Ultima generazione.

di Silvio Donà

Cosa gli stava succedendo? Perché si sentiva così nervoso?

Era inusuale per un uomo dal carattere tranquillo come il suo.

Baciò la moglie sulla soglia, chiedendole nuovamente scusa.

– Mi spiace Liz… –

– Non fa niente –

– Sicura? –

– Ma sì, davvero. Tutto a posto – minimizzò lei.

Bob abbozzò un sorriso e si avviò verso la station wagon parcheggiata nel vialetto, in cui si accomodò scuotendo la testa. Inserì la chiave e fece girare il motorino di avviamento. La macchina sussultò più volte prima di mettersi in moto.

Era una giornata di sole di inizio giugno, una brezza leggera disperdeva la cappa di smog e mitigava l’afa dei giorni precedenti. In ufficio lo aspettava la solita routine: nessuna grana in vista. Una giornata, insomma, che avrebbe potuto essere splendida. Invece Bob sentiva una strana inquietudine crescergli dentro; una sensazione indefinita, come il rivoltarsi di una tenia, infida e incontrollabile, nelle viscere.

Una specie di… presentimento?

Parola grossa. E fastidiosa per un tipo razionale come lui.

L’ufficio distava pochi chilometri, ma il traffico era lento e rissoso. Come ogni mattina lo aspettava mezz’ora di coda e colpi di claxon. Di solito la accettava con rassegnazione. Seguiva il corso dei pensieri, tormentava la sintonia dell’autoradio o, al limite, dava un’occhiata alle studentesse che affollavano le fermate dei bus. Non più di un’occhiata, perché Bob era innamorato di sua moglie.

Eppure quella mattina l’aveva trattata malissimo.

– E’ freddo, fa schifo! Bevitelo tu! – aveva esclamato con rabbia, quindi si era alzato e aveva rovesciato la tazza di caffè nel lavello dei piatti.

Elizabeth aveva sgranato gli occhi, esterrefatta. Ma lui li aveva sgranati ancora di più. Non riusciva a credere di averlo fatto. Proprio uno di quei gesti cattivi che tante volte aveva visto fare (odiandolo) a suo padre.

– Ma che succede? Che ti ho fatto? – aveva sussurrato lei con la voce incerta. Poi era scoppiata a piangere.

L’aveva abbracciata chiedendole scusa come meglio aveva saputo.

– Mi spiace Liz, non so cosa mi è preso; sono così teso stamattina…-

Era finita lì. Lei si era sforzata di sorridere, lui si era sforzato di rispondere al sorriso, si erano baciati (le sue labbra calde di pianto erano fantastiche).

Ma ora il tragitto fino all’ufficio gli risultava insopportabile.

La macchina che lo precedeva, una pomposa Mercedes nera, si bloccò allo scattare di un semaforo giallo. Bob inchiodò un attimo prima di tamponarla.

– Che cazzo fai! Stronzo! – urlò pestando un pugno sullo sterzo. L’altro, un tizio grasso con un vestito gessato, lo fissò nel retrovisore e, per tutta risposta, gli mostrò il medio della mano destra.

– Figlio di…-

Mentre meditava di scendere a tirare fuori quel bastardo dal suo macchinone, il verde segnò il via libera e la fila di auto si rimise in moto. Facendo fischiare i pneumatici Bob affiancò la Mercedes e la superò di misura, rientrando con una brusca sterzata a destra.

Completata la manovra si diede del cretino. Che combinava? Prima il caffè nel lavandino e ora la corsa al semaforo, come il più idiota degli adolescenti.

Controllò il retrovisore. La Mercedes non c’era più!

Un attimo dopo la berlina gli rombava di fianco, tornando a sorpassarlo. E il grassone non perse l’occasione di sventolare di nuovo il dito medio.

La rabbia fu un’onda improvvisa e Bob perse la testa. Approfittando del traffico fattosi più scorrevole aumentò la velocità, riducendo caparbiamente la distanza dalla sagoma su cui teneva incollati gli occhi, come su di un bersaglio.

Una vecchia familiare con le gomme lisce non è l’auto più adatta per un inseguimento; nonostante ciò in breve raggiunse la Mercedes e, senza pensarci due volte, si buttò a sinistra per sorpassarla.

