Carriera veloce

Di Susanna Raule // [Commissario Sensi #2]

Sulla sua prima scena del crimine c’erano due uomini che chiacchieravano tranquillamente, a braccia incrociate di fronte al cadavere.

Sasha era già arrabbiata perché ci aveva messo mezz’ora a trovare il posto e dieci minuti per parcheggiare. Non aveva ancora il contrassegno delle forze dell’ordine e quella città insulsa aveva un traffico peggiore di quello romano.

Le avevano detto che la chiamavano Spezia, senza “La”. Forse si nascondeva, voleva passare inosservata o era in incognito. Una città in incognito. Niente male.

Il primo uomo era sulla trentacinquina e aveva l’aria da poliziotto.

Il secondo era un tizio vestito da goth che sulla scena del delitto non c’entrava niente. Forse un testimone, pensò Sasha, avvicinandosi.

«Potrebbe essere spuntato all’improvviso da dietro quell’angolo» stava dicendo il poliziotto biondo, indicando un punto poco più avanti, «lui o lei l’ha investito per sbaglio. Poi, volendo prestare soccorso, ha fatto retromarcia per tornare indietro, ma sfortunatamente l’ha beccato di nuovo. Vedendo che ormai era morto se n’è andato. Brutta storia, ma chiaramente la mobile non c’entra niente. Certo, avrebbe dovuto denunciare il decesso, ma vogliamo arrestarlo per questo?».

Il ragazzo gotico annuì. «La tua teoria non fa una grinza, Mainardi. Non doveva essere un guidatore molto abile. Vedendo che tanto ormai era morto – e visto che in una strada così stretta è difficile fare manovra…»

«Capisco il suo punto, signore» interruppe il poliziotto biondo. «Secondo lei, che gli sia passato sopra una terza volta è sospetto».

«A Spezia? Non direi». Il gotico si strinse nelle spalle. «L’altro giorno ho visto uno che stava facendo retromarcia in una rotonda».

«Cioè?» chiese il biondo.

«Niente. Si vede che aveva saltato la sua uscita, così ha pensato di tornare indietro in retromarcia, invece che andare avanti e fare tutto il giro».

Il gotico si grattò pensosamente il mento. «C’è un dettaglio che non mi convince, però. Il fatto che dopo essergli passato sopra la terza volta sia sceso e abbia finito di schiacciare quel che gli rimaneva della testa con la scarpa secondo me indica un certo astio».

Il biondo si chinò sul cadavere e lo osservò per qualche secondo.

«Ah. Non ci avevo fatto caso».

«Senza nulla togliere alla tua teoria credo che sarebbe più pratico pensare a un omicidio. A lei piacciono solo i cadaveri, signorina, o è qua per qualche motivo?».

Sasha sobbalzò.

Aveva seguito lo scambio di battute con crescente perplessità, finendo per astrarsi dalla situazione. Il ragazzo gotico si era voltato e la stava guardando con due occhietti grigi e penetranti. Solo che, guardandolo meglio, non era proprio un ragazzo. Doveva aver superato i trentacinque, come minimo.

Sembrava pallido, magro e angoloso. I capelli erano lunghi fino alle spalle, neri e spettinati. Indossava un bomber di pelle nera, jeans aderenti neri e anfibi neri, oltre a una felpa nera con scritto sopra Red House Painters. Sasha si chiese oziosamente di che colore fossero le sue mutande.

«Sono la vice-ispettrice aggiunta Sasha Damiani» disse. «Signore?» aggiunse, palesemente dubitativa.

«Vice-ispettrice aggiunta?» ripeté il poliziotto biondo, aggrottando la fronte.

«Ah, sì, certo» annuì il gotico. «Mi sono dimenticato di dirtelo. Ti trasferiscono a Catanzaro, lei è qui per prendere il tuo posto».

Il biondo non gli rispose nemmeno.

«Io sono l’ispettore Roberto Mainardi e questo è il commissario Ermanno Sensi».

Sasha estese una mano leggermente sudaticcia. «Ho sentito dire ogni bene di lei, signore. Del suo periodo da infiltrato in quella setta satanica, della medaglia al valore… sono davvero-

«Ansiosa di fare carriera, sì, lo vedo. Guardi, se fossi in lei mi rivolgerei direttamente a Salvemini».

«Sarebbe il questore» spiegò Mainardi, servizievole. Prese un’occhiataccia dall’altro e aggiunse: «Certo, non è sexy come il capo».

