Sette, morto che parla

Di Susanna Raule // [Commissario Sensi #1]

Alcuni numeri sono diversi dagli altri, gli antichi lo sapevano.

Hai letto tutta quella roba del Codice Da Vinci? Quello non si è mica inventato niente, altro che. Gli egiziani lo sapevano, i medievali lo sapevano anche loro. Non c’è un cazzo da fare: il tre, il sette, il ventitre hanno qualcosa di speciale.

Hai mai sentito parlare dei numeri primi? Ecco, quella è solo la punta dell’iceberg, credimi. Il quattro, il sei… senti come sono armonici? Pari, quieti, in equilibrio con il cosmo.

Alcuni numeri, invece, sono insoddisfatti. Alcuni numeri – non vorrei sembrarti melodrammatico – sono cattivi.

È come se fossero in equilibrio tra questo mondo e l’altro. E l’altro mondo non è un posto gradevole, a me puoi credere, non è un posto dove vorresti passare il cazzo di week-end. Alcuni numeri, in alcuni momenti, sono come porte. Non sono porte per entrare, ma porte da cui possono uscire cose.

Io sono nato il 7 Luglio 1978. Il 7 del 7. E l’anno, 1978, guarda: 1 + 9 = 10, 10 + 7 = 17, 17 + 8 = 25, 2 + 5 = 7. Hai visto? Pazzesco, no?

Era uno di quei momenti e dentro di me è entrata una cosa.

Non posso farci niente.

***

Ero certo che lui non potesse farci niente, ma questo non cambiava il fatto che quello che combinava fosse disgustoso.

Quella era la terza vittima che ritrovavamo e io iniziavo a essere piuttosto sulle spine.

Tutto era cominciato, dovrei dire, con un raccoglitore di funghi.

Non ho mai capito l’impulso di certa gente a svegliarsi a orari antelucani, mettersi in macchina e, armata di bastone e cesto di vimini, scorrazzare all’alba per boschi umidi e inospitali.

Sarà che per me è impensabile scendere dal letto prima delle undici e mezza, ma lo trovo un segno di instabilità mentale.

Questa gente compie strani e barbari rituali. Hanno credenze ben oltre il limite della superstizione sui posti migliori dove cercare, uno spiccatissimo senso territoriale, la paranoia strisciante che qualsiasi altro essere umano nei dintorni voglia depredarli dei loro porcini e la convinzione che portare il raccolto all’ufficio d’igiene per farlo esaminare da un esperto sia segno di debolezza, forse di omosessualità latente.

Una cosa però bisogna ammettere. Per quanto la gente civile vivrebbe senza dubbio meglio alleggerita dalla loro presenza, i cercatori di funghi hanno una vista eccezionale. Nemmeno Sherlock Holmes riuscirebbe a cogliere con altrettanta perizia i mutamenti in un terreno, i piccoli segni di scavo, le minime irregolarità nella crescita del muschio.

Questo cercatore di funghi, tale Lelio Ammaniti, aveva notato qualcosa di insolito intorno alle cinque del mattino del 14 Aprile, mentre setacciava il sottobosco di una delle sue zone favorite, in stagione non ancora del tutto favorevole, subito dopo Aulla, sulla strada per Fivizzano.

Ammaniti, che procede naso a terra per non farsi sfuggire il più piccolo segno fungino, a un tratto si accorge di essere sopra a uno scavo vecchio qualche mese. Uno penserebbe che per dire una cosa del genere serva un esperto di qualche tipo, magari un archeologo, ma di fatto l’Ammaniti è perfettamente in grado di fare una perizia completa del terreno nell’arco di mezzo sguardo.

Inoltre proprio nel mezzo dello scavo c’è un enorme e lussureggiante esemplare di Boletus Aedilis. Ammaniti si impossessa del fungo e poi guarda meglio lo scavo con la sua super-vista da raccoglitore. Nota che è largo circa un metro e lungo circa due, bello preciso e rettangolare.

Ora, naturalmente Ammaniti guarda CSI come tutti gli altri.

Tira fuori il cellulare e chiama la polizia.

***

Quando ero piccolo la cosa era piccola anche lei. Aveva piccoli desideri.

A volte le bastava vedere qualcosa che prendeva fuoco. Oh, le fiamme… che fenomeno incredibile, vero? Potrei guardare le fiamme per ore e ore. Quelle loro linguette dalla punta blu, che guizzano e accarezzano.

A volte voleva qualcosa di un pochino più sostanzioso. I gatti, per esempio, le piacevano un mondo. Un bel gatto macilento e spelacchiato, di quelli che abbondano nei cortili vicino a Piazza Brin. Basta offrirgli un biscotto per farli avvicinare.

A otto anni ho scoperto che, se inchiodi un gatto per terra, d’inverno, e gli apri la pancia, dal suo intestino si alza una nuvola di vapore. Devi essere molto veloce, però, altrimenti non riesci a vederla.

Mi sono interrogato a lungo su quella nuvoletta di vapore. Ho persino accarezzato l’idea che potesse essere l’anima del gatto e questo mi ha aperto interessanti domande.

I gatti hanno un’anima? (Il parroco sosteneva di no, ma io ne sapevo, forse, più di lui.)

L’anima può abbandonare il nostro corpo quando siamo ancora vivi? (Di nuovo, il parroco sosteneva di no, ma il gatto era ancora vivo quando quella nuvoletta usciva, pertanto non vedo altra soluzione).

Quando sono cresciuto ho capito che doveva essere semplicemente il calore degli organi interni a contatto con l’aria fredda, ma mentirei se ti dicessi che l’idea dell’anima mi ha abbandonato del tutto.

Quando avevo undici anni ho trovato un cane randagio.

L’ho chiamato Bua, e per lui è stato un nome profetico. Avevo un mio posto privato in un cortile, capisci? Un posto dove andavo solo io. Oh, Bua è stato il mio dolce segreto per una settimana!

Ho imparato tanto da lui, se ci penso quasi mi commuovo. Cose su di lui, cose su di me, cose sulla cosa.

Dimenticavo, Bua era una cagna. Riesci a immaginare come la cosa mi abbia aperto altri mondi?

***

C’è qualcosa di mastodontico in un’inchiesta che si mette in moto. Il primo agente che arriva sul posto, si guarda intorno con aria bovina e contatta la sala operativa chiedendo che cosa cavolo deve fare.

Arrivano altri agenti, altrettanto incerti sul proprio ruolo. Macchine bianche e blu si fermano tutto attorno al luogo in questione, di solito parcheggiando in divieto con grande noncuranza.

Poi arrivano i primi graduati. Un pm viene informato dei fatti. Il questore viene disturbato al ristorante (il questore è sempre al ristorante).

Alla fine, quando ormai è stato fatto tutto il danno possibile, quando tutti gli indizi importanti sono stati ignorati o distrutti, tutti i testimoni messi sul chi va là e l’indagine è ben avviata sulla strada della disfatta più totale, qualcuno si rende conto che non è stata chiamata l’unica persona per cui l’intera faccenda non sia proprio una novità.

Quella persona, in quel caso, ero io.

Mario Bozza, a capo del commissariato di Aulla, decise, colpito da un raro guizzo d’intelligenza, di chiamare la squadra mobile della Spezia per chiedere se il corpo di una ragazza seppellito nel bosco ci dicesse qualcosa.

A rispondere alla telefonata fu Massimiliano Tudini, ispettore capo e di fatto mio vice.

Il quale, pur essendo consapevole che tutta la mia irritazione si sarebbe rovesciata su di lui, pensò bene di telefonarmi a sua volta.

Erano ormai le dieci e cinquantasei del mattino, e io stavo dormendo beatamente a pancia in su.

Quando finalmente il trillo penetrò nel mio subconscio, allungai la mano verso il comodino e presi il cordless. Poi, senza aprire gli occhi, lo portai sotto alle coperte con me.

Risposi senza dire una parola.

«Ermanno?». Tono dubitativo, accento calabrese, vago panico.

Emisi un grugnito affermativo.

«Ermanno, qua c’è un problema».

«Hanno segnalato che la mia casa va a fuoco?» chiesi, il sarcasmo appannato dalla mia voce strascicata.

«Ehm, no».

«Oh, grazie, mi hai tolto un pensiero. Sicché posso rimettermi a dormire, eh?»

Tudini non sa mai come reagire al mio aggressivo sense of humor. Tentennò. «Ehm, no, capo. Penso più che dovresti venire qua. Hanno trovato un’altra ragazza nel bosco».

«Nuda?» volli sapere.

Un altro istante di silenzio. «Ehm, sì».

«Portatela pure nel mio ufficio, sarò lì in un istante».

A questo punto Tudini era totalmente nel pallone e la mia vendetta consumata.

«Capo, è morta» si sentì in dovere di specificare.

Sospirai. «Allora è meglio se la tieni nel tuo, di ufficio. Arrivo».

***

Dopo quella faccenda di Bua ho iniziato a sospettare di essere un pochino diverso dagli altri.

Sono sempre stato un bambino molto silenzioso. Da piccolo non piangevo, non ho mai dato fastidi ai miei genitori. (A parte quella volta in cui mi scoprirono mentre davo fuoco a un rotolo di carta igienica, al bagno delle elementari. Ma non potevo certo prevedere che la maestra sarebbe entrata nel bagno dei maschi, no?)

Anche adesso non parlo molto. Non ho molti amici, anzi, potremmo dire che non ne ho neanche uno, se escludiamo Sara, e lei la considererei più la mia fidanzata.

Vorrei spiegarti come ci siamo conosciuti. È una storia un po’ lunga, spero che avrai pazienza con me.

In un certo senso Sara è stata un regalo della cosa.

A quattordici anni ho provato a giocare con gli esseri umani. C’era una mia compagna di classe che mi piaceva molto.

Aveva i capelli neri, e io amo i capelli neri. Anche Sara li ha.

Questa mia compagna si chiamava Carlotta. Se devo essere sincero non mi calcolava affatto. Nessuno mi calcolava un granché, a quei tempi. (Sì, neanche ora, ed è una vera fortuna.)

Carlotta abitava nelle case popolari dall’altra parte del quartiere. Lo sapevo perché l’avevo seguita, un paio di volte.

