L’ombra del maligno

Di Roberto Alba

L’ombra è come l’anima, non ci fai caso, ma c’è, sempre; solo quando sei rinchiuso dentro una cassa, sotto due metri di terra, puoi avere il dubbio di averla persa. E questo, per Tulin Grete, il falegname, poteva essere l’ultimo dei problemi.

 ***

 «Diavolo di un sorcio immondo!» esclamò padre Joseph, scacciando con una pedata un ratto che attraversava la sacrestia: lo prese in pieno facendolo ruzzolare oltre la porta socchiusa dell’ingresso. Con un fazzoletto si asciugò la fronte, sudava. Prese una sedia e l’accostò alla parete in pietra. Vi salì sopra, e con fatica, vista l’età, cercò di raggiungere la finestrella che dava sul cortile dell’oratorio. Tese il braccio. La pioggia filtrava pungente. Sentiva le gocce trafiggergli la mano e il viso vizzo, come fossero lame fredde di una giustizia divina chiamata dai suoi peccati; socchiuse gli occhi e fece l’ultimo sforzo: trasse il battente a sè sigillando l’ambiente dall’acqua e dal fragore dei tuoni. La luce intermittente dei lampi rischiarava la piccola sala proiettando ombre sul pavimento e sul tavolo in legno posto al centro, dove due ceri accesi erano sistemati ai lati di un antico libro. Scese dalla sedia aggrappandosi con forza alla spalliera. La accostò al tavolo, tirò un sospiro e si sedette. Attese. Il momento sarebbe giunto presto. Prese il rosario dalla tasca del saio e si consegnò alle sue preghiere.

Il tempo passò lento come la danza sinuosa della fiammella consuma la cera. Un alito interruppe il suo scorrere. La fiamma di un cero si spense. Padre Joseph esitò… sollevò lo sguardo e mise a fuoco la figura di uomo sull’uscio della porta. Portava indosso dei pantaloni. Era scalzo e a petto nudo. L’acqua gli scivolava sul corpo e una pozza  si stese ai suoi piedi. Gli sembrò di scorgere, per un istante, quel sorcio immondo sbucargli da dietro, arrampicarsi rapido lungo una gamba e scomparire. L’uomo rimase fermo, incredulo.

       «Sei arrivato» disse il vecchio frate. «Ti aspettavo.»

«Mi aspettava?» rispose sorpreso l’uomo.

«Ogni volta succede» precisò. Ritornò alle sue preghiere, quasi per lui fosse normale quella visita. Chiuse gli occhi e si fece coraggio, forse sarebbe stato l’ultimo. Sì, era l’ultimo, si convinse di questo, il cuore non avrebbe retto: questo era il suo patto con Dio.

«Hai peccato» disse, stringendo più forte il rosario.

L’uomo rimase zitto e aspettò che padre Joseph aggiungesse qualcosa.

«Solo per questo motivo sei qui.»

«Lei sa?»

«Non mi è concesso conoscere ciò che ascolterò dalle tue labbra. Così è scritto.»

L’uomo trasalì non comprendendo quelle parole. Osservò il vecchio frate e l’ambiente. Cercava una ragione al perché di una sensazione mai provata. «Ho ucciso…» ammise con voce rauca, strozzata, sorpreso d’averlo detto. «Ho ucciso per il piacere di farlo, per la fame che non so calmare…»

Il frate chinò il capo e giunse le mani, con il rosario, avvolto come una catena, imprigionava la sua fede, per l’angoscia che avrebbe provato e la paura di perderla.

L’uomo vide e s’inginocchiò. La pozza d’acqua, come una lastra di vetro, si rupe. L’ultima goccia le colò dalla fronte e si perse in quello specchio. Lui confessò.

«Avevo vent’anni quando la fame mi prese. Lei era bella, dalla bottega di mio padre la scorgevo passare ogni mattina. Sorrideva. Mi eccitavo a osservare con quale cura legasse i capelli, a come la camicetta potesse contenere dei seni così grossi, quale fosse il piacere di morderli, immaginai di possederla …» fece una pausa e sollevò lo sguardo. «Un giorno si fermò, mi chiese se avessimo terminato di sistemare la persiana della sua camera, la invitai a entrare. Ero solo. Sentii il profumo, l’odore della pelle e l’acre del suo mestruo avvolgermi. La toccai…lei si irrigidì, mi diede uno schiaffo e si voltò per andarsene. La sorpresi da dietro e la trascinai nel magazzino. La legai stretta al tavolo dei tagli, e con uno straccio le tappai la bocca. Provai piacere a penetrarla, ma ancor di più a morderla, a incidere il suo giovane corpo con una lama e ad assaporare il suo sangue…la sua carne.»

