Preda naturale

Di Susanna Raule

Volevo essere un assassino. Se fossi stato un assassino avrei potuto uccidere Bobby Sinclaire, e se c’era uno che meritava di morire quello era Bobby.

Bobby aveva tredici anni, ossia uno più di me, ma a vederlo ne dimostrava almeno sedici. Era il ragazzo più grande della classe e questo, per qualche motivo incomprensibile, ne aveva fatto anche il capo.

Mi aveva odiato fin dal primo istante e le cose, col tempo, non erano migliorate. Il primo giorno di scuola mi aveva puntato addosso i suoi piccoli occhi scuri come se sapesse già chi ero. Era come se mi avesse individuato con un mirino, come se il suo cervellino ottuso fosse in grado di riconoscere all’istante la sua preda naturale.

Ossia, io.

Si era trasferito da una città e questo lo rendeva sicuro di essere il pesce più grande dello stagno.

C’era un uomo in giacca che lo accompagnava in macchina ogni mattina, ma lui aveva preso l’abitudine di aspettarmi alla fermata dell’autobus. Era in quel momento che cominciava la mia tortura giornaliera.

Avevo provato a lottare, ma non era servito. Bobby era più grosso di me, più subdolo di me e più cattivo di me. Ero tornato a casa con un labbro rotto, solo per sentirmi dire da mia madre che picchiarsi con gli altri ragazzi non era una bella cosa.

Il giorno in cui incontrai Ray per la prima volta fu una delle giornate peggiori. Bobby mi incastrò nel bagno degli spogliatoi, e aveva con sé la sua mazza da softball.

Non amo ricordare quello che successe, e non lo dissi mai a mia madre.

Quando Bobby ebbe finito, rimasi accasciato sul pavimento per un bel po’, con i pantaloni sporchi del mio stesso piscio. Mi facevano male la faccia e lo stomaco, ma più di tutto mi faceva male l’amor proprio.

Dovevo uccidere Bobby. Dovevo ucciderlo o, entro la fine dell’anno, mi avrebbe ucciso lui.

*

Quel pomeriggio incontrai Ray per la prima volta. Ero tornato da poco. Mia madre era fuori, nei campi di mais, mia sorella era di sopra.

Sentii il motore di una macchina che risaliva la via che portava alla casa e andai a guardare dalla porta.

Era un vecchio maggiolino dalle fiancate scrostate. L’uomo che ne scese aveva il passo elastico di un ragazzo, ma doveva aver passato la trentina da un bel po’. Era snello, quasi magro, e indossava dei jeans non meno consunti della macchina. Aveva i capelli di stoppia bionda, legati in un codino. Dalle mie parti non capitava spesso di vedere un uomo con i capelli lunghi, ma sapevo che in città ce n’era qualcuno. Mia madre diceva che non volevano andare in guerra come tutti gli altri e visto che mio padre in guerra ci era morto non capivo perché la considerasse una brutta cosa.

L’uomo si avvicinò alla porta con aria amichevole. Aveva la faccia affilata e delle piccole rughe accanto agli occhi.

«Ciao, ragazzo« disse, con un accento straniero, «fatto a botte?».

Guardai per terra. «No» borbottai «è stato un incidente. Chi cerca?».

L’uomo rise. «Come no, un incidente con cinque dita. C’è qualcuno in casa?».

«Chi cerca?» ripetei, leggermente sulla difensiva.

L’uomo scrollò le spalle. «Tuo padre, tua madre, non importa. Volevo chiedere se cercate braccianti per la raccolta». Indicò i campi di mais con un cenno della testa.

Ci pensai un po’. «Forse dovrebbe parlare con mia sorella» decisi. Quando la mamma non c’era era lei la seconda in comando.

«Okay» disse l’uomo. Poi aggiunse: «Io mi chiamo Ray, e tu?».

«Danny» risposi io. L’uomo, Ray, si allungò per stringermi la mano, come se fossi un adulto. Un po’ timoroso, contraccambiai la stretta, poi mi voltai per andare a chiamare mia sorella.

