Molly Malone

di Maura Maffei

Earcán Ó Cadhain era di Dublino. O forse dovrei dire è, perché credo che viva ancora in quella straordinaria città che gli irlandesi chiamano Baile Átha Cliath, anche se sono trascorsi molti anni dall’episodio di cui fui testimone.

Allora Earcán trascorreva ogni anno le sue vacanze estive nel Ciarraí. Non amava il Ciarraí e detestava Cill Airne, la cittadina in cui si costringeva a soggiornare. Prendeva alloggio nella pensione Murphy’s, la prima che incontrava lasciandosi alle spalle la stazione ferroviaria. Non che arrivasse a Cill Airne in treno: no, in Irlanda costa meno viaggiare in omnibus.

Da Murphy’s si sistemava in una stanzetta quadrata, poco più larga del vano della finestra. Un letto dalla coperta a fiori e un armadio zoppicante la ingombravano. Una squallida tappezzeria, decorata a grossolani bouquet, ricopriva le pareti di truciolato. A dire il vero, c’era più polvere che a casa sua ma, curiosando sotto il letto, ci si poteva intrattenere in una specie di caccia al tesoro, riportando alla luce vecchie scarpe, riviste scarabocchiate, la custodia di pelle di un rosario e persino qualche pence!

I giovani proprietari del bed and breakfast erano simpatici. Lui biondo, lei bruna: che fossero sposi o fratelli, Earcán lo ignorava. C’era anche una donna più anziana, forse la madre, che gli serviva il lunch: coscia di pollo con contorno di carote e piselli in scatola e pesca melba con gelatina rossa e verde. Forse era persino sorda, o fingeva di esserlo quando le chiedeva un po’ più di varietà nel menù… La vedeva soltanto a pranzo, perché amava dormire sino a tardi e non si curava di scendere in tempo per far colazione.

Nel pomeriggio vagabondava per le vie della città. Ne setacciava ogni angolo, ogni cortile, e sdegnato si metteva a parlare da solo. Si lamentava con amarezza di ciò che osservava e che era estraneo, ostentatamente americano. L’antica Cill Airne, che oggi tutti chiamavano Killarney, si prostituiva per essere il luna park dei turisti. Un esercito di vacanzieri la invadeva, estate dopo estate. Uomini e donne, obesi da far arrossire lo specchio, si muovevano gravi sui marciapiedi, leccavano gelati nei crocicchi, assaltavano i pub, sfondavano i bus delle escursioni, arraffavano la paccottiglia più insulsa come souvenir… E si vantavano di essere anche loro irlandesi, discendenti dei disgraziati che erano emigrati di là dall’oceano per fame! Eppure Earcán li fiutava come un lupo. Le femmine portavano pantaloncini corti e magliette con scritte allusive. Avevano le unghie dipinte, gli occhiali da sole con gli strass e le dita ingombrate da enormi fondi di bottiglia. I maschi bardavano lo stomaco dilatato con le tinte più pittoresche: verde, rosa, giallo e tanto arancione. Stavano sempre con il naso per aria e scuotevano la macchina fotografica, come si fa con un trofeo. Nelle giornate di sole, quando il caldo mite dell’Ovest indora il meriggio, si ostinavano a indossare i maglioni lattei delle isole Aran e a fregiarsi dei più improbabili trifogli, stimando che questo fosse un gesto abbastanza solidale verso gli autoctoni. Ebbene, se Earcán rispettava ancora il trifoglio era perché san Pádraig, prima che dell’Irlanda, ne aveva fatto un simbolo ben più grande…

Quando proprio voleva farsi male, si metteva in marcia verso Ross Castle, sul Lower Lake. Il nobile passato di quei ruderi era asfissiato dai bidoni dell’immondizia. I turisti vi arrivavano in calesse, a cavallo o in bicicletta e subito si gettavano sul chiosco delle bibite. Abbandonavano ovunque lattine e bottigliette vuote. Poi zampettavano con i pargoli in riva al lago. Ciò piaceva soprattutto ai tedeschi. Le inglesi, seminude, si sdraiavano sui teli a prendere il sole. Egli aveva notato anche due italiane, intente a trangugiare del sidro che avevano scambiato per succo di mela.