Padre Joseph ascoltava, anche se avrebbe desiderato non udire.

«Caterine la conobbi alcuni anni dopo. Era una puttana, padre. Come le altre che seguirono.  Le piaceva prendersi gioco di me. Rideva di me. Del fatto che sono storpio. Era bella quando rideva, anche quando le tagliai la gola con un coltello da cucina, cenavamo. Non riuscì a bere tutto il suo nettare, perché schizzava denso da ogni parte, ma ne conservai un po’, quello che riuscì a salvare. La carne era buona. Ne mangiai per giorni…»

Padre Joseph non resse a quelle parole. Si sporse dal bordo del tavolo. La nausea fu forte e un fiotto d’acido fuoriuscì dalla bocca. Con un fazzoletto trovò sollievo e un goccio d’acqua lo riportò cosciente nel delirio di quell’uomo. Perché Dio vuole questo da me? Si chiese.

L’uomo cercò d’alzarsi ma non riuscì a muovere un solo muscolo. Una forza lo teneva immobile in quella posizione. Osservò il frate intento a sussurrare le sue preghiere, e continuò. «Poi fu la volta di Irene, me ne dispiace per lei, in fondo mi amava, ma scoprì la mia fame, temevo per la mia vita, mi avrebbero scoperto, forse sarebbe stato un bene…».

L’uomo tacque, e il fratte scrutò il suo sguardo, ma non scorse pentimento, forse il dubbio di una scelta non voluta. La fame era tanta.

«L’ho uccisa a bastonate» riprese, «la colpii forte fin quando la carne non fu pesta e rossa dal sangue. Era morbida al gusto, leggera, ancora provo piacere nel ricordare il sapore…»

L’uomo si zittì per la seconda volta. La sua espressione cambiò. E il tono deciso divenne flebile. «Perché vi ho detto le mie colpe, padre?»

«Perché dovevi» rispose il frate alzandosi dalla sedia facendo forza con i palmi delle mani sul bordo del tavolo; si mosse piano verso il lato lungo dove per lui era semplice accedere alla pagine del libro.

«Posso andare ora?» chiese l’uomo.

«Non spetta a me decidere» rispose risoluto il fratte.

L’uomo cercò ancora di ergersi in piedi, ma ogni parte del suo corpo era priva di volontà.

Padre Joseph sfogliò alcune pagine, al tatto leggere ma ricadevano pesanti, arrivò all’ultima, di un bianco unico. Aprì una scatola sottile, posta alla destra del libro, dalle incisioni antiche di angeli e demoni, di stelle e di fiamme. Estrasse una penna e intinse il pennino d’oro nel calice del vino consacrato, e il vino divenne inchiostro del sangue dei giusti.

Colò l’ultima goccia e Padre Joseph, il giudice, scrisse:

Tulin Greete, Inferno

Attese che i caratteri si asciugassero, indelebili per l’eternità, poi si voltò. L’uomo non vi era più, e solo la sua ombra, ormai priva dell’anima, svaniva lentamente sotto il chiarore degli ultimi lampi. Padre Joseph osservò la chiazza d’acqua asciugarsi repentina e il ratto stazionarvi sopra, in attesa. La bestia rivolse lo sguardo al fratte e strinse il muso in un ghigno felice.

«Vattene!» urlò il giudice, con il fiato che gli si chiuse in gola, improvviso, poi vacillò.

Il ratto chinò il muso rabbioso.

Padre Joseph si portò la mano al petto. Tirò con le poche forze rimaste il saio all’altezza del collo. Il respiro si fece pesante. Provò il dolore di un cuore imprigionato in un pugno.

Chiuse gli occhi, si accasciò stringendo la penna.

Vide la luce e comprese.

Era l’ultimo.

Dello stesso autore:    roberto alba La spiaggia delle anime    roberto alba L'ultima spiaggia delle anime ebook

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