Li vidi parlare sull’aia sterrata davanti a casa. L’uomo indicò i campi e il magazzino, che in quella stagione era ancora vuoto, mia sorella si strinse nelle spalle.

Quando rientrò le chiesi se l’aveva preso.

«Il canadese? Sì, perché no, tanto qualcuno ci serviva… ma vuole dormire nel magazzino e non so se ma’ sarà d’accordo».

Quella sera mia madre disse a Ray che si poteva fare. Visto che dalle mie parti ci teniamo alla buona educazione, lo invitò anche a cena. Durante la serata Ray fu gentile, ma c’era qualcosa nel suo sguardo. I suoi occhi blu non erano freddi, ma osservava le cose troppo attentamente, come se le stesse guardando da lontano. E di sé non disse quasi niente.

Mia madre, dopo aver visto la mia guancia, ripeté che non dovevo fare a botte con i compagni.

Quella notte, quando riuscii ad addormentarmi, feci un incubo spaventoso. Bobby mi inseguiva nel campo di mais, finché non arrivavo in casa e mi chiudevo nel bagno. Ma Bobby, in qualche modo, era entrato e mi minacciava con la sua mazza da softball. Io gridavo, ma nessuno mi sentiva. Poi mi svegliai.

Il giorno dopo feci colazione tardi, visto che era sabato e non c’era scuola. Iniziai a pensare a come uccidere Bobby.

Ci pensai intensamente per tutta la mattina, ma non sapevo come fare. In quella stagione, avevo l’abitudine di accucciarmi tra le spighe di mais, creandomi una sorta di rifugio all’ombra delle foglie, un rifugio dove non mi avrebbe disturbato nessuno.

Stavo arrivando alla conclusione di non avere speranze quando sentii dei passi tra le spighe. Si fermarono poco lontano da me, poi sentii qualcuno che si apriva i calzoni. Saltai in piedi, pronto a fuggire, e incontrai lo sguardo stupefatto di Ray, che mi guardava con la bocca mezza aperta e le mani in basso, nascoste dalle foglie.

«Che cosa ci fai qua? Stavo per pisciarti in testa» rise, una volta superato lo stupore. Lo sentii che si riallacciava i pantaloni.

«Allora?» insistette.

Mi strinsi nelle spalle. «Pensavo».

Ray osservò il mio rifugio. «Ed è fresco, là sotto?».

«’nsomma» risposi io, con un’altra scrollata di spalle. Ero un po’ scocciato perché mi aveva distolto dai miei pensieri, ma dovevo ammettere che i miei pensieri non mi stavano portando da nessuna parte.

«Sai, mi piace, qua» continuò Ray, spostandosi di qualche passo e ri-slacciandosi i pantaloni. «Mi piacciono i campi» spiegò.

«Anche e me, credo» dissi, tanto per dire qualcosa. Non avevo mai vissuto lontano dai campi, quindi non sapevo se mi piacessero o meno. Semplicemente, erano là.

Ray si liberò la vescica e richiuse tutto. Era stata una pisciata ciclopica, per quel che potevo giudicare. «Sono contento di non essermela presa in testa» aggiunsi. Lui rise.

«Se tu dovessi uccidere qualcuno, no?» chiesi. «Come faresti?».

Non sapevo perché l’avevo detto. Me ne pentii quasi subito. Come avevo potuto chiedergli una cosa del genere?

Di nuovo Ray mi lanciò un’occhiata, serio. Mi aspettavo che ridesse, o forse lo speravo, ma lui non lo fece.

Per un istante temetti che sarebbe andato da mia madre e le avrebbe raccontato tutto. Più tardi capii che Ray non era il tipo da andare dalla madre di chicchessia. Invece continuò a guardarmi per un bel pezzo. Cercai di evitare i suoi occhi, ma ogni volta che tornavo a sbirciare erano sempre puntati nei miei.

«Be’, lo aspetterei sotto casa e lo accoltellerei» disse, alla fine, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Mi rilassai. «Ma se lui uscisse solo in macchina e fosse più grosso di te?» insistetti.

