La mia povera Firenze… Un tempo patria di granduchi, papi, artisti, scienziati, patrioti, eroi, culla del sapere e delle belle arti, oggi ridotta a un accrocchio di ricordi senza più vita, ricordi morti, che si contorcono e si attorcigliano su se stessi come le viti sui colli, incapaci di slanciarsi in avanti e tendere al futuro.

La mia Firenze… Firenze e i suoi poveri fiorentini, anch’essi orgogliosi di una storia a cui non hanno mai contribuito, i fiorentini così altezzosi, così settari e così maledettamente inabili persino a portare una macchina come Dio comanda. Guidano tutti come pazzi, come se per strada ci fossero soltanto loro e sulla rotonda di piazza Ferrucci sembrano riuscire ad esprimere il meglio del loro talento. Gente che parte da destra e poi ti taglia la strada per infilarsi a sinistra verso via Orsini, altri che ti inchiodano davanti cercando di elaborare con quel solo neurone di cui madre natura li ha dotati a chi debba toccare la precedenza, i più stronzi che della precedenza se ne battono le palle e ti si fiondano contro come aspiranti kamikaze.

Questa è Firenze, e questi i fiorentini. Un popolo buono a incontrarlo allo stadio, nei pub, ai cinema, in discoteca, dovunque ci sia da divertirsi e fare baldoria, ma che con una macchina sotto il culo si trasforma in un manipolo di scimmie urlatrici. E il brutto è che le cose sono peggiorate col tempo. Prima a Firenze si viaggiava relativamente bene. Oggi invece qualsiasi stronzo dichiarato capace di intendere e di volere si precipita in strada ad ogni ora del giorno per scarrozzarsi con la sua quattro ruote. E fossero solo le macchine! Gli scooter, quelli sì che sono una vera piaga. Sono dappertutto e fanno il cazzo che vogliono, come se avessero più diritti degli altri, come se il codice della strada non fosse stato scritto anche per loro.

Io però dovevo solo sopportare, buttare giù ancora un po’ di quella merda e proseguire sulla mia strada verso casa. Godermi la corsia singola di viale Michelangiolo con un occhio soltanto ai coglioni che ti si imbucano dalle stradine di accesso laterali, seconda, terza, quarta e su con i platani (ma saranno davvero platani?) a sfrecciarmi accanto, dondolando tranquillo fra una curva e l’altra fino allo spettacolo di piazzale Michelangiolo, la sua grande spianata che apre ai turisti visioni orgasmiche della grande Firenze che fu.

Questo dovevo fare, rilassarmi, braccio fuori dal finestrino e resistere fino a casa. Resistere alla calura, resistere allo stress fisico e mentale che rischiava di schiacciarmi, resistere alla tentazione di imbrigliarmi con quel cazzone che mi si è piazzato al culo appena prima della terza curva dopo la scalinata che conduce alla spettacolare chiesa di San Miniato. Mi è arrivato dietro sparato a cento all’ora, ed io ho accelerato un po’ per evitare che mi sorpassasse sul rettilineo. Pare una cosa folle, ma mi capita spesso di avere reazioni del genere. Non sopporto i prepotenti e gli idioti e mi oppongo di frequente ad atti di simile tirannia. Credono di essere padroni del mondo ma io non gliela do vinta facilmente, perché ritengo che qualcuno dovrà pure provare a farglielo capire quanto sono stronzi.

Come quello che il destino mi aveva messo in coda in quel momento. Uno stronzo perfetto, uno che a incrociare un autospurgo se lo aspirano senza pensarci due volte. Ha frenato all’ultimo momento, tanto che ho potuto vedere il suo viso ghignante nello specchietto retrovisore e poi ha cominciato a lampeggiare con gli abbaglianti. Doveva avere mangiato la foglia, doveva avere annusato la sfida che gli avevo teso e il sangue gli era subito andato al cervello trasformandolo in una bestia omicida. Ma non sapeva con chi stava ruzzando. Ho rallentato l’andatura – diciamo pure che ho frenato di botto – e allora ho visto nello specchietto retrovisore il suo volto contorcersi come un bicchiere di plastica nel fuoco, la sua espressione passare dall’infuriato allo stupito al terrore più puro e poi ho visto nei suoi occhi l’impegno, lo sforzo sovrumano profuso nello schiacciare il piede sul freno ed evitare per un niente lo schianto.

Si sarà cacato sotto, mi sono detto. Avrà inteso l’antifona e ora si metterà zitto e buono a distanza di sicurezza e a un’andatura più consona alla rete cittadina. Si metterà tranquillo e lascerà che mi rilassi, che guidi fino a casa e smonti da questa trappola e mi tolga tutti i vestiti e mi faccia una bella doccia e mi riposi finalmente. E invece il tipo si è mostrato più coglione di quanto sperassi e tempo dieci secondi mi si è rifatto sotto con gli abbaglianti ora fissi ad accecarmi e si è attaccato al clacson gesticolando come un matto.

