Ordinaria manutenzione

di Susanna Raule  // [Commissario Sensi #12]

Il commissario Ermanno Sensi non amava la natura. Non la detestava nemmeno, finché non era costretto a starci dentro, ma i paesaggi suggestivi e selvaggi non lo coinvolgevano, le meraviglie incontaminate di campagna, montagna o mare lo lasciavano indifferente e la primavera gli procurava dei picchi ormonali di natura strettamente urbana.

Purtroppo, però, la gente aveva la nefasta tendenza a morire nel verde.

Era un fenomeno ben documentato. Se gli omicidi avvenivano per lo più nel comfort di un’abitazione privata, le morti accidentali capitavano quasi per definizione in posti scomodi da raggiungere, umidi e in cima a una salita.

La vittima di quel giorno non faceva eccezione. Fabio Parisi era morto su una scarpata fangosa in prossimità del fiume Vara. Per raggiungere il luogo del decesso era necessario attraversare un’area sconnessa e disagevole, inoltrarsi tra canneti e cespugli, affondare nel terreno ancora fradicio dopo l’ultimo acquazzone e arrampicarsi su per un pendio sdrucciolevole.

Come se non bastasse, Fabio Parisi aveva avuto anche il cattivo gusto di tirare le cuoia alle sette del mattino, poco dopo l’alba.

Naturalmente, perché la notizia raggiungesse il commissario c’era voluto un po’ di tempo, ma non abbastanza. Il corpo era stato scoperto quasi subito, purtroppo. Poi era intervenuto un agente della Guardia Forestale, era stata contattata la polizia, la polizia si era messa in moto, era stata avvertita la squadra mobile di competenza, erano state fatta una serie di lancinanti telefonate mattutine, erano stati convocati un po’ di ispettori a casaccio e, alla fine, quando era stato evidente che nessuno sarebbe riuscito a schivare quel caso, era stato avvisato anche il commissario.

Come a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo era un mistero. Nei suoi anni come capo della squadra mobile spezzina, Sensi aveva fatto di tutto per dimostrarsi un nullafacente vestito male e dal pessimo carattere. Era chiaro che la sua cattiva reputazione non era più quella di una volta, se avevano pensato di scomodarlo per un incidente di caccia. Eppure era certo di non essersi mai mostrato zelante, appassionato o anche solo mediamente produttivo.

Nonostante questo, adesso Sensi si trovava con gli anfibi pieni di fango ad arrampicarsi su una scarpata sdrucciolevole, alle dieci del mattino e con ben poche speranze di tornare alla civiltà in tempi ragionevoli. Un tempo ragionevole sarebbe stata una frazione di secondo, per esempio.

«Quanto manca?» ripeté, per la terza o la quarta volta, continuando a seguire il didietro dell’ispettrice Riu su per il pendio.

L’ispettrice non si voltò nemmeno. «Poco» borbottò, come se il commissario fosse un bambino piccolo. E tanto Sensi non amava la natura, tanto la Riu non amava l’infanzia.

«Poco quanto?» chiese, subito dopo, l’altro, con voce querula.

«Vedo delle persone» rispose l’ispettrice.

 

Le persone che vedeva l’ispettrice vedevano lei a loro volta: una donna-poliziotto abbronzata, atletica e con la mascella squadrata. Subito dopo, videro anche un ragazzo magro, vestito completamente di nero, con i capelli lunghi e l’espressione sofferente. Ancora dietro, c’era un uomo biondo con tutta l’aria del poliziotto.

Il ragazzo magro vestito di nero si accostò all’albero vicino al quale erano stati radunati i civili e cercò di pulirsi gli anfibi sopra un ciuffo d’erba, con risultati mediocri. Guardandolo da vicino, però, si notava che non era un ragazzo, ma un uomo sui trentacinque, forse qualcosa in più.

L’uomo sui trentacinque vestito da scemo si avvicinò al sovrintendente Bianchi del corpo forestale e gli mostrò un tesserino, senza parlare. D’altronde, stava ancora boccheggiando per la salita.

