L’evoluzione degli algoritmi

di Maria Lidia Petrulli

Rumore, i mezzi sfrecciano, le persone sfrecciano senza rendersi conto dell’assurda  velocità con cui vivono: non vivono, consumano senza conoscere quel che stanno consumando; velocità che porta all’indifferenza, non c’è più tempo per prestare attenzione, a niente.

Nicole osservava dalla finestra il prodotto ultimo della tecnologia, la velocizzazione della vita.

“Più in fretta si vive,” pensò, “più in fretta si muore, è un assioma scontato.”

Le sue elucubrazioni mentali vennero interrotte dallo squillo del telefono.

“Da quando questa storia mi assilla, sono di umore nero.”

«Ciao, Nicole, volevo chiederti se hai bisogno di altro materiale per l’articolo.»

«Ciao Maurice; no, grazie, se volessi spulciare tutti i giornali che ho accumulato e soffermarmi su ogni stranezza e coincidenza che sto notando, mi occorrerebbero mesi; se riesco a trovare un minimo di logica fra alcuni collegamenti che ho fatto, ne verrà fuori un pezzo niente male.»

Dall’altro capo del telefono, Maurice ridacchiò: «Sei la nostra “giornalista detective”!

Quando pensi di finire l’articolo?»

«Dammi quattro o cinque giorni, ma senza pressioni.»

«D’accordo; allora ci vediamo domani, buonanotte, Nicole.»

«Buonanotte, Maurice, a domani.»

Lo sguardo della donna indugiò, prima sulla ventina di giornali aperti sulla scrivania, poi sull’altra ventina sparsa sul pavimento in attesa di essere presa in considerazione.

Doveva rimettersi al lavoro o non avrebbe rispettato i tempi.

Peccato che, ultimamente, le congiunture che le passavano per la testa fossero così tante e complesse da farla andare in tilt, ma non poteva essere altrimenti visto che, nel giro di pochi mesi la sua vita, così come quella di ogni altro abitante di Parigi e dintorni, era stata trasformata in un inferno contro il quale governo e polizia non avevano ancora trovato rimedio.

Gli occhi le scivolarono dallo schermo del computer al pacchetto di sigarette poggiato sulla scrivania, di fianco alla tastiera: contro ogni aspettativa, le ultime riflessioni sulla vita e le implicazioni del problema che si trovava ad affrontare, l’avevano persuasa a smettere di fumare.

Nel pacchetto erano rimaste due sigarette ma non si fece tentare, prese invece un paio di liquerizie dal contenitore e aprì la finestra: una boccata d’aria le avrebbe fatto bene.

Nicole si sedette, si rimpinzò di liquerizia e rilesse gli appunti con cronologia e modalità degli eventi.

17 settembre, su Le Figaro compare un piccolo anonimo articolo:

disagio alla metropolitana; per una decina di minuti i treni non sono riusciti a partire dalle loro stazioni causando allarmismi e ritardi, ma la situazione è rientrata nella norma dopo un rapido controllo.

18 settembre, Le Monde scrive: per oltre sei ore tutte le linee della metropolitana sono rimaste bloccate. Il guasto si è verificato all’improvviso e i convogli sono rimasti fermi in ogni punto del loro percorso: il panico è dilagato fra i passeggeri rimasti imprigionati all’interno delle vetture. Sono occorse parecchie ore di lavoro per far ripartire i treni, portarli nelle stazioni e liberare i passeggeri stremati dalle lunghe ore d’attesa. Si ipotizza un guasto alle reti di controllo.

Per diversi giorni i parigini avevano disertato la metro, prendendo invece d’assalto gli autobus e le macchine, col risultato che il traffico si era triplicato.

20 settembre e giorni successivi: la metropolitana ha smesso del tutto di funzionare; si lavora alacremente sui sistemi di controllo ma nessuno riesce a venire al capo del problema.

La settimana seguente era trascorsa, se possibile, in modo ancora più tragico e assurdo perché, oltre alla metropolitana, il black-out aveva interessato anche le ferrovie: com’era accaduto per la metro, i treni si

erano bloccati all’improvviso, senza che ci fosse stato sentore di guasti; di conseguenza si erano verificati deragliamenti con effetti più o meno gravi a seconda della velocità del mezzo. Per fortuna i black-out si

verificavano sempre nei pressi delle stazioni, quando la velocità dei convogli non era eccessiva, o si sarebbero contate centinaia di morti.

Qualche giorno dopo era stata la volta degli aerei; la maggior parte non era riuscita a decollare ma, nei casi in cui i motori si erano fermati improvvisamente durante la fase di atterraggio, le conseguenze non erano state altrettanto lievi, con contusioni, feriti e uno o due morti; poiché tutto questo si verificava soltanto nei cieli di Parigi, il traffico aereo era stato deviato sugli aeroporti delle città più vicine. Ma nessuno ormai viaggiava tranquillo e, quand’era possibile, ci si rinunciava, a meno di imbarcarsi col cuore a mille.

Le autorità non sapevano come spiegare il fenomeno, squadre di tecnici lavoravano 24 ore su 24, ma server, programmi e ogni altro sistema preposto alla sicurezza e controllo, uscivano indenni dagli accertamenti più approfonditi.

“E’ come se una mente superiore volesse isolare Parigi dal resto del mondo.”

Nicole sollevò gli occhi dagli appunti alla finestra, fuori incombeva il buio.

10 ottobre: senza una spiegazione plausibile e in contemporanea, metro, ferrovie e aerei riprendono a funzionare in modo impeccabile e senza intoppi; la gente è ancora dubbiosa e diffida ma, lentamente, la vita in città si normalizza e anche gli spostamenti su rotaie e per via aerea riprendono, seppure con molta prudenza.

Nessuno è in grado di spiegare quel che è accaduto ma, si sa, la vita moderna ha dei ritmi talmente frenetici che, una volta riproposta la normalità e appurato che questa funziona, i sistemi mentali di negazione si attivano escludendo tutto ciò che non fa comodo chiedersi.

La municipalità tira un sospiro di sollievo.

Si godono i primi giorni dell’inverno parigino.

Nel giro di altri dieci giorni, tutto viene dimenticato.

Nicole rovistò fra i giornali sul pavimento sino a trovare quelli che cercava, li prese e li depositò sulla scrivania dopo aver gettato a terra gli altri, quindi cominciò a scorrere le colonne degli articoli che le interessavano.

“Questo sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta, il bello sta per arrivare.” pensò sarcastica, quindi lesse ad alta voce: «22 ottobre, Le Figaro: in Rue Saint Jaques è stato trovato il cadavere di un giovane, stava tornando a casa dopo una serata trascorsa in un pub; l’autopsia ha dichiarato che il ragazzo è deceduto per infarto cardiaco ma non sono state trovate tracce di alcool, droghe o altre sostanze tossiche nel sangue.

23 ottobre, Le Monde: due prostitute trovate morte per infarto del miocardio all’angolo fra Rue Robespierre et Rue Danton.

24 ottobre, Maurice scrive sul nostro giornale, L’Indépendent: nottata tragica, in diversi quartieri di Parigi sono stati trovati i cadaveri di quattro giovani, otto prostitute e due operai della metropolitana.»

Una escalation terribile.

Nel giro di un paio di giorni, tutte le redazioni erano state bombardate da telefonate e segnalazioni di lavoratori prevalentemente notturni, prostitute e frequentatori di pub, relativamente a dolori improvvisi, pseudo infarti, sensazioni di mancamento e di morte imminente, mentre i Pronto Soccorso degli ospedali si riempivano di moribondi e presunti tali.

La municipalità era intervenuta invitando alla prudenza e sostenendo che si trattava di fonti poco attendibili: i lavoratori notturni perché stressati, le prostitute perché si doveva far finta che non esistessero e i viveurs della notte perché nei pub raramente si resta sobri. Però il problema era reale.

Il ritrovamento di morti intanto aumentava, il cuore sempre irrimediabilmente infartuato e, cosa stranissima, si trattava prevalentemente di adolescenti e giovani adulti, mentre vecchi e bambini parevano esenti. Cosa ancora più strana, la maggior parte dei casi si verificava la notte.