All’inizio me la sono presa con la sfortuna. Ma tutti a me devono toccare i mentecatti, mi sono chiesto. Un istante dopo, però, adocchiando ancora i gesti volgari e inconsulti che il tipo mi rivolgeva, ho preso un lungo respiro e ho tacitamente accettato la mia missione. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure farlo, mi ripeto in occasioni come questa. Ho stretto forte il volante fra le dita e ho rallentato l’andatura, gradatamente stavolta ma stando bene attento ad occupare l’intera corsia per non permettere al coglione di superarmi. Ottanta, settanta, sessanta, sono arrivato ai cinquanta all’ora e lì ho stazionato, velocità di crociera giusta per la città ma non per il mio tallonatore, che ha preso a zigzagare nel tentativo di trovare un pertugio dove infilarmi. Ci ha provato a sinistra, buttando il muso avanti con decisione, ma una mia accelerata – brava la mia vecchia Golf sprintosa – e la complicità di una macchina che giungeva sulla corsia opposta lo hanno convinto a desistere. L’ho tenuto dietro così per cinque minuti buoni, calcolando sempre i tempi esatti affinché non riuscisse a sorpassarmi – ho un vero talento in questo – e mettendo in ogni manovra quel pizzico di malizia e follia che il tipo non sembrava possedere nelle dovute quantità. La rabbia in compenso doveva essergli levitata in testa gonfiandogli le vene alle tempie. Più di una volta si è affacciato al finestrino urlandomi qualcosa che non sono riuscito a distinguere ma che non doveva essere certo una cordiale sollecitazione a farmi da parte. Ha finito il clacson a forza di strombazzare e potevo quasi vedergli la camicia fradicia di sudore e la bava alla bocca come un cane rabbioso.

Ti ho fottuto, pensavo. Stavolta hai trovato qualcuno più furbo e prepotente di te, pensavo. È allora che devo essermi rilassato. All’altezza di piazzale Galileo ho messo la freccia a sinistra per svoltare in viale Torricelli. Non sapevo se il fesso avrebbe proseguito per viale Machiavelli, verso il Bobolino per intendersi, oppure avrebbe continuato a tampinarmi, ormai irrimediabilmente innamorato del paraurti posteriore della mia Golf. Per precauzione ho preso la curva ben stretta, tagliando appena la linea di mezzeria in maniera da evitare un eventuale tentativo di sorpasso e nello specchietto retrovisore ho visto l’auto inseguitrice divergere rispetto alla mia traiettoria. Ho creduto che ne avesse avuto abbastanza, che avesse deciso di mollare ed ero soddisfatto in cuor mio, riflettendo già su quanto gli avrebbe roso il fegato per tutta la sera a causa di quella cocente batosta subita. E invece il bastardo mi ha sorpreso. Ha sterzato di colpo, facendo stridere forte le ruote al limite dell’aderenza e mi ha infilato sulla destra. Ho visto il muso della sua auto (è strano ma non ricordo affatto che modello fosse) farsi avanti nello specchietto destro e arrivare all’altezza del mio finestrino posteriore.

Qui i miei ricordi si fanno meno nitidi, confusi come se in quel momento avessi staccato la spina e mi fossi concentrato esclusivamente sulla guida. Rammento di avere accelerato di colpo, di avere sentito la mia macchina sbandare in sottosterzo, l’anteriore che mi scappava via e chiudeva lo spazio per il sorpasso. Ricordo di avere riguadagnato terreno, la strada che si stringeva inesorabilmente, l’urlo straziante di una frenata disperata e poi un botto tremendo. Rumore di lamiera accartocciata, rumore di cristalli infranti. Mi è venuto dentro, ho pensato. Credevo che il bastardo mi avesse colpito sul fianco e mi aspettavo di avvitarmi in un tremendo testacoda e invece la macchina si è ripresa dalla sbandata ed è filata via liscia. Ho guardato ancora nello specchietto retrovisore e in lontananza ho visto una nuvola di fumo, polvere e fogliame che si allargava alle mie spalle. Come un automa ho proseguito per un tempo che mi è parso interminabile, guidando con gesti meccanici e con il cervello totalmente appannato. Mi ritrovo in via Senese diretto verso il Galluzzo e mi accorgo di stare annaspando in una pericolosa apnea.

Devo fermarmi.

Devo assolutamente fermarmi.

Prendere aria, ecco sì, un po’ di aria fresca mi farebbe senz’altro bene.

Uscire da questa scatoletta di metallo bollente, fermarmi e riflettere su come cazzo andrà a finire questa giornata di merda.

Forse dovrei tornare indietro per accertarmi di cosa sia accaduto al povero coglione che ha provato a sfidarmi. Credo che se la sia vista davvero brutta, a settanta all’ora dritto contro un albero. Giuro che non avrei voluto che finisse così. Volevo dargli una lezione, volevo fargli capire che nella vita certe cose non conviene farle. Certo non avevo in mente di farlo ammazzare. Non pensavo che fosse così inetto e stronzo da arrivare fino a quel punto. E invece era un disadatto imbecille, io non ho colpe, nella vita esiste il libero arbitrio e lui ha scelto. Io in fondo mi sono solo difeso dalla sua violenta prepotenza.

E se qualcuno mi avesse visto? No, non credo ci fosse nessuno lì intorno. E poi non ci sono tracce che possano ricondurre a me, non ci siamo nemmeno sfiorati, io non ho fatto altro che guidare. Volevo soltanto arrivare a casa, farmi una doccia e riposare.

Ora però devo fermarmi. Non credo sia il caso di tornare indietro, ma sento un estremo bisogno di una sosta, di una boccata d’aria. Lentamente riprendo il controllo di me stesso e incomincio a rallentare l’andatura. Cerco di mantenere la presa sui nervi scossi, provo a sedare la rivoluzione che mi è esplosa fra la testa e il cuore. I polmoni hanno bisogno di aria, il sangue ha bisogno di ossigeno. Devo scacciare l’oscurità che mi ha velato i pensieri, via il grigiore che mi appanna lo sguardo.

Devo fermarmi e ci sto provando, ma poi…

…cosa diavolo sono quei fari che mi lampeggiano alle spalle?

…chi cazzo è che suona il clacson come un pazzo forsennato?

…ma tu guarda che pezzo di stronzo…

…brutto coglione…

…adesso…

…ti faccio…

…vedere…

 

Libri dello stesso autore:    giovanni fabbri A testa vuota    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero

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