Sì, amore

Di Sara Cerri

Eravamo vicino al confine. Non parlavamo più. La sera era scesa, Lu guidava. Io non potevo di notte, vedevo ombre d’animali: conigli soprattutto. Mi capitava di avvistarli accucciati come gatti sopra il guardrail nell’atto di spiccare un salto, o attraversare all’improvviso il fascio di luce dei fari, e sterzavo e frenavo. Lu era sfinito. Portava gli occhiali calati sul naso, era provato, lo vedevo. A volte mi guardava e vedendomi tesa gridava Sta’ tranquilla.

Guidava da molte ore. Non avevamo fatto altro che discutere, poi era sopraggiunta la stanchezza. Il primo giorno di viaggio se n’era andato via così, mentre la strada scorreva. Il tempo di consultare le carte stradali aveva stabilito una tregua, con gli occhi sulle carte riuscivamo ad avere un tono tranquillo: freddo ma cortese.

Durante l’inverno c’eravamo persi. L’unico modo di comunicare era stato lasciarci dei biglietti sopra il tavolo da pranzo con scritto l’essenziale. All’improvviso eravamo nella stessa macchina, uno spazio così stretto. Estranei come i nostri indumenti pigiati nella valigia dentro il bagagliaio.

Lu continuava a guidare, teneva alto il volume della radio, cantava, e se lo interrompevo rispondeva a monosillabi, o ripeteva Sta’ zitta. Due volte avevamo sbagliato rotta per colpa mia. Certi segni delle mappe sono oscuri, le città sembrano così vicine e non si arriva mai.

Mille chilometri in una tirata sono troppi, avevo detto; ma Lu era deciso, voleva arrivare in fretta, avrebbe avuto più tempo di scattare fotografie per il suo lavoro.

Doveva esserci sempre tra noi qualcosa che serviva, come se non riuscissimo più a trovare piacere nello stare assieme soltanto, avevo pensato a voce alta. Lu aveva ribattuto Potrebbe andare benissimo tra noi, se solo ti impegnassi un poco.

Chiusi gli occhi, cercai di rilassare i muscoli del viso. Pensai che oltre il confine, lontano dalla quotidianità le cose sarebbero migliorate.

Fermò la macchina all’ultima stazione di servizio. Voglia di un caffè? Chiese togliendosi gli occhiali e stirando le braccia. Risposi d’avviarsi, forse lo avrei raggiunto.

Avevamo sempre avuto l’abitudine di bere un buon caffè prima della frontiera. Era una cosa buona da ricordare durante il viaggio, e un desiderio semplice che avrebbe reso più facile il ritorno.

Aprii lo sportello, allungai le gambe e sull’asfalto vidi qualcosa di abbandonato. Qualcosa di morbido, lucido e chiaro, qualcosa che assomigliava a una bocca. Socchiusi gli occhi stanchi per tentare di metterla a fuoco, la luce dell’abitacolo creava intorno un balugino polveroso. Dev’essere come la storia dei conigli, pensai: un’allucinazione.

Accesi una sigaretta, con lo sguardo seguii Lu fino al self- service, lo vidi spingere la porta a vetri, raggiungere il bancone. C’era molta gente seduta all’interno, mangiava e parlava. Gente che come noi partiva o tornava da un viaggio. Non lontano un gruppo di ragazzi giocava a palla, una coppia abbracciata si baciava, una famiglia di gitani discuteva in una lingua sconosciuta.

Pensai di raggiungere Lu, aveva rimesso gli occhiali, era seduto a un tavolo con un vassoio davanti, solo. Guardai di nuovo a terra: quella cosa era ancora lì. Scesi, evitandola con una specie di piccolo balzo, passeggiai per qualche minuto cercando di sgranchirmi le gambe e pensare ad altro, ma tornai indietro. Quando fui a un passo m’inginocchiai per osservarla da vicino: aveva gli angoli girati verso l’alto, come in un sorriso sereno, in pace con il mondo. Sembrava di carne, perfetta. Allungai la mano, la raccolsi. L’effetto fu quello di toccare il corpo freddo di una lucertola.

Sedetti al mio posto tenendola sul palmo della mano, tirai giù lo specchietto del cruscotto, provai a posare quelle labbra sopra le mie.

Aderirono perfettamente e si scaldarono.

Mi guardai a lungo: mi piacevo con quella bocca nuova.

Vedo che ti sei calmata, disse Lu vedendomi sorridere. Ero inquieta, invece; non riuscivo a liberarmi di quel corpo estraneo. Pensai di gridarlo, ma pronunciai soltanto due parole: Sì amore, con una voce che non era la mia. Una voce profonda, bella… non la mia.

Da quanto non stavamo così bene, diceva Lu alla frontiera il giorno del rientro. Avevamo viaggiato come voleva, era riuscito a scattare molte foto, a trovare tutto quello di cui aveva bisogno: era felice. Cantava con il suo cappello sulla testa e gli occhiali calati sul naso.

Scese la notte. Avremmo raggiunto in poco tempo la prima stazione di servizio dopo il confine.

Cominciai ad agitarmi.

Volevo fermarmi là. Dove tutto era cominciato avrei potuto forse risolvere il problema, liberarmi dell’incantesimo, del sorriso che non mutava espressione, del Sì amore che continuavo a pronunciare. Pensavo alle parole da dire, ma rimanevano incollate ai pensieri. Presi una penna e un foglio, scrissi un messaggio con la calligrafia tremolante mentre la macchina andava e lo passai a Lu.

Fermò l’auto sulla corsia d’emergenza, spense la radio e si voltò a guardarmi, aveva il volto scuro.

Stava così bene con me, ora che c’eravamo ritrovati, disse. Questo viaggio aveva cambiato tutto. E non ci sarebbero più stati freddi biglietti tra noi: mai più. Sei d’accordo? Chiedeva.

Le mie labbra sorrisero e si aprirono per pronunciare ancora le parole Sì amore.

Lu accartocciò il foglietto e con un gesto secco lo gettò sull’asfalto.

Ingranò la marcia e ripartì cantando.

 

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