Bu, fa male il fumo?

di Sara Cerri

25 gennaio

Quando fu la prima volta che Bruno mi disse «Se fumi quella sigaretta, me ne vado», e io fumai – non mi si può dire fa’ questo o quello senza provocare in me una reazione contraria – e Bu, il caro Bu, sparì pian piano?
Sparito…
Possibile, mi chiedo, o solo uno scherzo della mia immaginazione? Devo cercare di riordinare i fatti, devo ripercorrere tutto a ritroso per capire cosa davvero sta accadendo.
Eravamo a cena da amici, quella sera. Avevamo mangiato molto e bene; salsa con gli asparagi e quel porcellino cucinato succulento… e poi ci siamo spostati in soggiorno a chiacchierare seduti sul divano. Niente di diverso da una solita cena con amici e Sergio, bravo padrone di casa, mi ha offerto una sigaretta. Io l’ho accettata… ne avevo così voglia dopo tutto quel mangiare e avere bevuto tanto da essere allegra. Bu no. Mai visto su di giri da quando lo conosco… mi dette un’occhiataccia, si era messo in testa che non dovevo fumare e con le mani sui fianchi disse: «Prova ad accenderla e ti lascio qui».
«Bu, piantala», avevo detto io tutta rossa in viso e con gli occhi fissi nei suoi l’avevo accesa subito e fatto un tiro lungo.
La prima nuvola di fumo, in quell’esatto momento che si propagò nell’aria, si portò via Bu.
Può essere vero, continuo a chiedermi e non so darmi una risposta certa.
Il fumo mi annebbiò la vista e io abbassai lo sguardo e stropicciai gli occhi con la mano libera, e una volta riaperti (questione di attimi davvero) fui certa di veder sfumare le estremità di mio marito… quelle sue scarpe con i lacci, e i calzini, i risvolti dei pantaloni e il resto… fino a vederlo dissolvere.
Dissolto.
Torno di continuo là con il pensiero, a quella prima volta, quella sera. Mi guardavo intorno cercando di rintracciare negli altri un segno del fenomeno a cui ero certa di avere assistito, ma nulla… Anna mi offrì piccoli dolci fatti in casa, Sergio aprì una bottiglia di spumante e mi riempì il bicchiere, gli altri continuarono a conversare. Solo questo. Quando finii la sigaretta, dopo averla schiacciata ben bene nel posacenere, Bu ricomparve, venne a sedersi accanto a me, mi accarezzò la mano e disse: «Andiamocene a casa». Così, tranquillo.
Ogni volta che provo a mettere insieme certi indizi finisco con il convincermi che la cosa più giusta è che davvero il fumo deve farmi male e, come dice Bu, mi annebbia la vista e il cervello; vorrei non pensare più a niente ed essere soddisfatta da quest’ultimo pensiero.

29 gennaio

Non posso…
C’è stata una seconda volta.
Dopo il litigio che abbiamo avuto una domenica mattina a casa, in cucina, dopo aver fatto colazione… non ricordo il motivo. Bu aveva alzato la voce. Non sopporto che si metta a gridare così forte, e alla fine dello sfogo piombi nel silenzio totale e cominci a far parlare le stoviglie spaccandole contro il muro, sul pavimento e tra loro.

1: è chiudere ogni comunicazione con l’altro: me in questo caso.

2: è lasciare alle cose un predominio assoluto.
Così quel mattino sono andata in soggiorno, verso la libreria, ho infilato la mano dietro il volume La terra desolata, dove ricordavo di avere nascosto la sigaretta che Sara mi aveva lasciato il giorno prima, e ho pensato di fumarla per scaricarmi i nervi e prendere il coraggio di parlare io a Bu.
L’ho accesa, ho aspirato profondamente e mi sono sentita subito meglio. Quando sono tornata in cucina per riferire i miei pensieri 1 e 2 a Bu, l’ho visto svanire piano piano dalla vita in su. Era in pantofole quel giorno.
L’ho cercato. Sul serio.
Non era dietro al divano, né sotto al letto o dentro l’armadio. Ho chiamato: «Bu-u!». Nulla.
Scom-par-so.
Ho continuato a fumare, molto lentamente. Sì, lo ammetto, volevo far durare quella sigaretta il più a lungo possibile, e solo dopo che si è spenta del tutto Bu è ricomparso, là, seduto sulla sedia di cucina e con un’espressione serena sul volto mi ha detto: «Ti preparo un caffè. Vuoi?».
Non so come spiegarmi tutto questo. È difficile anche solo pensare e cercare ragioni. Non porta a nulla, sono io che parlo con me stessa, è come fare una partita a scopa da sola cercando di giocare per due.

Notte, 4 febbraio

Credo di sapere che cosa c’è che non va in Bu. Hanno detto alla televisione che gli uomini come lui – ha compiuto da un po’ i quarant’anni, ma non ha raggiunto ancora i cinquanta – passano un periodo assai buio nel quale mettono un sacco di carne al fuoco… fanno cioè un bilancio del tempo trascorso e, non essendone forse troppo soddisfatti, trovano il modo di rifarsela con le persone a loro più legate. Se ho capito bene dovrebbe trattarsi di una specie di migrazione della vecchia personalità in favore di una nuova che va definendosi piano. Devo solo stargli vicino e passerà. Mi ritroverò un Bu tutto nuovo?

