Portami con te

di Marilena Guglielmi

Ẻ notte, e sto sognando.

Sono all’ospedale dei bambini e sto cercando di distrarne alcuni, un gruppetto di  tre o quattro. Li faccio sedere su un letto che si trasforma in tappeto volante. Io mi metto alla sua guida (è come un’automobile) e li porto in giro nei corridoi, a mezzo metro da terra e a tutta velocità. Nessuno può vederci ed è bellissimo. Io canto per loro una canzone con i nomi degli animali e questi, appena nominati, compaiono nei corridoi, e i bambini trattengono il fiato.

Ẻ giorno. Sono le tre del pomeriggio e sto varcando la soglia del Regina Margherita, dove non ci sono tappeti volanti e l’unica a regnare è la sofferenza.

Ho lavorato tutta la mattina nel mio ufficio, e sono stanca. Fa un freddo bestiale. Ho le caviglie gonfie e le scarpe mi fanno male. In giorni come questo mi viene il sospetto che il volontariato sia più adatto alle ragazzine. E poi, sento che il panico mi sta marcando stretta, anche se non voglio ammetterlo.

Il panico è una mia vecchia conoscenza, e ho imparato a tenerlo a bada con i tranquillanti.

Ogni giorno, appena alzata, indosso l’armatura arrugginita della DONNA FORTE. Quella che non chiede mai aiuto e se la cava da sola. Quella che non ispira mai pensieri romantici, protettivi.

E chi se ne frega? Chi ha mai desiderato essere protetta? Dai veri pericoli nessuno può proteggerti… Basta vedere cosa succede qui dentro.

Ma se soffro di crisi di panico, cosa ci faccio in ospedale, nel reparto di pneumologia, ad assistere i bambini con la fibrosi cistica?

Qualcuno penserà che mi piace complicarmi la vita.

Invece è più semplice di così. Persino nelle ore buie, io amo la vita. Sono grata per ogni nuovo giorno in cui mi sveglio, per ogni goccia di pioggia che mi scivola sul viso…

La gratitudine, per chi non la conosce, è quel sentimento che ti spinge là dove non saresti mai andato con le tue gambe. Ti fa sentire in debito.

E, per ogni ora ricevuta in dono, cerco di restituire qualcosa agli altri, sul piatto della bilancia, e di solito non perdo il mio tempo a chiedermi perché. Spesso mi fa sentir bene.

Oggi l’idea di tagliare la corda mi tenta in modo quasi irresistibile … Ma ormai sono entrata, e vedo i bambini, nei loro letti, legati alle flebo e alle macchine che gli permettono di respirare. Mentre io, più tardi, tornerò a casa.

Una sera, uscendo, sono salita in macchina, la radio si è accesa in automatico e ho sentito Ligabue:

Portami ovunque,

portami al mare,

portami dove

non serve sognare …”

Per un attimo ho creduto di udire, al posto del timbro virile del cantante, le voci sottili dei bambini … Che volevano venire con me. E invece non potevano.

A volte esco da qui e mi sento come un cadavere in stato avanzato di decomposizione. Succede quando mi sembra di non far bene questo lavoro, che non è neppure un lavoro. Succede quando assisto a sofferenze che non riesco ad alleviare, figuriamoci a guarire.

Altre volte tutto va bene. I bambini ridono, riesco a distrarli, a cancellare qualche ora di sofferenza dalla loro agenda. E sono in pace: mi sembra che i piatti della bilancia siano in equilibrio … Anche se oscillano, e non stanno mai fermi, come se un vento furioso, spietato li agitasse …

Ma oggi so già di essere partita con il piede sbagliato.

Sono in ritardo di un quarto d’ora.

Zelia, la mia collega, è già qui; vedo la sua borsa e il cappotto nello spogliatoio.

Siamo praticamente coetanee, ma lei è arrivata in reparto un anno prima, e cerca di ricordarmelo ogni volta che apre bocca. Poi si piglia i compiti più facili, e quelli difficili li scarica a me.

