La nostra dolce signora del tango

di Giuseppe Marotta

    Ci sono parole che ti rimangono dentro, come le musiche, gli odori, i dolori. Ci sono ricordi che non ti lasciano più. Ci sono voci, ci sono volti, ci sono corpi che affiorano nella mente improvvisi, come i cartelloni pubblicitari sui cigli delle strade quando guidi veloce. E ci sono gesti che difficilmente scordi. Perché in fondo noi siamo le parole che diciamo, le musiche che ascoltiamo, gli odori che emaniamo. Noi siamo i dolori che proviamo, le voci che sussurriamo, siamo i volti che guardiamo, i corpi che abbracciamo. Noi siamo i gesti che facciamo e i ricordi che non dimentichiamo. Ed è per questo forse, che da un po’ di tempo mi scopro a pensarla. E quando accade, mi chiedo spesso: ma quanto tempo è trascorso dalla sua ultima corsa nelle nostre braccia? Quindici anni? O forse no. Forse quindici anni li avevamo noi, allora. E sì. Autunno 1980: è stato proprio in quell’anno che io e Gennaro l’abbiamo incontrata: la nostra dolce signora del tango.    

Approdò in paese a bordo di una vecchia Cadillac, guidata da un signore alto e distinto, cinquant’anni appena, coi baffetti neri e curati e un sorriso alla Clarke Gable. E per noi due, che allora ci divertivamo ad appiccicare nomignoli a tutti, quel signore alto e distinto divenne subito: Zorro.

«Beato Zorro» dicevamo tra noi «che ci balla sempre insieme.»

Zorro. Zorro senza spada, faceva roteare nel tango la nostra dolce signora, come una frusta in mano a un domatore.

«E’ l’uomo che conduce, non c’è verso. E’ lui che decide e lo fa spesso» sentimmo dirgli un giorno. E poi un altro giorno ancora: «Il tango è un sentimento triste che si balla lento.»

E sì. Zorro parlava proprio così, dava lezioni di vita, usando rime imperfette.

*

   Com’era bella la nostra dolce signora del tango. Bella! Come è bella l’acqua del mare al mattino. Bella, come l’idea del nonno di Gennaro di darle in affitto, quando approdò in paese, la sua vecchia falegnameria oramai in disuso. Mi ricordo, era settembre. Settembre del 1980, e l’aria giù da noi in quel periodo era corposa e tiepida, come il latte appena munto. E in quell’aria noi trascorrevamo pomeriggi interi prigionieri dell’ozio. Quell’ozio che cattura i quindicenni, annullandoli. E io e Gennaro in quel periodo non c’eravamo. Noi ciondolavamo da un baretto all’altro tracannando birre e sambuche, senza risparmio. E talvolta impugnavamo spade, per bucarci le vene: noi, in quel tempo, eravamo lì lì per perderci.

Così quando sentimmo per la prima volta quella musica lieve, quella milonga triste che arrivava proprio da lì: dai finestroni della vecchia falegnameria, da dove, fino a qualche mese prima, giungevano solo stridori di seghe elettriche e pialle gigantesche; da dove scorgevamo solo uomini impolverati e stanchi, che intristivano così tanto Gennaro, mio amico di sempre; Gennaro che tremava all’idea che prima o poi sarebbe toccato anche a lui essere lì, immerso in quella polvere, a segare tronchi, ad assemblare mobili, capimmo. Sì, allora capimmo, quando per la prima volta udimmo quella musica struggente, che forse anche per noi due c’era ancora una speranza. E quella speranza si chiamava, tango.

*

  Era la prima volta che vedevamo ballare un tango. Era la prima volta che vedevamo una signora così bella ballare un tango. La prima volta che vedevamo un uomo e una donna guardarsi intensamente negli occhi, capirsi senza parlare e poi ballare.

Ammiravamo i loro corpi, incantati. Zorro, domatore imponente, vibrava colpi decisi, colpi potenti. E la dolce signora ci stava. Sembrava subisse indifesa, ma poi riattaccava, indomita e fredda tra la vita e la morte. Ammiravamo il suo corpo di seta, il suo corpo di seta bruna, come un sogno che ti appaga. La nostra dolce signora del tango, la nostra dolce signora speranza. E sì, dopo un po’ cominciammo a chiamarla proprio così: la nostra dolce signora speranza. Speranza di sognarla. Speranza di toccarla. Speranza di parlarle. «E ogni giorno, poteva essere quello giusto» ci dicevamo.

