Maiale all’ingrasso

Di Giovanni Fabbri

Sandro era un uomo mediocre. Quarantadue anni, un metro e sessantatre di altezza e una pancetta tonda che segnalava qualche chilo in più di un semplice soprappeso. Aveva un viso tondo privo di segni particolari, una voce atona e due occhi piccoli e insignificanti. Lavorava alle Poste da una ventina di anni. Smistava la corrispondenza. Non proprio un lavoro di concetto. Chiuso in un ambiente di poco più di dieci metri quadrati, riceveva quotidianamente quattro o cinque sacchi stracolmi di posta che doveva separare per zona e priorità. Lavorava in totale solitudine. E da solo trascorreva le pause caffè, le soste per il pranzo, il tempo libero la sera e nei fine settimana. Non aveva interessi particolari. Guardava la tv. Leggeva qualche libro in edizione economica, giusto un paio l’anno a poche pagine per volta. Andava al cinema una volta al mese. Trascorreva ogni settimana qualche ora al supermercato per fare la spesa. Tutto qui. Non aveva amici. Non aveva moglie, fidanzata, amante.

Viveva con mediocrità la sua vita mediocre.

Poi, un giorno, venne la luce.

Era un sabato notte, quasi le tre del mattino della domenica, per la precisione. Per lui, che si infilava nel fodero raramente più tardi della mezzanotte, circa tre ore di indicibili tentativi di prendere sonno. Una assoluta anomalia. Di solito poggiava la testa sul cuscino e si addormentava. Il sonno del giusto. Il sonno di chi non aveva pensieri non tanto per meriti acquisiti, quanto per una carenza intellettiva che non gli consentiva di formularne.

Era sveglio, insomma, e stranamente agitato. I suoi piccoli occhi sbarrati sul buio della stanza, ad osservare il niente. Le sue orecchie a catturare il silenzio ronzante della città. Le sue braccia distese lungo i fianchi, con le dita a scandire i secondi picchiettando leggere sulle coperte. Era un po’ preoccupato, ma non si faceva domande. Non era abituato a farsene. È normale non cercare acqua per uno che non soffre la sete. A volte, però, la vita riserva sorprese anche nei confronti di soggetti che non paiono idonei a riceverne. Come successe a Sandro, quando venne la luce.

Accadde improvvisamente. Prima, fissava il soffitto scuro. Subito dopo, un lampo improvviso accese la stanza. Era una luce bianca. Sfolgorante. Potente. Sandro rimase a guardarla con gli occhi spalancati come i cancelli di uno stadio alla domenica pomeriggio, senza sbattere le palpebre, fino a lacrimare, fino quasi a sentirsi bruciare le retine per l’intenso bagliore. Se ne stette sul materasso, disteso con le braccia larghe come crocifisso, la bocca aperta in un’espressione da ebete che tanto si addiceva al suo personaggio. Non disse una parola. Non emise un gemito. Non si fece domande e già sappiamo perché. Attese, perso in quel biancore primigenio. Poi, a un tratto, la luce prese a vibrare, come percorsa da un brivido energico. Oscillò a lungo e le ombre ballarono a ritmo nella stanza. Sandro seguiva quei movimenti indiavolati con lo sguardo, ipnotizzato come un cerbiatto dai fari di un autocarro. Passarono pochi secondi, o forse ore. Non avrebbe saputo dirlo. Né riusciva a distogliere lo sguardo da quel baluginio per gettare un occhio alla radiosveglia sul comodino. Poi, la luce smise di lampeggiare e prese a pulsare più lentamente, al ritmo dei battiti del cuore di Sandro. Andò avanti così per un po’, frequenza su frequenza, e infine sembrò rallentare fino quasi a spegnersi del tutto.
«Forse ora riuscirò a dormire» pensò Sandro nel mezzo di una pausa più lunga, durante la quale la sua camera da letto era ripiombata nella sua abituale oscurità. Un istante dopo, però, la luce tornò più vivida e penetrante che mai, come il bagliore di un lampo che perduri invece che spegnersi dopo una frazione di secondo.

Sandro serrò le palpebre d’istinto.

Non vide il fascio di luce che, di lì a poco, guizzò come un cobra e dal soffitto penetrò nella sua bocca, illuminandolo da dentro come un quadro grottesco.

Nell’attimo successivo dormiva già come un bambino.

