La collana di corallo rosso

Di Roberto Alba

Teneva stretta la mano della sorellina mentre camminavano lungo la spiaggia, sotto la grande torre.

L’estate era passata veloce come le altre, anche se quell’anno avrebbero fatto volentieri a meno del mare, del sole e di tutto il resto.

Erano le cinque del pomeriggio di uno degli ultimi giorni di vacanza di un insolito mese di settembre. Il cielo era viola melanzana e odorava di pioggia salata.

«È qui che hai perso la collana?», le chiese con tono autoritario.

La piccola Francesca non rispose. Con gli occhi gonfi scosse la testa facendo ondeggiare la coda di capelli stretta da un nastro giallo a rappresentare un “no” di cui non era sicura.

Carlo la guardò gonfiando le guance e sbuffando. «Possibile che non ti ricordi? Sei una stupida!» urlò strattonandola e continuando a camminare.

«È qui?» chiese ancora, indicando un altro punto.

Lei rimase in silenzio e questa volta non riuscì a trattenere le lacrime.

«Non devi piangere… mamma non vuole!», le ordinò severamente.

Francesca non riusciva a calmare la rabbia di non ricordare; i suoi sette anni erano messi a nudo dall’angoscia del suo mutismo e dal suo pianto. Affranta, si lasciò andare tra le braccia del fratello, di poco più grande.

Lui la strinse forte. «Non fare così, vedrai che adesso la troviamo», mormorò, cercando di apparire sicuro per tranquillizzarla. A stento riuscì a trattenersi dal piangere anche lui: la mamma gli raccontava spesso che le lacrime sono contagiose, provocate da uno spirito burlone che si prende gioco della nostra tristezza.

Una debole brezza trascinava sulla battigia piccole onde. Carlo scavava e spostava la sabbia di lato attento a esaminare ogni granello che rimuoveva. Francesca singhiozzava, ma lo sguardo fermo e severo del fratello aveva l’effetto di bloccare il pianto pronto ad esplodere improvviso.

«Proprio non ti ricordi, vero?», le domandò rialzandosi e pulendosi le mani.

«No, non mi ricordo».

«Bene. Domani torniamo e cerchiamo meglio. Adesso è tardi». Le prese la manina e si avviarono verso la lunga scalinata a gradoni che dalla spiaggia portava alla piazza della torre.

Quello era il punto più alto del paese, poco distante la loro casa: un vecchio rustico ristrutturato dal papà. I muri di un bianco fresco, pitturato in primavera, coi bordi delle finestre di un azzurro acquarello, si intercalavano, in una successione sempre uguale, tra vecchie e nuove costruzioni. Tutta Calasetta, piccolo centro sulla costa sud-ovest della Sardegna, sembrava un quadro appeso sulle onde del mare.

Erano le tre quando col fiatone arrivarono in prossimità del portone di casa. In strada c’erano quasi tutti i parenti compresi Gianni e Laura, i loro cuginetti, figli di un fratello della mamma.

A quella vista Carlo e Francesca accelerarono il passo, ma dalla porta sbucò la nonna. Immensa, con le braccia sui fianchi. «Vi sembra questa l’ora di tornare a casa? Subito dentro!» urlò dall’uscio.

Abbassarono la testa e mano nella mano ubbidirono a quell’ordine.

«Ma si può… dico io, siete degli incoscienti!», urlò ancora acciuffandoli e trascinandoli nel bagno.

Il vapore avvolgeva tutto, si soffocava. Carlo e Francesca si spogliarono e immersero i loro corpicini nell’acqua tiepida. La spugna andava su e giù con forza, la nonna la muoveva energicamente e ogni tanto si asciugava gli occhi con il braccio.

«Nonna, piangi?» chiese Francesca con la testa piena di schiuma quasi avesse bucato una nuvola.

La nonna non rispose; distratta dai suoi pensieri continuò a sfregare quei corpi quasi fossero sporchi di un peccato non confessabile.

«Ahia! Nonna mi fai male…» urlò.

«Scusa tesoro» disse fermandosi per un attimo. «Oggi nonna non sta molto bene».

Carlo rimaneva immobile con la schiena sulla parete. Osservava. Lui era “grande”.

