Il diavolo e le mura

di Giovanni Medioli

Don Mario stava meditando in preghiera nel raccoglimento della chiesa vuota. Più precisamente stava ringraziando Dio che i suoi compaesani avessero voluto inserire la chiesa nel compound fortificato del paese. Mica per altro, ma le case che erano rimaste fuori dalle mura di cemento rinforzate con su i cavalli di frisia elettrificati erano state già attaccate e spogliate, la gente divorata… E si parlava di case a due, trecento metri da lì! La sera prima erano come sempre, con i loro abitanti allegri e operosi. La mattina erano vuote e sventrate come gusci d’uovo rotti e abbandonati dopo una frittata. E mala tempora currunt mica basta a definire la situazione, perché qui i mala tempora – pensava fra sé don Mario – altro che correre, se ne stavano belli fermi, lì a scrutarti con un ghigno odioso: sembrava si fossero insediati armi e bagagli con tutte le intenzioni di rimanerci a lungo.

Di giorno la vita del paese sembrava quasi – quasi! – quella di un tempo. Sulla provinciale passava ancora qualche macchina, gente in bicicletta. Camion e furgoni portavano in paese merce e derrate essenziali (cemento, filo spinato, carburante, munizioni per lo più. Medicinali e generi di conforto già meno) e ripartivano carichi di granaglie e vettovaglie. I contadini che un tempo vivevano dispersi per la valle adesso stavano tutti ammassati in paese. La mattina presto uscivano dalle porte delle mura, in gruppo, col trattore, gli attrezzi agricoli e i fucili. Verso il tardo pomeriggio rientravano, le facce scure e non solo per la stanchezza della giornata di lavoro. I racconti di quello che trovavano nelle frazioni e nelle case isolate facevano rabbrividire. Non era tutto distrutto, tutto morto: era tutto STRANO. Posti dove la vita sembrava andare avanti normale, altri dove la follia e la violenza la facevano da padroni.

In paese, appena accennava il tramonto, la gente – tutte facce note, anche se più magre di un tempo – cominciava a barricarsi, a isolare il perimetro del compound. Porte e finestre blindate sbarrate a doppia mandata ormai erano la norma: un tempo lui dormiva con la porta e le finestre spalancate, d’estate. L’osteria – pardon, l’internet café – alle sei chiudeva i battenti, ed era appena ottobre. Dopo, tutti a casa. Chi non dormiva in paese veniva sbattuto fuori senza tanti complimenti. E sì che c’era ancora una mezz’ora buona di luce. Si accendevano i riflettori intorno al perimetro, la guardia armata a fare la ronda tutta notte. Ogni tanto qualcuno ci provava ancora – inutilmente – a entrare in paese dopo il tramonto. Di giorno la vita sembrava quasi normale. Di notte no. Di notte, in campagna, circolavano strane presenze, animali mostruosi, forse in branchi. Gente malata, matta o forse solo disperata. Tre o quattro notti prima, mentre don Mario – come toccava a tutti i paesani – stava facendo il suo turno di guardia alla porta verso il cimitero e la valle, saranno state le due, le due e mezzo era comparsa una donna. Una figura spettrale. Sembrava una ragazzina, smilza, piccola, scalza. L’abito bianco era macchiato di sangue rappreso sul davanti, i capelli castani scarmigliati. Anche la faccia era sporca di sangue, apparentemente non suo. Quello che non era da ragazzina era lo sguardo folle, completamente perso, senza tempo. Non aveva neanche chiesto d’entrare. Era arrivata fin sotto la porta, guardando Don Mario negli occhi, come se potesse vederlo attraverso la grata e il vetro blindato, quasi cinque metri più su. Senza dire niente aveva toccato la porta ed emesso una specie di guaito. Poi si era girata e se ne era andata uggiolando, un po’ storta e un po’ furtiva. Chissà come diamine era arrivata lì. E se era sopravvissuta. O forse anche lei era una parte del problema. “Ama il prossimo tuo” stava diventando di gran lunga il comandamento più difficile da rispettare. Perché chi lo conosceva più, ‘sto prossimo? Della gente fuori dalle mura c’era più che altro da aver paura.

