La danza della camicia di forza

Di Simone Carabba

«Lasciatemi in pace, andate via!»

Il pazzo si dimena guardando tutti gli angoli alti dei muri.

«Non sono pazzo…io, li sento i vostri occhi che mi guardano. So che tendete le orecchie per captare i miei segreti. Sono tutti chiusi dentro l’anima. Li volete vedere?»

L’uomo apre la bocca e la tiene spalancata per mostrarla ad un ipotetica telecamera, come per far intendere che l’anima sia contenuta nello stomaco.

«Quando arriveranno le formiche a portarmi via, ve ne accorgerete. Ma io sono furbo, i segreti li tengo qui, attaccati al palato e, se volete rubarmeli, li faccio sciogliere sotto la lingua…i segreti!»

Il matto si mette a ridere.

«Se sapeste cosa c’è sotto questa lingua. Quante volte ho dovuto ingoiare le parole, per evitare di dire troppo, quello che nessuno doveva sentire. Allora le parole si annidano nello stomaco, in una sacca piccola e profonda.»

L’espressione dell’uomo cambia all’improvviso e da sorridente e malizioso, diventa triste.

«Adesso però, la sacca è piena e i segreti vogliono uscire. Ma se escono ci sono i ragni che li mangeranno. Tesseranno tele di fine seta per avvolgere la mia intimità, per imprigionare la mia coscienza…mi svuoteranno delle carni!»

Ora il pazzo è diffidente.

«Hanno già provato a svuotare il mio stomaco, riempiendolo di promesse, in cambio dei segreti. Vaffanculo!»

Ride.

«Che bella musica nell’aria. Dietro i vostri occhi accusatori vedo note di innaturale delicatezza, respirano di gioia. Guardate…le note si disegnano sulla mia pelle, tatuaggi permanenti di una vita a pentagramma.»

Il matto chiude gli occhi e si mette ad ascoltare una musica inesistente.

«Tarattattararararara tatta. Dev’essere un compositore moderno, non l’ho mai sentito. Riesce a far stare in silenzio anche i ragni. Bravo, bella, i ragni.»

Cambia per l’ennesima volta discorso.

«Una volta sono andato al cimitero e sono morto. Ricordo quando la terra mi scendeva sul viso come neve fresca, umida. Ricordo il buio e il respiro pesante, l’odore di fiori che mi intasava le narici. Poi vennero i vermi a farmi compagnia e si misero comodamente seduti nel cervello. Mi tenevano caldo e quando si muovevano sussultavo di brividi. Fu in quel modo che mi svegliai dalla morte e uscii dalla terra. Che giorno quel giorno. Nella rinascita, sono resuscitato. Adesso sono un altro. L’altro è morto con i vermi!»

Si accorge che gli è scappato dallo stomaco un segreto e si preoccupa.

«No, che cosa ho fatto, ridatemelo, mi fa male lo stomaco.»

Fa il gesto di vomitare.

«Non riesco a trattenerlo, è uscito. Ce ne sono troppi, ve l’ho detto!»

Il matto riesce a vedere il segreto che scappa via.

“Eccolo lì, fermati. Noooo, si è infilato sotto la porta. Adesso è vostro, siete contenti?»

Grida, prima di rabbia e poi di disperazione, cambiando umore per l’ennesima volta. Piagnucola.

«Non voglio, non voglio rimanere vuoto. Mamma, diglielo tu che mi lascino in pace. Se mi tolgono i segreti poi andranno a scavare fra i desideri, mi asciugheranno l’anima. Sarò arido come un deserto.»

Continua il suo discorso con sguardo assente, rievocando un desiderio.

«Sarebbe bellissimo poterti ancora riabbracciare, mamma. Mi piaceva quando parlavi. Le tue parole erano favole dolci, da ascoltare in silenzio, al buio, per non  farle scoprire. I tuoi sussurri erano carezze ed i tuoi baci, smalto sul cuore. Io lo dicevo a papà che era stato fortunato. Se fuori c’era inverno tu portavi primavere colorate. Se fuori c’era troppo caldo, tu ci tenevi all’ombra col tuo amore. Vorrei riabbracciarti ma… ora stai coi vermi, mamma!»

Un desiderio sfugge.

«Ecco lo sapevo. Ora l’immagine di mamma scapperà via e mi ruberete anche quella. Cattivi! Devo fare in modo di ingrandire la sacca. La sacca, la sacca, la sacca. Devo cercare un sacchetto di plastica. Lo ingoio e ci metto dentro i segreti, digerisco le parole e le metto via…per te!»

Il matto guarda il nulla.

«Non ho fiori e non tengo diamanti, ma posso offrire i miei segreti a te, amore. Prima di essere svuotato, prima che mi portino via fatto solo di pelle e ossa. Forse mi sbricioleranno anche quelle. Io ti amo e sono sicuro che troverò rifugio dentro il tuo petto vergine, quando rimarrò polvere…perché quando sarò vuoto…rimarrà solo il silenzio.»

 

Dello stesso autore:    simone carabba X-diario di un mostro qualunque

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