«Lei è un commissario?» fece il sovrintendente Bianchi, senza riuscire a nascondere l’espressione perplessa.

«E lei è uno travestito da guardia forestale o ha un documento di riconoscimento?» ringhiò l’altro, non appena ripreso fiato. Ma poi fece un gesto con la mano come a dire che non aveva importanza. «Dove sarebbe il cadavere? E chi sarebbero queste persone?».

Bianchi sembrò vagamente imbarazzato e interruppe a metà il gesto di tirare fuori il tesserino. «Il cadavere è laggiù. Non ho fatto avvicinare nessuno. Queste persone sono i compagni di caccia del defunto e le rispettive mogli».

L’uomo vestito di nero, il commissario Sensi, voltò la testa verso il gruppetto di persone. C’era un uomo rubizzo sulla cinquantina e quella che doveva essere sua moglie, con addosso un’incredibile felpa fucsia. Poco distante, c’era un ragazzo di poco più di vent’anni, che singhiozzava come un bimbo. La ragazza accanto a lui cercava di consolarlo, ma senza molto impegno. Al contrario degli altri, era vestita decisamente da città: scarpe col tacco, jeans e giubbottino di pelle nera aderente.

«Capo, interroghiamo i testimoni?» chiese l’uomo biondo con l’aria da poliziotto, Mainardi, alle spalle di Sensi. Sembrava essersi finalmente ripreso dalla salita. L’unica a non averne sofferto, ovviamente, era la Riu, che si guardava intorno con aria truce, ma senza una goccia di sudore in fronte.

Sensi lanciò un’occhiata a Mainardi, poi spostò lo sguardo sugli agenti in divisa che stavano risalendo la scarpata. Là in fondo, da qualche parte, doveva esserci il medico legale.

«No, diamo prima un’occhiata al cadavere» decise. «Se arriva il patologo inizierà a strillare di non avvicinarsi e perderemo degli anni».

Mainardi annuì entusiasta, la Riu sembrò sul punto di protestare, ma desistette. Forse tutta quella natura incontaminata era troppo anche per lei.

Bianchi li guidò lungo una sorta di traccia fangosa, raccontando del suo fondamentale apporto alle operazioni senza che nessuno glielo avesse chiesto.

«È un po’ strano» disse. «Quando sono arrivato, accanto al corpo c’erano i due compagni di caccia. Uno è il figlio della vittima, povero ragazzo. Lui, il padre e l’amico erano soci in una ditta di materiale edile. Nessuno dei fucili ha sparato. Nel fango ci sono solo le impronte di quei due, che mostrano che hanno corso verso il cadavere… dicono di non averlo spostato, e ci si può credere. Su questo terreno resta ogni traccia. Ma se nessuno ha sparato, come ha fatto Parisi a prendersi una fucilata in pieno petto?».

Sensi lo ignorò. Riguardo al terreno, la guardia forestale probabilmente aveva ragione. A ogni passo i suoi anfibi producevano uno sgradevole risucchio e lasciavano un’orma ben definita. Non che Sensi fosse un esperto di orme – o di qualsiasi altro dettaglio forense utile nelle indagini – ma fin lì poteva arrivarci anche lui.

Il corpo comparve poco dopo. Era al centro di un’area brulla e fangosa, contornata da ciuffi d’erba e cespugli. Era steso sulla schiena in posizione scomposta, con le braccia abbandonate nella mota.

Indossava un giaccone verde militare e dei pantaloni pieni di tasche. Il giaccone aveva una macchia rosso scuro all’altezza dello sterno. Accanto a lui, vicino alla mano destra, c’era un fucile dall’aspetto di un giocattolo.

Come volevasi dimostrare, a Sensi le orme nel fango accanto al cadavere sembravano solo orme di qualcuno che avesse scalpicciato nel fango.

C’erano le impronte di qualcuno che correva, forse due persone e delle tracce più piccole, probabilmente canine. Poi c’erano un casino di altri segni, forse casuali o forse no.

«Ho scattato delle fotografie» si senti in dovere di precisare Bianchi.

