Ghaliya non deve morire

di Maria Lidia Petrulli

Il frastuono dei carri armati e le urla concitate dei soldati riempivano ogni strada e vicolo, penetravano attraverso le imposte chiuse come un fiume che straripa, aleggiavano col loro fetore nell’aria delle stanze come una nube tossica; la realtà circostante era invece immobile, coi muri bianchi scrostati dagli ordigni esplosi nei paraggi, i patii invasi dai calcinacci e le finestre discretamente chiuse, come a tenere fuori un mondo di cui si vuole ignorare l’esistenza, e un silenzio opprimente da quelle case che parevano abbandonate. Un quartiere residenziale di gente benestante sinché le bombe non avevano bussato anche alle loro porte.

A parte soldati e carri armati, le strade erano deserte di vita quotidiana.

«Perquisite dappertutto, cantine, soffitte, armadi, stipiti, qualunque buco vi troviate davanti, non ci deve sfuggire niente; trascinate fuori tutti, vecchi, bambini, donne, questi maledetti sono tutti uguali, nascondono terroristi e armi mentre fanno finta di essere gente per bene, qui non c’è nessuno per bene, cazzo, questi ci vogliono tutti morti; fate attenzione, sparate a ogni sospetto, ci è arrivata una soffiata, sono qui, ce ne sono altri, interrogateli tutti, sì, anche i bambini…»

Ordini e imprecazioni arrivavano come raffiche di mitra, José, l’ufficiale al comando della squadra, era elettrizzato eccitato e terrorizzato insieme e nei suoi occhi brillava una luce che aveva qualcosa di demoniaco; il suo era lo sguardo di chi è sospeso fra realtà e finzione, come se non fosse perfettamente cosciente dei suoi stati d’animo né di quel che stava vivendo, e neppure degli ordini che urlava a tutto spiano come se fosse impazzito.

Yoel saltò giù dalla camionetta desiderando soltanto di potersi tappare le orecchie, piantare il fucile lì in terra e andarsene fischiettando, le mani in tasca, come in un brutto sogno a lieto fine.

“Maledizione!” grugnì a denti stretti cercando una via per sfuggire allo sferragliare opprimente degli ordini, a quella cacofonia di note aspre e impregnate di esaltazione che uscivano dalla bocca di José, “Maledizione!” ripeté a se stesso come fosse l’unica parola rimasta del suo vocabolario.

Si guardò intorno come un animale braccato, nel cervello e nell’anima si annidava un nemico che lo guardava beffardo e incrinava ogni visione della realtà avesse mai avuto, mettendo a ferro e fuoco ogni sua convinzione.

“Maledizione!” e gli parve di boccheggiare in un universo di fumi che gli impedivano di vedere il mondo reale per quel che era perché lo impregnavano di veleno: una miccia ficcata in ogni fibra del suo essere.

José stava suddividendo gli uomini in gruppi, i suoi ordini concitati rimbalzavano da un soldato all’altro come eco impazzite, Yoel fece finta di niente e si allontanò come se fosse estraneo a tutto quel che lo circondava, pedina solitaria tra uomini che correvano in ogni direzione.

Nel caos passò inosservato e si allontanò tra i vicoli e le case silenziose.

Girò a casaccio nel quartiere immobile finché non riuscì a dissipare il velo di follia che gli aveva annacquato i sensi, allora si guardò nuovamente intorno e si accorse di essere solo.

La voce stridula di José, le risposte concitate dei compagni e il cigolio metallico dei carri armati sullo sfondo.

Yoel si guardò indietro, improvvisamente spaventato, quasi alla ricerca di quella lontana e rumorosa sicurezza, la sensazione di centinaia d’occhi che lo fissavano attraverso le imposte discretamente chiuse: avrebbe dovuto darsela a gambe, però gli anfibi rimasero incollati all’asfalto.

«Sono un perfetto idiota.» disse a se stesso, più che altro per sentire l’effetto consolatorio della propria voce, «Basta un attimo, un cecchino appostato ovunque e sono morto, un imbecille morto.»