La cosa dentro di me aveva fretta, ma io ero stato bravo e avevo aspettato.

Ho aspettato e ho aspettato, finché non è arrivato il momento giusto. Il momento perfetto. Ideale.

Quando il momento è giunto – la cosa dentro di me urlava di fare presto – ho offerto a Carlotta una sigaretta e le ho proposto di andarcela a fumare in un posto meno pubblico della strada.

Carlotta voleva la sigaretta e non voleva che qualcuno la vedesse che fumava.

Io me ne sono sempre sbattuto di queste cose.

L’ho portata nel mio posto, potevi dubitarne?

Ora non pensare che il mio posto fosse un luogo sgradevole. Certo, era un angolo di cortile, nascosto da un muretto semi-diroccato. Certo, ci crescevano delle erbacce. Ma io sono sempre stato un tipo ordinato, e avevo tolto tutta la spazzatura e tutte le ossa degli animali.

Ci siamo seduti dietro al muretto e ci siamo accesi due delle mie sigarette.

Vedevo che Carlotta non sapeva cosa dirmi e penso che sospettasse il mio interesse romantico nei suoi confronti, solo che non sapeva che era la cosa ad essersi infatuata, non io.

Ha provato a imbastire una conversazione, ma come ti dicevo io non sono un grande chiacchierone. Quando eravamo a metà sigaretta ho buttato via la mia e l’ho bloccata per terra. Sono magro, ma più forte di quel che crederesti. Le ho intrappolato i polsi con una mano e con l’altra ho tirato fuori il coltello.

Era un bell’oggetto, da me regolarmente manutenzionato, un serramanico di sette centimetri (un caso?) la cui lama avevo affilato a dovere.

Carlotta lanciò un grido, uno solo, strozzato. Le sollevai la gonna e le feci un taglio sulla coscia. Oh, il suo sguardo terrorizzato…

Ero così su di giri che me ne venni nelle braghe e così me la lasciai scappare. Carlotta corse via tenendosi goffamente una mano tra le cosce. Vidi sul cemento crepato alcune gocce del suo sangue.

Ancora adesso, se ripenso a quel momento, mi sento invadere dal calore.

***

Arrivai in questura verso le undici e un quarto. Immagino che ti stia rodendo dalla curiosità di sapere come ho fatto ad essere così veloce.

Be’, non è un segreto.

Basta non lavarsi e infilare i vestiti del giorno prima, mutande e calzini a parte.

La questura è un grosso edificio semi-nuovo, un cubo di vetro a specchio piazzato su un viale alberato. Di fronte abbiamo un parco dove di giorno giocano i bambini, si trastullano i nostri rari pedofili e passeggiano i nostri numerosi anziani signori. La Spezia è composta al novanta percento di vecchi, me ne sono accorto non appena trasferito. Dal mio punto di vista è un fattore piuttosto positivo (di vecchietti criminali non ce ne sono molti), tuttavia può causare qualche problema al momento di trovare una partner sessualmente disponibile.

Le spezzine, tra l’altro, sono famose per non darla.

Insomma di fronte alla questura c’è questo parco recintato. Per fortuna il mio ufficio dà sugli squallidi edifici sul retro. Ho un pessimo rapporto con la natura.

Vi entrai, come dicevo, intorno alle undici e un quarto. Tudini mi stava aspettando, aggirandosi nel corridoio con aria tormentata.

«Ermanno!» mi corse incontro, non appena mi vide apparire.

Frenai ogni eccesso di zelo spingendogli una mano davanti al naso.

«Prima una Red Bull» ordinai, e scomparvi nel mio antro.

Credo di aver omesso che avevo un orrendo mal di testa. La sera prima avevo bevuto il giusto, ma avevo fumato troppo e avevo impegnato una quota troppo consistente delle mie immense risorse cerebrali tentando di portarmi a letto una tizia. Avevo scoperto che era spezzina solo dopo quasi due ore di frasi brillanti e disgustoso servilismo, e avevo gettato la spugna senza insistere oltre.

Mi ero da tempo reso conto che le spezzine, il sabato sera, si spingono fino a Forte dei Marmi apposta per non dartela. Il locale, un orrore pseudo-gotico grande come il buco del culo di una gallina, oltre tutto aveva iniziato a riempirsi quando avevo già perso ogni speranza, quindi immagina il divertimento.

Tudini entrò nel mio ufficio con una lattina di Red Bull già stappata, servizievole, e la appoggiò sulla scrivania, nell’unico angolo casualmente sgombro dalle carte.

Ne presi un paio di sorsi e mi lasciai cadere nella mia sedia, indicando a Max quella che poteva usare lui.

Considera che il mio vice assomiglia all’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia e capirai che di prima mattina non era una visione molto gradevole, tuttavia la tollerai con stoicismo.

«Hanno trovato un’altra ragazza con la pancia aperta» dissi.

«Sì» confermò Tudini «sopra Aulla.»

«Eccezionale. Il nostro amichetto si spinge sempre più a nord. Se abbiamo culo tra un po’ saranno problemi dei parmigiani.»

Tudini, come forse ti ho già detto, non sa mai come replicare al mio humor. Rimase in silenzio.

«Era nuda e insacchettata» continuai, quindi.

«Già. Bozza ha chiamato i RIS di Parma».

«Ma che bella cosa. Proprio come alla tv, eh? ». Mi strofinai gli occhi. «Suppongo che dovremmo andare a dare un’occhiata».

Max parve sollevato.

Come se mi volessi perdere quel caso.

***

Carlotta, contrariamente ai miei timori, non disse niente dell’accaduto.

Da quel giorno in poi, in classe, iniziò a evitare il mio sguardo e sono certo che non rimanemmo più soli neanche un minuto fino alla fine dell’anno.

Non sono molto bravo a capire cosa frulla nella testa della gente, ma penso che si vergognasse.

Era un po’ come se ci fosse stata con me, non trovi?

Io, d’altronde, avevo nutrito per la prima volta la cosa.

Non l’anemico sostituto costituito dai gatti o dai cani. No, quello era vero nutrimento, per lei. Il terrore improvviso, la carne squarciata, l’estasi dei sensi… tutto quanto, l’intera faccenda, il servizio completo.

Alla fine dell’anno andai alle superiori. Liceo Scientifico.

I miei non credevano particolarmente nel valore dell’istruzione e forse avrebbero preferito un professionale, tuttavia i miei insegnanti delle medie insistettero che ero portato per la matematica e così finii al Pacinotti.

Me la cavai senza infamia e senza lode, uscendo con cinquantadue.

La verità è che avevo altro per la testa.

Adolescenza, sussulti ormonali, pulsioni sempre più difficili da tenere sotto controllo.

Riuscii a rimanermene buono per gran parte di quel periodo, ma dentro di me qualcosa stava maturando. Era come se la cosa, l’entità, fino a quel momento se ne fosse stata in un bozzolo e ora fosse pronta a uscire.

Facevo sogni pieni di sangue, da cui mi svegliavo con le lenzuola impiastricciate.

Avevo iniziato a interessarmi alla vita degli animali, alle loro abitudini di accoppiamento, al modo in cui uccidevano.

I miei compagni di scuola immaginavano che cosa avrebbero potuto fare con le ragazze. E anch’io.

Devo ammettere che la nostra idea di divertimento era alquanto distante.

Per fortuna non venni indotto in tentazione. Ora so che all’epoca non sarei stato pronto. Le ragazze non si interessavano a me. Ero troppo silenzioso, troppo tranquillo. Per loro ero uno sfigato all’ultimo stadio, o semplicemente una non-persona, qualcuno che nemmeno esisteva.

Malgrado questo, non temere, mai nessun bullo se l’è presa con me.

I ragazzi preferivano starmi alla larga.

Ammetto che durante le superiori organizzai qualche scherzo non proprio simpatico ai loro danni, ma queste sono piccolezze. Non ci furono mai feriti gravi e gli insegnanti non si accorsero mai che ero stato io.

Io ero il ragazzo magro e pallido in seconda fila, quello “dispari”, che era rimasto nel banco da solo. Per qualche motivo non ti stupisci, vero?

***

Quando gli tesi la mano Mario Bozza la strinse con aria scettica.

Sono abituato a questa prima reazione. La gente nei piccoli posti tende a essere di vedute ristrette. Se vedono un tizio vestito di nero, con i capelli neri lunghi e arruffati, magro e pallido e – specialmente, a quanto pare – con indosso jeans aderenti neri e anfibi a metà polpaccio, per qualche motivo non collegano immediatamente la sua immagine a quella di un commissario di polizia.

Sono un incompreso.

Nessuno di loro pensa che se sono stato promosso così in fretta è perché o sono fottutamente bravo o sono fottutamente raccomandato, entrambe condizioni di cui avere la giusta considerazione.

Tanto perché tu lo sappia: non sono raccomandato, sono solo un cazzo di genio.

Lasciai Bozza a grattarsi il cucuzzolo semi-calvo e mi avviai allegramente in mezzo alla verdura. Forse avrai capito che non amo eccessivamente il cosiddetto verde.

In effetti mi trovo molto più a mio agio in un ambiente chiuso e possibilmente in penombra. Anche il sole e il mare non sono il mio forte. Per quanto riguarda il primo, alla Spezia per otto mesi all’anno non c’è problema: è considerata la città più piovosa d’Italia.

Il secondo… be’, con il tempo sto cercando di abituarmi.

Mi avviai su per una sorta di sentiero. La mia brillante intelligenza mi permise di dedurre che era stato scavato dai piedoni di tutti gli sbirri che avevano fatto avanti e indietro dalla strada all’ultimo ricovero della ragazza squarciata.

Aggiunsi i miei piedoni ai loro.

Tudini mi trotterellò dietro come un cane da pastore grosso e fedele.

«Che alberi sono questi?» volli sapere.

«Castagni, Ermanno. Vedi le foglie frastagliate?»

«Io vedo solo roba umida e marcescente, Max. Da solo non saprei dire che si tratta di foglie». Proseguii lungo la pista, con il mio vice alle calcagna. «Però so che erano castagni anche l’ultima volta, mentre quella precedente erano cerri e qualcos’altro che ora non mi viene in mente. Per questo ho un ispettore capo a mia disposizione».