Nuovo mistero e altro panico.

I giornali riportavano le ipotesi più creative: l’invasione aliena era la più accreditata.

A causa della paranoia tipica dell’essere umano, i suddetti alieni avevano come unico scopo della loro esistenza, quello di fare la pelle agli onesti abitanti del pianeta Terra, anche senza un reale motivo, visto che il suddetto pianeta ha a sua volta le ore contate.

Naturalmente erano state avanzate molte altre ipotesi, da un’epidemia di virus mutanti all’inquinamento atmosferico che stava sforando la tollerabilità del pianeta, dall’alterazione genetica di un alimento di largo consumo a qualche nuova arma chimica, oppure a Bin Laden che era andato fuori di testa, nessuna comunque che spiegasse perché quella sventura si fosse abbattuta soltanto su Parigi e non in altre parti del mondo o della stessa Francia.

La constatazione però non escludeva che i governi mondiali stessero all’erta.

Finché il governo francese non era intervenuto vietando le notizie “fasulle” e affermando che si trattava “soltanto” di una grave forma virale, mentre i controlli a tappeto di acqua e cibi non rivelavano alcun tipo di contaminazione; i cittadini erano stati pertanto invitati, in attesa che fosse elaborato un rimedio, a restare in casa la sera e a non fare bagordi mentre la ricerca proseguiva e, a ogni angolo di strada, pulmini organizzati per i prelievi raccoglievano campioni di sangue per proseguire gli accertamenti.

Nicole fece un rapido sunto mentale di quel che aveva letto e proseguì con la stesura del proprio articolo, secondo lei il nocciolo della questione stava nel fatto che gli infarti colpissero persone che non avrebbero dovuto essere a rischio, mentre gli anziani risultavano indenni: di conseguenza doveva trattarsi di un fattore esterno che riguardava giovani e adulti, qualcosa con cui erano in contatto durante la maggior parte della giornata. Naturalmente, capire di cosa si trattava era tutt’altra questione.

In attesa che il cervello facesse i collegamenti del caso, spense il PC e andò a dormire.

Il mattino successivo arrivò in redazione di buon’ora. Andò a piedi; nonostante l’apparente normalità dei mezzi di trasporto, lei non si fidava.

«Ci sono novità?»

Maurice era in piedi davanti allo scaffale dov’erano accatastati tutti i quotidiani del giorno e li stava consultando; l’uomo annuì.

«Dal pomeriggio di ieri non si segnalano infarti o altri malanni, tranne quelli d’ordinaria amministrazione, e in questo caso si tratta di persone anziane. Nessuna ressa negli ospedali, insomma, sembra tutto tranquillo.»

«Non ti pare strano?»

«Cosa?»

«Situazione da far impazzire per un paio di settimane senza una causa apparente e poi, improvvisamente, tutto torna alla norma come se niente fosse accaduto; esattamente come i mezzi di trasporto che sono andati in tilt e, all’improvviso, hanno ripreso a funzionare perfettamente.»

«Mi era sfuggito il collegamento.»

«Vorrei ben vedere, ci vuole arte per trovare un collegamento tra cuore e treni.»

«Però l’andamento è identico; hai in mente qualcosa?»

Nicole fece spallucce: «Niente, ma c’è qualcosa che fa impazzire prima un settore e poi un altro… Che succede?»

Dalla stanza adiacente venne un frastuono di sedie rovesciate e oggetti che si frantumavano in terra, mentre le voci concitate dei colleghi si sovrapponevano l’una sull’altra in un guazzabuglio senza senso: «Fermatela! Che ti prende, Françoise? Qualcuno chiami un dottore!

Chiamate l’ambulanza! Françoise, sta calma, non c’è nessun pipistrello e le finestre sono chiuse!»

Maurice e Nicole si precipitarono nella stanza del parapiglia, quel che videro li lasciò di sasso.

Françoise correva come una matta di qua e di là urlando e proteggendosi il viso dall’attacco di fantomatici pipistrelli che, secondo lei, avevano invaso la stanza; nel suo incubo rovesciava sedie e cestini e lanciava contro i suoi invisibili aggressori tutto quel che le capitava sotto mano.

Sapevano tutti della fobia di Françoise per gli uccelli, ma ciò cui stavano assistendo aveva del surreale.

«Cosa le è successo? – domandò Nicole, – È come se si fosse ingollata una decina di anfetamine.»

«Stava parlando al cellulare poi, d’un tratto, ha fatto cadere il telefonino, si è messa a urlare che decine di pipistrelli stavano entrando dalla finestra, e il resto lo puoi immaginare da sola: gli effetti sono sotto i tuoi occhi.»

Nessuno riuscì a calmare Françoise, arrivò l’ambulanza, gli infermieri la presero di forza e fu trasportata in ospedale.

Il resto della giornata trascorse parlando di quel che era accaduto alla ragazza, se facesse uso di allucinogeni, se era sotto stress per qualche motivo, se il marito l’aveva mollata per un’altra o se il suo psicoanalista non stesse sbagliando qualcosa.

Quella sera stessa, alle redazioni di tutti i giornali compreso L’Indépendent, arrivarono decine di telefonate da parte di polizia e ospedali che denunciavano casi analoghi a quello di Françoise.

Nicole disertò nuovamente l’autobus, la metro non l’avrebbe presa per nulla al mondo, decise quindi di tornare a casa a piedi, cercando di riflettere sulla nuova piega che la situazione stava prendendo.

Pioveva, una pioggerellina sottile; Nicole si avvolse la sciarpa intorno al collo, calzò la cuffia di lana, infilò guanti e giacca a vento, tirò su il cappuccio e uscì. Quella mezz’oretta di tragitto le sarebbe servita per fare il punto della situazione.

“Mezzi di trasporto che si bloccano paralizzando la vita cittadina, un mese e la situazione si risolve, ma viene sostituita da un’ondata di infarti, e questi infarti interessano persone giovani e sane… Idiota!”

Incurante della pioggia che cominciava ad aumentare, Nicole frugò dentro la borsa, fra le cartelle, sinché non trovò quel che cercava: un paio di fogli pinzati che le erano stati inviati quella mattina dal dottor Léfèvre della Medicina Legale, via fax, ma che nel trambusto si era dimenticata di leggere. Riparò sotto un balcone per evitare che i fogli si bagnassero, lesse tutto d’un fiato, li ripiegò e se li cacciò in tasca prima di riprendere la strada di casa.

Ora pioveva a dirotto ma era quasi arrivata.

«Tutte le autopsie hanno dimostrato che le vittime non presentavano malformazioni, danni alle arterie o anomalie degli esami ematochimici che potessero giustificare l’infarto, né dalle anamnesi è stata messa in risalto ipertensione o altri fattori scatenanti; si tratta generalmente di individui fra i 15 e i 35 anni in ottimo stato di salute apparente. Strano, davvero molto strano, nell’articolo trascriverò il referto di Léfèvre parola per parola. Léfèvre dice anche che un arresto del miocardio così improvviso e letale può essere dovuto soltanto o a scariche elettriche di potenza elevatissima, come se quei poveracci avessero infilato le dita di mani e piedi in una presa della corrente, oppure a qualcosa di esterno molto potente che abbia interferito con la normale conduzione degli impulsi cardiaci sino ad arrestarla del tutto. Ma com’è possibile?»

Era arrivata a casa, Nicole entrò nell’androne, si tolse la giacca ormai fradicia, prese l’ascensore ed entrò in casa.

Si preparò un panino al volo e si sedette al computer, quindi si collegò coi siti di polizia e ospedali per controllare le ultime notizie: il numero di ricoverati per amnesie improvvise, crisi deliranti e allucinazioni era

salito alle stelle, mentre i casi di infarto erano praticamente scomparsi.

Chiuse il collegamento, addentò il panino e cominciò a scrivere.

“Dev’esserci per forza una relazione fra le due cose, anzi, fra tutte e tre.