Sasha sorrise nervosamente, spostando il peso da un piede all’altro. Aveva indossato un paio di decolté basse sotto ad un austero tailleur grigio, pensando di dover passare la giornata in ufficio e se ne era già abbondantemente pentita.

«E dei pareri di Mainardi ci si può fidare a occhi chiusi. Bene, Damiani, dia un’occhiata anche lei. Che cosa gliene pare?». Si spostò di lato per consentirle di vedere il cadavere.

Sasha rimase fredda come una vera professionista anche mentre vomitava sugli anfibi del commissario.

*

Diego, il suo ragazzo, si era manifestato nel cucinotto.

Sulle prime Greta non si era accorta che era palesemente morto, si era semplicemente stupita di vederlo prima che la cena fosse in tavola. Non era da Diego perdersi un microsecondo del quiz prima della cena. Di solito compariva sui primi titoli del tg, dei quali notoriamente non gliene fregava un cazzo.

«È ancora cruda» aveva detto, riferendosi alla pasta.

«Non ha importanza» aveva risposto Diego, facendole alzare la testa di scatto.

Non era tanto il timbro soprannaturale ad averla messa su chi vive, quanto il fatto che si era appena ricordata che quella sera non era ancora rientrato. Che cosa ci faceva, quindi, dritto in mezzo al cucinotto?

«Diego?» aveva domandato Greta. «Diego, dov’è la chitarra?» aveva aggiunto, poi.

«Spiaccicata» aveva spiegato, lui, con un gesto definitivo.

Greta aveva iniziato a piangere, senza neanche sapere perché.

Diego si era avvicinato e le aveva posato una mano sul braccio. Non era stata una sensazione particolarmente piacevole.

«Cristo, sei…»

«Freddo. Lo so».

Greta si era decisa a dargli un’occhiata più approfondita. Ma che cosa c’era da aggiungere a parte il fatto che era morto? Non c’era nessun dubbio al riguardo anche se non aveva niente di diverso dal solito.

Niente ferite in bella vista, per esempio.

Non un colorito verdastro.

Non gli abiti stracciati.

Era solo morto.

«Che cosa è successo?» aveva chiesto, alla fine.

Lui aveva indicato la pentola. «Sta scucendo».

Greta aveva spento il fuoco. «Allora?».

«Allora niente. Mi hanno messo sotto in macchina».

Lei si era nascosta la faccia con una mano, poi si era morsa un pollice. Forte.

«Ed è stato…»

«Istantaneo, sì. Almeno quello. Mi dispiace per la chitarra, Gré. Diglielo, a tuo fratello».

Lei si era asciugata gli occhi col dorso della mano. «Sì, certo, sarà il mio primo pensiero. Ma porco cazzo, ti sembra questo il modo di fare? Ti presenti qua come niente fosse, morto?». L’ultima parola le era uscita stridula, come se si stesse strozzando.

«No, dovevo mandarti prima una raccomandata? È stata una cosa un po’ improvvisa, non so se mi spiego. Ho ventisei anni, cazzo».

Greta aveva aperto la bocca per ribattere qualcosa – forse avrebbe detto che era tipico che litigassero anche dopo la sua morte – ma Diego l’avva interrotta con un gesto.

«Vai ad aprire, ne parliamo dopo».

Greta aveva aggrottato la fronte. «Vado ad aprire a chi?».

Il campanello aveva suonato. «Alla polizia. Sono venuti a darti la notizia».

Lei aveva emesso una strana risata raschiante. «Che tempismo».

«Già. Se fossi in te metterei via il mio giubbotto, prima. C’è qualcosa, nella tasca destra».

Greta l’aveva fissato con astio, ma lui era rimasto impassibile. «Mi avevi detto che avevi smesso».

«Ora l’ho fatto» aveva risposto lui, senza scomporsi.

*

Sensi credeva moltissimo nelle coincidenze, se potevano servirgli a risparmiarsi un po’ di lavoro.

Quando Mainardi, quindi, iniziò a dire: «Ok, diciamo che si tratta di un caso» sulle prime provò l’impulso di dargli ragione.

«No, diciamo che il caso è che fin’ora non se ne siano accorti i giornali» replicò, però, alla fine. «Fai solo che vengano a sapere che siamo a quota quattro e vedrai che casino. Propongo di partire subito con il piano per i casi di emergenza».

Sasha Damiani non sapeva quale fosse il piano, ma gli altri a quel che pareva sì.

