Verde verticale

di Marilena Guglielmi

Vegeta. Produce foglie. Chiede acqua e un po’ di sole.

È una vite canadese, di quelle che crescono in fretta e si arrampicano dovunque. In pochi mesi ha coperto il muro di mattoni con i suoi arabeschi.

Riceve l’acqua e il concime di cui ha bisogno, e, giorno dopo giorno, prospera.

Arrivano le proteste dei vicini; poi una lettera, concepita durante una riunione di condominio a cui, come al solito, hanno partecipato in pochi.

La pianta, seppure di aspetto  gradevole, senza dubbio danneggia la facciata del palazzo; pertanto dev’essere soppressa.”

I fratelli Gardini abitano all’ultimo piano del caseggiato, in splendido isolamento. Non hanno rapporti sociali: non sono interessati al denaro o al successo, alle conquiste o alle ambizioni, in breve, a tutto ciò che muove il mondo. Badano a  vivere in pace; coltivano ortensie e rose, azalee e oleandri. Parlano poco e sempre sottovoce; anno dopo anno, l’unico rumore che producono somiglia sempre più  al fruscio delle foglie.

Si sono illusi di essere intoccabili: avevano torto.

Inizia una guerra di carta: I tre giovani si battono a colpi di dichiarazioni di esperti in botanica, nelle quali si certifica che la vite canadese non rovina i muri; gli avversari rispondono reiterando semplicemente la  lettera di condanna. A loro non importa, in fin dei conti, se il rampicante danneggia o non danneggia la facciata. Non lo vogliono, punto e basta. La facciata è parte comune, e i Gardini l’hanno invasa. È una questione di principio, e la pianta deve pagare con la vita.

Dopo le carte, il silenzio. Eric Gardini è convinto di avere ragione, e così la pensano Fausto e Ilario: la pianta non fa nulla di male, per cui la lasciano stare dov’è.

Anche i vicini pensano di aver ragione. Durante le ore in cui i fratelli sono assenti, innaffiano il muro con un getto di diserbante.

E la pianta muore.

Di fronte al fatto compiuto, alle foglie secche e ai rami spogli, cosa resta da fare?

Il rampicante è spacciato. È brutto a vedersi. Ma soprattutto, è triste.

I Gardini trascorrono un sabato mattina a ripulire il muro. Sono stupiti nel vedere quanti metri di vita vegetale passano tra le loro braccia, prima di essere deposti a terra.

È come se una parte di loro fosse morta; si sentono un po’ distrutti, un po’ disseccati, solidali, accanto al loro amico vegetale. Ripensano alla sua esistenza: quanto lavoro e quanto ardore e quanto impegno, quanti rami e quante foglie ha prodotto in pochi mesi! L’intera giornata non basterebbe a contarli.

Tutto per abbellire la vita degli esseri umani.

E per ricevere, in cambio, una pioggia di veleno.

Il rampicante morto scende docilmente. Basta prendere l’estremità di una delle sue  innumerevoli ramificazioni, e tirare. Non si aggrappa al muro, non fa resistenza, e non lascia il minimo segno.

Eric, Fausto e Ilario si guardano, e pensano tutti  la stessa cosa: non era necessario ucciderlo! Non ci sono danni sul muro di mattoni.

E una vita vegetale, una delle più placide e pacifiche che possa esistere, si è spenta: ora giace ai loro piedi.

Un piccolo ramo, lungo una trentina di centimetri, è rimasto aggrappato al tetto.

È ancora verde, a differenza del resto della pianta. Forse per questo i peduncoli non si sono ancora staccati dalle tegole.

Si vede appena, cinque – sei metri al di sopra del terrazzo, che è al quarto piano, l’ultimo.

Dopo un paio d’ore il signor Dallara, uno dei vicini, il più attaccabrighe, viene a bussare.

Ha i capelli legati alla nuca in una corta coda di cavallo, gli occhi maligni infossati nel viso. È un uomo sui trentacinque anni,  altissimo e palestrato;  occupa l’intero vano della porta. Ha una voce acuta e irosa.

Ad aprirgli è Ilario, il più giovane dei Gardini.  Dallara gli comunica che anche l’ultimo rametto deve essere tolto: è la prova che il rampicante stava iniziando a “piantare i suoi tentacoli” (così si esprime) nelle tegole del tetto.

Eric e Fausto, venuti a dare manforte al fratello, sono pacifici, come le loro piante, e non amano litigare. Non si  arrabbiano, e promettono di fare del loro meglio.

Decidono di  considerarlo un gioco di pazienza.

Sul terrazzo hanno delle canne di bambù, che di solito utilizzano per le piante bisognose di sostegno. Ciascuna misura oltre un metro e mezzo.

Con tre canne, costruiscono una lunghissima pertica di circa cinque metri.

Poi si affacciano al terrazzo, e cercano di raggiungere il rametto superstite.

Ma non riescono a staccarlo.