Domani mattina telefono in redazione per avvisarli che arriverò sul tardi, voglio andare all’ospedale Notre Dame, lì ci sono sia un reparto di psichiatria che uno di cardiologia, devo riuscire a intervistare qualcuno dei sopravvissuti all’infarto e di coloro che sono andati fuori di testa, sperando che nel frattempo siano rientrati nella grazia di dio: sapere dove si trovavano e cosa stavano facendo prima che stessero male è di fondamentale importanza. Voglio arrivarci il più presto possibile, Paul chiuderà un occhio e mi lascerà passare e, magari, anche lui potrà darmi informazioni preziose.”

«Dottor Laroux, la Signora Nicole Dupuy chiede di lei.»

Paul Laroux non nascose la sorpresa e disse all’infermiera di far entrare la nuova arrivata.

Non vedeva spesso Nicole, soprattutto da quando lei aveva rifiutato cortesemente le sue avances.

Si conoscevano da diversi anni e lui si era preso una bella cotta per lei, cotta che, tra l’altro, non era passata, anche se Paul nel frattempo si era dato da fare con altre donne, ma la disinvolta giornalista non sembrava molto attratta dalle relazioni sentimentali e, in effetti, per quanto lui ne potesse sapere, era innamorata del suo lavoro, viveva da sola e frequentava quasi esclusivamente colleghi.

Che lei lo andasse a trovare sul posto di lavoro era un fatto del tutto eccezionale.

«Ciao, Nicole; – esclamò andandole incontro; le diede due baci sulle guance, la guardò fisso negli occhi e proseguì, – che sorpresa vederti qui!»

«Hai tutti i buoni motivi per essere sorpreso, Paul, sono sempre stata allergica agli ospedali. Però non è male il tuo studio, me l’aspettavo più… sterile, diciamo, tipo sala chirurgica.»

«Non cambi mai, Nicole; dimmi, cos’è successo di tanto importante da farti affrontare la tua allergia?»

«Mi serve il tuo aiuto.»

«Che genere di aiuto?»

«Si tratta dei casi d’infarto, oltre ai deliri e allucinazioni che si sono verificati ieri. Mi devi permettere d’intervistare qualcuno.»

Lui si tolse gli occhiali: «Sei una fonte di guai, Nicole Dupuy, parlare coi pazienti di cardiologia non è un problema, ce ne sono due che devo dimettere in mattinata, ma quelli di psichiatria sono tutto un altro paio di maniche, devo chiedere l’autorizzazione al collega.»

«Paul…»

«D’accordo, farò quel che posso, ma spiegami almeno il motivo di tanto interesse.»

«Penso ci sia un nesso fra i due tipi di episodi, devo capire quale.»

L’uomo inforcò nuovamente gli occhiali, aveva un’espressione perplessa: «Indubbiamente questa serie di eventi è molto strana, prima gli infarti e poi tutta quella gente che va fuori di testa… A proposito, si sono verificati altri casi sin verso le due o le tre del mattino, dopodiché ci sono state un paio d’ore di calma ma, già a partire dalle sei, abbiamo avuto altri ricoveri; il reparto sta collassando, se il collega mi manda a quel paese sarà colpa tua. E ora muoviti prima che venga il primario, ti faccio parlare con Claude Barras, vent’anni e Claire Dorot, trentadue; chiamo l’infermiera, noi ci vediamo più tardi.»

Claude e Claire erano tra i pochi infartuati a non averci rimesso le penne; entrambi si dimostrarono molto collaboranti.

Claude era uno studente universitario e, quando era stato colpito dall’infarto, stava tornando a casa verso le due del mattino, dopo essere stato in discoteca con gli amici; a suo dire non aveva assunto nessun tipo di sostanze che potessero sballarlo, aveva fumato quattro o cinque sigarette in tutta la serata, aveva bevuto soltanto un cocktail poco alcolico e per il resto aveva ballato e si era divertito. Un amico l’aveva accompagnato in macchina a casa e lui, prima di entrare, aveva provato a chiamare la sua ragazza col cellulare, ma l’aveva trovato spento e con inserita la segreteria telefonica.

Quindi aveva rinunciato ed era salito a casa; mentre era in camera sua aveva sentito un forte dolore al petto, aveva fatto appena in tempo a chiamare i suoi ed era svenuto.

Claire lavorava per un’agenzia pubblicitaria, quel giorno aveva chiuso diversi contratti e preso numerosi appuntamenti, era stata una giornata massacrante. Quando era salita sulla metropolitana per tornare a casa si

sentiva già strana, ma aveva attribuito il malessere all’eccesso di lavoro e al fatto che, dopo quel che era accaduto, in metropolitana non si sentiva ancora tranquilla, dopodiché si era sentita male e aveva perso i sensi. Si era svegliata in ospedale.

Mentre, nell’ufficio di Paul, aspettava che l’amico tornasse per riferirle quel che aveva deciso il collega psichiatra, Nicole rifletteva: entrambi i giovani venivano da una giornata trascorsa in ambienti molto chiassosi e affollati dove voci, cellulari e rumori vari componevano una cacofonia notevole ma, cosa tutto questo avesse a che fare con gli infarti, rimaneva un mistero.

«Vieni, Nicole, il collega ha accettato, ma ha solo un paziente con cui potrai parlare, tutti gli altri sono ancora sedati. Però è disponibile a rispondere ad alcune domande, se può esserti utile.»

«Va bene, mi accontenterò.»

Jaques Borot era un tipo simpatico, calvo, paffuto, con una pancia da buongustaio e un sorriso cordiale, non sembrava neanche uno strizzacervelli. Nicole tenne la considerazione per sé e gli domandò quel che aveva bisogno di sapere per fugare i dubbi.

Borot le raccontò che tutti i pazienti erano stati ricoverati in crisi di agitazione psicomotoria, molti accusavano allucinazioni prevalentemente uditive, nel senso che sentivano qualcuno che gli parlava nella testa, ma moltissimi erano quelli che vedevano l’impossibile, dai pipistrelli di Françoise, a fantasmi, ragni, alieni e chi più ne ha più ne metta. Il medico aveva tenuto a precisare che, un numero seppure piccolo di pazienti, credeva di essere qualcun altro.

Poiché i tempi sono cambiati, non c’era nessuno che credesse di essere Napoleone Bonaparte: i più giovani ci tenevano particolarmente ad assumere l’identità dei loro divi preferiti, mentre coloro che avevano superato i quarant’anni prediligevano personaggi di film o romanzi.

«Un uomo di quarantadue anni, molto colto, appassionato di film e romanzi di genere fantastico, è arrivato convinto di essere Gandalf e pretendeva di parlare in elfico e di aprire le porte del reparto con una formula magica. Lo abbiamo dovuto tranquillizzare con dell’aloperidolo.»

«Lei si è fatto un’idea dei motivi che possono aver provocato una sintomatologia così varia ed eclatante?»

Borot si strinse nelle spalle con fare perplesso: «Tenga presente che la maggior parte dei ricoverati non si è ancora ripresa e, di conseguenza, non abbiamo ancora potuto parlarci, ma da quel che raccontano i familiari, colleghi o amici, sono tutte persone che fanno una vita e un lavoro normali, ma molto impegnativi.»

«In che senso?»

«Nel senso che hanno una vita abbastanza caotica, con molti rapporti interpersonali, molti dei quali mediati dal telefono, il che vale anche per i ragazzini; parecchi dei ricoverati sono adolescenti e lei lo sa come sono questi ragazzi, sempre a chattare o a mandarsi sms, insomma, non hanno molto tempo per far riposare il cervello.»

«Lei pensa che si possa trattare di stress? Magari di uno stress “endemico”»

Borot rise: «Lo escludo, come escludo che si tratti di alieni, sostanze chimiche o quant’altro possa apparire sulle pagine dei giornali; qui si tratta di qualcosa di molto più subdolo e grave insieme, qualcosa che esiste fra noi, in questa città, e nessuno ne è immune, neanche io e lei che potremmo trovarci sdraiati su un letto e una flebo attaccata come tutti gli altri. Ma adesso venga, può parlare con Stephanie, è una ragazzina, ha solo 15 anni ma troverà interessante la sua testimonianza.»