Almeno una volta, durante le sue strazianti vacanze, Earcán si spingeva sino alla penisola di Dingle. Saliva anche lui sopra uno di quei pullman straripanti di americani che seguivano le tappe del tour organizzato. E succhiava pasticche di menta per addormentare la nausea. Mentre facevano sosta al ristorante, proprio quando stava per infilarsi nel gabinetto, uno dei suoi compagni di comitiva lo aveva fermato, pressandogli la mano sulla spalla, perché era ansioso di domandargli se parlasse gaelico.

«Póg mo thóin!» gli aveva risposto con un gran sorriso cameratesco. Ed era uno degli insulti più triviali che conoscesse.

La sera, anzi, la notte era il momento peggiore, a Cill Airne. Per Earcán, infatti, cominciava una sorta di pellegrinaggio profano e irrequieto. Stramazzava in un pub dopo l’altro; beveva ma non si ubriacava, perché era già ebbro dentro. Si sedeva e aspettava, sino al momento in cui la piccola band o il singolo cantante con la chitarra ad armacollo non avesse intonato Molly Malone. Non era la sua ballata favorita, a dire il vero preferiva The Battle of Aughrim oppure The Foggy Dew, che almeno narravano le gesta degli eroi che avevano reso indipendente l’Irlanda, ma a Cill Airne solo Molly Malone conservava un brivido d’umanità, fra tante canzoni agrodolci sulle peripezie dell’emigrante che non vedrà mai più il tetto natio, lucente d’aurora. Ascoltare Molly Malone, dunque, gli faceva tenerezza, gli faceva bene al cuore, mentre tutti intorno a lui strillavano in coro la demenziale marcetta inglese It’s a long way to Tipperary.

Quando l’ultima nota di Molly Malone era sfiorita sotto le dita del musicista, egli si alzava, pagava la Guinness che aveva sorseggiato e cambiava pub, per ritrovare la stessa ballata. I camerieri, ormai, lo conoscevano e gliela facevano sospirare, indirizzando un cenno al cantante solo dopo che lui aveva consumato abbastanza. Earcán aspettava con pazienza e trepidava, come succede per il ritardo di un’amante. Ma anziché una donna fatale, attraverso la melodia gli veniva incontro una piccola stracciona, la pescivendola di Dublino morta di febbre nel lontano XVI secolo.

«Alive, alive, oh!»

Gustava in silenzio il ritornello, mentre gli altri lo cantavano stonandolo, battevano le mani e ridevano. Non capivano. Che cosa c’era di divertente, d’altronde, nella scialba figura di una fanciulla che spinge il carretto dei pesci e che poi muore? Sì, muore di stenti.

Di fronte al suo tavolo, un vecchio con la bandiera a stelle e strisce degli States sul berretto urlava, ballava, saltava sulla sedia, sbaciucchiava la moglie e continuava a bere stout. Si agitava come un dannato e, sopra di lui, era malferma al chiodo la fotografia della locale squadra di hurling.

Terminata la canzone, l’insopportabile vecchio diede una gomitata all’amico seduto al suo fianco, proponendogli di andare con lui a Killorglin, perché là facevano re una capra. Rideva a bocca aperta e strabuzzava gli occhi tondi, nel riempirsi la bocca di folletti e procaci ragazze dai capelli rossi. Si diceva stupito che in Irlanda la gente non si aggirasse scalza per le strade, deluso per le troppe comodità che avevano invaso i verdi sfondi dell’Uomo tranquillo di John Ford.

«A Chattanooga non ci crederanno,» andava ripetendo, «quando spergiurerò di aver fatto la doccia sempre con l’acqua calda!»

L’uomo rispose poi alla domanda di un giovanotto alla sua sinistra: «No, il Ring of Kerry non mi è dispiaciuto… Troppi paesetti, però, e non ho trovato nulla da comprare che piacesse alla mia nipotina. La Muckross Abbey, dici? Forse non avrò tempo di visitarla. Parto tra pochi giorni e mi attira di più la locanda di quella Kate Kearney che incantava i viandanti con la sua stregoneria. Ci andrò presto, ma non domani, che è domenica: mi hanno consigliato di non perdermi la messa cattolica, che è sempre uno spettacolo.»

Earcán si alzò, soffocando una smorfia sotto i baffi brizzolati. Pagò senza attendere il resto e, calcatosi il cappello sulle tempie, si buttò contro la porta per uscire. Urtò il gomito sulla maniglia: non provò dolore, come se la sua cinica insensibilità gli avesse anestetizzato anche le membra.