10 febbraio

Ho lasciato passare qualche giorno senza scrivere. Ho avuto così tanto da fare in casa. Bu è stato molto più tranquillo e gli oggetti fermi. Ho paura che non durerà.
Questa mattina sono andata a fare la spesa e mi sono fermata dal tabaccaio in piazza a comprare un pacchetto di caramelle. Le caramelle sono state una scusa. Ho guardato tutti quei pacchetti di sigarette esposti dietro al banco. Sono tantissimi. Tutti uguali per me. Se volessi comprarne uno non saprei quale.

11 febbraio

Telefonato a Sara. Non ci siamo più viste neppure per un caffè o una passeggiata. Le ho chiesto quali sigarette fuma. Ha detto che non fuma una marca precisa di sigarette (è talmente viziata), le piacciono tutte quelle con il filtro bianco: sono più leggere, e puzzano meno. Sono così stanca. Tenere le cose come piacciono a Bu per farlo stare tranquillo, prevedere le sue reazioni quando qualcosa va storto e annullare la sua rabbia prima che gonfi è così difficile, non so per quanto riuscirò a
P.S. Io capisco questo problema che hanno gli uomini come lui e cerco di stargli molto vicino (ogni giorno penso a quella trasmissione che ho visto in tivù), ma non riesco a condividerlo, perché questa specie di migrazione in atto fa fare e dire a Bu tutto il contrario di ciò che pensava da giovane, quello in cui credeva. Mi viene il dubbio, pensando alla parola migrazione, che qualcosa di lui che a me piaceva tanto se ne sia completamente volato via, in qualche altro posto.

13 febbraio

Sono uscita e sono andata in piazza. C’era un sole di primavera anche se siamo solo a febbraio. Ho preso due ossi buchi che piacciono a Bu e i suoi cioccolatini preferiti e poi sono entrata dal tabaccaio. Ho chiesto un pacchetto di sigarette. Non credevo costassero tanto.
«Cosa?», ho chiesto alla signora quando mi ha detto il prezzo.
Aumentano di continuo, ha detto lei, e se non ha il vizio non le conviene prenderlo ora. Fanno anche male.
Bisogna vedere, ho pensato.

17 febbraio

Ieri sera Bu era nervoso come non lo vedevo da tempo. C’era qualcosa che doveva essergli andato proprio storto.
«Usciamo a fare una passeggiata?», ho chiesto.
Non voleva uscire, non voleva fare nulla ed era meglio che gli stessi lontano, ha risposto. Avevo voglia di accendere una sigaretta, ma non l’ho fatto. Neppure quando ha cominciato a gridare che io facevo come se lui non esistesse. Gli ho detto che non era vero e tutta la mia vita ruotava attorno a quello che lui voleva da me. Gli ho detto che forse non riuscivo sempre a preparare la cena per le diciannove e cinquantanove in punto, a tirare le lenzuola del letto a buccia di mela, a sistemare le sue pantofole inglesi sulla stessa mattonella, accoppiate, una un poco più avanti, la destra… Non mi ha fatto finire. Avevamo cenato e ha dato fiato agli oggetti. Ha spaccato tre piatti, due bicchieri e ha fatto volare le posate dalla finestra.
Sono scesa a raccoglierle e me ne sono andata a letto, zitta, zitta.
P.S. È nel cassetto del comodino che ho nascosto le sigarette; ho pensato a lungo a quanto sarebbe stato bello se davvero avessero funzionato così come avevo immaginato. Mi sono addormentata.

Quando è venuto a letto, non gli era passata; anzi. Ha acceso la luce, poi l’ha spenta, poi ha scaraventato l’abat-jour giù dal comodino. Io stavo zitta, cercavo di respirare piano e pensavo a come rintracciare il numero di telefono della trasmissione televisiva per chiedere a qualcuno lo sviluppo di questa migrazione che fa allontanare Bu ogni giorno di più e se per caso c’è una cura.
A un tratto non ne ho potuto fare a meno, ho allungato la mano, ho aperto il cassetto e ho preso i fiammiferi e le sigarette. Ho dato fuoco alla prima.
Al posto di Bu un vuoto benefico, un silenzio perfetto che quando mi sono girata mi ha fatto percepire il fruscio del mio corpo tra le lenzuola. Mi sono seduta e ho guardato le lancette fosforescenti della sveglia. Erano le tre del mattino.
Ho calcolato che se una sigaretta consumata piano poteva durare dieci minuti circa, venti sigarette avrebbero coperto un tempo di duecento minuti, lo spazio necessario ad arrivare alle sei e dieci, l’ora in cui Bu si sarebbe alzato per andare al lavoro, dal quale sarebbe tornato solo a sera tarda.
È stato così.
Alle sei e dieci ho spento l’ultima sigaretta e ho sentito Bu radersi in bagno canticchiando, come sempre a quell’ora.

21 febbraio

Sono le otto e quaranta, fuori c’è un bel sole e una rondine. Hanno detto alla radio che oggi è il primo giorno di primavera in mare. Anche stanotte ho fumato allo stesso ritmo di quelle passate, e questo mattino alle sei e dieci Bu è ricomparso.
Il nostro rapporto ha preso il verso giusto, credo.
Ho fatto installare un aspiratore in casa, dormo pochissimo la notte, ma recupero durante il giorno; posso farlo perché il mio lavoro è diminuito. Non occorre più che sia una donna perfetta: al momento che Bu attacca con i suoi lamenti accendo una sigaretta: basta un tiro.

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