Mi chiusi in un silenzio scontroso, ovvero il mio standard, e raggiunsi il principale luogo di interesse turistico di quelle parti: una grossa buca circondata dal nastro bianco e rosso.

Due ebeti sbirri del luogo mi guardarono in cagnesco e io per tutta risposta passai sotto al nastro limitandomi a rivolgergli un colpo di sopracciglia.

«È il commissario Ermanno Sensi, squadra mobile della Spezia» li informò Tudini, al mio posto.

È consapevole del fatto che posso diventare irritabile.

Mi accucciai accanto alla fossa e diedi un’occhiata giù.

Sul fondo c’era un involto di plastica nera che qualche genio aveva tagliato completamente nel senso della lunghezza e dentro al sacco c’era il corpo di una ragazza.

Be’, detta così sembra una cosa quasi gradevole, una cosa come un’altra. Il fatto era che il lezzo di decomposizione si sentiva a distanza di qualche chilometro e la ragazza era color marrone scuro con vaghe nuances brune. La cosa a cui somigliava di più era una prugna andata a male.

Quella che un tempo doveva essere stata la sua cavità addominale ora somigliava a una spelonca nera, da cui facevano capolino le costole.

Sulla bocca c’era ancora un lembo di nastro adesivo argentato da elettricista.

Mi rialzai in piedi e mi spolverai le ginocchia.

«Il medico ha detto qualcosa di illuminate tipo sì, è morta, oppure ha fatto un vero e proprio discorso?» chiesi, a nessuno in particolare.

«Ha confermato il decesso» disse uno dei giovanotti in divisa che mi avevano guardato male.

Mi tirai indietro i capelli e mi appoggiai le mani sui fianchi.

«Voglio l’ora del decesso precisa al giorno, non mi interessa che cosa devono fare per scoprirla. Esami particolari, datazione al carbonio 14, riti voodoo… qualunque cazzata la moderna tecnologia ci metta a disposizione.» Sospirai. «Anche se, naturalmente, capire chi era la nostra fragrante amichetta ci potrebbe aiutare un pochino.»

E a quel punto feci quello per cui sono odiato dagli uomini della scientifica di tutta Italia. Saltai nella fossa e iniziai a incasinare la verginità della scena facendo i rilievi per mio conto.

Temo di non essere una persona molto paziente.

***

Questa è la storia della mia vita: io sono diverso dagli altri e gli altri lo sanno. Se gli chiedi qual’è la differenza tra noi non ti sanno rispondere, eppure sanno che c’è.

Non sbagliano. Come dicevo, c’è qualcosa dentro di me.

Questo qualcosa era cresciuto più o meno in silenzio per tutte le superiori. Non poteva attendere oltre.

Ho ucciso la mia prima vittima poco prima dei vent’anni.

Una ragazza dai capelli neri.

Belle gambe bianche e tornite.

Ho fatto le cose per bene. Ti ho già detto che sono una persona ordinata.

L’ho seguita per una settimana. Ho visto dove viveva, chi frequentava, che posti bazzicava. L’ho caricata in macchina un sabato sera, mentre tornava a casa. Non mi ha visto nessuno.

Era il momento giusto. Avevo pianificato tutto.

Il nastro adesivo nel cassetto del cruscotto. Il coltello con cui minacciarla. Le frasi da dire. Tutto.

Mi sono fermato in una zona poco trafficata per farla accomodare nel mio bagagliaio. Ero quasi sopraffatto dall’emozione.

L’ho portata ben fuori dalla città, su per i colli. Se conosci un minimo la geografia di queste parti sai che lì è pieno di luoghi adattissimi. Ho parcheggiato la macchina in uno spiazzo dove nessuno ci avrebbe fatto caso e ho portato la mia nuova amica tra le frasche.

Sai come vanno certe cose.

Qualche ora dopo nel bagagliaio avevo un cadavere ancora tiepido, ordinatamente avvolto in vari sacchi per la spazzatura nera.

Ero stanco, spompato, ma ero anche al settimo cielo.

Purtroppo avevo tutta la parte davanti della camicia zuppa di sangue.

Quello era un contrattempo a cui non avevo pensato.

Devo ammettere che quella prima volta la fortuna del principiante mi fu d’aiuto. Mi tolsi la camicia e guidai praticamente a casaccio finché non avvistai una fonte lungo la strada. Consisteva fondamentalmente in un pezzo di tubo di gomma che sporgeva da un muro.

L’acqua era freddissima, ma l’aria calda d’agosto bastò a contrastarla. Lavai la camicia. Non rimase neanche una piccola macchiolina di sangue, dato che l’acqua fredda è fantastica per l’emoglobina.

Ordinato e preciso come al solito andai a disfarmi dell’involucro forato della mia amata.

Ora, ascolta, non so che cosa pensi di me, ma non sono uno stupido.

Avevo letto tutta quella roba che c’era nei gialli e via discorrendo. Sapevo che cos’è la scientifica, che cos’è un test del dna, che cosa significa che un uomo può essere secretore oppure no, in quanti milioni di posti si possono appiccicare le tue impronte digitali, i tuoi peli, i tuoi capelli o le fibre del tappetino della tua macchina.

Riguardo a tutte queste seccature, avevo la soluzione ideale: bastava che nessuno trovasse i rimasugli della mia girlfriend, non ti pare?

Non nel senso di non trovarli per due, quattro, sei mesi o un anno. No. Non li doveva trovare nessuno, in eterno.

L’ideale sarebbe stato cacciare il corpo giù per il camino di un vulcano. (Adoro l’idea del vulcano, si può dire che sia un po’ il mio sogno nel cassetto.)

Purtroppo, come avrai notato, da queste parti non ci sono molti vulcani.

C’è un sacco di mare, certo, però il mare non è una buona idea. Ho letto da qualche parte che i cadaveri si gonfiano e riaffiorano nei punti più impensabili nei momenti meno opportuni.

Non era il caso.

Dopo attente riflessioni, quindi, avevo deciso di seppellire la mia defunta amica nei boschi.

Per scavare una buca profonda due metri (ovverosia il minimo indispensabile) ci vogliono tre ore di lavoro di vanga. È importante preservare tutte le zolle erbose, in modo da poterle poi riapplicare senza che a prima vista la fossa sia visibile.

È faticoso, ma quando sei ancora invaso dall’adrenalina quasi non te ne accorgi.

Come avrai già intuito dai miei discorsi, ho maturato una discreta esperienza. Devo ammettere, in effetti, che Sara doveva essere la settima. In un certo senso lo è stata.

Sara era una ragazza carina dai capelli neri e viola. La faccenda del viola era per me una novità, ed ero su di giri anche per questo. Principalmente, però, era la faccenda del sette a farmi sentire come se stessi per esplodere.

Ero sicuro che il sette mi riservasse grandi cose, e non sarei rimasto deluso.

***

La verità è che non me ne frega niente di capire come funziona la testa di certi individui. Sono un poliziotto, non uno strizzacervelli. Non mi importa un accidenti dei loro traumi infantili o dei loro sentimenti.

Però, per qualche motivo a me ignoto, capisco abbastanza bene le loro pulsioni.

Mentre tornavamo verso La Spezia esposi a Tudini le mie sensazioni. La strada correva sinuosa tra i boschi (anche troppo sinuosa, visto che iniziavo ad avere il mal d’auto), tuffandosi entusiasta verso la valle e il mare.

Visto che c’era un caldo sole primaverile avevo abbassato l’aletta di fronte al mio sedile, ma non ne stavo traendo un gran giovamento. Mi ero nascosto dietro ad un paio gigante di occhiali da aviatore.

«Sicuramente c’è violenza sessuale anche questa volta” predissi. «Sai, quando la zona pelvica diventa uno schifo putrefatto più scuro del resto significa che in quella zona c’erano delle ferite, il che mi fa pensare…»

«Ermanno!»

«Che cosa?» chiesi, stupito dalla veemenza del suo richiamo.

«È vomitevole!»

«A-ah! » sventolai un dito davanti al nasone di Tudini. «Non si parla così di una povera ragazza violata e seviziata, Max. Sei un insensibile, e per punizione andrai a spulciare in tutti i fascicoli delle persone scomparse!».

Il mio vice sospirò, rassegnato.

«Dunque, come dicevo, sicuramente lui l’ha legata, azzittita, tagliuzzata, stuprata e le ha aperto la pancia come a una trota. Questo mi rassicura sul fatto che è proprio un killer seriale, non un volgare imitatore. Se non stiamo attenti qua ci ritroviamo con Luccarelli e Picotti che dormono davanti alla questura.»

«Che cosa? Sono senzatetto?» chiese, innocente, Tudini.

«È per questo che sei il mio preferito, Max. Hai il potere di risollevarmi l’umore meglio del Prozac. A proposito hai mica visto il mio flacone in giro?».

«Sopra la tua scrivania» rispose Tudini. Come ti dicevo, è del tutto insensibile al mio sarcasmo.

«Be’, in ogni caso voglio il silenzio stampa, dillo anche a quel babbeo di Bozza» continuai, con uno dei miei celebri cambi d’argomento improvvisi.

La strada tortuosa si era trasformata in dritta superstrada, che procedeva tra i bassi monti con confortante prevedibilità.

Visto che lo stereo della macchina di Tudini non avrebbe dispensato niente di neanche lontanamente simile ai Bauhaus e che io detesto la maggioranza delle stazioni radio, ce ne rimanemmo in confortevole silenzio per una decina di minuti.

«Se vuoi il mio parere, ce ne sono altre» dissi alla fine, tanto per risollevarci il morale.

***

Catturai Sara la mattina all’alba, mentre andava al lavoro.

Se appena era possibile adoravo farlo di giorno, con la luce. Avevo comprato, per questo scopo, una baracca prefabbricata nei boschi della Val di Vara.

Niente di eccezionale, ma molto utile.

Ci portai di corsa la mia nuova amica, di cui ancora non conoscevo il nome. Non contavo nemmeno di conoscerlo, se non nei giorni successivi, se i giornali avessero riportato che una ragazza era scomparsa.

Arrivai con la macchina fin davanti alla baracca e la scaricai all’interno, sul pavimento di linoleum.