Restò immobile per qualche lunghissimo istante, quasi in attesa del colpo di fucile che avrebbe messo la parola fine a quel suo attimo di follia suicida, l’orecchio teso a captare il click che l’avrebbe strappato a questa terra.

Un secondo dopo era ancora vivo, in lontananza il rumore metallico dei carri armati e gli spari delle perquisizioni appena cominciate. Yoel si allontanò ancora.

“Dove diavolo sto andando? Che cazzo credo di fare? Ci rimetto la pelle questa volta, come un perfetto idiota.”

Però non si risolse a tornare indietro e proseguì per la strada dove il tempo pareva essersi fermato e, con esso, ogni parvenza di vita. Lesse i cognomi sulle porte: Jihad, Nasrallah, Khaled, non erano nomi completamente estranei, anche se avrebbero dovuto esserlo, Al-Moghrabi…

Yoel si fermò di botto mentre la lingua si arrotolava intorno a quel cognome “Al-Moghrabi, Al-Moghrabi…” come una filastrocca tornata alla memoria dall’infanzia.

Soltanto sette, otto anni prima, quando desiderava ancora imparare a suonare uno strumento ben diverso da quello che aveva fra le mani.

La vita aveva le sue sorprese; a domandarselo oggi, non sapeva più perché avesse fatto quella scelta. Forse non sapeva neanche quando l’avesse fatta.

Si fanno tante cose senza sapere perché. Per emulazione o perché ti hanno ficcato in testa un sacco di idee che poi ti accorgi che non sono tue.

Yoel si strappò a quelle considerazioni troppo gravose e si concentrò sulla casa; a parte i calcinacci, i frammenti di vasi rotti e le piastrelle scheggiate, restava una bella casa.

Si accorse di sudare freddo quando gli venne in mente che, da lì a poco, quella casa sarebbe stata messa a soqquadro e ogni cosa contenesse sarebbe andata distrutta, indipendentemente dal fatto che ci abitasse un medico, un commerciante, uno qualunque, un terrorista o un trafficante d’armi. José non faceva differenza.

Si strinse nelle spalle e salì i quattro gradini che portavano nel patio quindi, istintivamente, bussò alla porta.

Poiché nessuno rispose, seguendo il solito istinto strinse la mano intorno al pomello della porta e provò ad aprire: come fosse stato atteso, pomello e porta obbedirono senza protestare e i cardini cigolarono debolmente, discretamente come tutto il resto.

Yoel si chiuse la porta alle spalle.

Gli occorse qualche istante per abituarsi alla penombra, quindi mise a fuoco un salone poco ammobiliato, soltanto qualche poltrona e un tavolo basso, in cui gli unici abitanti di quel luogo immerso nel silenzio erano libri e strumenti musicali poggiati su scaffali, sgabelli e tappeti.

Pile di spartiti ammucchiati negli angoli e i manifesti di decine di spettacoli alle pareti: gli parve di essere in presenza di una orchestra muta dove i musicisti erano violini, viole e violoncelli, e un pianoforte verticale appoggiato a una parete.

Improvvisamente il giovane si sentì catapultato indietro nel tempo, quando i desideri e le speranze dell’adolescenza lo avevano portato a intercettare una strada ben diversa da quella che aveva intrapreso successivamente; il suo sguardo venne catturato da un manifesto familiare e, come ipnotizzato, lasciò cadere il fucile per terra e si avvicinò per guardarlo meglio, il cuore gli batteva forte e l’emozione gli fece venire le lacrime agli occhi.

Rivide se stesso quindicenne davanti all’ingresso del piccolo teatro del suo villaggio, l’edificio non veniva usato da tempo, ma quel pomeriggio era tutto illuminato e si sentiva la musica dei concertisti che eseguivano le prove: una bella musica, Mozart, Rossini, Ciajkovskij forse; Yoel adolescente s’era avvicinato a uno dei manifesti appesi alla facciata, esattamente come in quel momento e a quello stesso manifesto, all’epoca prendeva ancora lezioni di violino, i suoi non erano d’accordo ma lui aveva insistito sino a sfinirli, finché non avevano ceduto.