In ospedale ci sono un sacco di bimbi stranieri, con relativi genitori. Zelia parla solo italiano. Ma soprattutto, è segretamente razzista, nostalgica di un’epoca remota in cui non c’erano gli immigrati, e, secondo lei, tutti vivevano felici e contenti.

Il suo sguardo gela, quando si posa su quelli; anche se non lo ammetterebbe mai.

Quindi gli stranieri toccano a me. Pazienza se sono arabi, russi, rumeni; io parlo solo il francese e l’inglese, ma è comunque una buona scusa per rifilarmeli! Chissà mai che lo Spirito Santo non faccia un miracolo e all’improvviso non mi elargisca il dono delle lingue…

Entrando in reparto, vedo Zelia seduta nella stanza di Luca, un bimbo di un anno che non può essere lasciato solo neppure un minuto. La madre di Luca sta scomparendo in fondo al corridoio, diretta verso casa, dove l’aspetta il bucato della sua numerosa famiglia.

Luca non può muoversi dal letto. Ẻ di una bellezza commovente, i capelli dorati sparsi sul cuscino, e non sembra neppure malato, tracheotomia a parte. Ma a che serve descriverlo? Anche noi volontari abbiamo le nostre preferenze, anche noi ci affezioniamo.

Per questo Zelia cerca sempre di cuccarselo. Lei, nel suo camice verde, è incollata lì con la sua aria tronfia, soddisfatta di sé.

Dio, la gelosia!… Che cosa sciocca. Due donne che si contendono i favori di un lattante, manco fosse Brad Pitt! (Un po’ gli somiglia, però.)

Basta così. Vado a smazzarmi tutti gli altri.

Chi sono gli altri? Qui sta il punto: non si sa. La paura dell’ignoto significa tante cose: non sapere se saremo vivi domani, ma anche bussare alla porta di gente che non conosci, come un piazzista …

In realtà so bene che la merce che offriamo è molto richiesta. Chi ha avuto un bimbo ricoverato in ospedale conosce l’ansia e la tensione che abitano questo luogo, giorno e notte, e quanto necessario sia uscire, ogni tanto, all’aria aperta, anche solo per un’ora …

Mancano quattro giorni a Natale e ci sono pochi pazienti. Non ho mai capito perché, ma si direbbe che anche le malattie vadano in vacanza. Oggi il riscaldamento funziona male e fa troppo freddo.

Busso a una porta chiusa, poi entro. C’è una donna nera accanto ad un letto in cui dorme il suo bambino. Le chiedo se parla italiano, fa segno di no.

Do you speak English?

A little.

Le spiego che sono una volontaria: se ha bisogno di uscire a fare una commissione, o a bersi un caffè, posso stare con suo figlio finché non torna.

Lei dice di no: vuole restare qui. Però mi prega di procurarle una seggiolina per suo figlio, quando si sveglierà. Le chiedo quanti anni ha il bimbo.

Due anni e quattro mesi.

Vado a cercare la sedia che le occorre. Ce ne sono tante, nella sala giochi; ma forse lei non ha ancora avuto modo di entrarci.

Poi busso alla porta della stanza di Pavel.

Sua mamma, Ekaterina, che sembra una madonna teen-ager, mi sorride e mi dice che andrebbe volentieri a fumarsi una sigaretta. Prende un fazzoletto di carta, asciuga un po’ di bava dalla guancia del bimbo, gli fa due coccole. In un attimo è fuori.

Pavel non può muoversi, è girato su un fianco, verso la porta, e allora sposto una sedia per sedermi di fronte a lui. Se mi vede, capirà che non è solo, e rimarrà tranquillo.

Pavel è qui da quando è nato. Ẻ un bambino con la testa un po’ deforme, e il suo visino triangolare sembra minuscolo. Ha un aspetto terribilmente immaturo: a sette mesi somiglia a un feto, con i lineamenti appena accennati … Non è bello a vedersi, ed è in costante pericolo di vita.

Ẻ attaccato a una serie impressionante di macchine: se quelle si mettono a suonare, significa che bisogna chiamare aiuto, nel caso le infermiere e i medici non sentissero da sé.