Non per dire, ma il linoleum è la scelta ideale, se hai dei fluidi da ramazzare. Molto igienico e non del tutto antiestetico.

Quindi, come dicevo, lasciai la ragazza a dibattersi sul pavimento e andai a parcheggiare l’auto più avanti sulla sterrata. Tornai corroborato da una allegra passeggiata di dieci minuti nell’aria frizzante dell’alba.

La mia nuova amica aveva provato a nascondersi sotto al tavolo, una mossa che tentano quasi tutte.

La tirai fuori dal suo nascondiglio e iniziai a tagliare attentamente via i suoi vestiti. Inutile dire che, pur legata e imbavagliata con il nastro adesivo, lei provò attivamente a opporsi.

Adoro quando lo fanno.

Eliminai tutti i vestiti e li piegai ordinatamente in un angolo. Poi mi tolsi anche tutti i miei, impilandoli in un angolo diverso. Si cresce e si impara, e detesto dover buttare via roba semi-nuova solo perché è macchiata di sangue, nell’improbabile possibilità che un giorno possa costituire una prova incriminante.

Mi misi al lavoro con i miei coltelli e devo dire che io e Sara passammo una soddisfacente ora, prima che mi sentissi abbastanza carico da arrivare fino in fondo.

Non vorrei scendere nel personale, ma la cosa che preferisco è farlo quando tutti e due siamo completamente coperti di sangue.

Anche quella volta feci così, terminando l’opera con un preciso squarcio nella gola.

Spossato, giacqui sopra di lei, beandomi del calore viscido e sensuale che mi avvolgeva.

Era la mia vittima numero sette, ed era stata… perfetta.

Poi successe qualcosa.

***

Dicono che quando c’è un omicidio le possibilità di trovare l’assassino si assottigliano man mano che passa il tempo. Dicono anche che con gli omicidi seriali ogni volta che trovi un nuovo corpo il conto alla rovescia riparte.

Tutte cazzate.

Un omicidio lo risolvi quando capisci che cosa è successo e come, e queste sono cose che puoi capire anche a mesi di distanza.

Lascia che ti dica come la penso. In natura ci sono due tipi di problemi: i problemi da risolvere punto per punto e i problemi che si risolvono tutti insieme e all’improvviso con un colpo di genio. Un omicidio può appartenere a entrambe le classi.

Se fai i compiti da bravo sbirro, interroghi i testimoni e cerchi gli indizi: passo dopo passo provi a risolvere l’enigma. Ma se questo non basta allora ti serve una soluzione del secondo tipo, una di quelle cose che ti fanno esclamare “Ah-a! Ho trovato!”.

Senza falsa modestia io sono uno specialista in questa branca, mentre nel primo caso tendo a fare inutilmente casino.

Questo era il motivo per cui, fin da quando avevamo trovato il primo cadavere, avevo lasciato Tudini e la mia squadra a fare i compiti e io avevo iniziato ad analizzare il problema da vari punti di vista differenti.

Alla fine, mentre osservavo un po’ di quegli inutili pezzi di carta che vanno sotto il nome di rapporti, avevo avuto un’idea folgorante.

Il fatto era che la prima ragazza uccisa, Francesca Fregoso, era scomparsa dalla sua casa la sera del cinque febbraio di due anni prima. Probabilmente era stata uccisa in giornata.

Il nostro secondo corpo, Valentina Mattei, aveva subito lo stesso trattamento un sei ottobre.

Avevo guardato le loro morti da tutti i punti di vista. Elementi in comune tra le vittime (i capelli neri – anche la nostra sconosciuta n.3 li aveva), modalità di uccisione, di sepoltura, coordinate geografiche, segni zodiacali, fasi lunari, vittorie dello Spezia, tipo di film trasmessi quella sera in televisione… posso essere un tipo piuttosto creativo e mi ero spinto fin dove ritenevo opportuno.

Poi avevo notato quella strana cosa.

Cinque febbraio: 5 + 2 = 7. E ancora, sei ottobre: 6 + 10 = 16, 1 + 6 = 7.

Stavo diventando demente?

Naturalmente NO. Era l’assassino a essere demente, su questo non c’erano dubbi.

E gli assassini dementi vanno a nozze con questo tipo di cazzate esoteriche.

Nel cervellino del mio uomo dovevano agitarsi incubi matematici.

***

Lei si mosse.

Iniziò col muovere una gamba, cercando di scrollarmi via. Poi la testa, divincolandosi come se non riuscisse a respirare.

Mi sollevai su un gomito e osservai i suoi occhi aperti e furiosi.

Erano, me ne accorgevo solo in quel momento, blu.

La sua gola era squarciata da un capo all’altro, la sua pancia era aperta come quella di un pesce, i suoi seni, le sue cosce, le sue braccia erano segnati da numerosi tagli. Sotto di lei c’era una pozza di sangue di dimensioni più che rispettabili.

Avevo appena finito di, be’, puoi immaginare di far cosa.

Oltre a questo avevo appena finito di ucciderla.

Lei non poteva essere viva.

Eppure la era.

Sospirai. Armato di santa pazienza (e di un lungo coltello) le infilzai il cuore. Non che il muscolo si stesse muovendo. Non c’era la minima ombra di un battito.

Tuttavia io, coscienziosamente, la infilzai più volte. Zac, zac,zac.

Sbirciai la sua faccia, per vedere se c’era qualche segno di… be’, morte. Non c’era.

La mia preziosa vittima numero sette continuava a divincolarsi e a roteare gli occhi. La mia impressione era che fosse incazzata nera.

Sospirai di nuovo e mi arresi all’inevitabile. Le staccai dalla bocca il nastro adesivo.

Forse, a scuola, ti hanno fatto studiare i miti greci. Se è così avrai senza dubbio familiarità con quello di Pandora e del vaso che le fu affidato da Zeus. Dentro il vaso c’era tutto il male del mondo, e non doveva essere aperto.

Pandora, che era una curiosona, non appena Zeus le volta le spalle che cosa fa?

Ovvio: dà una sbirciatina, giusto per farsi un’idea.

Solo che tutto il male del mondo esce e si diffonde sulla terra. Mi piace pensare che un pezzo di quel male iniziale sia finito, chissà attraverso quali riciclaggi, anche dentro di me.

Ma sto divagando.

Quando staccai il nastro dalla bocca della mia vittima numero sette fu come aprire il vaso di Pandora, nel senso che non avevo mai sentito tutte insieme tante parolacce e oscenità. E, come avrai capito, non sono certo uno stinco di santo.

Seduto nel suo sangue a gambe incrociate, aspettai che il più fosse passato. Sfortunatamente quando le avevo tagliato la gola non ero arrivato fino alle corde vocali.

«Cristo, smettila!» sbottai, alla fine.

«Smettila tua sorella! Mi hai fottuta e sgozzata, e non hai avuto neanche il buon gusto di farlo in due momenti diversi!» ribatté lei.

Tutta la scena stava diventando surreale.

«Dovresti essere morta» le feci notare, anche se non pensavo che ce ne fosse bisogno. Ma al momento mi sentivo stranamente insicuro. «Tutte le altre sono morte» aggiunsi, quindi, a conferma della mia affermazione.

«Ah!» disse lei, come se mi avesse colto con le mani nella marmellata (invece erano, credo di averlo già detto, nel suo sangue). «Quindi non sono la prima!».

«Dovresti essere contenta. Con le altre ho fatto esperienza» replicai. Sentivo che mi stava sfuggendo il punto.

A questo, in effetti, seguì un’altra scarica di improperi. Non avevo mai sentito nessuno insultare Nostro Signore con più entusiasmo.

«Vorrei che mi spiegassi perché non sei morta» insistetti, quando anche questa crisi sembrò aver superato il suo culmine.

«E che cazzo ne so io!» rispose lei, sempre con gran garbo.

Mi passai entrambe le mani tra i capelli.

«Merda,» borbottai. Mi rialzai in piedi e ripetei, tanto per andare sul sicuro: «Merda».

Ora, non so se hai mai provato a rimanere seduto per un po’ in un lago di sangue (se sì, mi piacerebbe scambiare con te alcune opinioni professionali), ma tende a diventare una faccenda alquanto sgradevole.

Il sangue si secca formando una sorta di sottile crosta. Là dove ci sono dei peli sembra trovare il suo habitat naturale.

Osservai con puntiglio le condizioni del mio corpo. L’unico punto in cui non ero coperto da una sottile crosta di sangue era il gomito sinistro, chissà perché.

Anche parte dei capelli erano miracolosamente sopravvissuti.

Il punto è che tanto mi piace il sangue fresco tanto non posso sopportare quello secco. Tirai fuori il tubo di gomma dall’armadio, lo collegai al rubinetto dell’acqua e iniziai a risciacquarmi coscienziosamente.

Nel frattempo la vittima numero sette non taceva un istante.

Per la maggioranza erano insulti rivolti a me, ma c’era anche qualche sporadica variazione nei confronti di Dio e del mondo.

Iniziavo ad avere una teoria per la sua non-morte. Probabilmente un elemento del genere non lo volevano neanche all’Inferno.

«Se la pianti di strillare ti do una sciacquata» le comunicai. L’avrei fatto comunque, odio i cadaveri insanguinati, ma non mi sembrava il caso di dirglielo. E poi lei non era un cadavere in senso stretto.

La annaffiai con la canna dell’acqua. La gran parte del sangue scivolò via dal pavimento verso lo scolo in un angolo, tuttavia non c’era modo di pulire completamente senza rimuoverla dal pavimento.

Ero terribilmente seccato.

«Slegami le mani!» stava iniziando a pretendere, nel frattempo, lei.

«Fossi scemo» replicai. «Non che tu possa andare chissà dove con la pancia aperta come quella di un pesce, vero? Se fossi in te eviterei di alzarmi».

«Stronzo» disse lei. Era stato amore a prima vista.

Mi strinsi nelle spalle e iniziai ad asciugarmi. «Dico per te. Non vorrai dovertene andare a zonzo con l’intestino in mano».

La mia osservazione parve colpirla.

«Mi devi ricucire!» strillò.

Mi infilai i boxer e i jeans. «A dire il vero non devo fare proprio niente. Se ancora non l’hai capito, io non sono una brava persona».