Come cavolo facevano – si domandava Don Mario – quelli che dormivano fuori, nelle case isolate? Si era ripromesso più volte di impedire al suo chierico informatico, Gino, di tornare la sera a dormire a casa sua, una villetta sgarrupata sopra il cimitero di Diolo, verso Magnano, a sei o sette chilometri di distanza. Cristo! Era l’unico tecnico decente della rete e per i generatori ausiliari in zona. Perderlo avrebbe voluto dire rimanere pian piano isolati dal resto del mondo. Ma neanche troppo piano. Bisognava salvaguardare le competenze! Cosa avrebbero fatto senza i consigli di Konstantin e Petro, i due muratori rumeni che avevano suggerito come costruire il muro perimetrale del compound: non semplicemente uno strato di prefabbricato di cemento spesso dieci centimetri, ma due strati intervallati da mezzo metro di spazio da riempire bene con vecchi mattoni, sassi, pietrisco e detriti buttati dentro a secco, fermati con la malta solo in cima. Solo così era possibile evitare quello che era successo il mese scorso a Travo, dove il muro perimetrale del paese era stato sfondato con un camion da una banda di saccheggiatori e i paesani erano stati tutti assassinati nel sonno.

Anche il torrente era un problema. Non si poteva far scendere il muro fin giù nell’alveo infossato, era chiaro. Ma quello rimaneva un punto debole: chiunque poteva entrare e uscire dal paese passando dal letto del fiume. Bisognava chiudere tutto in qualche modo senza sigillare troppo, o alla prima piena le case sarebbero state spazzate via. Avevano iniziato con una diga mobile, paratie di legno. Poi con le doppie grate d’acciaio: per fortuna che in paese c’era la carrozzeria di Sergio, che consentiva di lavorare i metalli. Recuperare il materiale necessario dalle vecchie automobili abbandonate era stata un’altra idea vincente venuta a Gianni Ping, il titolare del ristorante cinese, un’altra testa fina da tenersi cara. Nel frattempo era stato pulito tutto l’alveo dalle ramaglie di acacia che ne infestavano le rive. Se qualcuno avesse provato a infilarsi da lì, adesso, se ne sarebbero accorti subito.

E quando ben se ne fossero accorti? Inutile girarci intorno, pensava don Mario – e intanto si arrovellava – la morale era cambiata coi tempi. Anche lui, il Signore lo perdonasse, davanti alla visione di quella donna strana, là fuori, aveva avuto la tentazione di sparare. E non per spaventarla, ma mirando dritto alla testa! Uccidere gli assassini cannibali era peccato o legittima difesa? I dieci comandamenti non dicevano niente di preciso su “non uccidere i pazzi assassini”. E i presunti tali? Don Mario sapeva bene che in un frangente come l’attuale il problema non era solo della SUA coscienza o di quella degli altri. A molti aveva già perdonato il peccato di omicidio “là fuori”. Non passava settimana senza che qualche paesano non ammettesse, in confessionale, di essersi difeso in campagna da qualche lunatico esasperato. O da qualche morto di fame disperato? E poi dov’era la differenza se oggi come oggi un tozzo di pane poteva essere in discrimine fra sopravvivere o morire? La differenza, come sapeva bene, Don Mario, era fra i SUOI parrocchiani e gli altri. Fra la loro coscienza soggettiva e quella collettiva. I parrocchiani, che ancora venivano da lui a confessarsi, gli avrebbero portato rispetto solo fino al giorno in cui non li avesse delusi. E se qualche lunatico avesse forzato i blocchi e lui fosse stato lì, col fucile in mano, ma non fosse stato pronto a sparare per uccidere… la sua autorità morale avrebbe fatto cilecca. Non sarebbe passato molto tempo – si diceva – prima che lo sbattessero fuori dalle mura del paese lasciando quella comunità priva di QUALSIASI guida morale.

Era così, rimuginava fra sé, che succedeva quando cadeva un tabù morale. Si ricordava ancora quando il papa aveva abolito il celibato per i preti. Non che prima non avesse mai contravvenuto all’obbligo di castità. Ma il sapere di poterlo fare lo aveva spinto, in poche settimane, a cercare di rimediare al tempo perduto. Era poi colpa sua se per le donne, caduto il divieto, per un po’ era stato tanto appetibile? In effetti di parrocchiane compiacenti ne aveva soddisfatte più di una mezza dozzina, e c’era chi diceva che certi ragazzini e ragazzine, in paese, avevano i suoi occhi. Bei tempi. Adesso era lo stesso. A lui piaceva andare a caccia. Adesso si poteva sparare anche alla gente. Beh, mica tutta… Però…

L’importante era  mantenere un principio di autorità. Una guida. Qualcuno che giudicasse il discrimine e mantenesse salda la barra in maniera che la barca non andasse a sbattere sugli scogli. La barca… vent’anni prima don Mario tutti gli anni si faceva due settimane al mare, o sul Tirreno o in Adriatico. Si ricordava ancora quando a diciannove anni, dopo la maturità a Piacenza, aveva fatto un mese in tenda alle Tremiti e aveva affittato un barcone con i suoi amici. Adesso, probabilmente, non avrebbe rivisto il mare mai più. Era solo a 100, 150 chilometri da lì. Una roba da prendere la macchina e andare giù a La Spezia, al Tellaro anche solo per un pomeriggio, ai bei tempi. Un paio d’ore anche con la sua vecchia Punto. Oggi un viaggio impossibile, quasi certamente letale. E per trovare cosa, poi?

