Forse Alice sa

di Nicoletta Cassani 

I

Già da qualche minuto, Mary Hilton Badcock s’era accomodata sulla lunga poltrona in pelle e fissava il soffitto.  Poco distante, il professore leggeva con il volto contratto in un’espressione di solenne pensosità. Solo quando l’uomo sollevò la testa, tolse lentamente gli occhiali – con un’estrema concentrazione che, a occhi non avvezzi, poteva sembrare stanchezza – e con un cenno del capo autorizzò l’inizio della seduta, Mary si sentì in diritto di parlare e lo fece con tutta la titubanza che ancora caratterizzava quegli incontri settimanali, nonostante fossero passati due mesi dalla prima visita.

«Non è un sogno … » farfugliò, «io … io sono sveglia e vedo, sì, vedo questa bambina».

Mary guardò di sottecchi il medico: si sentiva al pari di una scolara sotto esame; il corsetto le parve all’improvviso troppo stretto e cominciò a sudare sotto gli strati di tessuto dell’abito così di moda l’inverno del 1898. Si affrettò a guardare altrove: il vago sguardo esteriore fluttuante nel nulla, quello interiore concentrato sugli incubi che funestavano la sua maturità.

«Credo di essere io, da piccola» sussurrò.

«Non faccia supposizioni, signora Badcock, quelle spettano a me» la redarguì una voce monocorde. Mary trattenne le lacrime, non le era difficile: le bastava pensare a sua madre e a quello che avrebbe commentato se l’avesse vista comportarsi in modo tanto disdicevole per una signora di così buona famiglia. Rabbrividì al ricordo … Ma, in fondo, sua madre era morta da tanto tempo.

Tradendo una certa insofferenza, il professore l’esortò a continuare.

«Mi racconti solo ciò che vede in questa particolare allucinazione».

«La bambina è seduta su un gradino, è in un giardino, e … piange, piano … cioè sommessamente, per non farsi sentire. Di nascosto».

«Perché si nasconde?».

«Nessuno vuole vederla piangere. Sua madre la sgriderebbe».

«Era quello che le succedeva?».

Mary tentennò. Già non si sentiva a proprio agio nel parlare di sé con un estraneo, per lo più egli conosceva suo marito da tempo immemorabile e, nonostante quelle sedute fossero tutelate dal segreto professionale – così come le aveva spiegato il dottore durante il loro colloquio preliminare – Mary non poteva fare a meno d’immaginare che i discorsi tra George e l’amico di vecchia data vertessero su di lei e sulla malattia mentale che arrecava estremo imbarazzo nella sua integerrima famiglia. Come poteva liberamente raccontare la ferrea disciplina morale che aveva caratterizzato la propria infanzia? Come poteva mettere in discussione i metodi educativi dei suoi stimati genitori? Chi era lei per osare ribellarsi a ciò che per tutti era legittimo? E poteva farlo ora, all’età di quarantasei anni?

Voglio solo che George la smetta di fissarmi con quell’aria rabbiosa. Voglio che la smetta di minacciare un ricovero in manicomio. Ciò che desidero è di tornare a Londra, nella mia casa e alle mie abitudine. Essere nuovamente accettata come un membro degno della società.

Il professore la fissava vacuo dall’alto della sua solida posizione di prestigio, conscio della propria intelligenza e delle capacità che lo denotavano, nonostante la giovane età, come un luminare. Tronfio nella assoluta fede in se stesso e nelle proprie opinioni.

Al cospetto di tanta supponenza, Mary non poté tirarsi indietro e, suo malgrado, svelò:

«Capitava anche a me di sedermi lontano dagli sguardi  a piangere, non volevo che  … qualcuno mi vedesse».

«Che sensazione le provoca questo ricordo?».

«Dolore. Un grande dolore. Quella bambina … quella povera bambina».

«Perché parla della bambina in terza persona?».

Già, perché?

Mary tentò di spiegare: «Penso di essere io, eppure, nello stesso tempo, non lo sono. È come se, invece che appartenere al passato, quest’immagine vivesse qui, ora … in questo momento. La vedo così distintamente: piange ed è talmente infelice … e io provo tanta pena per lei. Vorrei raggiungerla, vorrei consolarla, dirle che non è sola … ma … non posso farlo, perché non è reale!»

La donna si bloccò, la voce rotta dall’emozione e da un’acuta sofferenza.

«Questa visione la tormenta?» chiese l’uomo, insensibile allo strazio della paziente, concentrato nel valutare le proprie supposizioni, nel riempire il taccuino di appunti, nella sua fitta calligrafia.