Quando si svegliò, al mattino, si sentiva riposato come se avesse dormito per un giorno di fila, invece che poche ore. Non ricordava nulla di quanto avvenuto la notte prima, solo una lieve sensazione di cambiamento. Come una freschezza nuova, concentrata a livello della testa. Una sorta di leggerezza. Fece colazione e mentre mangiava ascoltò un giornale radio, invece che rimanere immerso in un immoto silenzio come faceva sempre. Lo fece con una tale naturalezza che quasi non se ne accorse. Poi si lavò, si rasò la barba, si pettinò (cosa che non faceva più da anni) e infine tornò in camera per vestirsi. Qui, invece del solito jeans sformato, indossò un calzone beige più casual e una camicia celeste al posto dell’abituale maglietta sfatta messa a disposizione dall’azienda. Non sapeva esattamente perché, ma si sentiva più a suo agio così. Per recarsi al lavoro non montò come ogni mattina sul suo sferragliante motorino, ma preferì fare una passeggiata. Mentre camminava, sentì l’impulso di acquistare un quotidiano. Qui, mentre sostava di fronte all’edicola, si meravigliò anche lui, perché l’ultima volta che aveva acquistato un giornale era stato anni e anni prima per festeggiare l’Italia campione ai mondiali di Germania.

Non sapeva bene cosa fosse, ma si sentiva dentro uno straordinario desiderio di conoscenza. Come se dopo una vita di assoluta apatia si fosse risvegliata in lui questa sete atavica, questa voglia di sapere, di capire.

Ogni cosa che faceva da quando si era svegliato la faceva con una consapevolezza nuova. Ogni cosa che vedeva era per lui una scoperta, come se i suoi occhi si fossero aperti solo adesso alle meraviglie del Creato. Il suo cervello, così avvezzo all’abulia, sembrava improvvisamente un motore lanciato ai massimi regimi. Incamerava dati, formulava domande, cercava continuamente risposte.

Anche i rapporti con gli altri esseri umani erano cambiati. Dopo una vita trascorsa riducendo al minimo le interazioni con i propri simili, da poche ore Sandro provava un’attrazione quasi patologica nei confronti dei suoi simili. Sorrideva, salutava, appena possibile rivolgeva la parola a chiunque, invece che grugnire e mugugnare come suo solito. I suoi colleghi si accorsero da subito del cambiamento. Dapprima ne furono sorpresi. Poi pensarono che si trattasse dell’ennesima follia di un soggetto già fuori di testa. Furono quasi colti dal desiderio di continuare a prenderlo per il culo come avevano sempre fatto, ma Sandro era improvvisamente così brillante, così simpatico, così spigliato, che non ne ebbero lo spirito.

Le donne, soprattutto, cominciarono a vedere Sandro sotto un’altra prospettiva. Ora che si era pettinato, che si era ripulito da quella patina di trasandatezza, che aveva tirato fuori quella parlantina e quel modo di fare così affascinante, molte di loro si resero conto di come non fosse affatto un brutto uomo. Anzi. Da lì a un mese se ne portò a letto un paio, più un’altra sveltina con una postina nel bagno del magazzino. Per uno che fino a quel punto le donne le aveva viste soltanto in televisione era davvero un gran risultato.

Peccato che sarebbe durato poco, ma questo Sandro ancora non poteva saperlo.

I giorni passarono e la sensazione di leggerezza nella sua testa divenne un’abitudine. Piacevole inizialmente, con nuove donne, appunto, nuovi amici, nuove risposte a domande che non avrebbe mai nemmeno sognato di porsi prima. Era diventato un uomo diverso. Un uomo migliore. Un uomo con cui era piacevole conversare, un uomo dotato di charme, un uomo che sapeva cosa dire e come dirlo. Con le settimane, però, quella sete di conoscenza cominciò a prendere il sopravvento. Sandro iniziò a passare tutto il suo tempo libero a leggere, a studiare, a mandare a memoria (lui che non era mai stato in grado neanche di ricordare il proprio numero di telefono) interi tomi scientifici che sarebbero risultati ostici a un ricercatore del Cern. Apprendeva. Si gonfiava di dati come una sanguisuga del fluido vitale di un salassato. Gli capitava ormai di sfogliare un libro e di ricordarsi ogni riga stampata in esso. E capiva. Capiva tutto ciò che leggeva. La fisica. La chimica. I meccanismi del mondo. Di lì a poco, lo sentiva, se avesse voluto avrebbe potuto dominare tutti gli elementi.

Smise di andare a lavoro. Smise di uscire di casa. Lentamente, smise persino di mangiare e dormire. Sempre più spesso si sentiva stanco, spossato. Faceva fatica persino ad alzarsi dal letto, ma continuava a leggere come se fosse l’unica cosa per cui avesse senso vivere. Ordinava i libri in rete e se li faceva spedire a casa. La sua camera era ormai stracolma di volumi di ogni genere. Ci si stava seppellendo dentro.

Cominciò a preoccuparsi.

