E addio mondo

Di Igor Cipollina

A volte penso che vorrei essere una mucca che osserva i treni passare, senza pensieri né intelligenza. Sempre a ruminare lenta, con lo sguardo liquido di chi non sa.

Certo che tira un’ariettina, quassù.

Io invece so, anche se spesso fingo di non capire e fisso un punto nel vuoto. Altrimenti dovrei appiccare il fuoco, oppure buttarmi di sotto. Quando si dice.

Il vecchio ha cominciato a pisciarsi a letto, ogni mattina la sua onda gialla s’allarga nel rettangolo del materasso, allora io mi rannicchio contro il muro in una battaglia di centimetri e nervi. Per la puzza, però, non c’è rimedio. Se dovessero chiedermi qual è l’odore della vecchiaia, risponderei senza incertezze: la pipì del vecchio. Non c’è verso di fargli tenere addosso il pannolone, di notte se lo toglie insieme al sotto del pigiama e resta nudo dalla cintola in giù, con le natiche di cartapesta e l’arnese di gomma. Flaccido.

Anch’io sono vecchia, ma la vescica mi funziona ancora. E la testa pure.

Sì, fa proprio freschino.

Ho sempre detestato la retorica zuccherina della vecchiaia che nel punto di massima tensione si rovescia nel suo opposto. Quando qualcuno mi ripete che i vecchi sono come i bambini, io mi concentro a fissare quel punto nel vuoto, ma ogni volta è sempre più difficile starsene zitta. I vecchi non sono come i bambini, il domani se lo sono lasciati alle spalle, anche se non ricordano più niente e zoppicano incoscienti nella nebbia di un oggi confuso. Come se avessero ancora tutta la vita davanti.

Il vecchio, però, assomiglia tutto a suo figlio, che quando aveva due anni si strappava il pannolino di dosso e pisciava in libertà. Lo so io che ogni mattina mi toccava mettere le lenzuola in lavatrice e il materasso sul balcone. Bei tempi. O forse no.

Avrei fatto meglio a infilarmi il cappotto. Pazienza.

La verità? L’arnese del vecchio mi ha sempre fatto schifo, anche quand’era giovane, con la sua punta viola e le vene tese come elastici blu.

Lo lasciavo fare le sue cose tenendo gli occhi agganciati alla geografia del soffitto, persa tra le regioni d’ombra e i laghi di luce. Quante volte ho immaginato di spaccargli la testa con la sveglia di marmo poggiata sul comodino. Se solo avessi avuto più coraggio. Tanto, peggio della galera cosa poteva capitarmi?

Ai miei tempi non ci si sposava per amore né per ribellione. Ai miei tempi ci si sposava per abitudine.

Una cattiva abitudine.

Lo sapevo, mi è caduta pure la ciabatta.

Sempre stata sfortunata, io.

La verità? I primi sintomi della malattia sono stati un sollievo. La memoria del vecchio ha cominciato a smagliarsi come una coperta aggredita dalle tarme, finché i buchi sono diventati così larghi e fitti da far scivolare via tutti i ricordi. Ora il vecchio mi guarda sospettoso come fossi un’estranea da cui stare alla larga, stupendosi ogni notte di dover dividere il letto con me.

Forse ai suoi occhi sono io quella vecchia, con l’alito cattivo e le vene varicose. Pazienza.

E ti pareva, giù pure l’altra ciabatta. Il freddo ai piedi non l’ho mai sopportato.

Sono stata sfortunata anche con l’unico figlio, io. Tale e quale a suo padre. Quando si è offerto di ospitarci a casa sua lo sapevo che non era per affetto o anche solo per tiepida riconoscenza. L’ho capito subito che gli interessavano solo i soldi della nostra pensione, per pagarci gli alimenti all’ex moglie. Ma che potevo fare? I soldi per una badante non li ho e da sola non riesco a stare dietro al vecchio. Il bello è che il mio unico figlio fa pure l’infermiere in una casa di riposo. Dicono tutti che è dolcissimo. I vecchietti lo adorano. Poveri fessi.

Se solo avessi sospettato cosa mi attendeva. Eppure avrei dovuto saperlo.

Ecco, comincia anche a piovere.