Stephanie era una ragazzina spaventata da quel che le era accaduto; dal racconto che le fece dopo le prime timide risposte, Nicole dedusse che l’adolescente aveva trascorso le ore precedenti all’amnesia totale per cui era stata ricoverata, chattando con gli amici, inviando sms e parlando con l’amica del cuore del biondino con gli occhi verdi che somigliava a Bred Pitt e che era la sua ultima fiamma.

Nicole lasciò l’ospedale con ancora in testa le parole di Borot: lo strizzacervelli era un uomo dotato di un ottimo humour oltre a essere parecchio sagace, e non era improbabile che si fosse avvicinato parecchio alla verità.

Quella sera stessa Nicole finì il suo articolo.

Rileggendolo ne fu soddisfatta, soprattutto per l’imbeccata che Borot le aveva dato circa quel qualcosa che doveva esistere normalmente fra loro in città, ma che aveva assunto dimensioni spropositate al punto da provocare una marea di danni. Cercò anche di fare delle supposizioni sull’identità di questa “cosa subdola e grave insieme”, ma non aveva abbastanza elementi e lasciò perdere, accontentandosi delle conclusioni cui era arrivata.

L’articolo uscì sulla prima pagina di “L’Indépendent” due giorni dopo.

Nel frattempo la situazione si era ulteriormente complicata.

La gente continuava a essere ricoverata in massa nei reparti di psichiatria, questi stavano scoppiando al punto che il Ministero della Sanità si diede da fare per organizzare interventi e cure tempestive a domicilio, anche perché ormai era stato appurato che nessun paziente correva pericolo di vita e che, dopo un periodo variabile da poche ore a molti giorni, tornava dentro la grazia di dio senza ricordare gran che del periodo delirante. Ma la cosa non finì lì.

Cominciarono a essere denunciate delle scomparse il che, se già la città versava nel panico, fece peggiorare le cose.

Vennero attivate squadre di polizia che setacciavano ogni quartiere riuscendo a trovare lo “scomparso” abbastanza spesso, oppure era lo “scomparso” che tornava dopo alcune ore, al massimo nel giro di 24, più raramente dopo giorni. Riapparivano immancabilmente sani e lucidi, ma con la convinzione di essere stati in un’altra dimensione dove avevano vissuto una vita parallela, una storia, delle avventure che potevano essersi svolte nel passato come nel futuro. E non c’era verso di fargli cambiare idea.

Stando alle statistiche, i giovanissimi prediligevano i viaggi nel futuro, nel passato gli altri e, anche in questo caso, le persone oltre i sessant’anni venivano interessate molto meno dal fenomeno.

In redazione le telefonate fioccavano, non si faceva neanche in tempo a prendere nota di tutte le storie, qualcuno, per fortuna pochi, pretendeva di essere stato rapito dagli alieni, finché Nicole non ne ricevette una

personale.

«Nicole, è per te!»

«Chi è?»

Maurice fece segno che non lo sapeva.

«Pronto?»

«E’ lei Nicole Dupuy?»

La voce di una persona giovane.

«Sì, sono io, chi parla?»

«Mi chiamo Manuel, vorrei parlarle, ma non al telefono, vorrei incontrarla.»

«Perché? Manuel… come hai detto che ti chiami, di cognome?»

«Non gliel’ho detto, comunque mi chiamo Sager, Manuel Sager e ho 19 anni, vorrei parlarle a proposito di quel che sta succedendo, persone che scompaiono, che vanno fuori di testa, insomma, quello di cui lei si sta

occupando.»

«Posso sapere perché proprio con me?»

«Ho letto il suo articolo su L’Indépendent di due giorni fa e penso che lei sia abbastanza vicina al cuore del problema; vorrei farle notare alcune cose e raccontarle dei fatti, magari lei mi crederebbe…»

Non sembrava uno scherzo e Nicole si accordò col ragazzo per incontrarsi il giorno successivo alle 18,30 in un Mc Donald alla Défense; non capiva perché il ragazzo avesse scelto un posto tanto affollato e rumoroso, ma si rispose che i ragazzi di quell’età vivono nel chiasso e che quindi era una cosa del tutto normale. Si accordò con Maurice per andare insieme.

«Qualcuno ha visto o sentito Maurice? Dovevamo andare a un appuntamento di lavoro ma non riesco a rintracciarlo, il suo cellulare squilla ma lui non risponde.»

Nessuno sapeva niente di Maurice e, all’ora convenuta, Nicole andò da sola all’appuntamento.

Manuel era un bel giovane alto, lineamenti delicati, sguardo vivace e intelligente, la salutò con molta cortesia e la guidò attraverso le sale del locale di cui si vedeva che era un habitué, sino a un tavolo libero, vicino alla vetrata con ampio panorama sulla fauna che vi circolava; la invitò a sedersi in modo tale che la vista potesse spaziare liberamente sugli avventori e gli altri tavolini, e Nicole si chiese che piacere ci fosse a guardare quella marmaglia di consumatori di patate fritte e hamburger, ma fece buon viso a cattivo gioco.

«Cosa fai nella vita, Manuel, oltre a frequentare caotici Mc Donald?»

Il ragazzo rise, aveva una buona presenza di spirito.

«Studio all’università, frequento il primo anno di ingegneria informatica.»

«Interessante; e ora posso sapere cos’hai da dirmi?»

«Fare i giornalisti vuol dire andare così velocemente al sodo? Oppure è perché mi giudica un ragazzino perditempo?»

Nicole rimase piuttosto colpita dalla risposta e non riuscì a controbattere.

«Lei avrà fatto una statistica dei luoghi in cui gli incidenti si verificano più di frequente, vero?»

«Più o meno.»

«Non ha notato niente di particolare?»

«Cerca di essere meno sibillino e spiegati. Cosa avrei dovuto notare?»

«La maggior parte dei casi si verifica in posti come questi, posti affollati dove la gente si incontra, parla, fa e riceve telefonate al cellulare; oppure mentre va via dopo aver trascorso serate in locali simili. Mai una volta che qualcuno sia andato fuori di testa al cinema, a teatro o al varietà, persino in discoteca è raro perché ci vai per ballare, non per parlare, in discoteca ti muovi come un idiota e basta, al massimo mandi un sms a qualcuno.»

Il discorso si faceva interessante.

«Stai dicendo che, secondo te, il fatto che la gente vada fuori di testa ha a che fare in qualche modo col parlare?»

«Sì, ma non col modo di parlare solito, insomma, come stiamo facendo io e te in questo momento, posso darti del tu?»

Nicole annuì.

«Parlare attraverso uno strumento, il telefono, Skype, il cellulare, per esempio. A casa ho una raccolta di tutti gli articoli usciti da quando è scoppiata questa specie di epidemia, non succede mai nulla solo nei

posti in cui non c’è altro mezzo di comunicazione se non la parola a tu per tu, nei posti che ti ho già elencato, oppure a scuola, durante una gita in campagna, insomma, mi sono spiegato.»

La donna rimase a fissarlo per qualche minuto in silenzio, quel che Manuel diceva aveva un senso logico.

Mentre parlavano una ragazzina andò in escandescenze: si prese la testa fra le mani urlando come una dannata che le togliessero quei cosi dal cervello, ché la stavano ammazzando. Poco dopo arrivò la squadra di

soccorso. Manuel e Nicole non si mossero, limitandosi a osservare.

«Hai qualche idea sulle possibili cause?»

Il ragazzo non rispose subito, quindi congiunse le mani e abbassò lo sguardo.

«Conosco un tizio, abita vicino a casa mia, è un programmatore, un informatico molto in gamba anzi, a dirla tutta, secondo me è un vero genio, riesce a fare cose che, stando agli insegnamenti dell’università, sarebbero impossibili; andavo spesso da lui per chiedergli chiarimenti, spiegazioni sui linguaggi informatici, tutta roba tecnica insomma, è sempre stato disponibile e mi ha insegnato un sacco di cose. Lo frequento da diversi anni. Ultimamente stava lavorando a un programma molto complesso che aveva intenzione di vendere alle società di trasporti, metropolitana, treni e aerei, per intenderci.»