Sul manifesto era riportato il nome di un noto direttore d’orchestra palestinese, ma i nomi dei concertisti erano tutti israeliani, “Strano connubio” aveva pensato Yoel adolescente.

Era abbastanza grande per sapere che quei nomi e quel connubio avrebbero dovuto risultargli alieni, eppure ne era rimasto affascinato; aveva guardato quando si sarebbe tenuto il concerto, sarebbe stato il pomeriggio del giorno successivo e lui aveva deciso che ci sarebbe andato, era gratuito.

“Unica serata come simbolo di una possibilità di pace e riconciliazione nell’arte come nella vita” recitava in fondo al manifesto una bella scritta in inglese, francese, israeliano e arabo, come se non ci fosse differenza alcuna.

«Ciao, ti piace la musica?»

La voce femminile alla sue spalle l’aveva fatto trasalire e Yoel s’era voltato, davanti a lui c’era una ragazzina con solo uno o due anni meno dei suoi, una ragazzina palestinese a giudicare dall’abbigliamento, bianco e di un verde tenue e un tessuto leggero che si muoveva alla sottile brezza: pareva un’apparizione, una creatura saltata fuori dalle pagine di un libro di creature fatate. Yoel era stato subito catturato dal sorriso franco e dagli occhi nerissimi, le ciglia folte e scure come il contorno delle palpebre che sembrava essere stato disegnato col cajal.

«Sì, la musica mi piace, sto imparando a suonare il violino.»

Il sorriso della ragazzina si era illuminato ancora di più: «Anch’io suono il violino, come mio padre, guarda lì il nome, Alì Al-Moghrabi, perché domani non vieni a sentire il concerto? È molto bello e non costa niente, ti trovo un posto in platea e lo ascoltiamo insieme.»

Yoel ricordò di aver pensato che non avrebbe dovuto parlare con una palestinese, se i suoi fossero venuti a saperlo, si sarebbero di certo infuriati.

Ma lui aveva pensato “Sono musicisti e non c’è nazionalità nella musica, non sono terroristi. Quindi non c’è neppure niente di male.”

«Come ti chiami?» gli aveva domandato lei.

«Yoel, e tu?»

«Ghaliya, vuol dire preziosa.»

Lui aveva sorriso: «E’ un bel nome, di dove sei?»

Ghaliya aveva assunto un’espressione triste e s’era stretta nelle spalle: «Di Gaza, ma viviamo ad Amman, baba1 dice che è molto più sicuro, ma ha tanta nostalgia, e anche ymma1

«E tu?»

«No, io no, ci siamo trasferiti che ero molto piccola, ma mi piacerebbe andarci senza che una bomba mi cada sulla testa.»

Erano rimasti entrambi in silenzio, imbarazzati per il fatto che avrebbero dovuto essere nemici.

«Posso chiederti una cosa?» aveva chiesto lui domandandosi se fosse educato o meno fare la domanda che gli era venuta in mente.

«Certo.»

«Perché mi hai rivolto la parola? Tu lo sai che io sono israeliano, ai tuoi non farebbe piacere.»

Questa volta fu lei a guardarlo stupita.

«Baba e ymma sostengono che l’odio razziale è assurdo e che, come l’arte non conosce confini di razza, religione e sesso, così dev’essere anche per tutto il resto. Anch’io la penso allo stesso modo, non la capisco questa guerra. Mi fa piacere conoscere coetanei israeliani come conosco ragazzi di ogni altro posto. Seguo spesso baba in tournée e mi capita di frequente di fare amicizie sul posto, però qui non è la stessa cosa, ymma e baba sono preoccupati, la gente ci guarda male e non ho il permesso di allontanarmi, sembra che ci odino. Ma noi siamo musicisti.»