Ray fece un sorriso sottile e veloce. «Questo sì che è un bel problema» ammise. «Allora gli sparerei da lontano».

«Ma se casa sua avesse un muro di cinta altissimo?» chiesi io, che avevo già pensato al fucile di mia madre, scontrandomi col problema del muro e con il fatto che non lo sapevo usare.

«Allora mi servirebbe un piano» rispose Ray, inarcando un sopracciglio. E se gli alligatori avessero le sopracciglia scommetto che le inarcherebbero come fece Ray quel giorno.

Pensai alla faccenda del piano per tutto il giorno. Un piano. Era facile a dirsi, ma a me non veniva in mente niente. Nei fumetti che leggevo c’erano un sacco di piani, ma non ce n’era neanche uno che avrebbe funzionato.

Quella sera Ray mangiò da solo seduto sul gradino del magazzino. Lo vidi che parlava con mia sorella, che si era messa un vestito più bello del solito e rideva come una scema.

Quando lei rientrò in casa, mi andai a sedere accanto a lui sul gradino. Ray stava sbucciando una mela con il coltello più affilato che avessi mai visto. Era un coltello da caccia, forse uno di quelli che chiamano Bowie, come l’eroe di Alamo.

«Ho cercato di trovare un piano» dissi, guardandomi tra i piedi.

Ray continuò a sbucciare la mela.

«Non me ne viene in mente neanche uno».

Ray finì di sbucciare l’ultimo spicchio, pulì la lama sui pantaloni e iniziò a mangiare. «È un bel problema» disse, quando ebbe finito. «Ma perché vuoi uccidere qualcuno?».

Continuai a guardare a terra.

«Perché, vedi, se è per una rissa in cui le hai prese, non ce la farai. Quando arriverai al dunque, cambierai idea e ti metterai nei casini».

Scossi la testa e tornai a casa.

Quella notte feci un altro sogno, e riguardava sempre Bobby. Mi svegliai di colpo e corsi al piano di sotto. Poi, scalzo, corsi sul terreno dissestato dell’aia, fino al magazzino. Ray dormiva per terra, sotto una coperta vecchia e polverosa.

Quando entrai alzò la testa stupito e biascicò: «Stella?».

Non mi chiesi perché avesse chiamato mia sorella (quello lo scoprimmo qualche mese dopo, quando ormai era tardi), mi limitai a correre da lui e accucciarmi al suo fianco come un coniglio ferito.

Non so perché quella notte raccontai tutto proprio a lui, forse solo perché mio padre era morto da due anni e ancora non riuscivo a capire perché non ci fosse più.

«Devo ucciderlo, capisci?» finii col dire, tra i singhiozzi. «Ma non mi viene in mente nessun piano».

Ray sorrise, e se gli alligatori sorridessero sono sicuro che lo farebbero così.

«Be’, ce l’ho io» disse.

*

Domenica mattina, dopo la messa, Ray fermò il suo maggiolino scassato davanti alla casa di Bobby Sinclaire. Il muro di recinzione era alto come lo ricordavo, ma non dovevamo scavalcarlo.

Ray sorrise all’uomo alla porta, il tizio in giacca che accompagnava sempre Bobby a scuola. Spiegò che io ero un compagno di scuola del piccolo (disse proprio così, “piccolo”, e quasi mi misi a ridere) e che dovevamo parlare col signor Sinclaire.

Ray aveva un modo tutto suo di parlare alla gente. Sentivi che poteva essere il tuo miglior amico e, nello stesso tempo, che non avresti voluto averlo come nemico.

L’uomo sulla porta non doveva essere molto furbo, perché lo giudicò semplicemente un pezzente inoffensivo, come me.

Il signor Sinclaire ci venne ad accogliere sulla soglia di casa. Era uguale a Bobby, con gli stessi piccoli occhi scuri e la stessa mole imponente, ancora più imponente visto che era un adulto.

Ray lo salutò cortesemente. «Dobbiamo parlare di suo figlio» disse, sempre mite.