«Mamma hai finito!» Era la voce della zia Matilde che urlava sguaiata da dietro la porta.

La nonna rispose decisa: «Sì, quasi…» e la zia concluse con più impeto: «È arrivata la macchina!» Il suo tono li infastidiva. Forse era quello il motivo per cui se ne era andata, non era sicuramente simpatica. “Certo che alla mamma non assomigliava neanche un po’”, pensò Carlo.

L’anziana donna li asciugò con un grosso telo da mare giallo, questa volta senza fretta; lasciò scivolare il tempo quasi lo volesse fermare; guardava e accarezzava i nipoti. Inginocchiata strinse forte Francesca, mentre Carlo la abbracciava da dietro, non riuscendo più a trattenere le lacrime.

«Adesso basta…» disse accendendo un sorriso, «aspettatemi qui e fate i bravi, vado a prendervi i vestiti».

La nonna uscì e loro rimasero ad ascoltare i bisbigli che provenivano dal corridoio. Più passava il tempo e più aumentavano d’intensità e di quantità.

«La mamma sarà arrabbiata con me» sussurrò Francesca.

«No, mamma non è arrabbiata».

«È tutta colpa mia, vero?»

«No, non è colpa tua».

«Perché c’è tutta questa gente?»

Carlo scosse la testa, le aveva già spiegato ogni cosa: evidentemente non era riuscita a capire bene il significato delle sue parole, ma in verità lui non si era impegnato molto per farsi capire.

Entrò la nonna. «Ecco qua…adesso vi faccio belli» disse strizzando gli occhi con un sospiro.

«Ci sono tutti, tutti?» le chiese Carlo mentre infilava una maglietta bianca strettissima che aveva qualche difficoltà a far passare la sua testolina.

«Sì, tutti quanti» gli confermò la nonna aiutandolo a sistemarsi.

 

*

 

La camera da letto della mamma era piena di persone. C’erano un gran silenzio e un gran caldo.

L’unico rumore era quello del ventilatore installato a soffitto, con le pale che giravano a fatica. Ricordavano che la mamma non lo sopportava, sosteneva che era un supplizio: preferiva sudare piuttosto che sentire quel cigolio.

Le persone si spostavano mentre loro avanzavano verso il letto.

Il papà era seduto con le mani giunte che gli coprivano il viso.

«Papà… siamo qui» disse Carlo.

Lui si voltò. Dalla finestra entrò una folata di vento che, per un attimo, spostò la grande tenda bianca di lino. Si era alzato il maestrale. Quell’estate non aveva mai smesso di soffiare. Ogni sera, alla stessa ora rinforzava sino al tramonto e poi calava, scompariva per ripresentarsi, puntuale, il giorno seguente.

I capelli di Francesca si mossero, mentre lei con lo sguardo fisso osservava la mamma distesa sul letto, vestita con un abito bianco, con gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto strette da un rosario e dalla croce con tanti fiori intorno. Il profumo era forte, nauseante, a Francesca non piaceva e starnutì rompendo quel silenzio sospeso.

Rimase immobile senza parlare.

Trascinò il fratello alla sua altezza tirandolo per la maglietta: «Sta dormendo vero?», gli chiese così piano che lui non riuscì capirla.

«Cosa hai detto?»

«Se sta dormendo!»

«Ti ho spiegato che è andata da Gesù» le rispose con la bocca che quasi le toccava l’orecchio.

Lei s’inginocchiò sul letto. Voleva avvicinarsi e darle un bacio, avrebbe anche voluto restituirle la collana, ci giocava spesso con quel gioiello regalo di nozze del papà, ma sentì la mano della zia Matilde afferrarle il braccio e spostarla indietro che quasi ruzzolò per terra.

«Lasciala stare!» urlò Carlo sferrando un gran pugno sul braccio della zia.

Matilde non esitò e uno schiaffo lo colpì sul volto.

Se prima nella camera imperava un silenzio liturgico, in quell’attimo si scatenò un disordine rumoroso, da osteria, con commenti di ogni tipo. Francesca e Carlo piangevano “aggrappati” al papà; la signora Pina, la nonna, rimproverava la zia Matilde per il suo vizio d’agire sempre senza un minimo di riflessione e, questa volta, anche in maniera così poco opportuna. Si incalzavano a vicenda urlando e rinfacciandosi venti anni d’incomprensioni. Arrivarono tutti, mancava solo il nonno e Carlo pensò che fosse un bene che fosse già morto, altrimenti le cose sarebbero finite anche peggio: era solito rispondere con le botte alle parole e agli insulti, così raccontava la nonna.