«Non puoi lasciarmi così!» protestò.

Le sorrisi largamente. Io non sono un tipo che sorride spesso, pertanto mi manca un po’ di pratica e i miei sorrisi non riescono mai del tutto bene. Assomigliano più che altro all’imitazione di un sorriso, se capisci cosa intendo.

«Perché no? Potrei tenerti qua e ritornare ogni volta che mi viene voglia. Non dovrei nemmeno più sbattermi a trovare una vittima nuova».

Se ci pensi il mio ragionamento non faceva una grinza.

«E se entrassero degli animali?» disse lei. «E se mi… mangiucchiassero? Se mi mettessi a urlare e mi trovasse qualcuno? E se…»

«E se ti imbavagliassi di nuovo?»

Mi accucciai accanto a lei e osservai le sue ferite. Erano pulite e asciutte, ma non sembravano in via di rimarginamento. Certo, avevo fatto proprio un bel lavoro, pensai, con orgoglio.

La accarezzai con una mano e lei ricominciò a protestare.

«Andrò a cercare ago e filo» mi arresi. E la azzittii di nuovo con il nastro adesivo.

***

La cosa positiva di essere a capo di una squadra è che nessuno può azzittirti, neanche se pensa che tu stia delirando.

E l’ispettrice Riu lo pensava sicuramente.

Bassa, tarchiata e con corti capelli biondi, velista dilettante perpetuamente abbronzata e sportiva, la Riu mi faceva un po’ paura. Mentre esponevo la mia teoria mi guardava con l’aria di chi sta subendo delle torture psicologiche.

Il fatto è che la Riu mi aveva detestato fin dal primo giorno.

Sono troppo pallido, tormentato e stravagante per i suoi standard da cavernicola. E le ho ingenuamente confidato che detesto la barca a vela.

Gli altri miei valenti sudditi (definizione mia) mi ascoltavano con espressioni che variavano dall’educata cortesia, al perplesso scetticismo. L’unico che mi appoggiava senza riserve era Tudini, il che non era molto confortante.

«…ho telefonato a quella sorta di pseudo-patologo che hanno ad Aulla…» stavo dicendo.

«Non è un patologo, è un medico generico che si presta a…» puntualizzò Mainardi, pedante come suo solito.

«…E gli ho strappato un possibile momento del decesso per la nostra vittima numero 3» continuai, senza badargli. «Potrebbe essere verso dicembre. Tudini, tu che hai guardato i fascicoli delle persone scomparse, ti risulta una ragazza vista l’ultima volta il 3 o il 4 dicembre?»

«Ma Ermanno!» esclamò lui, con aria sconvolta.

Sorrisi lentamente. Era meglio di Watson, in quanto a espressioni stupefatte.

«Non so come fai a saperlo, ma una certa Katia Rosati è scomparsa proprio il 4!» dichiarò, sbigottito.

«Quattro dicembre. 4, 12. Ovvero 4 + 1 + 2 = 7».

Questa volta non fu solo Tudini a guardarmi con gli occhi fuori dalle orbite.

Mi strinsi nelle spalle, minimizzando il mio genio. «A questo ragazzo piace il numero sette».

***

Mentre scendevo in macchina verso valle ero attraversato da mille pensieri. La possibilità di essere impazzito mi sembrava attraente. Non che anche prima fossi perfettamente normale, vero?

Persino in quel momento, con tutti i problemi che quella nuova situazione comportava, non potevo fare a meno di pensare a quelle belle ferite pulite e a essere percorso da un brivido di passione.

Oppure, semplicemente, qualcosa di raro e stupefacente era accaduto.

Forse l’anima della vittima numero sette si era rifiutata di staccarsi dalla sua carne. Forse si era, invece, già staccata tempo prima, come uno sbuffo di vapore dalle viscere di un gatto.

Tornai in città e andai a casa dei miei per chiedere con nonchalance a mia madre di prestarmi il suo cestino da cucito.

Non essere una persona particolarmente emotiva ha i suoi vantaggi.

Ringraziai tanto e ritornai da dove ero venuto.

In un certo senso se al mio ritorno la vittima fosse stata morta mi sarei sentito deluso. Avevo grandi progetti per me e per lei.

Fortunatamente non solo lei era ancora viva, ma era anche quasi riuscita a liberarsi le mani. Provvidi subito a bloccarle di nuovo.

«Allora, mia intraprendente amica…» salutai, tutto allegro, «sono felice di informarti che mi sono procurato ago e filo. Sfortunatamente non sono un sarto di prima categoria, ma sono certo che apprezzerai ugualmente il mio impegno.»

Per infilare il filo nell’ago ci misi svariati minuti, durante i quali la mia vittima ruotò forsennatamente gli occhi.

Decisi di iniziare il restauro dal taglio in gola. Ammetto che, malgrado il filo rosa chiaro, il rattoppo era lungi dall’essere invisibile.

Non mi demotivai, e con grande pazienza ricucii ognuno degli altri tagli.

Alla fine le tolsi di nuovo il bavaglio.

«Ora assomiglio a Frankenstein!» furono le sue prime parole. Non c’è riconoscenza, a questo mondo.

Stavo per risponderle qualcosa di molto acido quando mi sovvenne un pensiero.

«Non hai sentito niente» dissi. Ne ero assolutamente sicuro. Si era fatta rattoppare come se fosse stata una bambola di pezza, insensibile.

Lei aggrottò le sopracciglia.

Tutto eccitato dalla mia scoperta mi affrettai a riprendere il mio coltello.

«Ehi, fermo! Che cosa credi di fare? Mi hai già seviziata una volta!».

Sorrisi lentamente. «Oh, tesoro…» sospirai.

***

La letteratura è piena di investigatori che passeggiano e io mi sono in qualche modo adeguato a questo standard.

In realtà, nel mio caso, visto che abito in centro si tratta più che altro di una necessità. Prova a parcheggiare da qualunque parte tra piazza Garibaldi e piazza Verdi dalle tre alle sette del pomeriggio. Neanche il contrassegno delle forze dell’ordine può aiutarti, perché non c’è posto nemmeno in divieto.

Quindi, ecco, sono un camminatore.

Era ormai il 28 aprile e, malgrado la mia geniale intuizione numerica, non eravamo molto vicini alla cattura del nostro squartatore.

Ho pensato molte volte che un serial killer non fa più vittime di una guerra, o anche di una comune epidemia di febbre cinese. Per quanto un serial killer si sforzi non può competere con gli incidenti stradali o le diagnosi sbagliate dei nostri valenti medici.

Non è che un granello nell’universo delle morti violente e accidentali.

Eppure, per qualche motivo che non mi saprei spiegare, volevo mettere le mani sul mio squartatore più di qualsiasi altra cosa, anche più di quanto volessi portarmi a letto la barista del Bar Brin. Il che è tutto dire.

Visto che però dal punto di vista “squartatore” non stavo facendo grandi passi avanti, niente mi impediva di proseguire nel soddisfacimento degli altri punti della mia wish-list.

E la barista era nettamente al secondo posto.

Avevo messo la mia squadra a fare tutte le cose noiose del caso: interrogare genitori e fidanzato di Katia, combinare date di nascita, mesi di morte, momenti critici della stagione calcistica (ovvero, parlando dello Spezia, tutte le domeniche) secondo le regole della Cabala ecc., ecc.

Visto, quindi, che la mia coscienza era a posto, partii alla volta della barista. Abito all’ultimo piano senza ascensore di un palazzo in vico Cerniai. Scesi dal mio tetto e iniziai a risalire via Prione, che era invasa dagli adolescenti come ogni maledetto giorno dalle quattro alle sette e mezza.

Mi feci largo tra gli ombelichi scoperti e i capelli scolpiti, rimuginando sul caso.

Insomma, passeggiai.

A dire il vero, malgrado la letteratura sostenga il contrario, passeggiare e rimuginare nello stesso tempo non mi viene benissimo. Dopo un po’ mi distrassi e iniziai a scrutare con raccapriccio i passanti.

Non c’è niente da fare: mi sono adattato a questa città come un’ostrica nel suo guscio, ma non c’è molto che io e lei abbiamo in comune.

Camminai mogio mogio fino in piazza Brin, per infilarmi allegro nell’omonimo bar. Ovviamente, visto che questo è il “quartiere multietnico” della città, era pieno per un quarto di nordafricani, per un quarto di dominicani e per il rimanente di vecchietti semi-alcolizzati autoctoni che giocavano a briscola con senegalesi troppo condiscendenti.

La barista in questione stava frullando dietro al banco con una maglietta scollata che mi riempì di allegria. Mi andai ad appollaiare su uno sgabello e feci ciao con la mano.

«Commissario Sensi» mi accolse lei, con aria di vago sfottimento, e passò uno straccio davanti a me per lucidare la mia porzione di bancone.

«Carmel» replicai, con un sorriso ebete.

«Commissario di cosa?» si intromise inopportunamente un vecchietto appollaiato alla mia sinistra. Era il classico esemplare spezzino: ruvido come la carta vetrata, segaligno e carogna.

«Di polizia» risposi, rassegnato alla risata che, infatti, seguì puntuale.

«Te? A me me pae un beccamorto, altro che comissario» commentò carinamente il vecchietto. Sarebbe stato bello se lo squartatore avesse cambiato target e fosse passato agli sbevazzoni sopra i settanta.

Decisi di ignorare il mio inopportuno vicino e tornai a sorridere alla mia barista preferita, che nel frattempo stava ridacchiando. «Es un ufficiale, Peppo. Te vuoi far fare la multa?»

Di bene in meglio.

«È bello vedere i miei concittadini di buon umore, figurati che sono venuto qua apposta. Potrei persino chiudere un occhio sul vecchietto in divieto di sosta che ho notato sedendomi».

Carmel rise e, in effetti, mi tirò su l’umore.

«Vuoi una birra?» disse, appoggiandomi nel contempo una Ceres davanti al naso. Sono di gusti prevedibili. Annuii e lei stappò velocemente la bottiglia e vi mise un bicchiere accanto.

«In realtà sarei venuto per un parere professionale» cominciai, dopo aver bevuto il primo sorso. Dietro di me si accese una veloce discussione in arabo, che si interruppe quasi subito.