«Tu le ferie le hai già finite, Ermanno» disse l’ispettore capo Tudini. Era la cosa più vicina a una scimmia che Sasha avesse mai visto dentro un completo in giacca, ma era anche il secondo per grado della squadra, quindi forse nascondeva delle doti particolari, un po’ come Cheeta.

Il commissario sembrò preso in contropiede. «Ma se non ho fatto neanche…» iniziò a obbiettare, ma poi sembrò come spegnersi. «È stato quel cazzo di week-end a Berlino, ecco cosa» borbottò.

«Almeno lei era carina?» si informò Mainardi.

L’espressione cupa sul viso dei Sensi si rasserenò brevemente. «Loro» corresse. «Va bene, quindi il piano d’emergenza non si può applicare. Non resta altro che procedere come al solito e mandare l’indagine a puttane senza cercare di lesinare sugli straordinari. Tudini, è meglio che tu vada ad avvisare Salvemini, con te parla più volentieri».

L’ispettore capo annuì diligentemente e si avviò verso l’ascensore senza che sul suo viso fosse comparsa la minima traccia di sorriso.

«Gliel’hanno asportato chirurgicamente» spiegò Sensi, che aveva visto l’espressione perplessa di Sasha. «Il sense of humor, intendo. Lui e il questore si capiscono con uno sguardo, infatti. Uno di questi giorni li scopriranno insieme in una macchina civetta con i vetri appannati. Ma, senta, c’è qualcosa che non ci ha detto della compagna della vittima?».

Sasha sfogliò velocemente il suo taccuino. Doveva riferirgli…?

«Non mi pare, signore».

Sensi si era reso conto da tempo che tutti i poliziotti almeno decenti avevano un taccuino come quello della Damiani, sul quale, presumibilmente, prendevano nota degli indizi. A lui capitava così di rado di notare un indizio che per ricordarsene non aveva nessun bisogno di un taccuino, in compenso aveva una certa predisposizione naturale per le storie bizzarre, grottesche e senza senso.

«Guardi che non deve sentirsi intimidita dalla presenza di tre investigatori provetti. Sono sicuro che è in grado di brancolare nel buio esattamente come noi, se non meglio».

Di nuovo l’ispettrice Riu sbuffò. «Il commissario vuole sapere se la vittima aveva fatto dei sogni strani, negli ultimi tempi» spiegò, con aria chiaramente scettica.

Sasha sobbalzò e il suo taccuino le scivolò dalle mani, andando a finire addosso a Sensi.

Lui ridacchiò come un ragazzino che ha appena fregato la merenda al compagno di banco e iniziò a sfogliarlo con tutta calma.

«A volte penso che lei abbia dei poteri paranormali, Riu».

*

Sensi si rivoltò sulla pancia e boccheggiò per qualche secondo.

«Cristo» borbottò. Poi rise, seguendo un suo pensiero. Si sfilò cautamente il preservativo, lo annodò e lo lanciò in un angolo della stanza.

La vice-ispettrice aggiunta Damiani si spostò i capelli dietro le orecchie e si sporse fuori dal letto singolo di Sensi, iniziando a rovistare tra i suoi vestiti, che erano scompostamente ammucchiati a terra.

«Dimmi che non ti dà fastidio se fumo» disse.

«Sono molto flessibile» rispose l’altro.

Lei rise, accendendosi una sigaretta e inalando profondamente. «Non avevo mai visto qualcuno con un piercing . Ma sei appena riemerso da un periodo di copertura?».

«Non di recente, no. Ho visto che riesco a brancolare efficacemente nel buio anche senza sgozzare galli neri e imparare lunghe litanie in latino».

«Non è che abbia seguito un granché del caso di oggi» ammise lei.

«L’ho capito al volo che avevi la stoffa per diventare una brava detective».

Sasha gli rivolse un sorriso educato. Avevano appena scopato per la terza volta, quindi, pensò Sensi, educata con lui la era già stata, ma era carino che continuasse a far finta di apprezzare il suo humor anche quando non capiva le battute. Le avvicinò il bicchiere che teneva sul comodino perché lo usasse come posacenere.

«Perché non ho capito bene come funziona il caso o perché sono andata a letto con il capo il primo giorno di lavoro?» indagò lei.

«Mi dispiace ripetermi, ma per la carriera veloce devi rivolgerti a Salvemini. Io sono la nota di folklore della questura, nient’altro. No, mi riferivo alla distrazione. È essenziale per riuscire a mandare a puttane un’indagine nel modo più rapido e indolore. I veri professionisti fanno così, te l’ho già detto».

