Lui, lei

di Catherine Cipolat

   L’aveva sempre tradita con gioia. O meglio con una certa distrazione, dimenticandola quasi completamente mentre infilzava da dietro l’operaia, la segretaria, la donna delle pulizie di turno china sul tavolo della direzione. Sollevava le gonne o tirava giù i pantaloni con le mutande mormorando: “Puttana, piegati!”. Apriva gli occhi perché lo eccitava non vederle in faccia, lo eccitava la perpendicolarità del cazzo rispetto al culo sollevato. Si aggrappava ai fianchi, conficcava le dita nel grasso, affondava, piegando il collo all’indietro quando l’orgasmo lo scuoteva. La vera gioia veniva dopo.

   Chiudeva la porta dell’ufficio e salutava la guardia notturna che rispondeva toccandosi il berretto con un’occhiata di complicità. Gettava, salendo in macchina, un ultimo sguardo alla fabbrica che scintillava nell’oscurità. Sorridendo accendeva il motore, si fregava le mani sulle cosce robuste, sentiva i muscoli tesi e anche la soddisfazione di essere uno con il quale le donne facevano poche storie.

   Mentre guidava verso casa, il piacere prima fulmineo tornava da lontano con lievi vibrazioni, saliva dai polpacci e si diffondeva in una piacevole stanchezza. La stessa sensazione di quando usciva dalla palestra. Succedeva spesso che dovesse accostare al primo semaforo perché avvertiva una perdita di equilibrio, l’ebbrezza dello sgarro quasi quotidiano. Poi telefonava, chiedeva con il tono brusco dell’uomo stanco, la voce appesantita dai pensieri e poco incline alle smancerie, se c’erano stati problemi e per informare che sarebbe rientrato entro venti minuti. Voleva che la cena fosse pronta.

   Ma quando parcheggiando sul vialetto tra due parallelepipedi d’ombra, intravedeva dalla vetrata la scena familiare, i riflessi del televisore acceso, i giocatoli sparsi sul tappeto, le luci attraverso le tende scostate, qualcosa troncava inspiegabilmente l’eccitazione postuma che lo pervadeva. Ne nasceva la sensazione sgradevole di essere un animale sazio ma scontento.

   Quella sera, aprendo la porta di casa intuì perché: non sarebbe mai riuscito a capire da quei tratti impassibili, se lei sapesse o no. E così lo colse all’improvviso il cattivo umore, entrò senza salutare, lanciò il capotto sulla poltrona e si sedette a tavola spostando bruscamente la sedia con il piede.

   Di fronte a lui stavano le bambine che, intente a litigare, non si erano accorte del suo arrivo. La più piccola era bruna e gli somigliava, lo si vedeva bene dalle foto dell’album: le stesse sopraciglia folte, il naso diritto e le labbra sottili. L’altra invece aveva qualcosa di indefinibile che non era mai riuscito, prima di questa sera, a chiarire. Le osservò che si contendevano il portatovagliolo con il nastro verde: quei capelli ondulati che sotto la luce della lampada avevano un riflesso quasi rosa, gli occhi troppo grandi per il viso stretto, gli stessi gesti sempre un po’ goffi, non riusciva ad attribuirli a nessuno. Allungando la mano, prese bruscamente il portatovagliolo per interrompere il chiasso. Smisero di giocare, la piccola voltò la testa e sorrise alla madre che stava uscendo dalla cucina con un piatto fumante tra le mani, mentre la più grande lo fissò severa con uno sguardo che sostenne a lungo il suo senza cedere.

   Il piatto con le bistecche e le patate al forno fu appoggiato al centro del tavolo. Lei lo salutò senza sorprendersi di trovarlo già seduto. Notò come non fosse mai veramente scomparso l’accento del paesino dell’entroterra dal quale veniva. In quella voce ugualmente calda e monocorde, che in passato lo aveva commosso, gli era sempre parso di percepire un tono ascendente, come se ogni sua frase pronunciata aprisse un interrogativo al quale non avrebbe tuttavia dato seguito.

   Le bistecche e il contorno furono distribuiti nei piatti e lei prese ad aiutare le bambine.

   Lui non partecipava mai a quel noioso chiacchiericcio e preferiva seguire sopra la spalla di lei il programma televisivo. Mangiò alcune patate saporite poi tagliò la carne. Vide che era rosa, anzi un sottile filo rosso era rimasto attorcigliato alla lama del coltello. Dalla rabbia lasciò cadere rumorosamente le posate. Non tollerava la carne poco cotta; era, se ne rendeva conto, un’idea fissa, una repulsione incontrollabile. Avrebbe dovuto ormai saperlo, non poteva continuare a sfidarlo servendogli bistecche crude. Lei aveva continuato a tagliare la carne nel piatto delle bambine poi si era immobilizzata con la forchetta in mano ma senza alzare la testa.