«Le posti su Facebook» replicò Sensi, avvicinandosi al corpo. Be’, che fosse morto si capiva a prima vista. E anche sulla causa della morte c’erano pochi dubbi. La giacca era davvero fradicia di sangue.

Sensi si inginocchiò accanto al corpo, si infilò un paio di guanti di lattice e rimosse sommariamente i numerosi strati di abbigliamento dell’altro.

Quando, alla fine, sollevò la canottiera riuscì a distinguere la ferita. O, per essere più precisi, le ferite. Il torace dell’uomo era bucherellato come un pezzo di formaggio.

«Che cos’è che stavano cacciando, questi tre?» chiese Sensi, ricoprendo il cadavere. Già così le urla del medico legale si sarebbero sentite fino in città. Raccolse il fucile, lo osservò, controllò le cartucce, annusò la canna e lo rimise al suo posto.

«Beccacce» rispose Bianchi.

Il commissario non aveva idea di come fosse fatta una beccaccia, ma era piuttosto sicuro che fosse un uccellino lungo una trentina di centimetri. «E per abbattere una beccaccia è necessaria questa potenza di fuoco?».

Bianchi scosse la testa. «Si dà per scontato che non tutti i pallini centrino il bersaglio.Vede? Sono munizioni a dispersione».

Sensi distolse lo sguardo dal cadavere per posarlo sui suoi ispettori. La Riu sembrava sul punto di dire chiaro e tondo che cosa ne pensava di chi va in giro a uccidere animaletti indifesi, Mainardi aveva assunto la tipica espressione stolida di chi attende l’evolversi degli eventi.

In quel momento emerse dalla scarpata il medico legale, ansimante, scarmigliato e con una grossa borsa a tracolla. «Sensi!» urlò, per prima cosa, nonostante il fiatone, «mi ha già incasinato la scena del crimine?».

Sensi sorrise appena. «Mi conosce» mormorò. Poi ordinò all’ispettore Mainardi di assistere il dottore e si eclissò più in fretta che poteva.

 

«Adesso mi spieghi che cosa è successo» disse alla guardia forestale, un attimo dopo. Stavano tornando verso l’assembramento dei testimoni.

Bianchi sembrò dimenticare di colpo le risposte sarcastiche che aveva ricevuto fino a quel momento dal commissario e, con espressione zelante, tirò fuori un taccuino.

Sensi, alla vista dell’oggetto, sospirò. Era sempre molto sospettoso verso i metodici. Un metodico badava solo ai dettagli e i dettagli facevano perdere tempo.

«Dunque, questa mattina intorno alle sei, i tre cacciatori che rispondono ai nomi di…»

«…Qui, Quo e Qua» lo interruppe Sensi. Da uno col taccuino potevi aspettarti solo questo: dettagli inutili. «Sintetizzi, Bianchi».

L’altro fece un’espressione imbarazzata. Poliziotti cittadini, pensò. «Be’, sono venuti qua verso le sei e mezza, poi si sono divisi per la caccia. Ognuno aveva una zona. Il signor… mh, Quo, aveva quella zona laggiù, più vicina al corso d’acqua, il signor… Qua…»

«Ognuno aveva una zona, questo è chiaro. Quanto erano lontane tra loro queste zone?».

«Mah, qualche centinaio di metri».

«Sembra l’ideale per impallinarsi a vicenda».

Bianchi si strinse nelle spalle. Non era colpa sua se quei tre non erano cacciatori almeno decenti. Gente di città anche loro, ovviamente.

«In ogni caso, verso le sette Quo e Qua sentono un colpo di fucile. Pensano che Qui abbia sparato a un volatile, così non ci fanno caso. Ma il cane di Qua, Gringo…»

«Già, mi stavo giusto chiedendo dove fossero i cani» intervenne l’ispettrice. «Ho visto le impronte nel fango e…»

«Sì, c’erano anche dei cani, abbiamo visto tutti le loro orme» tagliò corto Sensi. «Sono fondamentali, nella sua narrazione, Bianchi?».