«Che genere di programma?»

Il racconto si faceva avvincente.

«Un programma di controllo dei trasporti per migliorarne efficienza e sicurezza; è un tipo in gamba Fred, quel programma è in grado di tenere sotto controllo centinaia di veicoli contemporaneamente, di stabilire secondo dopo secondo dove si trovano, quando e come muoverli, ti assicuro che sembrava fantascienza quando me l’ha spiegato. E poi Fred ha un rapporto speciale con le macchine.»

Nicole lo guardò senza capire: «Cioè?»

«Non te lo so spiegare, le tratta come se potessero capirlo.»

«Dov’è adesso Fred?»

Manuel la guardò negli occhi, Nicole pensò che aveva uno sguardo franco.

«Due mesi fa mi ha detto che partiva, mi è sembrato strano perché non aveva ancora finito di mettere a punto il suo programma, e anche lui appariva diverso dal solito, stralunato come se avesse tanti pensieri per la testa e sfuggente, cosa decisamente insolita per lui: non l’avevo mai visto così. Dopo qualche giorno ho notato che porte e finestre erano state chiuse e non l’ho più incontrato.»

I due si guardarono, c’era qualcosa di non detto in sospeso.

«Il giorno dopo la sua presunta partenza, – riprese a raccontare Manuel, – sono cominciati i problemi alla metro.»

«Mi stai dicendo che il tuo amico Fred potrebbe avere un ruolo in questa storia?»

«Non ne sono certo, ma… sì, potrebbe averlo.»

«E cosa c’entra tutto questo con gli infarti prima e i fuori di testa dopo?

Il problema ai trasporti si è risolto almeno un mese fa.»

«Non lo so, forse sono solo supposizioni, magari è tutta una sciocchezza.» Ma Manuel sembrava ben convinto del contrario.

«Non ne hai parlato con nessuno?»

«Sì, coi miei, ma mi hanno detto di stare coi piedi per terra, di farmi i fatti miei e di non mettere nei guai nessuno.»

«E la polizia?»

«Ci ho pensato, ma non voglio che Fred abbia problemi a causa mia… È uno che ci sa fare con l’informatica, conosce un sacco di cose e ha contatti con un sacco di gente, insomma, lui sarebbe capace di creare programmi particolari…»

«Virus? Mi stai dicendo che il tuo amico è un hacker?»

«Non lo so, non ne sono sicuro, potrebbe esserlo, ma non è questo il punto… Fred sa fare cose eccezionali con le macchine e loro gli rispondono come bestiole fedeli… Da quando lo conosco, non ho mai visto un computer piantarsi nelle sue mani. Non si tratta solo della possibilità che abbia creato uno o più virus, Fred ha fatto di più, ma non so spiegartelo perché non l’ho ben capito neppure io. Con certezza so che il programma cui stava lavorando era eccezionale e gli avrebbe fatto guadagnare un sacco di soldi.»

Nicole rimase sovrappensiero per un po’, si grattò il naso e quindi sentenziò: «Non ci rimane che andare a trovarlo, che ne dici di domani sera?»

«Per me va bene, ma ti ricordo che la casa è chiusa.»

La donna gli strizzò l’occhio: «Troveremo una soluzione, che ne dici?»

«Dico che ci sto.»

Venerdì mattina, Nicole aveva dormito male e si sentiva uno straccio; aveva trascorso la notte tormentandosi per aver affrontato con troppa leggerezza le rivelazioni di Manuel, e l’idea di entrare in casa di uno che poteva essere partito per lavoro, soltanto per seguire le intuizioni di un ragazzino, era l’impresa più priva di buon senso che, persino una giornalista scafata come lei, poteva farsi venire in mente.

Se il padrone di casa o chiunque altro li avesse scoperti, andavano a finire tutti e due in galera per violazione di domicilio, se non addirittura per furto con scasso.

«Mi sono cacciata in un bel guaio ma, se provo a ritirare la proposta, il ragazzino penserà che sono una rammollita. Chi se ne importa? Meglio rammollita che in galera! E se avesse ragione? Da qualche parte dovrà pur esserci il bandolo della matassa, Parigi e i parigini stanno letteralmente impazzendo e la polizia non ne cava piedi. Va bene, deciderò al momento in base a come si presenta la situazione, non facciamoci prendere dal panico e andiamo a lavoro ché è tardi.»

Arrivò in redazione con una buona mezz’ora di ritardo.

«Che brutta faccia hai questa mattina, Nicole, hai già saputo di Maurice?»

«No, che è successo?»

«Lo hanno trovato dalle parti di Vincennes, mezzo congelato e completamente ammattito, adesso è a casa, sotto cura, non c’era posto in ospedale.»

«Che vuol dire “ammattito”?»

«Che è convinto di essere stato da qualche parte e di aver vissuto qualcosa di impossibile, non lo so con esattezza perché ha chiamato sua sorella Corinne che ha parlato col capo, ma credo che non ne sapesse più di tanto neppure lei.»

«Anche lui? Non ci voleva, questa sera vado a trovarlo.»

Cercò di trascorrere la giornata alla meglio e, verso le 17, andò a casa di Maurice, l’appuntamento con Manuel era alle 18,30.

«Ciao Corinne, come sta Maurice?»

La donna aveva lo stesso sorriso del fratello, non era bella ma, solitamente, aveva un modo di fare molto accattivante, Nicole la conosceva bene; quel pomeriggio, però, aveva perso la sua consueta cordialità e aveva un’aria tesa e preoccupata. Si strinse nelle spalle e scosse la testa, indicandole semplicemente di entrare e andare in camera di Maurice: «È sveglio ed esaltato come un quindicenne innamorato, devo aspettare ancora un’ora prima di dargli le medicine.»

Corinne non stava esagerando.

Non appena Maurice riconobbe la voce di Nicole, le andò incontro e l’abbracciò con un trasporto del tutto inconsueto quindi, senza aspettare che si sedesse e come fosse la cosa più normale di questo mondo, le raccontò di un ipotetico incontro fra lui e una nobile signora che viveva in un palazzo signorile vicino al Bois de Vincennes; con una dovizia di particolari da fare invidia a un romanzo rosa, le spiegò per filo e per segno come aveva incontrato la nobildonna, come lui l’avesse affascinata con le sue doti oratorie e quanto lei si fosse interessata ai suoi componimenti poetici e non solo. In quella sua fantasiosa dimensione, Maurice era scrittore e poeta e aveva incontrato la donna della sua vita.

L’eterno desiderio di Maurice, Nicole lo conosceva da almeno quindici anni.

Lasciò l’amico alle cure della sconvolta Corinne appena in tempo per prendere la metropolitana e arrivare puntuale all’appuntamento; se non altro, la follia di Maurice l’aveva distolta dalla apprensione relativa a quel che stava per fare.

Fred, soprannominato l’Informatico, abitava alla Villette in una casa a due piani circondata da un giardinetto.

“Se può permettersi una casa come questa,” pensò la donna mentre osservava l’abitazione, “deve guadagnare piuttosto bene, di certo più come hacker che come programmatore.”

«Vieni, il cancello sul retro è aperto.»

«Qui non c’è anima viva, forse è meglio che ce ne andiamo.»

«Hai paura?»

«Sì, cioè, no, non è che ho paura, sto pensando a quel che succederebbe se la polizia ci trovasse qui dentro.»

«Allora siamo in due, i miei mi fanno la pelle se lo vengono a sapere; dai, se troviamo la possibilità di entrare senza troppi problemi, bene, in caso contrario ce ne andiamo, d’accordo?»

«D’accordo.»

Contro ogni aspettativa, una finestra che dava sul giardino interno, al piano terra, era aperta; la cucina era un caos, piatti e bicchieri di carta ovunque e avanzi recenti di cibo surgelato.

I due si scambiarono uno sguardo d’intesa e cercarono di fare il meno rumore possibile.