Io ho preso i miei soliti tranquillanti, ma non posso fare a meno di preoccuparmi … Oh mio Dio! Cosa farebbe sua madre, se lui morisse mentre lei non c’è? Ekaterina passa i giorni e le notti accanto al suo letto, ed esce solo pochi minuti al giorno, per fumarsi una sigaretta…

Oddio, oddio, non pensiamoci …

La morte indugia volentieri davanti alla porta di questa stanza, e tutti lo sanno, ma non possono farci niente. Lei gironzola, temporeggia, fa sentire il rumore dei suoi passi, che è inconfondibile … Passi felpati, come piccoli tonfi.

Di solito sono brava a far dormire i neonati. Loro apprezzano un contatto fisico lieve, un dito che sfiora il dorso della manina., ripetitivo, tranquillizzante, come il ritornello di una canzone.

Gli allarmi tacciono. La stanza è silenziosa.

Pavel sembra calmissimo, e mi guarda. Ogni tanto socchiude gli occhi in un modo strano, tutto suo. Non sembra avere sonno: sembra esausto.

Allora che facciamo, Pavel, dormiamo un po’? Tu che ne dici?

Lui mi guarda e non risponde; non sa ancora parlare. Sta studiando il mio viso, attento.

Ad un tratto sento che lui sta guardando dentro di me, e vede la mia vita, lunga, pesante, caotica, alla ricerca di un senso presente ma indecifrabile, come l’ombra che mi porto appresso.

Pavel mi guarda fisso, ed è come se mi dicesse:  io sono qui, all’ospedale, e forse domani sarò morto, ma ora sto guardando la tua vita … Dài, facciamo un gioco! Facciamo che io sono te, e tu sei me.

Di colpo mi accorgo che i suoi occhi somigliano ai miei. Anzi, sono identici.

Provo un immenso stupore: sto guardando i miei occhi, ed essi mi restituiscono il mio sguardo. Sto guardandomi negli occhi, e Pavel è il mio specchio.

Ci fissiamo, e le macchine non suonano, e il passo della morte non si fa sentire, soffice, oltre la porta.

Lui mi guarda, solenne, attento.

Me lo sto immaginando?

Il tempo si ferma. Lui sta guardandosi negli occhi, perché io sono il suo specchio.

Ancora quel socchiudere le palpebre, come se fosse sul punto di perdere i sensi, ancora quel moto di infinita stanchezza …

Gli occhi fissi negli occhi, le parti si capovolgono.

Pavel è vecchio, saggio, sapiente, paziente… La sua vita è lunghissima, se misurata sul metro della sofferenza: i minuti di lotta per un respiro sono anni, le ore di gioia per una battaglia vinta sono secoli. Una vita vissuta solo per l’essenziale: l’amore, il pericolo, il sollievo, una mano tesa, il tepore di una carezza, lo sguardo di chi si china sul suo letto di dolore. Una vita che pesa infinitamente più della mia; che forse significa molto di più.

Dai, giochiamo ancora! Domani forse sarai morta. Non vorrai andartene senza sapere cosa significa essere vecchi come me? Guardami negli occhi! Facciamo che tu sei me, ed io sono te.

All’improvviso la porta si riapre. L’attimo sospeso è durato un’ora. Adesso il tempo riparte.

Ekaterina è tornata, e sorride, radiosa, vedendo che Pavel è tranquillo, e che le macchine tacciono. Qui dentro si impara a vivere alla giornata.

Io la guardo con un moto di sorpresa, come se fosse appena uscita. Lei mi ringrazia, si scusa di aver fatto tardi, ma aveva proprio bisogno di staccare un po’!

Io mi scuoto, riprendo contatto con la realtà.

Faccio due smorfiette a Pavel a mo’ di saluto, tanto per darmi un contegno; lui mi dà corda, e sorride, convinto.

Non ci siamo annoiati, vero? Nessuno può immaginare che gioco abbiamo fatto. Mille volte meglio di un tappeto volante! Ẻ stato solo troppo breve, vero?

Sorrido a entrambi, e riprendo il mio giro.

“Portami ovunque … Portami via.

Ti porto con me.

 

Libri dello stesso autore:    marilena guglielmi Abitavamo in un bosco di querce

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