Il signor Sinclaire si irrigidì, ma ci fece entrare. Iniziò a dire che sperava che suo figlio non si fosse messo nei pasticci, ma si vedeva che non gli importava e che pensava che tutto quello che faceva Bobby era giusto, indipendentemente da che cosa fosse.

Chiamò il “piccolo”, che caracollò giù dalle scale come un bulldozer di tredici anni.

Ci fece accomodare in una stanza e chiuse perfino la porta.

«Allora, qual è il problema?» chiese.

«Ce ne sono un paio» disse Ray, quasi contrito. «Il ragazzo se la prende con Danny, tanto per dirne una. E poi…» aggiunse, sempre gentile «…mi hanno mandato ad ammazzarti».

Il signor Sinclaire socchiuse gli occhi, certo che ci fosse un malinteso. Ray tirò fuori il coltello dallo stivale e glielo piantò nella gola.

Fu un movimento così pulito che persino Bobby, per un secondo, si limitò a osservare la morte di suo padre come se fosse il trucco ben riuscito di un prestigiatore.

Il sangue iniziò a schizzare fuori dalla gola del signor Sinclaire non appena Ray estrasse il coltello. Non fu più un trucco ben riuscito, fu solo un casino totale, un mattatoio.

Mi passò il coltello e io quasi persi la presa. Era caldo e scivoloso.

Bobby era immobile. Sapevo che cosa provava. Era quello che provavo io ogni volta che mi minacciava, che mi colpiva, che mi terrorizzava.

Vedevo il suo petto che si sollevava, i suoi occhi come due pozzi, bui e vuoti.

A me il sangue pulsava nelle vene. Mi sentivo febbricitante, caldo, freddo, terrorizzato, vivo. Ripensai alle parole di Ray. Se è per una rissa in cui le hai prese, non ce la farai.

Non era per una rissa in cui le avevo prese.

«Nel cuore andrà bene» disse Ray.

Fu allora che colpii. Con tutta la forza del mio braccio di dodici anni, lo colpii dritto al cuore.

Da allora, ogni volta in cui ci penso, ricordo solo la lama del coltello che si fa strada tra le ossa di Bobby e il fiotto caldo che mi bagnò la mano. So di aver lasciato andare il coltello e che rimase lì, conficcato nel suo petto. So che Bobby emise un gemito, mentre Ray gli spezzava il collo perché non facesse rumore. So che fu Ray a finire il lavoro, che uccidere un ragazzo di tredici anni non gli importò più di schiacciare una mosca.

Ma tutto quello che ricordo davvero, come se stesse succedendo oggi, è il coltello che entra tra le ossa e il sangue caldo sulla mano.

E poi il senso di liberazione, come se un grosso peso mi fosse stato tolto dal petto.

Ray pulì il coltello sulla manica della giacca del signor Sinclaire, l’unica parte a non essere zuppa di sangue, e lo mise di nuovo via.

Uscendo rincontrammo l’uomo in giacca. «Questo è il momento buono per lasciare lo stato» gli disse Ray e lui finalmente capì che non era un pezzente inoffensivo.

Da allora ripenso a quella domenica quasi ogni giorno. Non mi sento in colpa per aver ucciso Bobby Sinclaire, perché se c’era uno che meritava di morire quello era Bobby. Ripenso all’assassino dal sorriso da alligatore che aveva capito che l’unico modo per portare a termine il suo incarico era farsi aiutare dal ragazzino che aveva visto, un giorno dopo l’altro, scendere tremando dallo scuolabus, andando verso il suo carnefice come una pecora consapevole di andare verso il macello.

Ripenso a Ray e alla sua espressione tranquilla mentre guidava verso casa mia.

Mi ricordo la sua occhiata, il sorriso che gli creava tutte quelle piccole rughe accanto agli occhi e che era piaciuto così tanto a mia sorella. E mi ricordo le sue ultime parole.

«Ti lascio in fondo alla strada. Di’ a tua madre che ho cambiato idea».

Finalista premio Lama e Trama 2010

Libri dello stesso autore:   ombracommissariosensi25     satanisti perbene cover25

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