«Forse il tuo amico è tornato dal viaggio.»

«Ha lo studio nel seminterrato.»

Videro Fred di spalle, seduto alla postazione network più sofisticata che Nicole avesse mai visto dal vivo: di fianco alla poltrona dov’era seduto, poggiati su una pedana in metallo, c’erano due computer più alti e grandi della media, bianchi come angeli custodi caduti; sulla scrivania, altri cinque computer, tre a destra e due a sinistra di un immenso schermo da fare invidia a una sala cinematografica, mentre la parete di fronte era attrezzata con tutta una serie di aggeggi che ricordavano la consolle dell’Enterprise.

«Che cos’è tutta quella roba?» sussurrò Nicole indicando la serie di strumenti.

«Server, – le rispose Manuel riferendosi ai computer bianchi in basso, – computer e pannelli di controllo di tutta la strumentazione. – concluse il ragazzo, – Quella che tu chiami “roba” costa centinaia di migliaia di euro e Fred può usarla per fare davvero di tutto.»

«Non faccio fatica a crederci.»

Intanto, sullo schermo sfilavano una sfilza di stringhe; pur non comprendendo niente di informatica, a Nicole fu lampante che l’uomo stava immettendo dati e istruzioni in qualche linguaggio parecchio complicato: Fred sembrava un tutt’uno con gli strumenti dai quali era circondato.

«È un tipo pericoloso?»

«No, solitamente è una persona disponibile e gentile, però la situazione è strana.»

«Che vuoi dire?»

«Che non l’ho mai visto tanto assente a quel che lo circonda e completamente preso dalle sue macchine; solitamente è piuttosto attento e vigile.»

«Allora che facciamo? Ci presentiamo come la Santa Inquisizione?»

«Non lo so, potrei provare a parlarci io e…»

Squillò il cellulare poggiato a sinistra della tastiera, Fred lo accostò all’orecchio e rimase ad ascoltare senza dire una parola, poi richiuse la comunicazione e riprese a lavorare.

“Che faccia parte di qualche organizzazione terroristica?”

«Ciao Fred, sono Manuel, ho visto una finestra aperta e ho pensato che fossero entrati i ladri, così ho ritenuto opportuno controllare; sono con un’amica, è una brava informatica e, visto che tu eri partito, mi sono fatto aiutare da lei per l’università.»

“Ma che sta dicendo?”

Il ragazzo s’era fatto avanti senza che lei se ne accorgesse, Nicole temette il peggio, Fred si girò nella sua direzione.

«Bé, piacere, Manuel era molto preoccupato, ci scusi se siamo entrati come ladri.» riuscì a dire.

La voce le tremava.

L’uomo aveva pressappoco la sua età, sulla quarantina, anche se ne dimostrava parecchi di più. Non si faceva barba e doccia da almeno un mese, i capelli erano lunghi e appiccicati alla faccia, i vestiti sporchi e ovunque aleggiava un’atmosfera di trascuratezza, quasi di degrado.

Però aveva un’aria mite.

«Oh, molto gentile da parte vostra; sedetevi già che siete qui.»

Fred non aveva niente della persona normale, sembrava distratto e in un mondo proprio, come se avesse il cervello invaso da qualcosa che lo occupava per intero. Non dava l’idea di uno che avesse tutti e due i piedi ben piantati per terra, né che fosse effettivamente presente alla situazione.

Nicole e Manuel presero due sedie e si sedettero, quindi rimasero a osservarlo in silenzio.

Nel frattempo Fred ricevette altre telefonate cui rispose sempre nello stesso modo.

«Ti cerca un sacco di gente, Fred.»

«Non sono persone, sono loro.» Fred indicò distrattamente la consolle.

«Loro chi?»

“Il ragazzino ci sa fare.” Rifletté Nicole osservando con quanto tatto Manuel si destreggiasse in quella complicata situazione.

«I computer e i programmi. Poiché il programma che avevo creato era molto complesso, ho avuto l’idea di dividerlo in diverse sezioni che ho dislocato nei vari computer. È stata una mossa intelligente perché ora funziona molto meglio, anzi, fa praticamente tutto da solo; le diverse sezioni si scambiano informazioni a vicenda e, quando hanno bisogno di un mio intervento per supervisionare qualcosa, fanno squillare il cellulare che emette dei suoni differenti a seconda del computer interessato, oltre agli avvisi luminosi tramite quei pulsanti: capita che sono molto preso da qualche lavoro e le luci possono sfuggirmi, ma il cellulare non posso fare a meno di sentirlo. – Fred appariva orgoglioso del proprio operato, anche se continuava ad avere stampata sulla faccia quell’espressione stralunata, – In questo modo sono riuscito a controllare il traffico dei vari sistemi di trasporto, il programma mi invia i dati e io posso smistarli e rimandarli ai loro server con le poche correzioni di cui hanno bisogno e tutto fila a meraviglia, niente ritardi, incidenti, guasti…»

«L’hai venduto?»

«Naturalmente o non dovrei stare qui giorno e notte; però riesco a gestire tutto da solo: sono riuscito a creare una cosa fantastica, stento a crederci io per primo.» L’uomo sorrise, il suo sguardo era allucinato.

Nicole e Manuel si scambiarono un’occhiata rapidissima, quel che Fred diceva non era vero e lo sapevano entrambi.

«Ma lui ti parla?» domandò ancora il ragazzo accennando al programma e al cellulare.

«Non dire idiozie, Manuel, i programmi non parlano, non sono persone; è vero che fa squillare il cellulare anche quando non ce n’è bisogno, ma te l’ho detto, è un programma intelligente e gli piace scovare frequenze su cui poi manda impulsi, tutto qui, è un gran giocherellone.»

Manuel impallidì, Nicole non capiva niente.

«Pensi che potrebbe “divertirsi” a scovare le frequenze di qualsiasi rete telefonica?»

«Certo, se volesse potrebbe collegarsi con tutte le reti wireless. Te l’ho detto, ho creato un programma intelligente.»

Questa volta Nicole comprese.

«Sei davvero in gamba, Fred, sono contenta di averti conosciuto. Però credo che dovresti dormire almeno un poco: anche se puoi fare tutto da solo, si vede che sei stanco morto; io e Manuel possiamo occuparci del programma al posto tuo finché non ti sarai riposato, non ti devi preoccupare di niente.»

«Non se ne parla! – scattò l’uomo, – Non è che sia di per sé una cattiva idea, ma il programma è complicato e sarebbe pericoloso lasciarlo nelle mani di chi non lo conosce; e poi reclama continuamente la mia presenza, non mi lascia allontanare neppure per un attimo, se ci provo, fa squillare il cellulare come un forsennato. Quando vado a prepararmi qualcosa da mangiare è un tormento, riesce a tollerare la mia assenza solo il tanto sufficiente a mandar giù un boccone, se poi provo ad addormentarmi, succede il finimondo, a parte il fatto che, le poche volte che ci ho provato, non ci sono riuscito, come se il desiderio sparisse improvvisamente e il cervello andasse in iperarousal

Da quando avevano iniziato quella conversazione priva di senso, era la prima volta che l’uomo distoglieva lo sguardo dallo schermo, i suoi occhi erano sbarrati e le pupille dilatate.

Il cellulare squillò.

«Lascia perdere, non rispondere, sei stanco; tu e il programma giocherete più tardi, quando ti svegli.» Nicole staccò il cellulare dalla presa che lo collegava ai computer e lo spense.

«No, no! – esclamò Fred allarmato, – se lo spegni e si verifica un guasto, c’è il rischio che non ve ne accorgiate!»

«Lo riattacco subito, Fred, il tempo che ti si spenga il cervello, ti addormenti e lo ricollego. Fidati.»

«Mostrami quel che devo fare e ti accompagno a letto. – aggiunse Manuel, – Solo una mezz’ora, Fred, il tempo di un riposino.»

Per quanto riluttante e con lo sguardo terrorizzato come se si aspettasse la fine del mondo da un momento all’altro, forse vinto dalla stanchezza che l’aveva prosciugato, l’uomo capitolò e spiegò a entrambi alcune cose che lui definì essenziali, quindi lasciò che l’amico lo prendesse sottobraccio e con lui si diresse ai piani superiori.