   «Maledetta stronza! Ti taglio la gola se non ti levi dai coglioni!»

   «Maiale… Non ti avvicinare che sennò t’infilzo! Lo sai che ne sono capace. Adesso lo faccio, giuro che lo faccio…»

  Lui guardò l’orologio, era l’ora esatta, quotidiana, rituale in cui i vicini di sinistra cominciavano a litigare. Sapeva già che non sarebbe servito a niente chiudere le finestre. Avrebbero urlato sempre più forte e l’isolamento acustico della casa non era evidentemente stato fatto con cura. Dopo aver scostato con disgusto la bistecca appena tagliata, finì di mangiare le patate con le mani. Lei si era seduta e lui si era alzato, lasciando cadere il tovagliolo a terra.

   «Hai capito che hai rotto? Hai capito? Sei… sei un uomo di merda! Togliti di mezzo con quelle luride zampe!.»

  Alzò il volume del televisore, si sdraiò sul divano ma non riuscì a rilassarsi, come oppresso da un inverosimile silenzio. Durante la pubblicità osservò sullo schermo il riflesso delle bambine e della moglie sedute a tavola. Mangiavano, bisbigliavano, chinavano ogni tanto la testa fino a toccarsi, lanciandosi sguardi che non poteva decifrare. Era come se le vedesse muoversi all’incontrario o anche capovolte, cercando di sorprenderle a fare una cosa segreta, vietata.

   «Adesso ti ammazzo… Vedrai che te lo ricordi! Ti faccio un culo gonfio… un culo putrido…»

   Si udì sbattere una porta. Vide dalla finestra socchiusa che stava scendendo una sottile pioggia, poi ci fu un lampo e un tuono. Le bambine corsero a rifugiarsi in braccio alla madre che disse che era ora di andare a letto. Passarono un po’ di tempo a giocare attorno al tavolo, aiutandola a sparecchiare, trasportando uno per volta e con molte soste e discussioni il cestino del pane o un piatto fino alla cucina.

   Sfilarono infine tutte e tre tenendosi per mano davanti al divano per salutarlo. Rispose con un gesto vago, distratto dalla trasmissione. Le osservò mentre si allontanavano. Lei era ingrassata con gli anni e le gravidanze, ma non tanto e in modo uniforme. Come se si fosse depositato di volta in volta sul suo corpo minuto uno strato di una materia morbida e tiepida. Era dalla nascita della più piccola che non faceva più l’amore con lei. Aveva semplicemente perso l’abitudine, gli era sembrato anche certe sere che avesse un odore particolare, un odore sconosciuto che lo teneva lontano.

   «Sudicia femmina…»

  «Ah! Sentitelo… Lui brilla! Lui profuma! Ah! Ah! Guardati, con quelle strisciate unte sulla patta. Cane rognoso!»

   Si alzò per prendere un bicchiere di grappa ma se ne dimenticò nel tragitto e si affacciò alla vetrata. Cominciò a piovere forte con pesanti gocce che rimbalzavano sul marciapiede e bagnavano l’orlo della tenda. Osservò l’acqua entrare lentamente nella stanza e circondare le sue scarpe. Sentì le bambine chiamare la madre per aver un bicchiere d’acqua, un’ultima storia, ancora un abbraccio. La sua voce rispondeva paziente dal bagno mentre si preparava per la notte. Quando rientrò nel salone, indossava un cardigan sopra la camicia da notte, aveva il viso lucido spalmato di crema e i capelli sciolti e spazzolati.

   «Adesso ti acchiappo, adesso paghi per tutto quello che mi hai fatto. Il conto lo paghi in una volta sola! »

   «Ecco il conto! Con gli interessi… Bastardo! Guarda bene…»

   E ci fu un grido, un tonfo, il rumore di un vetro rotto. Qualcuno singhiozzava forte. Si sedette di nuovo sul divano dopo essersi servito un bicchiere colmo di grappa. Il rumore della pioggia era irregolare, scrosciava per onde più o meno intense e rumorose. Lei era rimasta appoggiata allo stipite della porta e per la prima volta quella sera lo stava fissando. Stringeva il cardigan attorno alla vita con tutte e due le mani, come se avesse freddo. Il seno era stretto tra le braccia e traboccava dalla scollatura.

   Lui finse di non accorgersene, sorseggiò la grappa, cambiò canale più volte cercando qualcosa che potesse trattenere la sua attenzione. Quando infine la guardò, lei si era diretta verso la vetrata per chiuderla. L’acqua era salita lungo la tenda, era arrivata fino al tappeto dove si stava allargando in una grande macchia scura.