Ricordò di avere visto un film in cui il protagonista – interpretato da John Travolta – subiva una metamorfosi simile alla sua. Da campagnolo sempliciotto diventava un supergenio con poteri paranormali. Alla fine, si scopriva che aveva un tumore al cervello e moriva nel giro di pochi giorni. Ma Sandro non aveva un tumore al cervello. Lo sapeva. Aveva letto numerosi manuali sull’argomento ed era certo che i suoi sintomi non avessero niente a che fare con una malattia del genere. Il suo era un malessere del tutto diverso. Era come se una volontà più forte di lui – al di sopra di lui – lo costringesse ad imbottirsi di nozioni. Sembrava un’idea folle, è vero, ma in tutta la sua crescente onniscienza non riusciva a trovare una spiegazione più consistente di quella. Stava diventando un pozzo di conoscenza. Una biblioteca di carne. Un contenitore di tutto lo scibile umano. Perché gli stesse accadendo questo ancora non riusciva a capirlo, ma sentiva che presto ci sarebbe arrivato. Ancora qualche lettura e avrebbe raggiunto la consapevolezza suprema. Ancora qualche libro e tutti gli ingranaggi sarebbero andati a posto e alla potente macchina del suo cervello niente più sarebbe risultato oscuro. A quel punto il mondo per lui non avrebbe avuto più misteri, ogni domanda avrebbe avuto la sua risposta e anche il segreto di quella sua mutazione si sarebbe finalmente svelato.

E così fu.

Era una domenica notte, quasi lunedì. Per strada, la confusione dei bagordi del fine settimana andava scemando. Presto sarebbe ripartito il brusio delle api operaie che rimettevano in moto la tentacolare macchina dell’economia. Sandro aveva appena finito di leggere un’intera bibliografia sul lavoro di Max Planck in merito alla fisica quantistica. Era una sorta di approfondimento storico, perché sull’argomento conosceva già tutto il conoscibile. Si sentiva uno straccio. Debole fino allo sfinimento. Svuotato e privo di energie. Allo stesso tempo, si sentiva gonfio come un otre. A un passo dallo scoppiare. Non sapeva bene come descrivere quella sensazione. «Serbatoio pieno» erano le parole più calzanti che gli venissero in mente.

Lasciò andare l’ultimo libro sul petto. Respirava a fatica. Era disidratato e ormai aveva smesso persino di sentire i morsi della fame. La fame vera, quella dentro la sua testa, era placata e questo soltanto contava. Chiuse gli occhi sperando di riuscire a prendere sonno, o almeno di riposarsi un poco.

Un attimo dopo la stanza si accese in un riverbero di luce abbagliante. Sandro sgranò gli occhi e rimase a fissare il bagliore a costo di bruciarsi le retine. Quella luce gli ricordava qualcosa, ma non ricordava esattamente cosa. Nella sua mente si ravvivava un’idea di calore, di rinascita. Se ne lasciò avvolgere, assolutamente impotente e abbandonato ad una volontà che non era più sua da lungo tempo ormai. Come gli era accaduto la volta precedente (che lentamente cominciava a ricordare) si sentì improvvisamente sfinito, ma combatté contro la pesantezza che lo forzava a chiudere le palpebre. Continuò a fissare il biancore che riempiva la stanza, finché vide il fascio di luce uscire dalla sua bocca e andare a fondersi con la luce intorno. Allo stesso tempo e con sommo terrore, si sentì lentamente svuotare. Piano piano, quella sensazione di gonfiore cominciò a scemare. Dette un’occhiata al libro che aveva poggiato sul petto e si rese conto di non sapere più chi fosse Max Planck, la fisica quantistica e tutto quello che aveva a che fare con essa.

Era come se tutto il sapere che aveva accumulato, tutta quella conoscenza gli venisse risucchiata da quella luce vivida e pulsante come una cosa viva.

Era tremendo.

Secondo dopo secondo si sentiva tornare il vecchio Sandro di un tempo. Un uomo mediocre senza domande e senza risposte.

Stava accadendo tutto in fretta. Troppo in fretta. Quella luce lo stava abbandonando e portava con sé tutte le nozioni che Sandro aveva accumulato nell’ultimo periodo. Lo stava svuotando.

Sandro si concentrò su quello che gli stava accadendo. Doveva capire. Voleva capire. Si sforzò al massimo delle sue capacità e alla fine un’ipotesi si formulò chiara nella sua mente. Era un’idea folle, ma l’unica plausibile. La verità. L’unica risposta a quella sua ultima, cruciale domanda.

Quel fascio di luce (adesso ricordava benissimo in quale occasione lo aveva già visto, quando si era impossessato di lui) doveva essere lo strumento di un’entità superiore, una sorta di razza aliena che si era servita di lui come… come accumulatore di conoscenza. E adesso, dopo averlo fatto rimpinzare ben bene, dopo averlo ingrassato come un bel porcellino, tornava a prendersi ciò che voleva… il sapere… il dominio su tutte le cose…

Chissà quale era lo scopo…

Invadere la terra, forse…

Invadere? Ma che stava dicendo? Alieni? Cosa ne sapeva lui di alieni? Cosa gliene importava? E cosa era quella luce?

Domande…

Troppe domande…

E lui di risposte non ne aveva…

Non ne aveva mai avute…

Voleva solo dormire adesso…

Chiudere gli occhi e riposare…

Riposare per sempre…

Per sempre…

 

Dello stesso autore:    giovanni fabbri Bughi, il bambino nero     giovanni fabbri A testa vuota

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