Manuel fece l’occhiolino a Nicole e, mentre si allontanavano, Fred continuò a borbottare che dovevano svegliarlo subito, che doveva riposare solo dieci minuti o sarebbe accaduto il peggio; l’uomo sembrava una bambola di stracci a fianco dell’alto e robusto ragazzone.

Nicole li raggiunse con una boccetta in mano: «Tieni, dagli queste, anche quaranta o cinquanta gocce non gli faranno male, l’importante è che dorma sodo e a lungo.»

Il ragazzo annuì e lesse l’etichetta: Alprazolam.

«Le porto sempre con me nel caso avessi forte ansia, poi finisco col non prenderle mai.»

Manuel ficcò la boccetta in tasca e sparì con Fred oltre le scale.

Rimasta sola, Nicole rimase perplessa a fissare lo schermo del PC.

«Alla faccia della “fedele bestiolina”! Hai fatto andare fuori di testa anche lui, bastardo, ma come hai fatto? E io che credevo che fosse fantascienza! L’hai tenuto sotto controllo per due mesi tramite il cellulare, facendogli credere quel che volevi tu, o meglio, quel che lui voleva credere, cioè che il suo programma fosse una trovata geniale e che l’avesse venduto a chissà chi… E magari l’avrebbe perfezionato e venduto sul serio se tu non ti fossi intromesso. E ora che facciamo? Basterà staccare la spina?»

Nicole parlava da sola, lei parlava sempre da sola quand’era in difficoltà, le serviva per rilassare i nervi.

«Non credo, per riuscire a provocare tanti danni, il programma deve essersi modificato… Non lo so con certezza, ma Fred deve aver fatto qualcosa per cui, o il programma ha contratto un virus, oppure si è trasformato in un virus; in entrambi i casi si è ormai installato su chissà quanti computer e server e non basterà staccare la spina, bisogna distruggerlo da qui. – Manuel era tornato, – Dorme sodo come un infante.» La rassicurò.

«Ma se quel maledetto coso ha messo radici dappertutto, come facciamo? Anche se tu riuscissi a disinstallarlo qui, resterebbe comunque altrove e non risolveremmo proprio nulla. Forse è meglio avvisare la polizia informatica.»

Il ragazzo non rispose subito.

«Potrebbe esserci una possibilità. Se il virus ha avuto bisogno di condizionare il suo creatore e di tenerlo sempre sveglio e operativo, vuol dire che necessita continuamente di dati che lo tengano attivo, può essere che ci sia qualcosa, una falla nel linguaggio dove si possa agire.»

«Per me è arabo.»

«Senti, facciamo così, hai visto anche tu che Fred non è un delinquente, un terrorista e che non si rende conto del casino che ha combinato; d’accordo, è un hacker, un hacker talmente bravo da aver creato un virus intelligente che sta mandando fuori di testa lui e mezza Parigi ma, se lo denunciamo, per lui è finita.»

«Sempre ammesso che non lo chiudano in un bel reparto psichiatrico fatto apposta per lui natural durante. Che hai in mente?»

«Voglio provarci, voglio provare a cercare i punti deboli di questo dannato programma virus e a vedere se riesco a farlo fuori agendo soltanto sui server madre; se non ce la faccio, chiamiamo la polizia informatica e ci penseranno loro. Ci stai?»

«D’accordo. Come farai a disinstallarlo? Usi un antivirus?»

«Non esiste un antivirus per questa roba; dovrò inserirmi nella struttura del programma, trovare il virus e neutralizzarlo.»

«Fantascienza!»

Nicole lo lasciò lavorare.

«A che punto sei?»

«A un punto morto, che ore sono?»

«Le 23,25, quanto tempo pensi che ti occorra?»

«Non lo so, il fatto che Fred abbia suddiviso il programma rende tutto più complicato, potrebbero servirmi giorni.»

«Andiamo bene! Vado a vedere se trovo qualcosa da magiare e a controllare il nostro scienziato pazzo.»

Le ore trascorsero.

«Nicole!» la voce di Manuel era un insieme di sorpresa e paura insieme.

«Che succede?»

«Vieni e guarda, mai visto niente del genere; il programma si è trasformato in blocco in un virus, non so come sia successo, ma sono certo che si tratti di un virus mutante, cioè che sia cambiata la sequenza di alcuni dei codici con cui era stato ideato, ma la cosa sorprendente è che questi codici gli permettono di funzionare da solo, voglio dire che ha una sua autonomia, riesce a fare quello che vuole…»

«Stai cercando di dirmi che è un virus intelligente capace di decidere per conto suo di fare tutti i casini che ha combinato? Questa è fantascienza, Manuel, non realtà, questo coso sta facendo andare fuori dalla grazia di dio anche te.»

«Piantala di parlare per pregiudizi, Nicole, hai mai sentito parlare di Intelligenza Artificiale?»

«Naturalmente, ma non mi risulta che le ricerche siano arrivate al punto da permettere a una macchina di decidere per conto proprio di far impazzire la gente o di provocare infarti!»

«Solo perché queste notizie non vengono diffuse, e poi non sto dicendo che il programma, o la macchina, come la chiami tu, sia consapevole di quel che sta facendo e neppure di se stessa; sto dicendo che le parti

mutate del programma hanno bisogno di estendersi e di impiantarsi altrove, come se stessero cercando nuove strade per esprimersi…»

«Ne parli come se avesse un’anima.»

«Perché? Il virus dell’influenza ha forse un’anima che sceglie di far ammalare un sacco di gente? No, è nella sua natura di virus mutante, replicante e infettante, questo programma virus sta facendo la stessa cosa: dove va a parare, cellulari, treni o quello che ti pare, e gli effetti che determina sono del tutto casuali, legati al fatto che muta di continuo, che dà istruzioni ad altri programmi che finiscono con alterare le onde elettromagnetiche emesse dalle reti cui si collega, non c’è nessuna volontà, agisce così per come è stato strutturato. Non credo che Fred si sia accorto di quel che stava facendo, non so come ci sia riuscito e neanche che tipo di codici e informazioni abbia inserito; non è improbabile che abbia avuto qualche brillante intuizione…»

«Che gli è sfuggita di mano… Indubbiamente tutto questo mi è davvero di grande conforto!»

Non l’avrebbe mai ammesso, ma Nicole aveva paura di quel qualcosa che sfuggiva a ogni controllo.

«Infatti, però una falla c’è: il programma ha bisogno che gli vengano immessi dati per continuare a funzionare come si deve, non è completamente indipendente. Ha bisogno di Fred, e questa è la parte davvero inquietante. – il giovane fece una pausa, – Forse è stata una casualità, ma il programma si è collegato al suo cellulare modificandone le onde elettromagnetiche emesse, oppure è stato Fred a collegarlo per i motivi che ci ha spiegato prima, e quelle onde elettromagnetiche hanno alterato il suo funzionamento cerebrale impedendogli di capire quel che stava succedendo, senza permettergli di interrompere la trasmissione dati: una volta compreso il meccanismo, il programma ha continuato a ripetere la stessa azione… per sopravvivere.»

Silenzio.

«Se fosse così…»

«Intelligenza Artificiale con possibilità di diventare autonoma, una iniziale presa di coscienza di sé… di esistere come entità. Ho letto qualcosa qui e là, pare che si utilizzino degli algoritmi di apprendimento e di Back-propagation per crearla, Fred poteva esserne a conoscenza e averli usati per rendere il programma più efficiente.»

«E c’è riuscito; pensi di poter far qualcosa?»

«Devo individuare tutte le parti mutate e modificare i codici in modo da neutralizzarle.»

«Come cercare un ago in un pagliaio?»

«Non proprio; la cosa più difficile è che non conosco il linguaggio usato da Fred, provo a cambiare i codici usando un linguaggio diverso, spero che funzioni.»

«Che intendi dire?»

«Si tratta di un programma con istruzioni di una logicità perfetta, voglio vedere che succede se gli do istruzioni opposte, istruzioni illogiche.»

