Al tudasc

Di Grazia Gironella


Diluvia.
Diluvia e Pado non arriva, accidenti a lui.
Vorrei avere chiamato un altro al suo posto, ma gli amici non sono tutti uguali: certi sono adatti ai discorsi intelligenti, altri ai vagabondaggi insulsi, altri alle bravate-con-possibili-conseguenze, proprio come questa. Pado nella categoria degli amici ci rientra giusto di striscio, ma quanto a bravate non lo batte nessuno; e siccome io sono un ragazzo serio e non frequento cattive compagnie, lui è l’unico cui potessi proporre questa visita sull’orlo dell’illegalità.
Finalmente una sagoma grigia si materializza dal muro d’acqua e Pado mi raggiunge, scuotendosi nell’eskimo come un cane.
«Allora, Alex? Pronto?»
«Sono pronto da un pezzo, stronzo. Dov’eri finito?»
Si stringe nelle spalle, un sorriso odioso stampato sulla faccia.
«Un litigio tra innamorati. Sai, le donne…»
Gli volto le spalle e mi avvio verso il capannone prima che possa ammannirmi una delle sue preziose lezioni di vita. Ma forse la mia è tutta invidia; almeno lui ha qualcuno con cui litigare.
L’acquazzone lava via tutto, rumori e odori e suoni. Siamo fuori dal mondo. Anche senza pioggia, avremmo al massimo un accompagnamento di uccelli. La vegetazione è talmente fitta che la baracca di lamiera ci sparisce dentro, inghiottita come uno zuccherino.
«Come cazzo lo hai trovato questo posto?»
«Ero in giro con il Suzuki.»
Quella volta mi ero perso, in realtà; e quando intravidi il capanno, proprio come Pado trasecolai: cosa ci fa una costruzione del genere imbucata in una forra tra i calanchi, lontana da carrarecce e sentieri? Eppure il capanno era lì, addossato al pendio argilloso, quasi invisibile sotto i rampicanti. Chissà a cosa serviva, a chi serviva.
Ciondolavo ancora lì intorno quando arrivò il fuoristrada americano, uno di quei mezzi mostruosi che pare debbano abbattere tutto ciò che trovano sulla loro strada. Evidentemente il posto non era poi così inaccessibile. A scanso di equivoci, mi nascosi tra i cespugli.
L’uomo era sui cinquanta, biondo, occhi azzurri, fisico smilzo; uno di quei tipi mingherlini che danno l’idea di avere muscoli d’acciaio. Nel cassone trasportava una borsa e tre grosse scatole, che trascinò a fatica nel capanno. Pochi minuti dopo ne uscì, chiuse tutto e se ne andò.
Dire che mi ero incuriosito è poco. Per qualche giorno fantasticai sul ritrovamento, strologando su come chiedere in giro senza attirare troppo l’attenzione, ma voilà: pochi giorni dopo, al bar di Monte Corno…
«Guerdi que, al tudasc!»
I due vecchietti sventolavano davanti al naso del barista una copia del Gazzettino, commentando concitati la notizia del giorno. “Al tudasc”, il tedesco, aveva un posto in prima pagina, onore cui credo avrebbe rinunciato volentieri: il fuoristrada con dentro il suo corpo semicarbonizzato era stato trovato nel parcheggio della cava; la polizia era potuta risalire alla sua identità solo grazie ai documenti. Inutile dire che, secondo i vecchietti, quella sorte il tizio se l’era meritata, uno perché era straniero e non se n’era rimasto a casa sua, due perché girava con quel fuoristrada esagerato, tre perché parlava poco e si capiva che aveva qualcosa da nascondere.
Mi fiondai a casa per elaborare con calma un piano. Capanno nascosto più morte violenta uguale affari loschi. E per finire con un’equazione, affari loschi abbandonati uguale possibile guadagno esentasse per il sottoscritto. Con le dovute precauzioni, però.