«Credo di sì, commissario. Il cane, Gringo, che per inciso è un setter inglese, ha iniziato a latrare ed è corso via. Gringo era il cane del defunto, ma per questa battuta lo stava usando il figlio».

«Quindi Parisi era senza cane?» chiese Sensi.

«No, Aveva un altro cane, con sé, Brezza, che però, al momento, è disperso. Gli altri due sono chiusi in macchina».

Sensi fece un gesto impaziente. «Quindi, Gringo si mette a ululare e corre via, il figlio della vittima gli corre dietro e trova suo babbo stecchito. È andata così?».

«Sì. Nel frattempo aveva chiamato l’altro compagno di battuta, l’amico del padre, che era accorso a sua volta».

«Ok. Le due signore dov’erano?».

«In macchina. Cioè: ognuna nella sua macchina».

«Quindi la moglie del figlio e la moglie dell’amico non si possono sopportare?».

«Veramente, non lo so».

Sensi, soddisfatto che finalmente l’altro non sapesse qualcosa, sorrise. «Molto bene. Vada a scoprirlo. O meglio, lo scopra lei, ispettrice. Io torno a valle».

 

Che Sensi li mollasse su un luogo del crimine perché si era scocciato non era proprio una novità, ma la sua uscita di scena, quel giorno, alla Riu era sembrata troppo veloce persino per i suoi standard.

Lo ritrovarono, quattro ore più tardi, nel suo ufficio perennemente in penombra, che beveva una Red Bull e cazzeggiava al computer. La sua scrivania era, come sempre, invasa di carte, per cui del commissario si vedeva poco più che la testa.

Sensi accolse i due ispettori con un’occhiata vaga, poi tornò a guardare il monitor. Nella stanza c’era uno strano odore, pensò la Riu. Come di cane bagnato.

«Commissario?» attirò la sua attenzione, richiudendosi la porta alle spalle.

«Avete arrestato tutti, spero?» rispose lui, distogliendo a malincuore lo sguardo da Torrent.

«Ovviamente no» disse lei, col viso inespressivo che voleva dire che disapprovava. Dato che disapprovava quasi sempre, Sensi non ci fece caso. «Ah, no?».

«No» confermò l’ispettrice «ma io credo che dovremmo arrestare l’amico della vittima. È piuttosto sospetto».

«E perché?».

L’ispettrice si fece, se possibile, ancora più inespressiva. «È l’unico che sa definire con precisione dove fosse al momento dello sparo».

«Mh. E si è capito da quale fucile veniva il colpo?» chiese Sensi, come se non gli importasse affatto. Probabilmente, pensò la Riu, era proprio così.

Mainardi fece un passo avanti. «Bisognerà aspettare le analisi. Ma i tre fucili erano tutti carichi e apparentemente non usati».

«Però, le tracce sul terreno escludono che si sia trattato di un quarto cacciatore» aggiunse la Riu.

«Ah, certo. Le utilissime tracce. Ora mi parlerà anche delle conclusioni del medico legale, suppongo».

«Be’, no. Esaminerà il cadavere la settimana prossima. Ha detto solo che è morto a causa di un colpo di fucile esploso a qualche metro di distanza. Probabilmente si è trattato di un calibro 12 come i tre trovati in situ».

«Dove saremmo, senza i patologi forensi?» sorrise il commissario.

«Io credo che mentre il figlio si allontanava con Gringo, l’amico della vittima sia tornato indietro e abbia ucciso Parisi. Poi si è allontanato di nuovo, per tornare quando l’altro l’ha chiamato».

«Ma il suo fucile non ha sparato» intervenne Mainardi, a cui le armi piacevano un casino. «Nessuno dei fucili l’ha fatto!».

Sensi e la Riu parlarono contemporaneamente.

«Fino a prova contraria» ringhiò l’ispettrice.

«E quindi?» chiese Sensi.

«Quindi dev’essere stato un quarto cacciatore, per forza. Forse ha camminato sui ciuffi d’erba».