«È per la questione dei razzi sparati sulle nostre case, non una questione personale.»

«Secondo me è anche personale.»

Erano rimasti in silenzio per qualche minuto senza sapere cosa dire: una rivalità antica li separava, il buon senso diceva loro di venirsi incontro.

«Perché non entri? Se hai tempo, naturalmente; fra non molto le prove finiranno e potresti conoscere i miei, magari prendiamo un tè tutti insieme.»

A Yoel non era neppure passato per la testa di dire no.

Erano state due ore indimenticabili.

Maisa, la madre di Ghaliya, sembrava una creatura fatata come la figlia, parlava a voce molto bassa e aveva gli stessi occhi che parevano disegnati col cajal; Alì Al-Moghrabi lo aveva trattato come un vecchio amico di famiglia, come se non ci fosse nessuna razza e nessun conflitto a dividerli, aveva parlato del potere della musica che andava oltre ogni perversione umana e avevano bevuto tutti insieme il tè alla menta: Alì Al-Moghrabi sembrava molto contento che Ghaliya avesse un nuovo amico, anche se israeliano, per lui non faceva differenza essere nati in un posto o in un altro.

Quando era tornato a casa, Yoel aveva provato a sondare il terreno, aveva chiesto ai suoi cosa ne pensassero di quell’orchestra di israeliani il cui direttore era un palestinese: «Traditori! – aveva esclamato il padre alla volta dei connazionali, – la cittadina boicotterà questo spettacolo vergognoso! Fare comunella con i terroristi!»

Yoel non aveva avuto il coraggio di replicare che a lui erano parse delle persone come gli altri, e il giorno dopo era andato al concerto senza dire niente, avendo per compagni solo Ghaliya e la madre di lei. Il teatro era quasi vuoto.

Da allora non aveva più avuto notizie di Ghaliya, però qualcuno lo aveva visto entrare a teatro e riportato la marachella ai suoi: in famiglia era successo un pandemonio. Suo padre lo aveva costretto a frequentare alcuni gruppi di esaltati e lui aveva finito per abbandonare ogni velleità di fare il musicista quindi, compiuti i diciotto anni, era entrato nell’esercito “per fare il suo dovere di patriota alla difesa della propria gente e del proprio paese”.

Per qualche tempo ci aveva anche creduto in quel che gli dicevano e in quel che faceva, ma il rimpianto del violino gli era rimasto, così come quel ricordo.

Gli stermini perpetrati dal suo esercito nei confronti dei civili però, avevano sempre avuto il potere di turbarlo nel profondo. E non era il solo, c’erano altri a pensarla come lui, ma nessuno aveva il coraggio di palesare i propri dubbi sulla legittimità di quel che stavano facendo.

Oppure erano molto pochi, e malvisti. Spesso messi a tacere.

«Yoel?»

Il giovane trasalì e si voltò di scatto.

Inginocchiata nell’angolo più buio della stanza c’era una ragazza, i grandi occhi neri disegnati come col cajal, occhi che non potevano essere né confusi né dimenticati.

«Ti ho riconosciuto subito quando sei entrato, sapevo che saresti venuto.»

Gli sorrideva e lui si avvicinò senza sapere cosa dire.

Nonostante fossero trascorsi degli anni, il viso di Ghaliya era lo stesso, solo offuscato da un velo di tristezza e le guance incavate, come da una sofferenza profonda.

«Come mai sei qui?» fu l’unica cosa che riuscì a dire e, al di là della sorpresa, i suoi pensieri andarono a José che, di lì a poco, sarebbe venuto a profanare quella casa di pace e di musica.

«Baba stava poco bene e ha deciso di tornare nella sua terra natale, qui a Gaza; lui avrebbe voluto che restassi ad Amman e che continuassi a studiare e a fare la musicista, ma io ho preferito seguire lui e ymma

Yoel si accoccolò accanto a lei: «Dove sono i tuoi genitori, adesso?»

