Mica facile

Di Igor Cipollina

Dicevano che era morto di lavoro, ché la fabbrica ne ammazza tanti ma la disperazione ne uccide di più. La fatica di cucire l’oggi al domani con il filo lento della rassegnazione, ché a cinquant’anni suonati, con la tegola del mutuo sulla testa e il peso della famiglia sulla groppa, la strada è tutta in salita. Mica facile. A cinquant’anni suonati sei troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per riciclarti. Brutta parola, riciclarsi, come se fossimo rifiuti. E in quale contenitore lo butti un operaio senza più il suo posto al mondo? Nell’organico oppure nel secco? O magari nel vetro. Vite in frantumi. Forse nella plastica, tra le bottiglie schiacciate. Vuoti a perdere.

All’inizio s’erano pure organizzati. Fischi, picchetti, baccano. Si andava ai cancelli della fabbrica chiusa per dare ancora una meta alle gambe allenate dalla sveglia. Misero in marcia qualche corteo, ogni volta un po’ più fiacco e sfilacciato. Non sapendo cosa farsene di tutta quella rabbia che li stava avvelenando, alla fine se la presero con il sindaco, abbaiandogli sotto le finestre del municipio che non aveva battagliato abbastanza per difendere la loro dignità di lavoratori. Ma quando il padrone decide di chiudere bottega, non ci sono santi. Quando si mette in testa di delocalizzare, è già tardi. Brutta parola, delocalizzare, troppo fredda e militare. Come fosse un gioco da tavolo. Tiro i dadi e attacco la Kamchatka. E quanti carrarmati vale un operaio?

Poi la rabbia s’era ossidata in rancore, che è pure peggio. Contro il padrone che se n’era scappato in Kamchatka, i compagni corrosi dallo stesso tormento, le mogli che se ne andavano a piangere nell’altra stanza, i figli con la loro colpevole giovinezza. Contro l’immagine riflessa dallo specchio del bagno. Ogni mattina più livida e storta.

Tempo sei settimane e ai cancelli della fabbrica chiusa non si presentò più nessuno, i passi deragliarono verso il bar della Licia. Se ne stavano tutti aggrappati al bancone a girare il cucchiaino all’infinito, finché il caffè si freddava e non potevano più berlo. Un altro, per favore. Oppure si lasciavano trascinare tra le aiuole del parco dai loro cani dai nomi banali – Bobby, Fido, Lilly – schiacciati dal sospetto che il guinzaglio fosse agganciato al polso e non al collo della bestia. Oppure spignattavano in cucina, sbagliando dosi e tempi di cottura. Oppure s’incantavano a interrogare i palmi delle mani ispessiti da tutti quegli anni di fabbrica, ma riuscivano a leggerci soltanto il passato. Il futuro era già colato via.

Così pure l’Arturo, che non era né meglio né peggio degli altri suoi compagni. Campava di cassa integrazione, caffè freddi e spaghetti scotti. Anche se.

Dicevano che era morto di lavoro, l’aveva scritto pure il giornale. In prima pagina, mica un francobollo annegato nelle pagine interne che non legge mai nessuno. “Licenziato dalla fabbrica si butta nel Po”, a caratteri cubitali. Ma tanto scrivono quello che vogliono. Che ne sanno dei cani che ti portano al guinzaglio e delle mogli che piangono nell’altra stanza?

La bicicletta l’aveva abbandonata sull’argine, con la patente infilata nel pedale sinistro. Com’era giovane in foto l’Arturo. La maglietta e i pantaloni erano piegati con cura, pronti per l’armadio. Il corpo, però, non l’avevano mica trovato.

Dicevano che l’Arturo era morto di lavoro, ché a cinquant’anni suonati sei troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per riciclarti. A cinquant’anni suonati chi ti prende più? Vero, però.

Una mattina di nebbia e fango spuntò pure una troupe della televisione, una tizia tanto truccata e molto nervosa infilò il microfono sotto il naso della Licia, che s’aggiustò la messa in piega con le mani sudate e riuscì a spremersi due lacrimucce di circostanza. Disse che l’Arturo era un padre di famiglia, con la sua tegola del mutuo e i figli da mantenere all’università, un lavoratore onesto, tutto casa e fabbrica, qualche volta pure bar, poche però, un povero cristo insomma. Disse che la disperazione era una brutta compagna da portarsi appresso, che a cinquant’anni suonati non era facile rimettere i cocci assieme. Piagnucolò che il padrone della fabbrica aveva rovinato anche lei, ché quando pure la cassa integrazione sarebbe finita nessuno avrebbe più bevuto niente di niente, e chi l’avrebbe campata a lei? A quarant’anni appena accennati hai ancora tutta la vita davanti, ma con le macerie di un divorzio alle spalle e due figli piccoli da crescere è un tale casino. Imprecò contro i cinesi che si stavano comprando tutti i bar della zona e le rubavano i clienti, che se ne stessero a casa loro. Urlò contro i marocchini sempre ubriachi che le puntavano gli occhi addosso, come se la cosa le facesse schifo. Ma il microfono era spento da un pezzo e la tizia con il rimmel sbavato aveva già dirottato la sua attenzione altrove.

“Dramma della disperazione” sparò il tiggì della sera. Ma senza corpo niente funerale, e comunque la via per il paradiso è troppo stretta e accidentata per chi sceglie di ammazzarsi. Il prete, però, non rinunciò ad abbozzare la sua orazione tra i tavolini del bar. Rubò le parole a santa Teresa d’Avila per dire che la vita presente è una notte cattiva passata in un cattivo albergo. Ci mancò poco che i cassintegrati lo prendessero a schiaffi. Ci dormisse lui nelle loro case che non avrebbero mai finito di pagare.

Dicevano che l’Arturo era morto di lavoro, che quella mattina aveva messo troppo sale nel sugo e gli spaghetti gli erano venuti più scotti del solito, che uscendo di casa aveva incrociato lo sguardo nello specchio e aveva visto solo due orbite vuote, che nemmeno Fuffy voleva più portarlo a passeggio, che la moglie aveva finito tutte le lacrime, che tanto i figli non gli rivolgevano la parola quando ancora lavorava in fabbrica.

Dicevano che l’Arturo era morto di lavoro, ma lo sapevano tutti che aveva una tresca con la Licia. Lo sapeva pure sua moglie, lo sospettava anche il cane. Ai figli importava assai poco.

Così quando quella mattina trovarono la saracinesca del bar abbassata e una cartolina da Gabicce mare tra le maglie di ferro, nessuno si stupì della cosa. Non c’era messaggio né firma. Non ce n’era bisogno. Allungarono la linea delle labbra in un sorriso obliquo e se ne andarono a bere il caffè.

Dai cinesi.

Dello stesso autore:     igor cipollina Tornando a casa    igor cipollina Mura mura

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