Minnie e Mickey: un lungometraggio animato in tre atti

di Susanna Raule

Chiamiamoli Minnie e Mickey, anche se non sono americani e non sono cartoni animati. Per niente. Minnie e Mickey vivono in una città che chiameremo Topolinia, anche se non la è. A Topolinia, per farvi capire, la gente non ha grandi orecchie nere bidimensionali e la continuazione della specie non si basa solo su saldi rapporti di parentela tra zii e nipoti. Inoltre, Minnie e Mickey non sono fidanzatini storici. Sono sposati e hanno tre figli adolescenti.

Mickey non fa l’investigatore e Minnie non va in giro con i mutandoni in bella vista.

In realtà. Minnie e Mickey non se la passano tanto bene. Tre figli sono parecchi, fuori dai cartoni animati, e i soldi scarseggiano.

Per di più, Minnie è di nuovo incinta. Questo non è un fumetto per bambini, qua la gente scopa e si riproduce. I topolini che nascono devono mangiare, studiare, avere dei vestiti sempre diversi e, in un mondo ideale, essere amati e sostenuti dai loro genitori.

Solo che non siamo in un mondo ideale. Nella nostra Topolinia Minnie e Mickey hanno dei problemi, ne hanno un’infinità.

Sono problemi che vengono da lontano e tutti pensano che andranno lontano. I vecchi problemi fanno così, di solito. Hanno il vizio di non scomparire da soli. A volte, poi, precipitano. In quale momento, però, non lo sa nessuno.

Quando Minnie resta incinta per la quarta volta, Mickey è seccato, come se lui non c’entrasse niente.

Tra l’altro, è un po’ che va a letto con Clarabella, che non è una mucca, ma da Orazio due figli li ha avuti lo stesso.

L’idea geniale di Mickey, a questo punto, è la seguente: prendere Clarabella e portarla a vivere con lui, Minnie e due dei loro tre figli. Minnie, con il quarto pupo in arrivo, non è molto felice della cosa.

Oh, Clarabella viene presentata come un’amica di papà, ma nemmeno a Topolinia le amiche di papà sono al di sopra di ogni sospetto. Insomma, che Mickey e Clarabella vanno a letto insieme lo sanno tutti, Minnie compresa.

Minnie subisce da anni le prepotenze di Mickey e questa sembra proprio la goccia che farà traboccare il vaso. Ma il vaso non trabocca, non ancora.

Clarabella si trasferisce e sembra che tutto sia ancora abbastanza okay. Cioè: no. Ma tanto, sono anni che niente è abbastanza okay, in quella casetta di Topolinia.

In seguito, tutti diranno che far trasferire Clarabella sotto lo stesso tetto di Minnie da parte di Mickey è stata una vera porcata.

A molti piacerà immaginare uno squallido menage à trois con la povera Minnie obbligata a sopportare i rumorosi amplessi di Mickey e Clarabella. Non possiamo sapere se sia un film di animazione che esiste solo nei cervelli di quei molti o se le cose siano davvero andate così.

Di certo, ai topolini adolescenti di Mickey e Minnie Clarabella non piace nemmeno un po’, ma non possono farci molto. Dei vitellini di Clarabella e Orazio, poi, non conosciamo nemmeno le opinioni.

Comunque sia la faccenda, Minnie, che ha sfornato il suo primo topolino a ventitre anni, ora di anni ne ha quasi quaranta e sta per sfornare il quarto. Perché le cose con Mickey vanno male da un pezzo, ma non così male da non poter fare un quarto topolino. O forse perché le cose vanno così male che un quarto topolino è giusto quello che ci vuole. O forse perché le cose sono così pessime che sul quarto topolino Minnie non ha potuto aprire bocca.

Che cosa ne sappiamo, noi?

Ci spiegano la faccenda di Clarabella e pensiamo: oh, mio Dio.

Pensiamo: quelle horreur.

Pensiamo: estrema umiliazione, perversa perversione, terribile prevaricazione. E non ci spostiamo più di un millimetro. Siamo così impegnati nella visione del cortometraggio animato in programmazione nel nostro cervello – sordido, ma anche vagamente stuzzicante – che tutto il resto passa in secondo piano.

Ma tutto il resto c’è; è lì e non è in secondo piano. Sono lì i litigi che Mickey e Minnie hanno da tempo, sono lì i gravi problemi economici, è lì il fatto che l’unico a lavorare, in famiglia, sia Mickey, è lì l’astio, la sofferenza e il rancore dei tre topolini adolescenti, uno dei quali se n’è andato dalla nonna materna.

In quanto alla nonna materna, alla madre di Minnie, è lì anche lei, ma con la figlia non riesce a parlare. Mickey ha fatto in modo che i rapporti, tra loro, si riducessero al minimo.

Adesso è lì anche Clarabella, un ulteriore elemento del mosaico, ma non il solo.

Se l’unico elemento fosse Clarabella, le cose potrebbero essere diverse.

Per esempio, a Paperopoli, Daisy e Donald hanno da anni un soddisfacente menage à trois con Gastone. A nessuno importa niente di quello che Daisy fa con Gastone, con Donald che guarda, perché Daisy non ha intenzione di ammazzare nessuno. A Paperopoli la gente non ha il becco arancione e una coda di piume candide, ma, insomma, avete capito.

A Topolinia, nel frattempo, il vaso sta per traboccare e Clarabella è lì quando succede.

Più tardi, di Clarabella diranno che era una vacca, non nel senso della sua appartenenza di specie, ma in senso metaforico.

Anche questo, noi non lo possiamo sapere.