«Forse volava» sbuffò Sensi. «No, guardi, crede che non ci abbia provato anch’io, a camminare sui ciuffi d’erba? Finisci comunque sul fango, che tu lo voglia o no».

«Forse era appostato su un albero!» esclamò Mainardi, felice di aver avuto un’idea così brillante proprio in quel momento.

Sensi inclinò la testa da un lato. «Molto bene. Torni a controllare, se ne è convinto».

«No, penso che non ci fosse nessuno, sugli alberi» cedette immediatamente Mainardi.

«Altre ipotesi?» chiese il commissario.

«Be’, potrebbe essere stato il figlio. Lo segue quando si separano, lo uccide, lascia passare qualche secondo e poi dà l’allarme. Però piangeva parecchio, sembrava proprio distrutto».

Sensi fece un sorriso sottile. «Mi creda, uccidere un padre non è mai indolore, neanche se l’hai ammazzato tu».

La Riu sbuffò. «Le tracce. Quei due sono arrivati di corsa. Prima il ragazzo, poi l’amico».

«Ispettrice, lei mi dà i brividi» commentò Sensi. «Mi dà i brividi che sia in grado di concludere qualcosa in base a delle orme incasinate nel fango.Va be’, abbiamo finito con Cluedo?».

La Riu mise su un’espressione offesa. «Commissario, capisco che questo caso non le interessi, ma dovrebbe…»

«…Dovrei finire di scaricare la discografia completa dei Red House Painters, sono d’accordo. Infatti lo stavo facendo, quando siete arrivati. In quanto al caso, credo che non abbiate considerato Brezza».

«Il cane disperso? Ah, no, aspetti… avevo sentito odore di can bagnato, entrando! L’ha trovato, giusto?».

Sensi avrebbe voluto rispondere che l’aveva cercato con attenzione, ma sapeva che gli altri due non ci avrebbero creduto. Guadagnarsi la sua fama da sfaticato gli era costato un notevole impegno, ma gli dava anche delle soddisfazioni. «Gironzolava attorno alle macchine».

«E…?» insistette l’ispettrice.

«Aveva una specie di imbracatura con attaccato un fucile. Li ho spediti entrambi in laboratorio, ma il cane mi ha appestato comunque la macchina. È una cagna in tutti i sensi».

«Quindi non c’è da stupirsi che sia venuta da lei» ribatté l’ispettrice, un po’ acida.

Sensi si strinse nelle spalle. «Ho pensato che la faccenda dell’imbracatura fosse insolita. Insolita e sciocca, ovviamente, ma non fanno più gli assassini di una volta».

«Capisco cosa intende. È un metodo bizzarro per liberarsi dell’arma di un delitto. Immagino che contassero di richiamare il cane più tardi. Arresterò il figlio e l’amico».

«Fossi in lei, arresterei anche le due mogli. Quella più giovane, non sembrava molto ansiosa di consolare il maritino. Per quanto il tuo matrimonio sia uno schifo, se tuo marito perde tragicamente il padre ti impegni almeno un po’. Quindi lei sapeva. L’altra aveva una felpa orrenda».

«Non posso arrestarla per questo motivo» puntualizzò l’ispettrice, fredda.

«Allora lo faccia per complicità, che ne dice? Arresti tutti quelli che sapevano che c’era un quarto fucile e non l’hanno detto».

«Provarlo potrebbe essere difficile. E non abbiamo idea del movente».

«I moventi sono sopravvalutati. Se proprio ci tiene, comunque, io inizierei dai soldi. Quei tre erano soci in affari, no?».

L’ispettrice sospirò. Era inutile, quando Sensi si disinteressava a un caso, il suo disinteresse riusciva a essere completo. Si chiese se veramente la cagna di Parisi avesse vagato fortuitamente fino alle macchine. Forse, dopo tutto, Sensi l’aveva cercata.

Ma no, probabilmente no.

Solo quando se ne andarono, il commissario uscì da dietro la scrivania.

Dalla vita in giù, i suoi vestiti erano completamente coperti di fango.

 

Libri dello stesso autore:   ombracommissariosensi25     satanisti perbene cover25

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