Sasha sembrò punta sul vivo.

«Già, be’. Se qualcuno mi avesse informata che quella di oggi era la quarta vittima di un pirata della strada, forse non sarei sembrata così cogliona».

Sensi si rivoltò su un fianco, mettendosi più comodo. Era pallido, troppo magro e aveva un intrico di cicatrici sottilissime su un lato del petto, ma non era male. Sasha era una bellezza più tradizionale, ma per fortuna il commissario non aveva niente contro le bellezze tradizionali, con lunghe gambe e tette a punta. Ne sopportava la banalità stoicamente, senza lamentarsi mai.

«Scherzavo, Sasha» disse, morbido, e lei capì chiaramente che quella era la prima e l’ultima notte che passavano insieme. Spense la sigaretta nel bicchiere, mentre lui iniziava ad accarezzarla su un fianco, lento, quasi ipnotico. «Volevo solo dire che anche a seguirlo dall’inizio questo caso non ha né capo né coda. E poi i sogni, non è bizzarro? Le prime tre vittime facevano degli strani sogni, prima di morire. Non mi stupirei se li avesse fatti anche la quarta».

«Come quelli della vittima di oggi, giusto?» chiese Sasha.

Improvvisamente sembrava attenta, quasi agitata. Non faceva più caso alla mano di Sensi che la accarezzava, su e giù, leggera.

Lui socchiuse gli occhi e le rivolse un sorriso sornione. «Due luci bianche, appaiate, che si avvicinano a balzi, zigzagando, sempre più vicine… fino al risveglio».

«È proprio quello che mi ha detto la ragazza della vittima di oggi…»

«Shh. Vieni qua. Che cosa c’è, hai freddo?».

Sasha scosse la testa e si lasciò abbracciare dal commissario. Il suo corpo era caldo, rassicurante, anche se lui non lo era affatto. Sembrava che la sua ombra non gli appartenesse, come quella di Peter Pan. Forse Sasha era solo sveglia da troppe ore.

«Che cosa intendi fare?» chiese.

Lui sorrise ancora. «Purtroppo ho già finito le ferie».

Sasha rise, ma aveva ancora la pelle d’oca. Lui iniziò a baciarla sul lato del collo, facendogliela aumentare considerevolmente.

«Non riesco a preoccuparmi come dovrei, è sempre stato un mio difetto, lo so. Qualcuno sta uccidendo dei tizi investendoli. Perché? Bho».

Sorrise lentamente. «Forse è un piano per risolvere il problema del traffico spezzino».

Lei si rannicchiò meglio contro di lui. «Uccidendo tutti i pedoni uno a uno? Mi sembra un po’ macchinoso».

«Non più che creare un sistema di circonvallazioni in una città a forma di elle, e i nostri urbanisti ci sono riusciti benissimo. E poi un pedone di solito è a sua volta un automobilista, anche se in un altro momento».

Sensi si chinò a mordicchiarle un capezzolo, segno che per quella notte non ne aveva avuto abbastanza.

«Basta aspettare» sussurrò.

*

«Sapevo che sarebbero tornati» annunciò Diego. «Bastava aspettare. Sono in ritardo, comunque».

Greta lo guardò, interrogativa. Da quando era morto si esprimeva in modo più insensato del solito, anche se bisognava ammettere che sporcava di meno e non si lamentava più di come cucinava. Anche perché non mangiava più del tutto, a pensarci bene.

«Chi è in ritardo, Diego?» chiese.

«Gli sbirri» rispose l’altro, come se fosse più ovvio delle tasse. «Sono proprio qua fuori. Una donna giovane e un uomo vecchissimo. Lui non riesco a vederlo bene, ma stai attenta. Lei è solo una stronzetta qualsiasi».

Greta non mise in dubbio le sue parole. Ultimamente sembrava che avesse un filo diretto con Dio o roba del genere.

«Ok, io me ne vado di là. Sai come rispondere, comunque». Diego si alzò e la baciò sulla fronte.

Freddo.

Era sempre freddo, questo era tutto.

«Io non ho fatto niente» affermò Greta, irritata.

«Sì, ma di solito dirlo non fa una bella impressione» rise lui, attraversando la porta e scomparendo nella stanza accanto.

*

Il campanello suonò.

Erano due, proprio come aveva detto Diego. Lei poteva corrispondere alla definizione di “stronzetta qualsiasi”, ma lui non era per niente vecchio. Non sembrava neanche un poliziotto.