Ghaliya aveva uno sguardo strano, come di chi non è più di questo mondo.

«Ymma è andata al mercato e baba è al piano di sopra che prova un pezzo, non lo senti?»

No, Yoel non lo sentiva, non proveniva alcun rumore dal piano di sopra, ma i suoi pensieri indugiarono solo un attimo su quella circostanza per soffermarsi sulla prima: non poteva esserci nessuno al mercato, non quella mattina in cui era stato annunciato il raid e c’erano pattuglie ovunque. C’era qualcosa di molto strano in Ghaliya, ma lui non osò aprire bocca.

«Ti va di prendere un tè? Ne preparo una tazza anche per baba e lo beviamo insieme.»

La ragazza non aveva atteso la sua risposta ed era andata in cucina continuando a chiacchierare; lui si era chinato a guardare il libro che stava leggendo, Les Fleurs Du Mal, e aveva letto la pagina indicata dal segnalibro:

LA MUSIQUE

La musique souvent me prend comme une mer!

Vers ma pâle étoile,

Sous un plafond de brume ou dans un vaste éther,

Je mets à la voile.

La poitrine en avant et les poumons gonflés

Comme de la toile,

J’escalade le dos des flots amoncelés

Que la nuit me voile ;

Je sens vibrer en moi toutes les passions

D’un vaisseau qui souffre ;

Le bon vent la tempête et ses convulsions

Sur l’immense gouffre

Me bercent. D’autres fois, calme plat, grand miroir

De mon désespoir!

Da Les Fleurs du Malm Baudelaire

 

La Musica.

La musica spesso mi prende come un mare, verso la mia pallida stella,

sotto un tetto di brume o nell’immenso etere, io sciolgo le vele ; come

una tela si gonfino il petto e i polmoni, scalo il dorso dei flutto che la

notte mi nasconde ; sento vibrare in me tutte le passione di un vascello

che soffre ; il buon vento, la tempesta e i suoi cicloni mi cullano sul

gorgo infinito. Altre volte, calma piatta, il grande specchio della mia

disperazione.

Yoel seguì Ghaliya con l’impressione di star vivendo qualcosa di surreale.

La cucina era in perfetto ordine, solo un cestino con un coltello e un pezzo di pane raffermo: a parte la teiera messa a bollire, sembrava che non ci passasse nessuno da giorni. Colto da un dubbio, aprì il frigorifero che risultò completamente vuoto. Era tutto molto strano, ma spiegava perché la ragazza avesse un’aria così emaciata.

Yoel si vergognò di se stesso e della sua gente che stavano affamando un popolo.

Intanto Ghaliya aveva disposto sopra un vassoio la teiera e tre tazze, quindi gli disse di andare con lei al piano di sopra, dal padre. Lui obbedì sempre più confuso, gli sembrava di vivere un istante sospeso fra molte incognite.

«Baba trascorre le giornate suonando, senza il suo violino sarebbe un uomo perso; spesso suono anch’io con lui .»

«Tu non sei entrata in orchestra, Ghaliya?»

«Sì, ma ci tornerò coi miei ad Amman quando baba sarà completamente guarito.»

«Che cos’ha?»

«Ha avuto un tumore al colon, ma è stato operato e ora è in via di guarigione.»

«Mi dispiace, sono contento che stia meglio.»

Ghaliya aprì la porta ed entrò chiacchierando allegramente alla volta di suo padre.

Però nella stanza non c’era nessuno, solo una poltrona vicino alla finestra dove era appoggiato un violino, un secrétaire ingombro di carte e un piccolo tavolo su cui la ragazza poggiò il vassoio, quindi cominciò a versare il tè mentre continuava a conversare con Yoel e il fantasma di suo padre.

Yoel non sapeva cosa pensare, provò una stretta al cuore e le lacrime salirono spontaneamente agli occhi mentre prendeva la tazza di tè: il liquido caldo non ne volle sapere di scendere giù per la gola strozzata dal desiderio di piangere.