Dietro di me Pado sbuffa come un mantice, maledicendo gli anfibi appesantiti dall’argilla. Poi vede la facciata del capanno.
«Ah, ecco.» Schiocca la lingua, neanche gli fosse aumentata la salivazione. «Sicuro che gli sbirri non tengano d’occhio il posto? Chessò, telecamere nascoste, cimici…»
«Per me non sanno nemmeno che esiste. Comunque ho controllato: niente impronte nuove, niente rami spezzati, lucchetto intatto. In questi tre mesi non ci ha ronzato nessuno, qui intorno. Tu piuttosto, dove hai lasciato l’Apecar?»
«Imbucato nei cespugli, poco lontano da qui. Sono un professionista, io. Bene, andiamo a vedere se c’è qualcosa di buono.»
Il lucchetto è roba sua. Tre colpi e via, la porta cede alle sue mani nervose. Chissà perché mi aspettavo cigolii sinistri e cardini malandati, invece la porta scivola sul velluto. Per un po’ saettiamo le torce a caso nell’interno buio, senza capire cosa ci aspetta; poi il sole sbuca a sorpresa dietro la pioggia e riversa glorioso i suoi raggi attraverso le finestre alte del capanno.
Non avrei mai immaginato che qui fosse così grande. La parte posteriore, sorretta da un impressionante sistema di putrelle di ferro, si inoltra in profondità nella collina. Il pavimento si trova almeno tre metri più in basso dell’entrata.
Senza una parola, scendiamo i gradini e percorriamo i primi metri con la bocca aperta e il naso in aria.
Ci sono scaffali metallici altissimi su entrambi i lati, carichi di rotoli, scatoloni, casse, sacchi. E polvere, polvere ovunque, che fluttua dorata nei coni di luce e ricopre ogni cosa di un velo color seppia. Ha smesso di piovere e il silenzio improvviso è un ronzio nelle mie orecchie.
Faccio qualche passo verso lo scaffale più vicino e scosto la plastica sottile, che mi si sbriciola tra le dita: rotoli di seta. Tanti, enormi. Roba da far lavorare una sartoria per vent’anni. Dietro di me i passi di Pado sono in costante accelerazione, combattuti tra una direzione e l’altra.
«Guarda qui, guarda qui… no, non ci credo!» Sembra un bambino davanti al tesoro dei pirati.«C’è da farci una cifra. Che colpo, che colpo…»
Il suo sbavare mi urta i nervi. Tutto, di Pado, mi urta i nervi.
«Non sarà tanto facile piazzare questa roba; la stoffa qui, per dire, chi vuoi che se la prenda?»
«Si vede che non sei del giro. Tutto si vende, se sai chi contattare.»
Si allontana tra gli scaffali, scoppiettante di entusiasmo. Invidio la sua disinvoltura. Per qualche ignoto motivo questo posto mi mette a disagio.
Inizio la mia silenziosa perlustrazione, scaffale dopo scaffale, lungo questo corridoio di cui non vedo la fine. C’è un gelo che penetra nelle ossa e nell’anima.
Dopo i tessuti, ecco quadri, bottiglie di vino pregiato, scatole e scatole di bigiotteria, lingerie femminile, compressori e tosaerba. Mi stanco a furia di aprire scatole e rompere incarti. Si dava parecchio da fare, al tudasc.
Alle mie spalle Pado sospira deliziato. «Incredibile! Guarda un po’ qui che roba!»
«Riesci a guardare senza fare tutto ‘sto casino? Sembri un contadino alla fiera.»
Il pugno arriva violento, imprevisto. Pado mi artiglia un braccio e avvicina la faccia alla mia fino a farmi sentire il puzzo del suo alito e della sua rabbia.