Con mia nuora non ci siamo mai prese, solita ruggine tra donne, niente di speciale o di spietato. Nemmeno le bambine mi sono affezionate, né io a loro. Una costa giusta, però, mia nuora l’ha fatta. Lasciare mio figlio. Che è tale e quale a suo padre, forse pure peggio. E ce ne vuole.

Ogni mattina mio figlio indossa il suo sorriso di cartone e se ne va dai suoi vecchietti adoranti. Ogni mattina mio figlio esce di casa e ci chiude dentro, tre mandate per ogni serratura. Porta blindata. Dice che lo fa per me, che devo starmene buona e badare al vecchio mica andare a zonzo e spendere i suoi soldi. Che poi sarebbero quelli della mia pensione. Dice che in caso d’emergenza posso sempre chiamare il centodiciotto dal cellulare, anche se non c’è più credito. E poi è meglio così, lo fa sentire più tranquillo, di questi tempi non puoi mai sapere chi ti viene a bussare alla porta. Al telegiornale se ne sentono di tutti i colori. Come no.

Ecco chi mi sono portato in pancia per nove mesi, confondendo il mio battito con il suo.

A saperlo me ne sarei rimasta a casa mia insieme al vecchio, libera di andare e venire. Libera di giocarmi la pensione al bingo. Libera di stordire il vecchio con una dose robusta di ansiolitico e lasciarlo a sonnecchiare sulla sedia del tinello, con la testa slogata e un filo di bava dalla bocca.

E invece eccomi qua.

Ora fa proprio freddo.

Non mi è rimasto più niente, solo la mia vita balorda. Basta bingo con le amiche. Basta pure le amiche, che quando si è vecchi c’è bisogno di guardarsi negli occhi, di contarsi le rughe e sapersi vivi, malconci ma in piedi. Al telefono non vale, tanto imbarazzo e troppi silenzi da riempire tra un balbettio e l’altro. Quando si è vecchi la voce non basta, il telefono va bene per i giovani. E comunque il mio cellulare è sempre senza credito. La mia ultima chiamata sarà al centodiciotto. Forse.

Non mi è rimasto più niente, nemmeno le gocce fanno più effetto. L’ansiolitico mi dà le palpitazioni. L’unica cosa che ancora mi distrae, almeno per un po’, è la tivù. Per carità, niente telenovele né soap opera o reality e tutta quella porcheria che ti manda in pappa il cervello. Io guardo solo “Affari tuoi”, il gioco dei pacchi. Non mi perdo mai una puntata, potesse cascare anche il mondo. Buffo, no?

Questa sera al gioco dei pacchi c’era la tizia dalla Calabria col pavone azzurro tatuato sulla spalla destra. Aveva cambiato il suo pacco con quella della siciliana, nera come il carbone e secca come un’acciuga. Alla calabrese col pavone erano rimasti gli ultimi tre colpi e fuori c’erano  ancora i cinquecentomila euro. Se li vincessi io, tutti quei soldi, non saprei che farci, non a questa età. Magari sbatterei il vecchio in ospizio e brucerei la casa di mio figlio.

Insomma, la calabrese stava cincischiando un po’, rotolandosi in bocca l’offerta del dottore che le aveva messo sotto il naso settantamila euro. Grande tensione, peccato che sul più bello l’immagine si sia sgranata in neve sporca. Mai successo prima. Non ci ho visto più e, senza esitare, sono uscita sul balcone così com’ero, in ciabatte e camicia da notte. Sì, mi sono arrampicata sul pluviale per raggiungere il tetto e strapazzare un po’ l’antenna. Sono arrivata pure alla grondaia.

Ma adesso non ce la faccio proprio più.

A volte penso che, se pure fossi una mucca, mi terrebbero sotto chiave nella stalla e i treni non li vedrei passare.

A volte penso che, se pure riuscissi ad appiccare il fuoco, nello stesso istante comincerebbe a diluviare. Anzi, già piove.

Tanto vale buttarsi sotto, che ho il culo pesante e non mi sento più le mani. Se solo mi venisse in mente un motivo uno per restare aggrappata. Niente.

È deciso, al tre mollo la presa e addio mondo.

Uno.

Due.

Tre.

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