Era entrato in un sogno, in un incubo o in una differente dimensione spazio temporale da cui ogni altra cosa era esclusa.

«Ti va di ascoltare me e baba mentre suoniamo assieme?»

Yoel annuì, inchiodato alla sedia e al tè.

C’era un quaderno sul secrétaire, lui si volse verso la ragazza per chiederle se poteva leggerlo, ma lei aveva gli occhi chiusi, rapita dalla musica e dai ricordi in cui viveva, e lui lo prese senza chiederle il permesso: nella sua mente si faceva strada il rivolo oscuro della tragedia.

Era il diario di Alì Al-Moghrabi.

7 luglio 2008

I medici hanno detto che il tumore ha già metastatizzato il fegato, ma hanno deciso di operarmi egualmente per darmi qualche mese in più di vita. Tre o quattro, forse, se sono fortunato.

14 luglio 2008

A parte il fegato, l’intervento ha avuto buon esito, non appena avrò recuperato le forze voglio tornare a Gaza, desidero trascorrere i miei ultimi giorni di vita nella mia terra natale; Maisa è d’accordo e verrà con me, ma vorremmo che Ghaliya restasse ad Amman e che continuasse la sua carriera nell’orchestra. Ma lei è irremovibile, è sempre stata molto testarda e dice che resterà con noi finché ne avremo bisogno, poi tornerà ad Amman, ma io, intanto, non so se sia la decisione giusta.

2 settembre 2008

La situazione è sempre tesa qui a Gaza, Maisa cerca di mascherarlo ma io so che ha paura tutti i giorni quando esce per qualsiasi necessità, e Ghaliya è sempre più strana.

Temo di aver peccato di egoismo col mio desiderio di tornare qui; non volevo che Maisa e Ghaliya ne soffrissero, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro, il dolore non mi abbandona più.

30 ottobre 2008

Sento che la fine è prossima, ho pregato Ghaliya di tornare ad Amman e all’orchestra, ma lei ha capito che sto per morire e so già che non riuscirò a convincerla ad andarsene prima della mia morte. È testarda come e più di sua madre. Mi ha promesso che dopo partiranno e che si prenderà per sempre cura della mia Maisa. Sono stato fortunato nella mia vita, ho lavorato per la pace attraverso il dono della musica, ho avuto al mio fianco una donna che ho amato con tutto me stesso e con cui ho condiviso l’esilio come la gioia, e una figlia meravigliosa che spero continui a portare in giro per il mondo il nostro messaggio di pace.

27 dicembre 2008

Hamas ha attaccato Israele e ora l’esercito israeliano distrugge in massa la nostra gente, Maisa nasconde la paura ma io so che è terrorizzata, Ghaliya è sempre più strana, suona per me dalla mattina alla sera e non dice niente. Io sono impotente, il male mi divora e solo adesso mi rendo conto del fatale errore commesso nel portarle qui. Cosa faranno quando io sarò morto? Che Allah ci aiuti.

30 dicembre 2008

Maisa non è più tornata da quando è uscita questa mattina per fare la spesa, temo il peggio, Ghaliya non dice niente, il suo sguardo è perso lontano e continua a suonare; impossibile comunicare con lei, sorride e non risponde.

Ore 17 dello spesso giorno.

Maisa è morta, falciata da carri armati e mitragliatrici mentre faceva la spesa al mercato; il mio amico Imhad ci ha impedito di vederla, si occuperà lui del funerale. La responsabilità è mia e del mio egoismo e

Ghaliya è impenetrabile, sorride ma non parla, è assente e presente al tempo stesso. Sembra in un mondo tutto suo. Non sono in grado di dire se ha capito o meno che sua madre non tornerà più da noi. Ho chiesto a Imhad di portarla via quando sarò morto. Morirò presto, ho ricominciato a perdere sangue, ma Ghaliya non deve saperlo.