E ogni giorno correvamo furtivi, come gatti inquieti, fino alla finestra della vecchia falegnameria per vederla ballare. E ci stavamo per ore. Ci stavamo per ore, senza parlare. Per ore, dietro quel finestrone, ammutoliti e nascosti fantasticavamo sconcezze.

*

     Com’era bella, la nostra dolce signora del tango.

Bella! Come è bella la mamma al bambino impaurito che non riesce a dormire. Bella come quella sua musica lieve che, ogni volta, ci accarezzava il cuore.

Di iscriversi al suo corso, neanche a parlarne. Non tenevamo mezzo lira, in due. E lei era troppo dolce per due cani scalcagnati come noi. Per un po’ la lasciammo stare.

«Non le parleremo mai!» protestava Gennaro e io lo guardavo, lo guardavo e ridevo.

«Che sarà mai!» rispondevo, per darmi coraggio.

Passammo molti pomeriggi davanti ai finestroni della vecchia falegnameria per vederla ballare: lei, Zorro e un gruppetto di allievi, si radunavano lì dentro per pomeriggi interi. E noi due fuori, sui montarozzi di terra che sovrastavano le finestre della sua milonga. Sporgevamo la testa oltre il montarozzo, facendo forza sulle cosce per non cadere e in quella posizione, cominciavamo a sognare.

*

    Era un venerdì di marzo, quando accadde. Un venerdì di marzo del 1981. E il ricordo mi giunge chiaro, come un film appena visto. Io e Gennaro eravamo appena giunti sul montarozzo che ci ospitava da tempo. E non so chi di noi due, diede un calcio a quella pietra: Gennaro ha sempre negato e io pure non posso dire di essermi accorto di averla calciata. Comunque sia, quel sasso squarciò il vetro della tangheria colpendo sul piede la nostra dolce signora del tango. Rimanemmo di stucco. Ci sporgemmo appena per guardare il disastro, e fu lì che incontrammo il suo sguardo, il suo sguardo furente che ci fissava immobile. Decidemmo di issare bandiera bianca. Scendemmo dal montarozzo e le andammo incontro.

«Ci scusi signora» disse Gennaro. «Ci scusi tanto» aggiunsi io. «Non volevamo».

«Non voglio sentir niente» disse lei «se vi piace il tango accomodatevi pure, non amo essere spiata».

«Ci scusi ancora signora» risposi.

«Niente scuse» replicò «O dentro o fuori».

*

    Fu così che iniziammo la nostra avventura nel tango. Fu così che conoscemmo la nostra dolce signora. Fu così che la speranza di parlarle, di toccarla, di abbracciarla, di due quindicenni scalcagnati e malridotti come noi, divenne certezza.

Da quel giorno trascorremmo molti pomeriggi all’interno della vecchia falegnameria, io, Gennaro, Zorro e la nostra dolce signora. Pomeriggi interi a ballare tango, pomeriggi interi a fermare la sua corsa tra le nostre braccia.

Perché il tango è così, consente a un uomo e a una donna di abbracciarsi, di avvicinarsi, di scoprirsi. Per me e Gennaro, il tango significò salvarsi. Salvarsi dall’inferno che avevamo dentro: impugnavamo spade per bucarci le vene prima che entrassimo in quella milonga a ballare il tango; eravamo lì lì per perderci e invece ci ritrovammo, grazie alla nostra dolce signora del tango.

La nostra dolce signora del tango che ci diceva sempre: «El tango es como la vida – Il tango è come la vita. Perché lo puoi ballare come vuoi: in maniera elegante, sensuale o triste. Dipende da come stai. Quando balli il tango ti dimentichi del mondo. E’ solo lo spazio attorno a te che conta. Sei qui ora, e questo basta per ballare il tango. Sei qui ora e questo basta per poter vivere. El tango es como la vida»

*

    La nostra dolce signora del tango partì da sola a bordo della vecchia Cadillac qualche anno dopo. Era una mattina fredda di gennaio del 1988. Qualche mese prima, Zorro era stato colpito da un infarto e c’era rimasto. Io e Gennaro apprendemmo la notizia durante il servizio militare. Ci dissero che la nostra dolce signora per un po’ aveva cercato di continuare le lezioni di tango, ma poi s’era arresa. Andò via promettendo di fare avere presto sue notizie, ma da allora nessuno di noi due ha mai più saputo nulla di lei.

 

Dello stesso autore:    giuseppe marotta E i bambini osservano muti

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