La pertica, troppo lunga e leggera, oscilla ed è instabile. Sporgendosi pericolosamente dalla balaustra, Eric riesce a sfiorare più volte il rametto, e tutt’al più a staccare qualche foglia.

Pensando al viso rabbioso del vicino e alla sua mole, Fausto gli dà il cambio e prova ancora. Mentre lui maneggia la pertica e si sporge, Ilario lo tiene stretto, per evitare che perda l’equilibrio e cada di sotto.

Ma non riescono a raggiungere lo scopo.

Il mattino dopo, di buon’ora, Dallara torna a bussare alla loro porta, visibilmente alterato.

Lo invitano a sedersi in terrazzo, sperando di calmarlo.

Lui rifiuta la poltroncina di vimini, non riesce neppure a stare fermo.

Eric prova ad ammansirlo:

«Abbiamo provato, ma senza successo…»

E gli mostra la pertica.

Dallara è rosso in viso e trema,  alza la voce e gesticola:

«Dovete toglierlo! Dovete affittare un ingranaggio che vi porti fin sul tetto, in modo che possiate grattarlo via. Vi costerà caro!»

«Impossibile: non abbiamo soldi. »

«Li troverete, ve lo garantisco. »

I fratelli tacciono. Hanno già parlato fin troppo: trovare altre risposte è al di sopra delle loro forze.

Hanno ricevuto un’altra visita, ieri sera: l’amministratore del condominio è venuto a ringraziarli, anche a nome degli altri condomini, per aver tolto la pianta così rapidamente. Il rametto neppure l’ha visto. Nessuno pretenderà che spendano cifre astronomiche per un’inezia!

I Gardini ascoltano le proteste di Dallara, lo guardano in silenzio, e i loro occhi dicono: porti pazienza, abbiamo fatto il possibile.

Abita al pianterreno… Da casa sua,  Il rametto dev’essere praticamente invisibile.

Ma i loro occhi parlano una lingua a lui sconosciuta.

«È una questione di principio! I lavori non si possono lasciare a metà. Non tollererò neppure una foglia di quella pianta, su di una superficie che appartiene anche a me.»

Eric china la testa, costernato, e gli altri due sospirano. Che cosa possono fare?

Ma soprattutto, cosa ha intenzione di fare, Dallara?

Si alza, furibondo, il rosso del viso che vira al violetto; si dirige verso la balaustra, afferra la pertica, e l’alza verso il tetto, sporgendosi pericolosamente.

Fausto si avvicina e gli afferra la camicia. Lui si gira di scatto e lo colpisce in pieno petto, con la mano libera.

«Idiota, tenga le mani a posto! Sono nel mio diritto, e tirerò giù quel ramo. Non provi neppure a impedirmelo! »

«Cercavo solo di …»

«Stia alla larga, e mi lasci lavorare. So quello che sto facendo.»

I Gardini abitano in quell’attico fin dalla nascita. Hanno sempre vissuto in mezzo alle piante.

Hanno giocato a nascondino strisciando dietro i vasi più grandi,  fin da quando hanno imparato a camminare.

Erano imprudenti, come tutti i bambini.

Quante volte i grandi li hanno ammoniti: Non vi sporgete! La testa pesa più del corpo.

Era una leggenda? Forse sì. Ma le credenze popolari hanno un fondo di verità.

Loro sapevano quello che facevano, il giorno prima, quando si tenevano l’uno con l’altro, mentre cercavano di recuperare il rametto.

Chi maneggiava la pertica doveva sporgere non solo la testa, tenendo gli occhi fissi verso l’alto, ma anche le braccia, sollevate e tese, e parte del busto; il collo piegato verso l’alto, perdeva completamente la cognizione spaziale del proprio corpo, non sapeva più dove si trovava; non vedeva altro che il tetto, col rametto che penzolava, beffardo, sullo sfondo del cielo…

«Attento! …»

«Ho detto di stare alla larga, o non rispondo delle mie…»

Dallara non termina la frase. Ha perso l’equilibrio ed è scomparso oltre la balaustra, la lunga pertica stretta in mano.

Pochi istanti dopo, un tonfo.

I Gardini non osano affacciarsi. Sotto di loro, il silenzio più sinistro. Poi, un grido di donna.

«Mio Dio! Chiamate un’ambulanza! »

Fausto guarda Ilario, ed Eric osserva i visi dei fratelli.

Sono tutti e tre pallidi, lividi, addirittura… Verdi.

Un sorriso sgomento affiora alle labbra.

Poi, un movimento lieve richiama la loro attenzione.

Il rametto si è staccato, e ora fluttua, lentamente, elegantemente, diretto verso il basso.

Finisce per posarsi accanto al corpo di Dallara, appena oltre il bordo del lago di sangue in cui giace, lo sguardo vitreo fisso verso l’alto.

Libri dello stesso autore:    marilena guglielmi Abitavamo in un bosco di querce

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