Il diario si fermava a quel giorno, Alì Al-Moghrabi doveva essersene andato il giorno dopo o giù di lì; Yoel lo immaginò distrutto dalla disperazione per la perdita della moglie e per la figlia che, probabilmente, il suo amico Imhad non era riuscito a trascinare via, o forse era morto anche lui nel corso di uno dei tanti raid di quei giorni, e la ragazza ora viveva in compagnia dei suoi fantasmi e, intanto, si lasciava morire: il dolore aveva fatto sì che fuggisse da una realtà inaccettabile, da un dolore devastante che non riusciva a tollerare.

Yoel la guardò mentre suonava rapita, immersa nella sua realtà fatta di passato.

Quando lui era entrato in casa, lei gli aveva detto che sapeva che sarebbe arrivato, forse perché il suo era l’unico nome amico in quella terra devastata.

Ghaliya non doveva morire.

«Vieni, – le disse prendendola per mano, – prendi anche il violino, scendiamo giù.»

Lei gli rivolse lo sguardo assente e il sorriso mesto, ma non oppose resistenza, non disse nulla e lo seguì docile, il violino in mano.

Nessuno dei due si voltò indietro quando imboccarono la porta, non c’era tempo.

Mentre uscivano incrociarono José e la sua squadra: «Non c’è nessuno qui, solo morti.» gli disse Yoel senza fermarsi. Quindi si allontanò, con la mano di Ghaliya stretta nella sua.

Nessuno dei soldati disse una parola, come se quegli occhi neri che parevano disegnati col cajal e la mestizia che si leggeva nel suo sguardo li avesse ammutoliti tutti e, come se avessero subito un incantesimo, quegli stessi soldati si aprirono a ventaglio per lasciarli passare.

Yoel e Ghaliya sparirono, inghiottiti dal fumo delle granate e dalla polvere delle macerie sollevata dalla brezza.

 

Trecentocinquanta anni dopo.

«Hai nostalgia di loro?»

«No, non li ho conosciuti ma, da quel che la storia tramanda, penso che stiamo meglio ora.»

«Hanno lasciato uno sfacelo.»

«Già, ci mancava poco che facessero piazza pulita di tutti gli esseri viventi con le loro manie omicide; paranoici, pazzi, guerrafondai.»

«Però costruivano delle belle cose.»

«Indubbiamente, per poi distruggerle a colpi di bombe.»

«Spero che non capiti anche a noi.»

«Di diventare pazzi? No, non è possibile, per fortuna non abbiamo gli stessi geni, il creatore ha pensato bene di differenziarci al punto giusto.»

«La squadra di Hibou e quella di Condor hanno esplorato il globo in lungo e in largo, ma ovunque hanno trovato la stessa distruzione e neanche un umano vivo.»

«Gli alati si sono divisi in zone, Cormoran, Falcon e tutti gli altri continuano a cercare: spero che non trovino nessun sopravvissuto, o presto o tardi ricominceranno i guai.»

«Sono rimasti quelli ai Poli…»

«Almeno loro sono stati sempre pacifici, non credo che cambieranno.»

La voce aspra e quella più dolce si alternavano mentre avanzavano nella polvere sollevata dal vento; questo sibilava sinistro fra le macerie e le case diroccate e, se non si fossero estinti anche i fantasmi, ci sarebbe stato da avere paura sul serio.

Lentamente la vegetazione prendeva possesso del passato ricoprendolo coi suoi germogli, e le ferite lasciate aperte tanto tempo prima

iniziavano a rimarginare; la terra lanciava i suoi polloni di vita e fiori d’ogni forma e colore sbocciavano sui tralci giovani.

«Quanto tempo pensi che occorrerà affinché il disastro venga cancellato?» domandò la voce dolce.

«Almeno un altro migliaio d’anni. – rispose quella aspra, – ma l’importante è che di loro non ci sia più traccia in queste terre, la pioggia ha ricominciato a cadere, i fiumi a scorrere e le piante a germogliare, è solo una questione di tempo.»

