La stanza delle mele d’inverno

Di Roberto Alba

Si era alzata presto.

Sul tavolo della cucina c’era ancora il giornale del giorno prima.

Alitava sul vetro e guardava. Quei fiocchi rimanevano sospesi come le sue emozioni. Era la prima neve d’inverno.

La caffettiera sul fornello borbottava risvegliando i suoi pensieri.

Versò il caffè nella tazzina e distratta ne rovesciò un po’ nel lavello. Ma non si preoccupò di questo. Da quella stanza non sentiva più alcun rumore.

Ora provava un inquieto senso di libertà.

 

Ogni volta che combinava qualcosa, quello era il posto del castigo, circondata da un profumo che adesso detestava.

A Giulia non piacevano le mele.

Quell’odore le penetrava nell’anima e ci rimaneva per giorni dopo che ne era uscita. Le cassette con la paglia e le mele ben sistemate, venivano accatastate in quel luogo. Chiuse al buio. Lei odiava quella stanza.

I peggiori incubi della sua vita si materializzavano in quel silenzio ovattato, quasi le mele avessero la proprietà di insonorizzare l’ambiente e la sua esistenza.

Aveva sei anni. Aveva rovesciato il latte sul lavello. Voleva fare tutto da sola come una piccola donna di casa. La madre, come al solito, aveva urlato isterica: «Guarda cosa hai fatto. Sei una scema!». Scema! Questa era una delle parole più dolci che le venivano rivolte. Le altre erano bestemmie e spesso arrivavano con le botte ma di quelle che fanno male, quelle che poi non vai a scuola perché la maestra capisce: hai gli occhi tanto gonfi dal pianto che non si svuotano, i segni sul corpo e rimani muta perché voli in un altro mondo, in uno di quei posti dove ci sono le fate, dove un principe azzurro ti porta lontano e non ci sono orchi cattivi, soprattutto non c’è quello con i capelli biondi, gli occhiali e una voce stridula che ti ferma il respiro.

Si sentì strattonare, provò un forte dolore al volto e al fianco. Quella porta si aprì. Si sentì avvolta da un silenzio vuoto… con quell’odore. L’unico pensiero era rivolto al suo papà. Quando ritornava, Giulia, non era mai chiusa in quella stanza ma doveva starsene zitta e non dire niente. Aveva quindici anni quando lui lasciò lei e la mamma. Lo vedeva una volta alla settimana e ogni volta quel giorno era speciale: aveva il sapore della pizza e del gelato.

Ora non più. Il papà abitava lontano e qualche volta si sentivano per telefono.

 

Il cucchiaino tintinnava sulla tazzina e lei non smetteva di mescolare lo zucchero che per la prima volta era dolce! Quel bianco dalla finestra era il suo latte e lei una bambina di trent’anni.

Non avrebbe più ricordato. Quando nella vita ti capitano incontri straordinari accade sempre qualcosa di magico.

Le cose tristi vengono chiuse in un cassone con una serratura senza chiave. Solo l’incantesimo di una strega cattiva può scoperchiare i dolori di una vita e aggiungerne di nuovi.

Aveva conosciuto Carlo, su una chat, l’unico modo che aveva per fuggire dalla solitudine della sua vita, in quel palazzo in periferia, dove in realtà nessuno si conosce se non per dirti “auguri” se hai un figlio o ”condoglianze” se ti muore qualcuno. Ma sanno tutto di te: cosa dici, cosa fai e cosa pensi. Quelle mura trasmettono le tue emozioni.

Ora c’è Carlo. Avrebbe preso la corriera per Cagliari e lo avrebbe incontrato. Dalla foto era carino, anche se aveva dieci anni più di lei ma poi, quarant’anni non sono tanti per un uomo, pensò.

Prese le sue poche cose e le sistemò con ordine distribuendole in un borsone e in un piccolo zaino.

Aprì la porta della stanza.

La madre stava lì, sulla sua sedie a rotelle, imbavagliata e con i polsi legati ai braccioli. Lesse nei suoi occhi il disprezzo  di sempre, reso ancora più forte dai motivi della sua partenza. La mattina del giorno prima avevano litigato. Ormai erano anni che non riusciva più a picchiarla e a rinchiuderla. Ma continuava ugualmente a ferirla con le sue parole e i suoi ricatti. La spinse e la chiuse là dentro. Era la prima volta.

 «Ti piace il profumo delle mele, Mamma?» le chiese sciogliendole il bavaglio.

«Slegami!» urlò dimenandosi sulla sedia.

Con calma solo apparente le poggiò il giornale sulle gambe, quello che ogni mattina doveva leggerle perché erano anni che faceva così. Le slegò i polsi e si diresse verso la porta d’ingresso. Non un saluto né un bacio, solo uno sguardo, di quelli che ti fanno capire che sono senza amore perché c’è solo indifferenza.

Urlava ancora più forte mentre si avvicinava a lei urtandola e aggrappandosi. Cercava di trattenerla, ma non era un gesto d’amore disperato, di quelli, lei non aveva memoria.

Ora c’è Carlo. Quante notti su quella tastiera a scambiarsi imbarazzanti emozioni…

Iniziò a scendere le scale noncurante dei rimproveri e dell’odio che le veniva vomitato contro ma che sentiva scivolare addosso.

Non la vide.

Sentì solo la sua rabbia per l’ultima volta: «Maledetta!». Si fermò sul primo pianerottolo e chiuse gli occhi. Sentì lo stridore del ferro sul marmo degli scalini. Un tonfo ripetuto più volte. Poi il silenzio.

Era lì, accanto a lei, con il viso sull’angolo del muro e gli occhi aperti in un’espressione vuota. Il sangue iniziò a spandersi macchiandole la suola delle scarpe. Rimase immobile, incapace di realizzare qualsiasi emozione.

La porta del vicino di casa si aprì. Era un vecchio che lei non ricordava di conoscere. La guardò severamente: «Signorina Giulia, cosa ha fatto. Perché l’ha spinta?».

Pensò alla mamma. La strega cattiva.

 

Dello stesso autore:    roberto alba La spiaggia delle anime    roberto alba L'ultima spiaggia delle anime ebook

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