«Sì» rispose Mary.

«Allora vada da questa bambina. Può farlo».

La donna si permise uno sguardo stupito.

«Come?» sussultò.

«La prossima volta che la vedrà piangere, materializzi se stessa accanto a lei e la consoli» affermò l’uomo con calma, e, dopo questo consiglio terapeutico, pose fine alla seduta lasciando Mary sola sull’orlo del suo abisso di follia.

“ Suvvia! A che ti serve piangere?” si rimproverava Alice con molta severità. “Se vuoi un consiglio, smettila subito! All’istante!”. Di solito dava a se stessa degli ottimi consigli (sebbene li seguisse assai di rado) e certe volte si rimproverava con tanta durezza da farsi venire le lacrime agli occhi; si ricordava che una volta aveva cercato di tirarsi le orecchie perché s’era truffata in una partita di croquet che giocava contro se stessa, poiché questa buffa bambina amava far finta di essere due persone diverse.

II

Nei giorni a seguire le parole del medico continuarono ad aleggiare nella testa di Mary Bancock. In apparenza ella conduceva la propria esistenza coi ritmi scanditi dalla quotidianità, ma gli sguardi malignamente sospettosi del marito, e persino quelli guardinghi della servitù incaricata di non perderla di vista, rendevano l’atmosfera opprimente. Solo a un osservatore di passaggio Mary poteva ancora apparire come una qualunque signora di quasi cinquant’anni a cui la vita non aveva fatto mancare gli agi di una condizione sociale benestante, un aspetto piacente coi grandi occhi azzurri, l’incarnato delicato e i capelli di una calda tonalità di biondo, e un carattere dimesso di chi non fa battaglie e non crea problemi. Almeno finché non si erano presentate le prime allucinazioni. Allora, l’inviolabile castello d’imperturbabilità in cui Mary era vissuta per quarantasei anni era crollato, portando lo sconvolgimento nella sua  mente, nel suo animo e nella sua intera vita. Da due mesi, lei e il marito, si erano trasferiti in un’elegante casa nel centro di Viennaper sottoporsi a quelle costose sedute che, a detta di George, avrebbero dovuto ricondurre la loro esistenza sui binari della normalità, ma ancora i risultati agognati non si presentavano e una crescente insofferenza aveva sostituito la ferrea convinzione che tutto si sarebbe aggiustato nel giro di poche settimane. Tacitamente, George richiedeva alla moglie di tornare in fretta quella che era stata fino a pochi mesi prima, in un periodo in cui nessuna allucinazione aveva mai turbato lo svolgere regolare dei giorni; continuamente le ribadiva come avrebbero reagito i suoi genitori se fossero stati ancora vivi – come se questo bastasse a tacitare le voci e le immagini che s’insinuavano nella sua testa! -. Mary non lo poteva biasimare: uomo colto, moderato, dal prestigio sociale indiscusso e dalla salda moralità, rivoleva la donna che aveva sposato proprio per il contegno garbato, la mancanza di pretese e quella discreta invisibilità che non turbava la disciplina dei suoi ritmi; ora inorridiva al presupposto di uno scandalo e ancor più all’idea di dover arrecare dei cambiamenti al rassicurante, monotono scandire del tempo.

Ma di questo, ormai, non discutevano più. Rinchiusi in un labirinto di frasi fatte e discorsi precostituiti, senza avvedersene, avevano progressivamente riassestato le loro esistenze nella sterile condotta di una convivenza senza scosse; solo gli sguardi tradivano i loro reali sentimenti: paura e solitudine per Mary, indignazione e impazienza per George; anche la mattina del 15 gennaio 1898, mentre George leggeva i giornali inglesi e Mary guardava nel vuoto, lasciando che la prima colazione si raffreddasse intatta.

«Intere pagine su uno scrittore morto ieri di polmonite! Dico io, con tutte le notizie importanti …!» commentò George più rivolto a se stesso che a un possibile interlocutore.

Gli occhi celesti di Mary ebbero un fievole guizzo d’interesse: in fondo, la lettura era stata piacevole compagna della sua solitudine.

«Di chi si tratta?» domandò con un veloce bisbiglio.

«Un certo Lewis Carroll» rispose l’uomo e non vide il subitaneo sconvolgimento turbare la fredda maschera di pallore della moglie.

«Oh! Charles è morto» sussurrò lei in un lento, accorato sospiro.

«Charles? Di chi stai parlando? Ho detto Lewis … Lewis Carroll» ribadì lui alzando il tono della voce.