   Due giorni prima aveva trovato un biglietto infilato nell’agenda in cui, con la sua calligrafia incerta, spiegava brevemente che aveva iscritto le bambine in una nuova scuola dove avrebbero cominciato ad andare a settembre, una scuola più piccola e tranquilla di quella di città; sperava che lì ci fosse meno violenza. Sarebbero partite a metà agosto per quel paesino lontano. Aveva già trovato una sistemazione.

   Finì di bere la grappa.

   E così lei pensava di andarsene e neanche diceva bene dove; lo metteva davanti al fatto compiuto per farlo apparire irrevocabile. Si chiedeva, sorpreso, che cosa le fosse venuto in mente e dove avesse trovato quell’idea balorda che somigliava a una sfida. La osservò mentre faceva un ultimo giro della stanza, mettendo ordine. Prese il suo capotto dalla poltrona e l’appese all’attaccapanni dell’entrata, raccolse delle briciole cadute sotto le sedie. Poi la vide attraversare il soggiorno, chiudere la porta e la sentì che si fermava davanti alla stanza delle bambine; avrebbe forse sistemato le coperte, dato loro un bacio sulla fronte prima di andarsene a letto.

   Si alzò, riaprì la vetrata per affacciarsi. Adesso scendeva una pioggia dritta e sommessa. Tese una mano sulla quale caddero gocce fredde.

   «Ti prego, non mi fare male, ti prego, dammi qualcosa, uno straccio, sto sanguinando.»

   «Sì, però prima devi promettere…»

   «Sì, prometto… ma aiutami sennò urlo, chiamo qualcuno…»

   «Non mi minacciare, non serve a niente. Non ti sentiranno. Devi solo dire che mi ami.»

   Rientrò e si fermò in piedi di fronte al televisore. Tolse il volume e rimase a guardare le immagini. Senza suono erano come gli incubi dove si grida ma non esce la voce perché è un blocco solido o quando si vuole correre e i piedi sprofondano nel suolo, appesantiti dal silenzio. Un’esistenza compressa che non riusciva a uscire dallo schermo.

   Quando andò nel corridoio non sapeva quanto tempo avesse passato davanti al televisore muto. Aprì senza fare rumore la porta della camera delle bambine. Una luce notturna a forma di orsacchiotto era accesa sul comodino tra i due letti. Si avvicinò. La più piccola era stata colta dal sonno stesa di traverso sul letto, forse in un ultimo tentativo di scendere per giocare. Mentre le raddrizzava le gambe e le braccia, scoppiò in una lunga risata. L’altra dormiva composta con le mani giunte e la stessa espressione seria di quando lo guardava con disapprovazione. Solamente il cuscino era scivolato di lato. Estrasse piano l’angolo che ancora le sosteneva la testa. Ci volle pochissimo, una pressione neanche tanto lunga e neanche tanto forte. Agitò le gambe come se avesse sognato di correre a perdifiato su un prato e poi si immobilizzò.

   Andò in bagno per urinare e lavarsi i denti. Fece tutto nel riflesso del lampione della strada che illuminava sufficientemente la stanza. In camera si spogliò e si infilò piano sotto la coperta. Adeguò il suo respiro a quello di lei, regolare, a volte interrotto da un sospiro più lungo e rumoroso. Dopo alcuni minuti in cui gli parve di udire di nuovo i lamenti dei vicini, scivolò verso l’altro lato del letto. Le accarezzò lentamente la schiena come una volta, le scoprì le natiche. Il respiro si fece silenzioso, come sospeso. Sfiorò la vita con le mani, continuando a sollevare la camicia da notte lungo il corpo immobile. Gli sembrava che i polpastrelli lasciassero impercettibili scie elettriche sulla pelle e fu quando lei si mosse, tentò improvvisamente di allontanarsi, forse di accendere la luce che l’abbracciò da dietro e le avvolse bruscamente la testa. La teneva inchiodata con una gamba. Le impedì di gridare tappandole la bocca e con l’altra mano le mollò un pugno sulla tempia, poi un altro; quando il corpo di lei si inarcò con una forza inaspettata, quasi sfuggendogli, lo immobilizzò con una ginocchiata in fondo alla spina dorsale. Udì uno scricchiolio ma ancora respirava. Fece scivolare il braccio sotto la testa e il collo e strinse fino a farsi male. Infine capì che poteva allentare la presa.

   Ritornò nel salone e andò sul terrazzo. Aveva quasi smesso di piovere e la luce dei vicini era spenta. C’era silenzio e fu allora che si accorse di aver lasciato il televisore acceso.

Libri dello stesso autore:    catherine cipolat Vagli a spiegare che è primavera

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