Nicole si sporse verso il server come fosse una persona vera di cui poter osservare le reazioni.

«Immagino che ci vorrà un sacco di tempo, io posso darmi per malata, ma tu?»

«I miei sanno che sono da un amico, non mi aspettano prima di domani sera.»

«Nel frattempo dobbiamo neutralizzare anche il tuo amico, vado a controllare.»

Albeggiava, Nicole non era riuscita a chiudere occhio. L’inquietante consapevolezza di quella macchina che poteva funzionare per conto proprio e il pensiero di Fred e di quel che sarebbe potuto accadere quando si fosse svegliato, l’avevano caricata di tensione. Per quanto fosse certa che, nel caso, Manuel sarebbe stato in grado di bloccare eventuali tentativi dell’amico di rimpossessarsi della sua preziosa consolle di lavoro, la cosa avrebbe comunque rappresentato un problema e rallentato la soluzione… ammesso che ci fosse una soluzione.

Per fortuna Fred non accennava a svegliarsi, forse anche merito delle cinquanta gocce che gli avevano somministrato, e comunque, nel caso, altre cinquanta non gli avrebbero fatto male.

Andò al piano di sopra, accese il televisore e cercò un notiziario: era dalla mezzanotte che non si registravano casi di gente andata fuori di testa. Spense e volò di sotto a dare la notizia a Manuel.

«Meno male! Non voglio farmi illusioni, ma penso di essere sulla strada giusta, nel senso che il programma sta perdendo stabilità, è come se, con le nuove direttive, non sapesse più esattamente cosa fare, però è ancora attivo e cerca di sfuggire mutando ulteriormente, è come se fosse consapevole di essere a un passo dalla fossa e resistesse con tutte le potenzialità che possiede. Questo programma è insieme una tragedia e un miracolo. Se penso a quel che potrebbe fare se riuscisse a collegarsi alle reti di comunicazione dei mass media, mi vengono i brividi.»

«Potresti provare a frammentarlo.» Osservò Nicole.

«Cioè?»

«Hai detto che funziona come un virus biologico, quindi i codici della sua struttura possono essere paragonati a quelli del DNA degli esseri viventi: se il DNA di questi viene frammentato, l’essere per come lo

conosciamo non esiste più; potresti provare, al massimo sarà una perdita di tempo.»

«Non ci avevo pensato ma la cosa ha una sua logica, ci provo.»

Durante le ore successive, Nicole gli rimase a fianco con gli occhi incollati allo schermo, entrambi inconsapevoli dei rumori che venivano dall’esterno e che ormai era mattina inoltrata; dal suo punto di vista, era come assistere a una partita giocata fra il ragazzo e il computer, dove avrebbe avuto la meglio chi fosse stato più veloce. Manuel aveva frammentato ulteriormente il programma ma, ogni volta, la macchina lo batteva sul tempo nell’elaborare nuovi codici che andavano a unire le parti separate, finché Manuel non trovò una sequenza contro la quale il programma non sapeva reagire e, da quel momento, fu veramente una gara a chi faceva prima a inserire i pezzi mancanti, se lui o la macchina.

«Non sono sicuro, ma credo di essere vicino a disabilitare il programma!» esclamò Manuel entusiasta.

«Non mi sembra vero!» gli fece di rimando Nicole che non ne poteva più dalla stanchezza.

«Mano a mano che inserisco i nuovi codici si indebolisce, perde aggressività ed è più lento, come se fosse moribondo.»

«Sei certo che non potrebbe entrare nuovamente in funzione e ricominciare a fare danni?»

«Assolutamente… Vai! Ultimo codice inserito, adesso è innocuo, ti ho conciato per le feste, maledetto!»

Si abbracciarono per la gioia, la donna e il ragazzo, due generazioni che erano state capaci di fidarsi l’una dell’altra.

«Quando Fred tornerà in sé, gli spiegheremo la situazione e lui saprà cosa fare, nel frattempo, ci penserò io a tenere d’occhio tutto quanto.»

«Sei in gamba, Manuel.»

«Anche tu, Nicole.»

«Adesso, però, dobbiamo pensare a Fred, ha bisogno di cure e potrebbe impiegarci un sacco di tempo per rientrare in possesso delle sue facoltà mentali… Senza dimenticare che, almeno da come ho visto ridotto il

mio amico Maurice, potrebbe parlare a tutti del suo fantastico programma e, in tal caso, da qui ad arrivare a lui come possibile artefice dei disastri di questi mesi, il passo è breve…»

«Dici che potrebbe avere guai con la legge?»

Nicole gli rivolse un’occhiata significativa.

«Ha bisogno di cure…»

La donna non rispose subito: «Forse un amico potrebbe aiutarci.» sentenziò alla fine.

Jacques Borot entrò nel salotto dove Nicole e Manuel aspettavano, tesi entrambi come corde di violino. Lo psichiatra lanciò loro uno sguardo divertito.

«Il vostro amico ne avrà per un pezzo, dovrà fare delle fleboclisi a base di aloperidolo ogni giorno, finché comincerà nuovamente a ragionare, poi si potrà passare alla somministrazione per OS e, infine, ridurre gradualmente i dosaggi mano a mano che tornerà coi piedi per terra: ma un mese di cure, minimo, non glielo toglie nessuno. In seguito vedremo come comportarci, è troppo presto per fare ipotesi.»

I due continuavano a guardarlo con occhi sgranati, lui rise.

«Se voi siete terrorizzati dalla situazione, vi assicuro che io non lo sono da meno, sto violando la legge almeno quanto voi omettendo quel che so, neanche il giuramento di Ippocrate mi potrebbe salvare se si venisse a sapere…»

Tacque.

«Perché hai accettato, Jacques? – gli domandò Nicole, – ti avevo avvisato che potevi trovarti nei guai.»

L’uomo si strinse nelle spalle, com’era suo solito.

«Per deontologia professionale, per umanità, non saprei. Verrò a visitarlo tutti i giorni, però avete bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui.»

«Ho rintracciato suo fratello.» Lo rassicurò Manuel.

«Allora è tutto a posto, domani voglio incontrarlo in modo da spiegargli l’indispensabile affinché la situazione rimanga sotto controllo e nessuno abbia guai. Comunque avete fatto un ottimo lavoro, i miei

complimenti a entrambi: niente più infarti, crisi allucinatorie o deliranti, le cose stanno tornando nella norma e, tra qualche tempo, tutto sarà dimenticato. L’importante è che il nostro amico prenda consapevolezza di quel che ha fatto e che non si lanci in altri esperimenti con l’Intelligenza Artificiale, di guai ne ha combinati abbastanza, per non parlare delle persone decedute. Ma, poiché anche lui in fondo è una vittima di quel che ha creato, la denuncia non mi sembra la soluzione migliore.»

Borot se ne andò lasciandosi dietro la scia della sua capacità di comprendere.

«Vuoi davvero rinunciare allo scoop, Nicole? – domandò Manuel quando rimasero soli, – Poteva essere un articolo bomba.»

Nicole si strinse nelle spalle: «Non ho più voglia di essere indifferente, di andare così veloce da dimenticare l’umanità di chi mi circonda e, questa volta, accidenti se la vita mi ha messo di fronte ai vari risvolti morali e umani che una situazione può avere, e con tutti i dubbi che essi comportano. No, decisamente mi rifiuto di capitolare all’ultima trovata tecnologica: la velocizzazione della vita. – sorrise nel vedere l’espressione del ragazzo che non poteva capire, quindi disse riprendendo un tono allegro, – E poi, trovare ogni risposta e svelare qualsiasi mistero toglie il sale della vita, oltre a rendere tutto troppo scontato; lasciamo che chi di dovere non ci dorma ancora per qualche tempo su questa storia, e non rinfocoliamo l’idea di essere a due passi da un’Intelligenza Artificiale che ci renderà più semplice l’esistenza. Non credo che i tempi siano maturi.»

 

dello stesso autore      maria lidia petrulli Il volto segreto di Gaia

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