Le mise un distintivo davanti al naso e si presentò.

«Commissario Ermanno Sensi. La mia collega, vice-ispettrice Damiani. Ha qualche minuto?».

Greta annuì e si fece da parte. Anche se avesse risposto di no sarebbero entrati lo stesso, tanto.

Il gotico si accomodò sul divano come se fosse uno di famiglia, nello stesso posto che fino a poco prima era occupato da Diego.

«Posso offrirvi qualcosa?» chiese Greta, ansiosa di non sembrare ansiosa.

«La sua opinione su un fatto bizzarro» rispose lui. Sotto alla giacca di pelle aveva una felpa dei Red House Painters, notò con sconcerto Greta. Altro che crisi delle vocazioni, era la polizia ad avere i problemi di reclutamento più seri.

«Nell’ultimo mese» proseguì l’enigma vivente, accavallando le gambe a suo completo agio, «abbiamo avuto quattro morti pressoché identiche».

Rimase in silenzio, osservandola.

«Ah sì?» balbettò lei, alla fine.

«Gente investita. Passata e ripassata, se capisce cosa intendo. E poi finita – non che ce ne fosse davvero bisogno – a colpi di tacco. Suggestivo, le assicuro. La mia collega, qua, mi ha vomitato tutto il pranzo sulle scarpe, l’ultima volta».

La vice-ispettrice Qualcosa diventò di un’intensa sfumatura porpora.

«Mi chiedevo se questo le dicesse niente».

Greta scosse la testa in fretta. La donna-poliziotto, dietro di lei, la guardava in cagnesco.

«Strano. Sa, avrei pensato che le ricordasse la morte di Diego Galanti, un mese e mezzo fa. Anche lui è stato investito, se non sbaglio».

Greta annuì rigidamente.

«Sì, immagino di risvegliare dei brutti ricordi. Mi domandavo se sapesse che le nostre quattro vittime – le ultime quattro, intendo – si conoscevano. C’è voluto un po’ per scoprirlo. Sa perché?».

Greta negò nuovamente con la testa.

«Andavano a puttane insieme. I quattro, dico».

«Ho un alibi» balbettò Greta, con tempismo perfetto.

«Ma che bello» commentò il commissario, in tono allegro, e si accomodò meglio sul divano.

*

«Non intendo criticare, ma…» iniziò Sasha non appena furono usciti.

La pioggia era aumentata di tono. In quella città, a quanto pareva, pioveva sempre.

«Ci mancherebbe. Mi accorgo subito quando una donna è contenta, e tu stai saltando di gioia» replicò Sensi, sarcastico. Le passò le chiavi della macchina. «Meglio se te ne vai a casa, perché sto per darti nuovi motivi di infelicità. A te e alla tua carriera veloce».

«Ermanno, senti, per l’altra sera…»

«Oh, figurati, non c’è di che. Al servizio dei cittadini, questo è tutto. Adesso sali su quella macchina, ok?».

La Damiani, frastornata, si lasciò spingere dentro l’abitacolo.

Quello che era successo dentro la casa dell’indiziata era stato molto strano. Lei era agitata, praticamente terrorizzata. Forse era banale, ma a Sasha la sua reazione era sembrata piuttosto sospetta.

Ma lui aveva lasciato perdere, semplicemente. Sasha mise in moto.

Il commissario rimase a osservarla finché non fu scomparsa, con la sua aria distaccata e quasi triste, poi fece retrofront.

Non era esattamente un uomo d’azione, ma aveva altre qualità insolite.

La porta della villetta di Galanti cadde con un tonfo sotto il suo calcio. Dal legno si alzò una sorta di sibilo, come se la pioggia battente avesse raffreddato qualcosa che all’improvviso si fosse fatto molto caldo.

Sensi entrò senza far caso alle grida della ragazza.

«Dai, vieni fuori» disse, in tono pacato, ma non per questo meno minaccioso. «Ti ho sentito».

Un tizio morto uscì da una stanza chiusa.

La ragazza continuava a gridare mentre, con coerenza tutta femminile, tentava di rimettere a posto la porta.

«Diego Galanti, giusto?» chiese Sensi. «Fu, ovviamente».

Il tizio fece un passo indietro. «Che cos’hai dentro?» balbettò, spaventato.