Successe in un attimo.

Il camion della nettezza urbana, che veniva in senso contrario, stava a sua volta sorpassando una decrepita utilitaria con a bordo un’anziana signora.

L’ultima cosa che Bob vide furono gli occhi dell’autista, sbarrati a fissare i suoi, mentre i capelli gli si rizzavano da soli sulla testa.

Ma non sentì l’impatto.

Fu risucchiato via una frazione di secondo prima che il grosso automezzo travolgesse la station wagon e il piantone dello sterzo gli entrasse nella cassa toracica, proseguendo la corsa fino al vano portabagagli.

Provò una sensazione strana, spiacevole ma non terribile. La sensazione di essere aspirato e poi di cadere, come quando si affronta la prima rampa in discesa sulle montagne russe.

Poi, inaspettatamente, arrivò la luce. Violenta, dolorosa.

Batté gli occhi stupito, cercando di sollevare una mano per proteggersi. Scoprì con terrore di non poterla muovere. Per un istante fu certo di essere paralizzato, poi divenne cosciente del morso delle cinghie che lo tenevano ancorato al lettino. E si rilassò.

Non era morto e non era paralizzato. Era in ospedale?

La vista andava migliorando. Si accorse di avere sulla testa un cupolino di plastica trasparente: probabilmente gli stavano somministrando ossigeno.

Un istante dopo focalizzò, sospesa a un metro circa dal suo corpo, un’apparecchiatura piena di sensori il cui nome gli rimbalzò nella mente: “stimolatore celebrale. Una macchina – ora scopriva di saperlo – in grado di agire sul cervello, potenziando la memoria e l’immaginazione.

Era sopraffatto da quello e da altri ricordi. Venivano a fiotti, in modo non consequenziale, accavallandosi, provocandogli una specie di vertigine. Era come se la sua mente fosse stata messa in un frullatore e qualcuno continuasse ad aggiungere all’impasto nuovi ingredienti. Si sentiva sul punto di vomitare.

Al di là del cupolino trasparente comparvero due ombre. Quando si fecero più vicine, si rivelarono essere i volti di una donna e di un uomo.

Al viso della donna associò un nome: Helen, sua moglie.

(Moglie?).

Elizabeth! Helen!

Come poteva collegare a entrambi i nomi lo stesso attributo?

– Ecco. Si sta svegliando…- disse l’uomo come proseguendo un discorso già iniziato. Poi il tettuccio venne rimosso e Bob si rese conto che lo stavano liberando dai legacci.

– Si sente bene ingegnere? –

Cercò di rispondere, ma dalla bocca gli uscì solo un grugnito indistinto.

Il viso di Helen si contrasse in un’espressione preoccupata. Com’era diversa da Elizabeth! Era una donna alta, asciutta, la cui magrezza veniva esaltata dall’aderente tuta in materiale termico che indossava. Bruttina ma con dei lineamenti aristocratici, che la rendevano in qualche modo attraente. Guardando l’uomo con più attenzione Bob lo riconobbe: il dottor Keller. Era stato lui a salutarlo prima di accendere lo “stimolatore”.

Pareva successo tanto tempo prima, se non addirittura in un’altra vita. In quel momento non avrebbe creduto a chi gli avesse detto che erano passati solo ventisei minuti.

– Do… dottor…. Kf….Keller…- farfugliò.

Sotto il sorriso stereotipato anche l’espressione del medico non era tranquilla. Senza rispondere al richiamo si rivolse invece alla donna. Era evidente che, in quel momento, la sua preoccupazione maggiore era rabbonire lei.

– Vede? Sta riacquistando il controllo della voce. Ancora pochi minuti e sarà probabilmente in grado di alzarsi…-

– Avevo ragione a non volere! – esplose la donna con inaspettata violenza.

– Signora…- cercò di blandirla il medico.