«Che cazzo vuoi, signorino? Io non ho mai visto tanti soldi in vita mia, e tu che fai? Ci ripensi, ti scocci, ti lamenti. Sai che ti dico? Vai pure in giro in punta di piedi come se fossi in chiesa, stronzetto, ma ricordati che adesso questa roba è anche mia, e non ti lascerò guastare la festa.»
Mi affibbia un ultimo spintone e si allontana con uno sguardo da matto.
Già, perché mi viene da camminare in punta di piedi e parlare piano? Magari Pado ha ragione, il matto sono io.
Sono quasi in fondo al corridoio che divide gli scaffali. I miei occhi continuano a scivolare su forme, colori, etichette, anestetizzati da tanta insensata abbondanza. Perso come sono in quello che vedo, sussulto quando la voce di Pado risuona vicinissima alle mie orecchie.
«Vado a prendere qualche sacco. Non voglio andare via a mani vuote, non si sa mai.» Mi osserva con la fronte aggrottata. «Che c’è? Il signorino sta male?»
Senza attendere risposta, si stringe nelle spalle e se ne va. Gentile, a preoccuparsi della mia salute. Certo gli piacerebbe non dover spartire con nessuno tutto questo bendiddio; ma io sto bene, alla faccia sua. Sono solo un po’ spaesato.
Svanito l’eco dei passi di Pado, il capanno piomba di nuovo nel silenzio. Io mi muovo piano, non faccio rumore; forse nemmeno il pulviscolo si sposta al mio passaggio. Mi trovo nel ventre del calanco, moderno Giona in questa balena di terra e metallo.
Mentre mi allontano dalle finestre la luce diminuisce fino a obbligarmi ad accendere la torcia. Pochi secondi fa mi sono lasciato alle spalle gli ultimi scaffali, su cui erano allineati grossi sacchi neri che non ho perso tempo a controllare da vicino. Senza una visione d’insieme mi sento perduto. Incespico in qualcosa che non vedo e bestemmio nel buio, brancolando con la mano libera.
C’è un tavolino accostato alla colonna. Quello che si presenta all’ispezione con la torcia mi fa correre brividi di piacere lungo la schiena.
Coltelli! Una vecchia passione mai dimenticata, soltanto accantonata negli ultimi anni per motivi economici. Lucidi, allineati, eleganti. Perfetti.
Esamino le lame una a una, avido, bevendomi i più minuscoli dettagli, mentre i nomi dei pezzi mi salgono alle labbra in un mormorio religioso: il Bowie a lama brunita, la Navaja spagnola a serramanico, un paio di pattadas sarde a scatto con le impugnature in osso e madreperla; un coltello mastro, di quelli che servono a lavorare le pelli; e poi degli skinner in acciaio damascato, una filiscina a due lame. E questo? Deve essere un’ulu, a giudicare dalla forma a mezzaluna.
Sono tanti che non so nemmeno io dove guardare. Pezzi da intenditori, da collezionisti – alcuni devono essere antichi – ma il loro stato testimonia un uso ripetuto, oltre che una manutenzione ineccepibile: ogni filo è perfetto, non c’è traccia di sporcizia né di corrosione. Questa è davvero “roba buona”, nel gergo di Pado, penso mentre mi stacco a malincuore dal tavolo per portare a termine la mia perlustrazione. A proposito, perché Pado non torna?
Ecco, devo essere arrivato in fondo al capanno. Sulla parete terminale sono attaccati dei fogli. Disegni, si direbbe. Mi avvicino e vedo che sono fotografie, tutte in bianco e nero, di formati diversi. Alcune sembrano molto vecchie, quasi consumate; altre sono ritagliate malamente a escludere qualche elemento dall’inquadratura. Coprono quasi del tutto la parete.
Mi soffermo su qualche foto a caso, senza capire. Una ragazza in costume da bagno che guarda in alto sorridendo a chissà chi. Un’anziana coppia che si tiene a braccetto nel viale di un parco. Una bambina sul dondolo con un gatto grasso. Un ragazzo disteso, immobile. Sorrido nel buio. Certo che è immobile. È una foto, giusto?