Carmel, come speravo, si chinò sul bancone.

Tirai fuori dalla tasca interna della mia giacca di pelle tre fotografie delle vittime (quando erano ancora vive, ovviamente) e le posai davanti a lei. Per quanto sembri insolito usare una barista dominicana e incredibilmente attraente come supporto per le indagini, ho imparato con l’esperienza che Carmel ha la sconcertante capacità di capire tutto di una persona al primo sguardo. Siccome funziona anche con le fotografie, non era la prima volta che gliene portavo.

Naturalmente non avevo mai avuto il coraggio di chiederle che cosa aveva capito di me, al primo sguardo.

Osservò le fotografie per qualche secondo e si accigliò.

«Sono quelle chicas morte, Manno? Quelle de…» cercò una parola nel suo ampio vocabolario italo-dominicano «…quelle de los satanistas? Matade durante i riti exoterici?».

La guardai come un perfetto babbeo, con tanto di bocca semi-aperta.

«Tesoro, è meglio se mi spieghi questa cosa» conclusi.

***

Inizialmente ero un po’ seccato che avessero trovato i cadaveri. Li avevo nascosti con tanta cura… Poi, però, vedendo che attribuivano il tutto a qualche satanista folle fui preso da una strana euforia.

Avrei potuto buttare nella prossima fossa un cero nero, tanto per aggiungere quel tocco in più.

Sempre che ci fosse stata una prossima fossa.

Non potevo di certo seppellire Sara da viva, no? Anche se forse viva non descriveva pienamente la sua condizione.

Rispetto al primo giorno il nostro rapporto era cresciuto, non è così che si dice?

Per prima cosa lei aveva smesso di urlare per qualsiasi cosa, inoltre avevamo iniziato a conoscerci meglio. Negli ultimi tempi le avevo addirittura slegato le caviglie per portarla a fare quattro passi nel bosco.

Sara, naturalmente, non mangiava, non aveva bisogni fisiologici e non sentiva caldo o freddo.

Per ogni nuovo taglio che le facevo, bastava usare ago e filo per richiuderlo. Non dovevo esagerare, però, o presto non ci sarebbe stato più spazio disponibile.

Dovevo amministrarla con parsimonia.

***

«Che cosa significa che sono state uccise dai satanisti?» strillai, esattamente cinque secondi dopo essere entrato nelle stanze della squadra mobile, a chiunque fosse interessato a sentire.

Varie teste spuntarono qua e là come quelle di una tartaruga dal guscio.

«Non avevo ordinato il silenzio stampa? Non avevo detto che i giornali non dovevano essere informati dello squartatore? Volete davvero che Luccarelli e Picotti si trasferiscano nel nostro atrio?».

Ero fuori di me.

Tudini emerse timidamente dal suo ufficio e iniziò a spiegare, con aria imbarazzata: «È che Aulla è un piccolo paese… gli abitanti hanno saputo del ritrovamento, forse da Ammaniti, forse da qualcuno dei ragazzi della polizia locale…»

«Come hanno fatto a sapere delle altre vittime?!” sbraitai. «E che cosa c’entrano i cazzo di satanisti!»

L’imbarazzo di Tudini si accentuò visibilmente.

Provò a guardarsi intorno, alla ricerca disperata di un sostegno che non sarebbe arrivato.

Alla fine sospirò. «Devono averti visto entrare nel commissariato di Aulla, Ermanno».

***

Maggio era iniziato nel migliore dei modi, con un bel sole splendente e frotte di turiste in anticipo. Le tedesche, la specie più comune da queste parti, solitamente non mi interessano molto.

Sono quasi tutte bionde, e scialbe, e insignificanti.

Lo stesso si può dire per le inglesi.

Naturalmente, però, c’erano sempre le eccezioni. Malgrado fossi affezionato a Sara sentivo di non poterle essere del tutto fedele.

«Ti dispiacerebbe se portassi qui un’altra ragazza?» le chiesi, un giorno, in tono casuale.

Lei mi guardò con espressione offesa.

La capivo, tuttavia la cosa dentro di me non poteva resistere ancora a lungo.

E i numeri si stavano nuovamente allineando nel più propizio dei modi.

***

E così avevamo un serial killer a piede libero, il fiato della stampa sul collo, e qualche genio mi aveva preso per un satanista. Magnifico.

Controllai attentamente se per caso non avessi qualche giorno di ferie ancora da utilizzare, ma me li ero già bruciati tutti.

Di solito il mio piano è brillante. Ad agosto non c’è quasi niente da fare e in questura c’è l’aria condizionata, quale periodo migliore per lavorare? Così consumo sempre tutte le ferie da gennaio a marzo, quando le città del mondo non sono invase dai turisti e il lavoro infuria sulle spalle degli altri.

Quella volta avevo toppato.

Avevo allegramente dirottato le critiche dei superiori su Tudini, ma non me la sarei potuta cavare ancora a lungo. Dovevo assolutamente mettere le mani sullo squartatore.

«Naturalmente c’è una data in cui possiamo essere certi che colpirà» dissi a Carmel, un pomeriggio di maggio inoltrato in cui il BB era semi-deserto e lei si era venuta a sedere al mio tavolo.

«Sì?» chiese.

«Be’, immagino che il sette luglio gli piaccia parecchio». L’avevo messa a parte della mia teoria, sicuro della sua discrezione.

«Sette luglio duemila e cinco» capì al volo lei. «Como a dire: sette e sette, e cinco e dos ancora sette».

«Esatto. A parte il fatto che in italiano si dice cinque, naturalmente».

Carmel sventolò una mano, come a dire che erano dettagli. Io mi stavo godendo la visione della sua pelle ambrata e il contatto del suo ginocchio contro il mio. Carmel ha le gambe più lunghe che io abbia mai visto e per il resto assomiglia a Rosario Dawson.

Un paio di volte ero anche riuscito a portarmela a letto, ma purtroppo lei non sembrava interessata a consolidare una routine.

«Ma in tutti i mesi ce sono almeno due date favorevoli, Manno. Non potete mica controllare tutte le chicas de la città.»

«No, non possiamo» ammisi.

«E perché si è… impuntado con ‘sto sette?».

Con la testa appoggiata a una mano seguivo i movimenti delle sue labbra sensuali.

«E chi lo sa?». Non il più brillante dei conversatori, lo so. Il problema era che pian piano la questione squartatore stava scivolando sullo sfondo.

«Non mirarme in quel modo, Manno. Ho del trabaho oggi».

«Datti malata».

«Capisci perchè el sette» ribattè lei, spietata.

Era senza cuore, proprio come piacciono a me.

***

Avevo iniziato a guardarmi intorno, malgrado le proteste di Sara. Volevo festeggiare il giorno del mio compleanno alla grande. Avrei potuto addirittura concedermi una doppia libagione, che cosa ci sarebbe stato di male?

Avevo notato un gruppo di punkabbestia che campeggiavano nei giardini tra viale Italia e via Mazzini, accampati sotto a un glicine in fiore.

Sembrava la cornice ideale.

Tra di loro c’erano due ragazze more e sporche e tre giovanotti altrettanto sporchi.

Probabilmente durante il giorno chiedevano l’elemosina in corso Cavour facendo i giocolieri con le palline o con i diablos.

Avevano tre cani. Tre bestie grosse e zozze, per niente docili.

Dovevo ammettere che la sfida era stimolante.

***

Avrei voluto far presente a Carmel che il suo era un ricatto sessuale, ma sentivo che in qualche modo aveva ragione.

Dovevo smetterla di pensare al mio pisello e iniziare a pensare a quelle povere ragazze squartate. Il fatto è che nel mio mestiere uno diventa cinico molto velocemente – o forse, pensandoci meglio, uno cinico lo è già quando comincia, ed è il motivo per cui si trova tanto bene in polizia.

In ogni caso dovevo mettermi a riflettere seriamente sulla faccenda del sette.

Perché il nostro amichetto era fissato con questo numero? A parte il fatto che era suonato, ci poteva essere qualcosa a cui potessi arrivare anch’io?

Nei film c’è sempre una soluzione che salta agli occhi, nel nostro caso poteva essere che lo squartatore fosse rimasto sconvolto dall’avere 777 come inizio del numero del cellulare. Forse aveva sette sorelle (in questo caso capivo che fosse venuto fuori un po’ spostato). Forse era nato il sette luglio (sempre meglio che nascere il quattro, almeno dando retta alla filmografia ufficiale).

Forse era il momento di controllare l’intera pletora di cazzate, dettaglio per dettaglio, indipendentemente da quanto l’idea potesse sembrare demente.

***

Mi chiedevo se tagliando la testa a Sara lei avrebbe continuato a parlare e a essere cosciente.

Ci provai verso l’inizio di luglio, quando ormai i miei preparativi per le due punkabbestia erano quasi pronti. Tutto stava nell’attirarle lontano dai cani e dai punkabbestia maschi, ma questa volta – chiamami sentimentale se vuoi – volevo che Sara fosse al mio fianco.

Le tagliai la testa usando coltello da disosso e seghetto. Fu un lavoro molto pulito, anche se lei si lamentò tutto il tempo dicendo che rivoleva il suo corpo.

Alla fine le promisi che non l’avrei buttato via e riuscii a calmarla un po’.

Partii per La Spezia (ormai stavo in pianta stabile nella baracca) tenendomela in grembo. Purtroppo stava perdendo i capelli, ma nel complesso la sua massa mi rassicurava.

Avrebbe aspettato in macchina mentre caricavo le mie due conigliette nuove.

***

Solo nell’area urbana c’erano circa trecento persone nate il sette luglio. In compenso c’era un solo caso di sette figli. Spedii prontamente Tudini a controllare se uno di questi mostrasse i segni di un’evidente follia, mentre io mi concentravo sui nati di luglio.

Circa il cinquanta per cento erano donne. Viste le modalità dell’aggressione mi sentii di escluderle, anche se immagino che volendo proprio qualcosa ci sia sempre il modo di ottenerlo.

Il seme maschile non era materiale così raro, come sapevo benissimo.

Circa un ulteriore cinquanta percento era troppo giovane o troppo anziano.