– Signora un corno! Sono quarant’anni che siamo lontani e voi … siete ancora qui che…-. Si muoveva tra il lettino e la porta della stanza, tormentandosi le mani dalle dita lunghe e ossute. – Che senso ha continuare a illudersi? Non lo ammetto! La Terra ormai non è che un sasso radioattivo, perso da qualche parte là fuori…- fece un gesto vago verso una serie di oblò che si aprivano sulla parete di fronte. – Perché non volete capire? –

Il dottore scosse la testa, aveva gli occhi arrossati, stanchi.

– Non è così semplice…- mormorò.

La donna reagì come colpita da una scarica elettrica.

– Perché non è semplice? Cosa c’è di difficile dottore? E’ tutto maledettamente chiaro: l’uomo ora vive qui, sulle stazioni orbitanti. Sulla Terra non c’è più niente di vivo. Perché non lo volete accettare? –

Invece di rispondere il dottor Keller fece a sua volta una domanda.

– Quanti anni aveva lei quando è successo? –

– Sette – rispose Helen seccamente.

– Ecco, vede? Lei aveva solo sette anni, ma suo marito ne aveva… – fece un rapido calcolo mentale – Una ventina, dico bene?  –

La donna annuì, stizzita. Il dottore proseguì.

– Lui c’è nato su quel sasso, signora. Ha vissuto sulla Terra, sia pure quella inospitale degli ultimi anni. Ci è cresciuto –

– Ancora questo mito! – sbottò lei, girando le spalle e avvicinandosi a un oblò.

La terra stava sorgendo proprio in quel momento. Il sole ne illuminava una sottile falce, contornata da un alone splendente, biancastro.

– Non è un mito – disse il dottore con tono piatto, come parlando a se stesso – Io ho suppergiù l’età di suo marito e, come lui, anch’io ho troppi ricordi… –

L’uomo immobile sul lettino sospirò.

Entrambi si voltarono a osservarlo. Fissava il soffitto con occhi appannati e non era chiaro se stesse seguendo la conversazione e, quindi, se avesse sospirato in risposta alle parole del dottore o se si fosse trattato di una coincidenza. Da lui non arrivarono altri segnali, così i due tornarono a guardarsi.

– E’ l’ultima generazione che ha abitato la Terra. Non possono… Non possiamo dimenticare… – La voce del dottor Keller sembrava arrivare da lontano – Noi abbiamo provato la sensazione del vento e della pioggia sul viso, signora. Noi abbiamo visto le nuvole correre nel cielo. Noi abbiamo fissato il mare perdersi in lontananza. Ma non solo questo… –

– Ah no? Non solo? – rimbeccò, ironica, la donna.

– No – riprese il medico, ignorando il tono canzonatorio – Noi abbiamo assistito al precipitate degli eventi, alla riapertura degli arsenali atomici. Abbiamo guardato, increduli, i nostri governanti, convinti che non avrebbero osato, che stessero bluffando. Le nuove stazioni orbitanti venivano costruite a un ritmo impressionante, con una velocità dettata dalla sempre maggiore richiesta di posti. Tanti, anno dopo anno, affollavano le navette spaziali, scegliendo di fuggire agli sconvolgimenti climatici e all’inquinamento, ma molti di noi hanno continuato a sperare, contro ogni evidenza, che qualcosa o qualcuno potesse cambiare il corso degli eventi e sono rimasti fino all’ultimo. Anche io e suo marito. Abbiamo lottato, signora, abbiamo cercato di rovesciare il governo, perché avevamo capito che ci avrebbe portato al disastro. Abbiamo combattuto per la sopravvivenza del pianeta che stava morendo! –

– Una battaglia non molto produttiva, mi sembra – commentò lei, caustica.

– No, infatti. Non è servito a niente, purtroppo. Ma il fatto di esserci battuti fino all’ultimo, fino a quando i missili hanno cominciato a radere al suolo le città e le radiazioni hanno impestato ogni angolo del nostro mondo, ci fa sentire ancora più figli di quel “sasso” perduto nello spazio. Riesce a immaginare cosa abbia significato? Come ci siamo sentiti? Imbarcarci sulle ultime astronavi in fuga è stato il più lacerante degli addii. Dietro di noi rimanevano amici, familiari, conoscenti, ammassati nei porti spaziali, a combattere per un biglietto e un visto di uscita. Eravamo convinti che ci fosse ancora un po’ di tempo, che altri potessero raggiungerci. Coltivavamo la pia illusione che sulla Terra sarebbero rimaste delle regioni incontaminate in cui i superstiti avrebbero potuto rifugiarsi. Invece la guerra, di ritorsione in ritorsione, ha avuto la brusca accelerazione che tutti conosciamo. Miliardi di persone spazzate via in sole settantadue ore di totale follia –

Il dottore fece una lunga pausa, massaggiandosi con le dita la radice del naso.