I paesi che non avevano una guida erano condannati. E la guida era toccata a lui, lì. L’autorità del paese era la chiesa e il suo rappresentante. Lui, attraverso il suo chierico informatico (mannaggia alla sua mania di abitare in un posto isolato, doveva impedirglielo fin dal giorno dopo), aveva il controllo della connessione alla rete e al resto del mondo. Lui trattava con l’autorità che si era insediata al Castello, dove il vecchio sindaco aveva cominciato a farsi chiamare “signor Conte” e a pretendere obbedienza dagli altri centri intorno. Lui aveva contrattato con Ahmed, Akim, Farouk e gli altri ex muratori egiziani e marocchini che prima abitavano davanti al consorzio agrario e avevano deciso di uscire dal paese per fortificare il borgo di Montagnano, a meno di tre chilometri a monte, diventato centro islamico con tanto di minareto e moschea, raccogliendo altri loro correligionari e donne col velo (anche due o tre per marito) da tutte le valli vicine. Qualche parrocchiano li guardava storti, ma don Mario pensava che invece era una fortuna avere un borgo fortificato di tre/quattrocento persone così determinate alle spalle. E persone la cui salda fede religiosa ripudiava il cannibalismo, adesso che non c’erano quasi più maiali da considerare impuri.

Guidare il popolo era la sua benedizione e la sua condanna. Anzi, la sua missione. Adesso era necessario rinsaldare quella guida. Per esempio trovandosi un vice a cui delegare una serie di incombenze come quelle di organizzare i turni di ronda alle mura. Definire le corvée e l’addestramento alle armi. Stabilire i turni di accesso alla rete. Ah, sì, scegliersi una moglie e fare un figlio. Nessuna autorità aveva la possibilità di durare nel tempo senza una prospettiva di successione e di ricambio. Doveva scegliere una brava ragazza di una famiglia in vista nel paese. Luisella l’ex tabaccaia, mmm, 28 anni, un po’ chiattona. Molto intelligente e pratica, carattere fermo e deciso. C’era già stato a letto e non era il solo, anche se sospettava che lei avesse una leggera preferenza per le donne. Ma questo non era un problema, bastava fare i patti chiari.  Piuttosto un po’ troppo assertiva e decisa. Monica Biondini, la figlia dei farmacisti? Beh, perfetta. Intonsa. Sì, d’accordo, aveva solo quindici anni. Ma al giorno d’oggi chi ci guarda più?  Metterla subito incinta. Sì. Far venire da Fiorenzuola un po’ di biancheria interessante per la notte di nozze…

Suo figlio primogenito avrebbe dovuto sposare una donna di un paese vicino. Se fosse stata una figlia un uomo. Qualcuno di alto livello, naturalmente, per rinsaldare alleanze nell’interesse del paese. Don Mario sorrideva pensando che quando si era fatto prete (per non farsi operaio o poliziotto, come voleva suo padre) l’ultima preoccupazione che pensava un giorno di poter avere era quella di dover risolvere i suoi problemi dinastici… Ma grazie a quelle belle mura un giorno il problema si sarebbe posto.

Don Mario andava fiero delle “sue” mura. Cos’altro? Rischiava di incorrere nel peccato di superbia? Perché avrebbe dovuto riconoscere che quelle mura non erano solo opera sua? Ma lui le aveva volute, aveva lottato perché sorgessero, aveva organizzato il lavoro degli altri perché venissero costruite, aveva negoziato per ottenere i materiali necessari e aveva fatto la sua parte a impastare cemento e spostare sassi e mattoni. E ne andava fiero, pur riconoscendo a chiunque avesse contribuito alla loro realizzazione il suo merito. E pensava, sorridendo fra sé, che il Signore lo aveva scelto per essere un capo e comandare sulle genti, come un pastore che comanda le greggi, certo che se avessero avuto qualche pecora in più e anche qualche capra non sarebbe stato male. Forse forse una piccola azione di “recupero” animali dai vicini di Vigostano e di Ciriano, che avevano mura più basse e più deboli…

Sospirando, pensava, che la sua responsabilità verso la sua comunità comportava anche il fatto di mettere a tacere la sua vecchia, ipertrofica e pingue coscienza, male educata in tempi in cui per vivere e prosperare il suo gregge non aveva certo bisogno di rubare qualche pecora. Rubare? No, meglio pensare in maniera più equa: recuperare. Ecco. Il Signore che tutto vede e provvede ha per tutto una soluzione. Basta  avere le palle per applicarla…

Dello stesso autore:     giovanni medioli Come distruggere il mondo

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