Sui bambini ero piuttosto certo, sui vecchietti, dopo aver conosciuto Peppo, non proprio, ma dovevo ben tagliare da qualche parte, come avrebbe detto l’assassino.

A questo punto mi restavano circa una settantina di persone.

Passai l’intero malloppo a Riu e Mainardi, che se lo meritavano, incaricandoli di scovarmi il serial killer nascosto là in mezzo.

Quasi mi aspettavo di vedere Mainardi che sbirciava prudentemente tra un foglio e l’altro.

***

L’idea alla base del mio appostamento era semplice.

Visto che ai giardini non c’erano bagni pubblici, avrei semplicemente aspettato che la natura emettesse il suo richiamo, nascosto dietro al più classico dei cespugli.

Avevo osservato le mie prede con grande attenzione per vari giorni. Non erano particolarmente pudiche, ma avevano una preferenza per il mio cespuglio, mentre i punkabbestia maschi preferivano il tronco di una palma.

Avevo dovuto per forza appostarmi fin dalla sera, e le avrei catturate durante la notte.

Avevo con me tutto il necessario. Guanti di lattice, corda, nastro adesivo, sottile filo piombato da usare come garrota, un manganello col quale stordirle, all’occorrenza.

Se prendi qualcuno di sorpresa non è poi così difficile buttarlo a terra.

La parte più complicata del piano era stata trovare parcheggio su viale Italia.

Sara (o meglio, la sua testa) attendeva con me in silenzio. Alle tre di notte del sette i giardini erano deserti e non mi restava che svegliare le mie prede colpendole con un sassolino. Al resto avrebbe pensato la natura.

***

Ero stravaccato sul mio letto singolo e stavo ascoltando della musica a basso volume quando il mio cellulare iniziò a suonare forsennatamente.

Sobbalzai, azzittii gli Ensteurzende Neubauten e risposi.

Come forse ti ho già detto vivo in un sottotetto in vico Cerniai. Il soffitto è inclinato dai due lati, con le travi a vista, e le finestre sono piccole e basse.

Visto che io e la luce abbiamo un rapporto difficile per me è l’ideale.

«Indosso solo i calzini e sto aspettando te, baby» dichiarai nella cornetta, dopo aver visto chi chiamava.

«Me sa che dovrai aspetare ancora, hombre» replicò Carmel, evitandomi la fatica di dover indossare i calzini. «Lo sai che è passata medianoche e che oggi è el sette de luglio? Non estai nervoso?».

Mi grattai le parti basse. «Sì». In un certo senso era vero. «Sono sulle spine da impazzire, ma che cosa posso farci? Aspetto che qualcuno mi segnali la scomparsa di una ragazza, che a quel punto sarà già morta e stecchita».

Tossicchiai. «Mi farebbe piacere se aspettassi insieme a me».

«Ma non te arendi mai?»

«Di fatto no» ammisi.

Lei sospirò. «E va bene. Cerca, pero, di mettere un po’ en ordine».

Il mio sorriso si allargò come quello del gatto del Cheshire, mentre rispondevo: «Certo».

***

Non era stato molto difficile.

Ricorda che era il sette del settimo mese di un anno la cui somma dava sette. Ovvero il mio momento di massimo fulgore. Gli eventi si inchinavano al mio potere, quella sera.

Ero arrivato alle spalle della mia prima vittima mentre aveva ancora i cenciosi pantaloni abbassati. Le avevo circondato il collo con la garrotta e avevo tirato fin quasi a strozzarla. Poi, velocemente, le avevo bloccato le mani e tappato la bocca.

Una precauzione inutile, visto che l’avevo già minacciata di ucciderla se avesse emesso un suono.

I suoi amici, sdraiati sotto il glicine, emettevano il morbido russare degli ubriachi. Quando la ebbi immobilizzata per bene mi presi qualche minuto per capire come era fatta sotto gli strati di vestiti sovrapposti. Si divincolò deliziosamente, pronta a mordere.

Lasciai passare qualche minuto prima di gettare addosso all’altra un sassolino prelevato dal ghiaino che rivestiva i sentieri.

Come la sua amica prima di lei si riscosse e si guardò intorno con occhi appannati dall’alcool e dalle droghe. Si voltò dall’altro lato, ma ormai la sua vescica gonfia esigeva che andasse dietro al suo cespuglio.

Sono una persona educata, ma ancora di più sono una persona ordinata. Non mi sarebbe piaciuto avere il bagagliaio della macchina all’odore di pipì, quindi lasciai che finisse.

Non era uno spettacolo che mi dispiacesse.

Poi saltai avanti e colpii con tutta la mia forza.

***

Mi ero infilato un paio di jeans, una maglietta a maniche corte dei Joy Division e i miei zoccoli giapponesi da casa. Siccome alzano di circa quattro centimetri, in questo modo arrivavo al metro e ottantacinque. Non che io sia basso, ma Carmel è maledettamente alta e detesto fare la figura del nano.

Quando suonò al citofono ero già pronto con due bicchieri di Cuba Libre in mano. Una pecca dei sudamericani è che apprezzano un po’ troppo il rum.

Carmel salì le otto rampe di scale che portano al mio sottotetto in meno di cinque minuti e quando arrivò sbuffava ed era sudata.

«Ho pensato che facendoti ubriacare sarei andato sul sicuro» esordii, osservando con attenzione il vestito di lino bianco che indossava.

«Mannooo» mi rimproverò, lei, bonariamente, ma poi prese il suo drink. Si chiuse la porta dietro e si andò a sedere, leggiadra, sul mio divano rosso scuro. I capelli le ricadevano sulle spalle coperte da un velo di sudore, e io pensai che se il mio serial killer subito prima di uccidere si sentiva come me in quel momento, potevo perdonargli la perdita di controllo.

Mi chinai e le baciai una spalla, prima di lasciarmi cadere a mia volta sul divano.

«Sono preoccupato, ecco cosa» dissi, buttando giù un’abbondante sorsata di coca e rum. Come previsto era dolciastro e semi-inbevibile.

Lo appoggiai sul tavolinetto davanti a me e mi sdraiai su un fianco, andando ad adagiare la testa in grembo a Carmel. Il suo odore, il calore della sua pelle, mi davano le vertigini.

«Acomodati, eh?» rise lei.

La presi in parola e le accarezzai un seno rimanendo sopra al vestito. «Perchè non mi sposi?» proposi, ma non facevo sul serio. Almeno. Non proprio.

Lei rise ancora. «Commissario Ermanno Sensi…» mi prese in giro «…non dirme che vuoi meter la testa a posto?».

Non avevo mai capito con quale criterio deformasse alcune parole italiane e altre no, ma lo trovavo irresistibile.

Risalii lungo il suo stomaco, tra il solco dei suoi seni, fino a baciare quella sua bocca pazzesca dal sapore di miele.

«Certo. Comprare una casetta in campagna, buttare via tutti i dischi, prendere un cane da guardia da fare avvelenare ai ladri…»

La circondai con le braccia e iniziai a baciarle il collo.

«La campagna te materebbe dopo un giorno. Comprate una casa vicino a gli alberi e saprò che te vuoi ucidere!» rise lei.

Mugolai il mio assenso, mentre le infilavo una mano nella scollatura.

Poi, insidiosamente, fui colto da un pensiero.

***

Non avevo pensato che non ci sarebbero state entrambe nel bagagliaio. Ahimè, avevo dovuto farle un po’ stringere.

Così, dopo un gradevole viaggio di quaranta minuti, raggiunsi la mia baracca nel bosco. Avrei aspettato l’alba, naturalmente, ma nel frattempo potevo prepararle.

«Pensi che dovrei lavarle?» chiesi a Sara, che era piazzata trionfalmente sul sedile del passeggero.

«Puzzano di vomito, fai un po’ tu» replicò lei, inacidita.

«Hai ragione» concessi.

Per farla contenta la riportai dentro per prima. Il suo corpo era appoggiato a una parete, le gambe distese davanti a sé, leggermente allargate, le braccia lungo i fianchi. Una real doll solo leggermente rappezzata.

Piazzai la sua testa sopra il suo collo.

«Lasciale aspettare ancora un po’» suggerì.

Come potevo resistere?

***

Saltellavo per le stanze della squadra mobile ticchettando sulle ciabatte da samurai che non mi ero tolto. Quello stronzo di Mainardi mi aveva già chiesto se pensavo di essere Gaemon, e io gli avevo già risposto se pensava che sarebbe stato un buon membro della stradale.

Devi sapere che io non avevo idea di come la mia squadra potesse reperire le informazioni che mi servivano alle quattro del mattino. Tutte le cose che riguardano le procedure, i permessi e le scartoffie non riescono a rimanere a lungo nel mio cervello.

Il fatto che ero andato in bianco per beccare lo squartatore, però, mi avrebbe tormentato per anni.

Purtroppo mi ero fregato da solo. Nel momento in cui avevo esclamato «Cazzo, ho capito!» Carmel non aveva più pensato ad altro che a ragazze squartate e senso del dovere. Le donne sono fatte così.

Quindi, incazzato come una biscia, mi ero affrettato a svegliare anche il resto della mia squadra e a metterli all’opera.

Ho sempre creduto nella condivisione dell’infelicità.

La Riu era riuscita a rintracciare il direttore dell’ufficio del catasto e l’aveva tirato giù dal letto senza farsi commuovere. Mainardi aveva disturbato i sogni di qualcuno all’anagrafe. Non avevo capito che cavolo stava facendo Tudini, ma ero certo che fosse qualcosa di perfettamente inutile.

Io saltellavo qua e là dando fastidio a tutti.

Il fatto era che salvare ragazzine dallo squartamento imminente fa sempre la sua porca figura nei titoli dei giornali, mentre invece arrivare un istante dopo, non so perché, non funziona altrettanto bene.

Trovare il covo nei boschi del nostro amichetto prima che seviziasse una nuova vittima sarebbe servito eccellentemente allo scopo.

Perché, e questa era stata l’infelice intuizione che mi aveva allontanato dalle cosce di Carmel, l’assassino doveva avere un covo nei boschi.

***

Ammetto che ero su di giri. Mentre portavo dentro le mie due nuove conigliette fischiettavo. Le portai dentro una per volta, naturalmente: non sono molto muscoloso.