Eppure… Un grido lo trattenne, lo costrinse a volgersi.

«Un medico, in nome di Dio! C’è, forse, un medico?»

Già, un medico… A Baile Átha Cliath, egli era il dottor Ó Cadhain, medico chirurgo. No, era assai meno, era il medico della mutua, era il medico dei quartieri poveri dietro la Connolly Station. Aveva lo studio, poco più di un sottoscala, in Killarney Street: per questo forse, tanti anni prima, aveva scelto Cill Airne quale meta delle sue vacanze.

Era un medico, ma non aveva fatto carriera. I suoi antichi compagni d’Università, del resto, sostenevano che non aveva mai guarito nessuno di cui si potesse citare il nome.

Earcán, finalmente, si avvicinò all’ammucchiata sotto la fotografia della squadra di hurling.

«Is dochtúir mise. Io sono un medico,» mormorò. E lo fece solo perché era stato chiamato in nome di Dio.

La folla si aprì, circondandolo. Gli indicarono il pensionato americano di poco prima, che non si dimenava più. Era a terra, come morto, accasciato contro la sedia che si era ribaltata. La moglie del vecchio strillava con le mani nei capelli. Earcán nascose dietro la schiena un gesto di stizza. E fissò l’uomo con attenzione. Aveva il volto blu, gli occhi sbarrati, il petto immobile… S’inginocchiò subito accanto a lui.

«Chiamate un’ambulanza!» ordinò al barista e al cameriere.

Nell’urgenza febbrile, spinse via quell’isterica che gli piagnucolava nelle orecchie, raccomandandogli il marito.

Stese il vecchio sul pavimento, gli sollevò le gambe, appoggiandole sullo schienale della sedia riversa, e gli praticò la respirazione artificiale. Si appoggiò con le braccia tese sullo sterno dell’americano, premendo più volte, nella speranza di una reazione.

Nel silenzio, una voce pronunciò: «Ma quello non è il fidanzato di Molly Malone?»

Non ci fu replica alcuna, perché ciascuno era come ipnotizzato alla vista di quell’uomo sul corpo di un altro uomo, nella lotta estrema per la vita. Solo il giovanotto che aveva dialogato con l’americano prima che perdesse conoscenza si fece avanti e disturbò il dottore.

«Posso aiutarla?»

«Indietro!» sbuffò Earcán. «Preghi, piuttosto, se ne è capace…»

Una sirena, nell’assordante mescolanza di musica per le vie di Cill Airne: ecco, s’avvicinava! Con una calma che lo meravigliava, che non corrispondeva la suo temperamento sanguigno, Earcán continuò a insufflare il suo alito tra le labbra del vecchio e a ritmare il massaggio cardiaco con la regolarità di un’orazione. Piano, piano… la pupilla si restringeva, perdendo fissità.

«L’ambulanza! È qui!» avvertì qualcuno, che stava di guardia tra lo stipite e la porta.

E l’occhio dell’americano si contrasse allo stimolo luminoso.

Debole e sfinito, Earcán si riprese il respiro per se stesso e accolse gli infermieri con un semplice sorriso. Bastò ed essi capirono che il cuore aveva ricominciato a pulsare.

Li aiutò ad adagiarlo sulla barella e chinò le palpebre in segno d’assenso, quando gli chiesero di accompagnarli in ospedale. Infine, prendendola amichevolmente per un braccio, si tirò appresso la moglie del pensionato.

Nell’uscire, s’imbatté nel cantante. Era stato lui ad aspettare la lettiga. Era giovane e sollevò uno sguardo timido, quasi impacciato su Earcán, che avrebbe potuto essere suo padre.

«Se domani sera tornerà nel nostro pub, dottore, le canterò di nuovo Molly Malone,» gli promise, perché non sapeva che cosa dirgli.

Earcán distese le labbra in un sorriso luminoso, nel sorriso del tempo in cui era stato bambino e che aveva dimenticato ormai da tanti anni.

«No, ti prego! Per una volta, per una volta sola, mi suonerai The Foggy Dew. E sarà in onore di coloro che, morendo tra le gocce di una rugiada nebbiosa, ci donarono la libertà di essere irlandesi.»

Poi il dottor Ó Cadhain salì sull’ambulanza.

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