Lewis Carroll era uno pseudonimo, avrebbe voluto redarguirlo Mary, tuttavia, non era avvezza a contraddire il marito, desistette, sprofondando in una sensazione di totale tristezza così languida da provare il forte desiderio di scomparirvi.

Come avrebbe potuto mai fargli capire ciò che Charles aveva rappresentato per lei?

Del resto, non poteva spiegarlo neppure a se stessa: sapeva solo che, in quel momento, ricordava l’amico con intollerabile nostalgia; un adulto gracile e dall’aspetto diafano che, quand’era bambina, la ritraeva con la sua macchina fotografica, l’incantava con magnifiche storie fantasiose e con divertenti giochi di parole, esaltando il magico mondo infantile con la spensieratezza; colui che, per i brevi momenti dei loro incontri, le faceva scordare le regole oppressive su cui i suoi genitori basavano l’educazione di una beneducata damigella della buona società inglese.

Come poteva raccontare a George, così maturo e serio, che Charles aveva portato proprio una sua fotografia a Lord Tenniel, illustratore di grande fama, come modello per le fattezze di Alice? Avrebbe capito l’orgoglio che quel gesto aveva prodotto nel giovane cuore della bambina? Essere immortalata in un libro. Essere importante per qualcuno a tal punto! Essere Alice.

Charles e … Alice!

Non aveva più pensato a loro, da tanto, tanto tempo.

La difficoltà maggiore per Alice fu quella d’imparare a usare il fenicottero: non le riusciva troppo difficile prenderlo sotto il braccio, tenendolo ben stretto, con le gambe a penzoloni; ma , proprio quando gli aveva steso per bene il collo e si preparava a dare un colpo al porcospino, quello tirava su la testa e si metteva a guardarla in faccia con una tale espressione interrogativa che Alice non poteva fare a meno di scoppiare a ridere

 III

Una notte, Mary si svegliò di soprassalto. La bambina era lì, nella sua testa, nei suoi occhi serrati. Piangeva e la donna fu assalita da un senso d’impotenza talmente devastante da farla scoppiare in lacrime a sua volta, ma in silenzio.

Sapeva che se avesse aperto gli occhi l’avrebbe vista, non già come effimera essenza di un sogno a occhi aperti ma plastica, viva, pulsante, dolente e … irraggiungibile.

Irraggiungibile?

Cos’ho da perdere?- sussurrò tra sé riesumando lo strano consiglio datole dal professore – In fondo sto già impazzendo!-

Concentrandosi, materializzò se stessa nella visione e si sedette accanto alla piccola che la fissò meravigliata. Sorprendendosi della facilità con cui il gesto le scaturiva dall’animo, l’accarezzò con dolcezza, come avrebbe fatto con una figlia se Dio gliene avesse concessa una, e la piccola s’abbandonò riconoscente mentre ella le sussurrava:

«Andrà tutto bene. Non sei sola. Ci sono io qua con te».

Lo ripeté a lungo, come una cantilena, mentre accoglieva la bimba tra le braccia e lasciava che le lacrime d’entrambe si calmassero; allora promise: «Tornerò tutte le volte che avrai bisogno di me».

«Ho seguito il suo consiglio» affermò con titubanza durante la seduta successiva.

Il medico non commentò, aveva trascorso l’intera mattinata nelle camerate dell’ospedale psichiatrico traendone notevole materiale degno del massimo interesse scientifico, e la sua mente analitica ancora vagava nei meandri della follia umana più estrema.

«Mi sono resa conto…», continuò Mary, «…che, pensando a me stessa da piccola, non mi rivedo com’ero in realtà. È molto strano, io ero bionda coi capelli molto lunghi mentre la bambina delle mie visioni ha corti capelli castani».

«La descriva meglio» l’esortò l’uomo senza manifestare la minima curiosità.

«È molto esile. Ha un viso sbarazzino, da fauno, e occhi maliziosi. Occhi castani. Capelli castani … con la frangetta …».

«Conosceva qualcuno con questo aspetto?».

«In effetti … potrebbe essere …».

«Chi?».

«Alice … Alice Liddel!» esclamò sorpresa.

IV

 «Sei un piccolo fauno dispettoso».

L’uomo rise staccandosi un istante dall’apparecchio fotografico. Fissava gli occhi divertiti in quelli canzonatori della piccola Alice Liddel: la bimba stava facendo delle buffe smorfie scimmiesche con l’istintiva goliardia dei suoi sei anni, inibendo ogni tentativo di procedere con metodo … eppure l’uomo non poteva aversene a male.