Tutto finì quando il papà si alzò e urlò: «Tutti fuori!»

In un attimo ritornò il silenzio.

Rimase solo con i figli. La moglie Anna pareva sorridere, come se tutto quello che era accaduto l’avesse divertita per l’ultima volta. «Vai e dalle un bacio» disse alla piccola Francesca.

Lei si asciugò le lacrime e carponi si avvicinò alla mamma, stampandole un grosso bacio sulla guancia. Anche Carlo si avvicinò a lei. Iniziò ad accarezzarle le mani, sfiorando e toccando il rosario. Negli ultimi giorni l’aveva vista spesso pregare, sentì il freddo di quel contatto e si rattristò nel comprendere che non l’avrebbe avuta più vicino. La porta si spalancò e due uomini in abito scuro entrarono preceduti da una gran cassa di legno lucido, poggiata sopra un carrello; aprirono il coperchio della bara e, con attenzione e fatica, vi adagiarono il corpo della signora Anna.

Carlo e Francesca stavano in un angolo, in silenzio, a osservare ogni cosa. La nonna non avrebbe voluto, ma il signor Antonio era stato categorico: «Fino all’ultimo staranno vicino alla loro mamma».

Gli uomini neri, così li ricordava Francesca, chiusero la cassa e uscirono dalla stanza. La zia Matilde si affacciò, ma signor Antonio le scoccò un’occhiata sinistra e lei richiuse la porta precipitosamente. Carlo si divertì molto nel vedere questo, in fondo la zia se lo meritava, pensò.

«Papà, tu non sei arrabbiato con me, vero?» chiese Francesca.

«Perché?» rispose stupito.

«Per la collana».

«Papà, Francesca non l’ha fatto apposta… l’abbiamo cercata ma non siamo riusciti a trovarla» disse Carlo.

Signor Antonio rimase un attimo perplesso e poi esclamò: «Parlate della collana di corallo rosso?»

Francesca abbassò la testolina. Si era convinta d’averla persa: non sapeva come chiedere scusa.

Il papà guardò i suoi occhietti lucidi e vispi, abbassandosi come se fosse piccolo anche lui. Tolse dalla tasca della giacca un gioiello fatto di piccoli grani di corallo con dei fili intrecciati tra loro. Lo teneva nel palmo della mano, nella sua mano da pescatore, callosa e ruvida.

«Non l’hai persa…» disse a bassa voce, «dovevo mantenere una promessa».

Francesca sgranò gli occhi.

«Quale?» chiese Carlo curioso.

«La mamma mi ha detto che dovevo darla a una principessa…» affermando questo sganciò il piccolo fermo e la mise intorno al collo della piccola. «Così da lassù ti starà più vicino».

 

***

Francesca si guardò allo specchio mentre con gesti lenti pettinava i suoi lunghi capelli. Un velo di trucco attenuava gli anni che ormai erano passati: ricordava. Si specchiò con un vago sorriso e, per un attimo, le sembrò di cogliere il riflesso della mamma. La collana era lì, su ripiano del comò. La prese e la indossò come era solita fare in quell’occasione.

La porta si aprì. «Mamma, papà ha detto che se non ti sbrighi partiamo senza di te!»

«Arrivo, arrivo!» confermò alla piccola Anna, la primogenita. La sua vita ormai era lontana da quel piccolo paese. Cagliari era una città caotica, anche se il mare riusciva in qualche modo a mitigare la sua nostalgia.

Ormai erano passati trent’anni dal quel triste giorno.

Oggi avrebbe rivisto il fratello Carlo e posato un fiore sulla tomba della mamma… e del papà. Pensò come spesso la vita ci consegni dei dolori che il tempo non riesce a cancellare, quando si è stati amati tanto.

La macchina correva e lei non smise mai di accarezzare la sua collana di corallo rosso.

Dello stesso autore:    roberto alba La spiaggia delle anime    roberto alba L'ultima spiaggia delle anime ebook

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