Dopo che le ebbi scaricate sul mio comodo pavimento di linoleum mi presi qualche secondo per esaminarle.

Si agitavano e mugolavano. Una, dopo aver visto Sara, se l’era fatta nei calzoni, che comunque sapevano di piscio anche prima.

Entrambe more, quella che chiamavo tra me e me Numero 8 aveva una sorta di zazzera lurida da cui spuntavano un paio di dreadlocks singoli, occhi castani e braghe rosso sporco (a maggior ragione ora, visto che era lei ad aver pensato bene di pisciarsi addosso), mentre la Numero 9 aveva capelli corti un paio di centimetri, una collezione completa di piercing in faccia e degli sformati pantaloni neri. Tutte e due sembravano snelle, ed erano sporche da morire.

«Puzzano, eh?» commentai, rivolto a Sara.

«Come le vacche che sono» rispose lei, diplomatica come sempre.

Lo presi come un velato suggerimento a lavarle. Arricciai il naso. Davvero, erano un po’ troppo ruspanti anche per i miei gusti.

Così presi il mio bisturi e iniziai a tagliare via i vestiti dalla Numero 8. Lei provò a divincolarsi, ma al secondo calcio era già molto più tranquilla. L’altra, nel frattempo, cercò di nascondersi in un angolo, peraltro senza molto successo.

Numero 8 aveva un grande tatuaggio tra la pancia e l’inguine che rappresentava la dea Kalì con la lingua di fuori. Il seno appuntito della divinità si andava a perdere nella peluria folta dell’inguine di Numero 8. Naturalmente decisi che, dopo averla ripulita per bene, l’avrei senza dubbio rasata per vedere con esattezza dove finiva il tatuaggio.

Poi mi dedicai a Numero 9.

Era più pallida della sua collega, ed era già rasata di suo, anche se dovevano essere passati vari giorni dall’ultima volta che si era sistemata. Aveva piercing ovunque: due all’ombelico, uno su ogni capezzolo e ben due sopra il clitoride, che era insolitamente lungo.

Osservai le mie nuove amiche distese ai miei piedi (e, incidentalmente, a quelli di Sara) e fui percorso da un brivido.

Iniziai a spogliarmi.

Ripiegai ordinatamente i miei vestiti sopra al tavolo. Ero già tremendamente su di giri. Mentre mi spogliavo fischiettavo qualche stupido jingle di una pubblicità. Saltellavo.

Quando fui come mamma mi ha fatto (Sara lanciò un fischio di ammirazione) la cosa dentro di me prese a urlare.

Voleva subito quello che le spettava e riuscii a fermarla solo per un pelo prima che, agendo impetuosamente, rovinasse tutto. I miei sforzi gocciolarono a terra accanto alla testa di Numero 8, che riprese a divincolarsi e a roteare gli occhi.

Più tranquillo, afferrai il tubo dell’acqua e iniziai a lavarle.

***

Immagino che una persona sensata come te non abbia mai provato a camminare su una pista sterrata con ai piedi degli zoccoli infradito giapponesi. Immagino che tu, a maggior ragione, non abbia mai provato a correre tra pozzanghere, ciuffi di vegetazione, foglie scivolose e fanghiglia varia.

Se ti serviva una prova del fatto che non sono molto sensato ora l’hai avuta, perché io arrancavo come un invasato alla testa della mia squadra in avvicinamento proprio su un terreno simile.

Avevo già rischiato tre volte di distorcermi una caviglia – chissà come facevano i samurai a fare tutti quei salti e quelle giravolte con simili zattere ai piedi, io avevo sempre preferito un solido paio di anfibi!

Ora, tu potrai pensare che come poliziotto non sono un granché e devo confessare di essere in gran parte d’accordo. Sono oscenamente pigro, ho scarso rispetto della gerarchia e delle convenzioni, e si può ben dire che non mi hanno ancora buttato fuori solo perché licenziare un dipendente statale è più difficile che trovare parcheggio in centro. Tuttavia, malgrado le mie molte pecche, sono almeno un ottimo tiratore.

Non che mi sia mai sforzato molto per ottenere questo risultato, sono sempre stato piuttosto tiepido nei confronti delle armi da fuoco, ma a quanto pare sono naturalmente dotato di un’ottima mira.

Motivo per cui, in quella specifica occasione, arrancavo in testa ai miei uomini in ciabatte infradito da samurai, rischiando di rompermi una gamba da un momento all’altro e con i miei delicati piedini a contatto con una quantità di natura decisamente eccessiva, con una pistola puntata davanti a me.

Male che andasse avrei abbattuto un cervo.

È inutile dire che dopo una simile, traumatica, esperienza, mi sarei attaccato al mio flacone di Prozac come un bimbo alla tetta della mamma.

Finalmente, semi-nascosta dalle frasche, avvistai la costruzione prefabbricata che, secondo il catasto, apparteneva al nostro uomo.

O meglio: visto che apparteneva a un nato il sette luglio, oltretutto in un anno la cui somma dava sette, avevamo arbitrariamente deciso che quello era il nostro uomo.

Davanti alla baracca era parcheggiata una vecchia Panda 4×4, con il portabagagli spalancato.

Lo presi per un indizio.

Feci cenno ai miei uomini di circondare il prefabbricato e mi accostai alla porta.

Hai mai provato a sfondare una porta con un calcio avendo ai piedi un paio di zoccoli giapponesi?

Io, dopo qualche attimo di esitazione, lo feci. Tudini, accanto a me con l’arma di ordinanza in mano, era pronto a scansarsi velocemente se qualcuno mi avesse sparato.

Niente del genere avvenne.

La porta (che non era chiusa a chiave) si aprì agevolmente al mio cospetto, mostrandomi l’interno in penombra del prefabbricato.

Gli occhi di Tudini, che è un individuo più solare del sottoscritto, ci misero qualche secondo ad abituarsi alla mancanza di luce. Quando lo fecero lo sentii mormorare: «Oh. Mio. Dio».

I miei, che con il sole ho un problema personale, misero subito a fuoco tutto.

L’interno era costituito da un’unica stanza quadrata dal pavimento di linoleum verde marcio e le pareti rivestite di pannelli di compensato bianco tirato a lucido. Su un lato c’era un tavolo con sopra vari attrezzi e coltelli.

Un cadavere vecchio di qualche mese, coperto di squarci successivamente ricuciti, era seduto contro un’altra parete, con le gambe leggermente divaricate, le braccia lungo i fianchi e la testa, mozzata, appoggiata sopra al collo.

Due ragazze nude e legate con nastro adesivo argentato da elettricista giacevano sul pavimento con espressione di ebete terrore. Gocciolavano, segno che avevano buttato loro dell’acqua addosso.

Un tizio di una decina d’anni più giovane di me, nudo come un verme, stava in piedi sopra di loro, stringendo un lungo coltello dall’aria affilata.

La sua erezione iniziò ad ammosciarsi non appena si voltò verso la porta sfondata.

Gli puntai la pistola verso il centro della fronte e dissi:

«Ai peperoni l’avevamo finita, fa lo stesso se è alle acciughe?».

Certe volte non riesco a trattenermi.

***

Ero sconvolto. Qualcuno aveva spalancato di scatto la porta e mi minacciava con una pistola delirando a proposito della consegna di una pizza ai peperoni.

Si trattava di un tizio inquietantemente simile al cantante dei Cure, con una maglietta dei Joy Division e un paio di zoccoli infradito da samurai.

Sbattei un paio di volte le palpebre e mi resi conto che accanto alla strana apparizione c’era un altro tizio dall’aspetto molto più comune, che aveva appena mormorato «Oh. Mio. Dio».

Mi sembrava una reazione molto più appropriata, anche se magari chiamarmi “Dio” era un po’ eccessivo.

Comunque fu lui a darmi l’indizio definitivo per capire che si trattava della polizia.

«Quello che intendevo dire è: abbassa quel coltello, ragazzo, perché sei in arresto» disse il samurai gotico. Non sembrava particolarmente interessato a Numero 8 e Numero 9.

Mi voltai verso Sara.

«Mi dispiace» le dissi. «Mi sa che starò via per un po’».

Sara, quella stronza, rimase immobile e fece finta di essere morta.

«Sara?» la chiamai.

«Non può risponderti» disse il tizio più convenzionale. «Adesso abbassa lentamente quel coltello e alza le mani».

Che cosa potevo fare? Ero certo che se non avessi obbedito il goth mi avrebbe sparato. Sembrava proprio averne voglia.

Conosco quella voglia.

La cosa dentro di me salutò la cosa dentro di lui.

E depose le armi.

***

Lo squartatore che mi aveva fatto andare in bianco con Carmel appoggiò docilmente il coltello a terra e sollevò le mani in aria proprio come gli aveva ordinato Tudini.

Era magro e pallido, con corti capelli scuri e un viso niente-di-speciale.

Avrei avuto voglia di sparargli, ma visto che collaborava mi trattenni. Mainardi si infilò tra me e Tudini e provvide ad ammanettarlo, poi lo scortò fuori.

La Riu e Tudini si affrettarono a inginocchiarsi accanto alle ragazze ancora vive e a liberarle dal nastro adesivo.

Le guardai anch’io e le riconobbi. Si trattava di due punkabbestia che da un po’ di tempo chiedevano l’elemosina in città.

Non appena furono prive di costrizioni le due iniziarono a piangere e a eruttare frasi sconnesse in romanesco.

«Ho freddo…» disse una. «Ci ha buttato dell’acqua addosso!».

Era sconvolta, poveretta.

«Quello si chiama lavarsi» le spiegai, gentilmente. Era chiaro che non aveva familiarità con la cosa.

La Riu mi guardò male e decretai di lasciar perdere qualsiasi forma di sostegno empatico con le vittime. Mentre le due fortunate superstiti venivano scortate fuori nell’umida luce dell’alba, riportai la mia attenzione su cadavere rattoppato vecchio di qualche mese che l’assassino aveva chiamato Sara.

Mi accucciai davanti a lei, le braccia sulle ginocchia e le mani penzoloni, e la fissai attentamente.

«Ti ho visto che muovevi le palpebre, prima» le dissi.

 

Libri dello stesso autore:   ombracommissariosensi25     satanisti perbene cover25

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