Charles Lutwidge Dodgson si voltò verso la madre della piccola che li osservava seduta rigidamente su una panchina di pietra e sventolava in continuazione il suo ventaglio, in quella calda estate del 1858; non era molto lontana l’epoca in cui la signora Lidddel avrebbe proibito al sottoposto del marito di frequentare la piccola Alice, e già si poteva intuire, dal suo sguardo perplesso, l’ombra del disappunto che avrebbe portato alla rottura temporanea dei loro rapporti.

«Ma deve per forza essere agghindata come una mendicante?» chiese strascicando le parole: ancora non accettava di buon grado quell’artificio per cui le immagini non erano tracciate dalle sapienti pennellate di un ritrattista ma scaturivano, come per magia, da un’ingombrante apparecchiatura; e certo non capiva perché la figlia non potesse essere vestita come si confaceva alla sua posizione, o da principessa, semmai, ma non da accattona!

Charles sorvolò sull’osservazione ribadita già altre volte e tornò a concentrarsi sulla sua modella preferita, nell’esaltazione dell’estro artistico. La passione per la nuova arte l’aveva contagiato: grazie al marchingegno fotografico aveva scoperto di poter fissare per sempre sulla pellicola un mondo che solo i suoi occhi percepivano, un universo di libertà, un eden d’innocenza senza regole, senza imposizioni e senza moralità. Alice incarnava alla perfezione tutto questo: era l’esaltazione della libertà e della naturalezza, era angelo e demone, era innocente e maliziosa, e con lei, l’austero professore di matematica, l’insegnante monotono e noioso, il timido balbuziente, colui che sarebbe poi divenuto un reverendo rigido e bacchettone, poteva dar sfogo alla propria anima d’artista, esaltare la sua estetica teatrale e riscoprire l’indole fanciullesca che sentiva erompere nel suo animo.

In quel giardino incantato egli dava ampio spazio alle proprie fantasie, desiderando fondersi con esse, dimentico d’ogni regola. Con la complicità della fotografia poteva essere se stesso, nascondere il suo sguardo oltre l’obiettivo, trasferire alla macchina i propri impulsi, senza sensi di colpa. Poteva scordarsi d’essere un adulto. Poteva tornare bambino.

«Mia fata, dispettosa creatura dei boschi» cinguettò rivolto alla monella, «se mi concedi di stare in posa per qualche minuto poi inventerò una bellissima storia, solo per te».

«Ma la vorranno ascoltare anche Lorina ed Edith» protestò Alice.

«No. Principessa. Una storia tutta per te e vedrai che un giorno o l’altro ne creerò una più bella di tutte le altre, dove tu sarai la protagonista …».

«E si chiamerà Alice, proprio come me?».

«Ma certamente! E vivrà tante avventure in un paese meraviglioso!».

Alice guardò soddisfatta l’amico e lo ricompensò con la posa richiestale.

 

«Come ho fatto a scordamela? Alice Liddel! Quante volte ho giocato con lei nella sua grande casa con tutto quel parco a nostra disposizione!». Il ricordo era lieto e gli occhi di Mary s’illuminarono di gioia al pensiero delle ore avventurose trascorse tra gli alberi, le fontane e i nascondigli del magnifico giardino. Oh! L’ingenua spensieratezza di quei momenti e di quei giochi infantili!

«Alice Liddel! Perché mi appare? Perché funesta la mia vita?».

«Me la descriva, caratterialmente».

«Era così libera, così indipendente. E coraggiosa, fantasiosa, intrepida …».

«Il suo esatto contrario!» esultò l’uomo seppur con contegno, compiacendosi di se stesso.

«Come …?».

Ora, l’esimio professore poteva dare una spiegazione esauriente all’enigma di quelle visioni ricorrenti e ne era estremamente soddisfatto. Di nuovo saliva in cattedra e assumeva il ruolo a lui più congeniale: era un mentore, un condottiero, l’eroe che interveniva a salvare una donzella in difficoltà, colui a cui tutti guardavano con rispetto e ammirazione.

«Lei da bambina era riservata e timida» spiegò.

«È vero! Alice era tutto ciò che io … che io NON ero». La rivelazione la lasciò stordita, come se fosse sul punto d’afferrare un importante concetto ma non le riuscisse. La sua mente limitata, arrugginita da decenni di stasi, ingabbiata in una monotonia senza stimoli, faticava a seguire le ondate di emozioni contrastanti sollevate dalla scoperta. Come le succedeva quand’era bambina, una parte di sé anelava a svelare il mistero, ad addentrarsi nel cosmo dell’irreale, mentre l’altra s’impegnava a seguire le ammonizioni dei genitori nel ‘rimanere coi piedi per terra’, nel seguire le regole del buon senso.