– Io ricordo bene quando è arrivato l’ordine delle autorità a capo delle stazioni orbitanti di bloccare i voli. Perché era troppo rischioso e perché, anche se nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo esplicitamente, era già stato raggiunto il numero massimo ragionevole di occupanti. Non ci sarebbe mai stato posto per intere popolazioni in fuga –

Il dottore si sforzava di controllare il tremito della voce.

– Leggevamo le notizie e non riuscivamo a crederci. Quello che non era stato distrutto era destinato a morire a causa delle radiazioni. Ci ostinammo a non crederci neppure quando dalla Terra, dopo settimane di agonia, smise di arrivare qualsiasi trasmissione. Una parte di noi, signora, è rimasta lì… –

– Per questo avete bisogno di droghe elettroniche? – accusò Helen facendo un cenno verso lo “stimolatore”.

– Non è una droga! – protestò il medico, avvicinandosi allo schermo su cui erano monitorate le funzioni del paziente. Per qualche istante si concentrò sui parametri vitali, che controllò con cura prima di distogliere lo sguardo e proseguire. – Noi non introduciamo nulla di esterno nella mente. Non è la macchina che determina l’esperienza. E’ solo un supporto che mette il cervello in grado di sviluppare sogni di straordinaria veridicità e intensità ma, soprattutto, che induce il senso del tempo. In questo modo i sogni perdono l’indeterminatezza tipica di quelli che facciamo durante il sonno e diventano una storia che il paziente può vivere come se fosse reale… –

– Lo ripeto: è una pazzia! – interruppe di nuovo la donna – Il rifiuto da parte della vostra generazione di accettare i fatti, questo tentativo di tornare a vivere la vita che si viveva su un pianeta che ormai è morto, è un’offesa a quanti si sentono figli dello spazio e della Confederazione Orbitante – la sua voce era salita di tono. – Tutto questo è… immorale! – concluse astiosa.

Il dottor Keller capì che non aveva senso insistere. Si limitò a scuotere la testa con un gesto lento e regolare, da tartaruga stanca.

– Mio marito avrebbe potuto morire – sibilò Helen.

– E’ saltato un pannello di controllo. Non era mai successo prima. Ma come ha visto è entrato in funzione il circuito di emergenza e la procedura di rientro ha avuto inizio in tempo quasi reale. C’è stata soltanto una trascurabile sfasatura che… – provò a difendersi debolmente il dottore.

– Me ne infischio! Non permetterò più che torni sotto quella maledetta macchina! –

Fu allora che l’uomo sul lettino parlò.

– Smettetela…- mormorò con voce abbastanza ferma.

I due accantonarono il duello verbale e si fecero più vicini.

– Si sente bene ora ingegnere? – chiese il medico, riacquistando all’istante il sorriso professionale.

– Dov’è mia moglie? – chiese Bob, invece di rispondere.

Helen gli prese la mano e gliela strinse con affetto. I lineamenti del suo viso ora erano più distesi, quasi commossi.

– Sono qui caro… – sussurrò con dolcezza, forse un po’ troppo teatrale.

Lui la osservò freddamente.

– Non è te che voglio – disse con voce incolore.

– E chi vorresti? – lo assecondò la donna, che ancora non capiva.

– Voglio Elizabeth! –

– Elizabeth? – ripeté lei, lasciando ricadere sul lettino la mano fredda del marito e facendo istintivamente un passo indietro.

Il sorriso svaporò, poco per volta, dal volto sempre più pallido del dottor Keller.

 

Dello stesso autore:    silvio donà Nebbie OK    silvio donà Luisa ha le tette grosse    silvio donà Pinocchio 2112

Advertisements


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s