Non possiamo sapere che cosa ha pensato Clarabella quando si è trasferita a casa di Mickey e di Minnie. Non sappiamo nemmeno perché l’abbia fatto.

Oh, ci piace credere che sia stato per i soliti motivi sordidi e terribili del nostro cortometraggio animato mentale, ma potrebbe anche essere stato perché non aveva un altro posto dove andare.

Forse nemmeno Clarabella era così felice di andare a vivere con Minnie e Mickey, anche se lei e Mickey avevano una relazione. Forse, invece, tutta quella faccenda le piaceva un casino.

Visto che, in fondo, è una mucca, pensare che sia anche una vacca si incastra perfettamente nel nostro perverso cortometraggio mentale.

Ma lasciamo perdere il cortometraggio mentale e torniamo al cartone animato in tre atti di cui stavamo parlando.

La struttura in tre atti è il modello più tradizionale di sceneggiatura cinematografica. Nel primo atto si introducono i personaggi e si definisce l’ambientazione. Nel secondo atto, quello centrale, c’è lo scontro inevitabilmente previsto dal modello. Nel terzo atto c’è la risoluzione della crisi. Tra un atto e l’altro c’è un punto di svolta, o plot point.

A Topolinia, siamo alla fine del primo atto. Minnie, Mickey e Clarabella vivono insieme. Ci sono tutte le tensioni di cui abbiamo parlato.

Il giorno del compleanno di Minnie, Mickey dice: «Andiamo a farci un giro in macchina».

Plot point: nel bagagliaio della sua Punto c’è una tanica piena di benzina.

Inizia il secondo atto. Mickey, Minnie e Clarabella partono tutti e tre sulla macchina di Mickey. Vanno in città a fare spese. Dopo lo shopping si rimettono in macchina.

Qua il vaso trabocca.

Minnie e Mickey iniziano a litigare. Non litigano per Clarabella, come da cortometraggio animato mentale, ma per “futili motivi”.

Quali sono questi futili motivi non lo sappiamo: una bolletta non pagata, il dentifricio strizzato nel mezzo, le scarpe nuove di uno dei topolini adolescenti.

Il motivo del litigio non ha importanza. La situazione è così deteriorata che la famosa goccia può cadere in qualsiasi momento. Sono i vecchi problemi che stanno per precipitare improvvisamente.

Mickey ferma la macchina in aperta campagna. Il litigio continua. Clarabella assiste.

Poi Mickey prende qualcosa dal bagagliaio: un bastone.

Usando il bastone colpisce Minnie sulla testa.

Colpisce sua moglie, incinta di nove mesi, con l’intenzione di ucciderla.

Non sappiamo se Minnie muoia sul colpo oppure no. Di certo cade a terra. Se sia già morta o soltanto priva di sensi è un’altra delle cose che non sappiamo.

A questo punto Mickey prende la tanica e cosparge di benzina il corpo della moglie.

E le dà fuoco.

Ogni anno, in Tibet, decine di monaci si uccidono per protesta, dandosi alle fiamme per attirare lo sguardo dell’opinione pubblica sulla dominazione cinese. Camminano serenamente, bruciando, verso la propria fine.

Le chiamano le morti luminose.

La morte di Minnie non è luminosa. È la morte di una persona che, già a terra, viene data alle fiamme dall’uomo che ha sposato. Lo stesso uomo, Mickey, che ha messo una tanica di benzina nel bagagliaio della propria auto con l’intenzione di uccidere sua moglie e il figlio che nascerà di lì a quindici giorni.

La morte di Minnie non viene scelta da lei. Minnie non cammina serenamente, bruciando, verso la propria fine.

Minnie, molto più semplicemente, arde, a terra, in aperta campagna, sotto agli occhi dell’uomo che l’ha uccisa e di Clarabella.

Arde.

Qua finisce il breve secondo atto del film di animazione che stiamo guardando.

Nel terzo atto Mickey si disfa del cellulare di Minnie e degli altri elementi che potrebbero incriminarlo, come la tanica di benzina vuota e il bastone.

Torna a casa come se niente fosse e dice ai figli che la mamma si è allontanata di sua spontanea volontà. Sarà lui stesso a denunciare la scomparsa di Minnie.

Cominciano le indagini.

La versione di Mickey fa acqua da tutte le parti. Per di più, nessuno gli crede.

I parenti di Minnie sanno perfettamente che è stato lui a ucciderla. Non hanno alcun dubbio.

Mickey prova a convincere i suoi figli a reggergli il gioco, ma i tre topolini adolescenti si rifiutano di farlo. Sanno anche loro che è stato il padre a uccidere la mamma, così come sapevano che Clarabella non era “un’amica di papà”.

Clarabella, infine, parla anche lei.

Racconta ciò che ha visto. Racconta di come Mickey abbia ucciso Minnie e abbia dato alle fiamme il suo corpo. Racconta di essere stata pietrificata dal terrore.

Mickey viene arrestato, i suoi figli dati in affido alla famiglia di Minnie.

Il terzo atto finisce così. Dato che non siamo in un cartone animato, possiamo presumere che ce ne saranno un quarto, un quinto e forse anche un sesto.

Resta la morte di Minnie, una donna che non aveva delle grande orecchie nere bidimensionali e non andava in giro con dei buffi mutandoni in bella vista.

Una donna che stava per partorire il suo quarto bambino.

Una donna uccisa e data alle fiamme da suo marito.

Una donna che si lascia dietro tre figli adolescenti.

Una donna la cui morte non è stata luminosa.

Comparso originariamente in AA.VV. Nessuna più – quaranta scrittori contro il femminicidio, 2013, Elliot editore.

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