«Non volevo mai creare problemi» balbettò seguendo lo scorrere dei propri confusi pensieri, «perciò mi adattavo a ciò che gli altri si aspettavano da me. Volevo essere ‘brava’ e accettata e … amata».

«E per questo ha dovuto rinunciare a una parte di sé, colei che esigeva d’essere libera e ribelle, che voleva fantasticare. Ed essa torna nelle sue allucinazioni e prende le sembianze della sua amica così libera di poter esprimere la propria natura» completò il professore come se l’affermazione fosse naturale e palese a tutti.

«Una parte di me» ripeté Mary, «quella parte che ho soffocato!».

«Quella che ha inibito. Per questo piange. Chiede solo di essere ascoltata».

Seppure ancora non comprendesse la portata di quella rivelazione, la donna riuscì a piangere, per la prima volta da troppo tempo, e sfogò la propria solitudine, la propria impotenza, desolata per quel passato sprecato a essere l’incarnazione di ciò che altri volevano, avvilita per quell’intera esistenza trascorsa senza la parte più vera di sé.

«Oh! Dottore, mi dica, mi sto distruggendo?».

«No, mia cara» rispose lui con una sorprendente nota d’umanità. «Ora lei sta guarendo».

“Se ognuno pensasse agli affari suoi” brontolò la Duchessa con voce roca “Il mondo girerebbe molto più in fretta”.

“Il che non ci porterebbe alcun vantaggio” disse Alice, profondamente soddisfatta di avere l’occasione per esibire un po’ del suo sapere. “Pensi soltanto al disastro che avremmo col giorno e con la notte!”

V

 Mary uscì in strada stremata ma fiduciosa.

Stava camminando lentamente verso casa, ripensando alla straordinaria scoperta che aveva finalmente chiarito l’origine delle sue allucinazioni, quando, di colpo, le sovvenne una frase detta proprio da Alice Liddel.

Dopo la loro frequentazione, da bambine – occasione in cui Mary aveva conosciuto Charles Dodgson – si erano perse di vista, per rincontrarsi, per caso, solo molti anni dopo.

Avevano passeggiato in un parco, ricordando con allegria la loro comune esperienza infantile; poi si erano accomodate in una sala da the e l’atmosfera era mutata. Senza distrazioni, Mary aveva potuto osservare l’antica compagna: la piccola Alice, dallo sguardo di monella impenitente, si era trasformata in una giovane donna malinconica con gli occhi persi nel nulla; il fauno coraggioso e impertinente aveva assunto l’aspetto di una mesta creatura sospirante che non conservava né l’aspetto né l’indole di quand’era bambina. Mary, avendola molto invidiata, se ne sorprese. Non sembrava felice.

In quell’atmosfera divenuta funesta, parlarono con nostalgia del loro comune amico, quell’adulto speciale così affine al mondo fatato dei bambini, così gentile e affettuoso.

«Charles mi amava» disse, allora, Alice, con un triste sorriso mentre le lacrime luccicavano negli occhi spenti. «Mi amava immensamente ma mi abbandonò quando cominciai a crescere. Allora cambiò tutto».

Quando cominciai a crescere … Allora cambiò tutto – questa frase, riecheggiante di passato, scorreva di continuo nella mente assorta di Mary anche mentre attraversava il parco. Non vide i bambini giocare spensierati in mezzo alla neve, non li udì ridere, non assaporò i loro giochi, non entrò un solo istante in contatto con la loro magica dimensione; eppure, con più attenzione, avrebbe visto niente di meno che un prode condottiero impegnato a salvare una bellissima principessa, un drago, una fata, un orco e una strega, e poi un unicorno, un mago, e persino dei pirati!

Con lo sguardo dritto dinanzi a sé e i pensieri prepotentemente dominanti, Mary non notò neppure il bianco coniglio, dal naso rosa, zampettare saltellando in grembo a una bambina; ella lo accarezzò senza distogliere lo sguardo dal libro che stava leggendo ad alta voce, con quella infantile cadenza tanto tenera nei piccoli, concentrati sul loro mondo fatato.

… Quando il corteo passò davanti a lei, tutti si fermarono e la guardarono, e la Regina disse severamente: “Cos’è questa?”. Lo disse al Fante di Cuori, che per tutta risposta fece un inchino e sorrise.

“Idiota!” esclamò la Regina con un gesto stizzoso del capo poi soggiunse: “Come ti chiami, ragazzina?”

“Mi chiamo Alice, se così piace alla Maestà vostra!

 

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