«Non ci badare. Un regalo da quando facevo il satanista. Non penso che mi avrebbero eletto infiltrato dell’anno se l’avessero saputo». Le sue labbra si erano piegate in un sorriso sarcastico, ma era la sua ombra la parte più interessante. Sembrava che si fosse ingrandita e che fosse leggermente fumante.

«Cristo. Che cosa sei?» strillò il morto. «Sei troppo vecchio per il tuo guscio!».

«Già, ma mi porto bene. Comunque io non cercherei la pagliuzza nell’occhio altrui quando ho una trave nel mio. Non vorrei sembrare ovvio, ma sei morto».

«Non è colpa mia» si difese Diego Galanti.

«Ci mancherebbe. Però i quattro tizi investiti dell’ultimo mese… quelli sono colpa tua, mi sa».

L’altro sembrò riprendere un po’ di coraggio.

«Mi hanno ucciso! Mentre andavano a puttane, sbronzi!».

Sensi scosse la testa. «Disdicevole, sono d’accordo».

«Non si sono neanche fermati!».

«Probabilmente non se ne sono neanche accorti».

La ragazza continuava a strillare, ma la porta era ormai tornata praticamente a posto.

Aveva un futuro nella carpenteria, pensò Sensi.

«Be’, comunque ormai è andata, no? Che cosa puoi farmi? Mi vuoi arrestare?».

L’ombra di Sensi si allungò un po’ verso l’uomo morto, facendogli sfuggire un grido.

«Meglio non saperlo, che cosa posso farti» mormorò.

«Ormai li ho uccisi!» strillò l’altro.

«Come se il traffico non fosse già una merda per conto suo, da queste parti. Credo che sia il momento buono per defilarsi, non so se mi spiego».

Lui sembrò preso in contropiede. «Defilarmi?».

«Sì, hai presente? Quella cosa che fanno i morti, morire».

Diego abbassò la testa. «Ma Greta…» borbottò.

«Ha già chiarito che ha un alibi» puntualizzò il commissario.

«Intendevo dire…»

«Lo so che cosa intendevi».

Rimasero in silenzio per qualche minuto. L’ombra del commissario ardeva sul pavimento, l’uomo morto si fissava i piedi.

«Diego?» chiamò la ragazza, a cui la crisi isterica era passata nel momento in cui era riuscita a rimontare la porta.

Lui la guardò di sbieco.

«Diego, devi andare?».

«Io…» disse.

«Sì» intervenne Sensi. «È il momento». La sua ombra si allungò nuovamente verso l’uomo morto, con un guizzo animale, come a ghermirlo. Diego scappò letteralmente in verticale, innalzandosi verso il soffitto come un razzo.

«Immagino che fosse dell’idea che da quella parte c’è il paradiso» commentò l’altro, scrollando le spalle.

La sua ombra si ritirò completamente, ritornando a essere quella snella e fredda del ragazzo vestito da gotico che sembrava.

«Non è così?» chiese la ragazza, un po’ preoccupata.

«Non so. Non è il mio campo. Sai, adesso una birra la prenderei» aggiunse.

«Non sei in servizio?».

Lui evitò di spiegare che non si era mai preoccupato di dettagli simili. «Ora non più» disse.

*

Qualcosa era uscito dal tetto. Come un fulmine al contrario, come una pallottola vagante.

Il commissario, invece, non era uscito.

Sasha, immobile sotto la pioggia, aveva aspettato per un po’, per vedere che cosa succedeva.

Aveva visto accendersi la luce nell’altra camera, e questo era stato tutto.

Era chiaro che il suo nuovo capo era un uomo dagli umori incostanti, che non amava la fretta, apparentemente immobile, in quella città piovosa dove non succedeva mai niente, ma forse non era così. Forse scappava, e qualcosa lo stava inseguendo.

Se ne andò molto prima che lui uscisse.

Esattamente quindici giorni dopo sulla sua scrivania c’era la lettera del trasferimento.

Roma, il centro di tutto.

Era stata promossa ispettrice, segno che forse Salvemini non era l’unico in grado di velocizzare le carriere.

Sasha non voleva più sapere che cosa rodesse Sensi. Non lo voleva più capire.

Non l’avrebbe mai ammesso, ma non provava nessun desiderio di vedere ancora la sua ombra snella allungarsi sull’asfalto bagnato.

Chi l’avesse vista fare i bagagli, velocemente, in tutta fretta, avrebbe potuto pensare che stesse scappando.

Non avrebbe avuto torto.

Dello stesso autore:   ombracommissariosensi25     satanisti perbene cover25

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