«Però stiamo imparando molte cose da quel che hanno lasciato, tutti quei libri, i dipinti, peccato che la maggior parte sia andata distrutta.»

«Stiamo imparando quel che è bene imparare per preservare l’esistenza.» rimbeccò la voce aspra.

«Però bisogna ammettere che qualcuno intelligente c’è stato.»

L’altro sbuffò: «Sei un’inguaribile romantica, Gaz.»

«Il romanticismo l’hanno inventato loro, no? – rispose lei per stuzzicarlo, – e, in fondo, anche noi ci diamo la caccia l’un l’altro, o almeno qualcuno lo fa ancora.»

«Solo per necessità, e inoltre stiamo diventando ormai vegetariani, tutti e indistintamente.»

«Ammetti che mi daresti un bel morsetto, Woolf!» lo provocò ancora lei.

«Ammetto che non mi dispiacerebbe, – latrò Woolf, – e ora piantala o finiremo per litigare. Andiamo a vedere laggiù, quella casa è ancora mezzo in piedi.»

Nello sfacelo del tempo giacevano sparpagliati ovunque fogli, frammenti di libri, strumenti musicali sfondati e con le corde spezzate, chiazze di colore risaltavano là dove il tappeto non era stato completamente seppellito.

Qualche quadro era ancora miracolosamente appeso alle pareti, anche se sbilenco: fotografie di orchestre, manifesti di spettacoli, spettri di una civiltà che non esisteva più.

Woolf si sedette osservando intorno, i baffi fremevano nella brezza che penetrava da innumerevoli spifferi: «Dobbiamo dire alla squadra di raggiungerci, potremmo trovare qualcosa d’interessante qua dentro: forse questa era la casa di qualcuno di coloro che tu definisci “intelligente”.»

«Vieni, guarda qui, ho trovato un libro.» lo chiamò Gaz.

«Che roba è?» Woolf era un tipo burbero, ma in fondo la sua indole era buona ed era molto curioso e interessato a ogni novità.

«Les Fleurs Du Mal. Mi sembra un titolo azzeccato per una genia omicida.

È una raccolta di poesie, senti questa:

 

Il me semble par fois que mon sang coule à flots,3

Ainsi qu’une fontaine aux rythmiques sanglots.

Je l’entends bien qui coule avec un long murmure,

Mais je me tâte en vain pour trouver la blessure.

A travers la cité, comme dans un champ clos,

Il s’en va, transformant les pavés en ilots,

Désaltérant la soif de chaque créature,

Et partout colorant en rouge la nature.

J’ai demandé souvent à des vins captieux

D’endormir pour un jour la terreur qui me mine ;

Le vin rend l’œil plus clair et l’oreille plus fine !

J’ai cherché dans l’amour un sommeil oublieux ;

Mais l’amour n’est pour moi qu’un matelas d’aiguilles

Fait pour donner à boire à ces cruelles filles !

 

Da Les Fleurs du Mal di Baudelaire:

La Fontana di Sangue.

Mi sembra talvolta che il mio sangue scorra a fiotti, come una fontana

scossa da singhiozzi ritmici, io sento che scorre con un lungo

mormorio, ma io mi palpo senza trovare la ferita. Attraverso la città,

come in un campo chiuso, esso se ne va trasformando le selci in

isolotti, alterando la sete di ogni creatura e colorando la natura di

rosso. Ho chiesto spesso a dei vini scaltri di addormentare per un

giorno il terrore che mina la mia anima; il vino rende l’occhio più

chiaro e l’orecchio più fine! Ho cercato nell’amore un sonno che

faccia dimenticare; ma l’amore è per me soltanto un materasso di spine

fatto per dare da bere alle donne il mio sangue.

Woolf prese il libro con il muso facendo attenzione a non rovinarlo,

quindi il lupo e la gazzella ripresero la strada.

Dello stesso autore:      maria lidia petrulli Il volto segreto di Gaia         LaRealtèEnig.AM - Copia          ilritdelbardo - Copia

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