No, non ci siamo. Magari se parto dall’inizio della parete riesco a capirci qualcosa.
Ecco, al tudasc in persona. Poco più giovane di come l’ho visto da vivo, il braccio sulle spalle di una donna anziana che gli somiglia, sotto un monumento equestre. Non è stata scattata in Italia, mi dicono le insegne dei negozi. Sta a vedere che al tudasc era davvero tedesco; credevo che i vecchietti del bar lo avessero chiamato così per via dei capelli biondi e degli occhi azzurri, che certo risvegliavano in loro ricordi di guerra.
Ecco di nuovo la ragazza in costume in una serie di foto vicine: in piedi alla fermata dell’autobus, in poltrona immersa nella lettura, poi con gli occhi sgranati per la sorpresa, una mano alzata a coprire quasi l’obiettivo, e poi…
No.
Non può essere.
È impossibile.
L’ondata di nausea mi assale e mi fa cadere in ginocchio, mentre il buio mi vortica intorno. Un gelo infido penetra nelle mie ossa e si diffonde come un male devastante in ogni cellula del mio corpo.
Passa un minuto, o un’ora, non so. Mi ritrovo accasciato nel mio vomito, tremante. Non voglio alzarmi, non voglio ritrovarmi in questo capanno grande e vuoto. Non voglio rischiare di rivedere quella parete coperta di vita… coperta di morte.
Aspetto. Aspetto ancora. Torna, brutto stronzo, che bisogno avevi di andare a prendere dei sacchi? Quanto lontano lo hai parcheggiato quel cazzo di Apecar? Torna, Pado. Ti prego.
Mi trascino in piedi, scosso da brividi convulsi, in bocca il sapore acre del vomito. Voglio andare via, subito, no, voglio riavvolgere il nastro del tempo per cambiare le cose e scoprire che non sono mai venuto qui… ma non riesco a fare nulla di tutto questo. Posso soltanto – devo – portare a termine ciò che stavo facendo, anche se so che niente sarà più lo stesso, dopo.
Costringo le ginocchia a reggermi, mi puntello con le mani alla parete e guardo. Guardo tutto, senza staccare gli occhi dalle immagini nemmeno per una frazione di secondo.
La ragazza sdraiata scompostamente sul prato con la gola squarciata e gli occhi sbarrati sul cielo azzurro. I due vecchi straziati come animali da macello, le facce nere, le mani legate dietro la schiena. Un uomo di mezza età privo di un braccio, con il corpo in una posizione innaturale, da pupazzo. E la bambina… devo guardare anche questo? Pare addormentata, se solo ti concentri sul viso…
Vado avanti, foto dopo foto, morte dopo morte. Non ho niente da vomitare ormai. Non sento più niente. Vado avanti come un soldato che dentro di sé ha già passato ogni limite; e alla fine ritrovo lui, al tudasc, in una foto grande, un primo piano su cui mi soffermo a lungo, come se potesse dirmi qualcosa. Come se fosse rimasto ancora qualcosa da dire. I suoi occhi sono freddi come ghiaccio, ma sorride, un sorriso appena accennato rivolto a me soltanto, che non rivela nulla. Eppure deve esistere una spiegazione per tutto questo.
Uno scricchiolio nel buio alle mie spalle.
«Pado?»
Silenzio. Poi di nuovo, come suole di gomma sul pavimento in cemento.
«Pado, sei tu?»
Nessuna risposta. Un’immagine mi assale dal nulla: quelle lame, così lucide…
Lo scricchiolio riprende. Si avvicina, adesso, un passo alla volta. Senza fretta. E io vorrei, Dio, vorrei tanto che fosse quello stronzo di Pado.

Dello stesso autore:    Tarja dei lupi     Per scrivere bisogna sporcarsi le mani     Grazia Gironella - Due vite possono bastare

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