Ultima generazione.

di Silvio Donà

Cosa gli stava succedendo? Perché si sentiva così nervoso?

Era inusuale per un uomo dal carattere tranquillo come il suo.

Baciò la moglie sulla soglia, chiedendole nuovamente scusa.

– Mi spiace Liz… –

– Non fa niente –

– Sicura? –

– Ma sì, davvero. Tutto a posto – minimizzò lei.

Bob abbozzò un sorriso e si avviò verso la station wagon parcheggiata nel vialetto, in cui si accomodò scuotendo la testa. Inserì la chiave e fece girare il motorino di avviamento. La macchina sussultò più volte prima di mettersi in moto.

Era una giornata di sole di inizio giugno, una brezza leggera disperdeva la cappa di smog e mitigava l’afa dei giorni precedenti. In ufficio lo aspettava la solita routine: nessuna grana in vista. Una giornata, insomma, che avrebbe potuto essere splendida. Invece Bob sentiva una strana inquietudine crescergli dentro; una sensazione indefinita, come il rivoltarsi di una tenia, infida e incontrollabile, nelle viscere.

Una specie di… presentimento? Read the rest of this entry »


Lo sceriffo

di Silvio Donà

Non credo siano molti i paesi della pianura veneta a poter vantare uno sceriffo.

Noi ce l’avevamo.

Enrico detto Teto aveva un’età indefinita tra i quaranta e i sessanta e somigliava in modo impressionante al servitore muto dei telefilm di Zorro. Solo che non era muto. A essere sinceri non si capiva bene cosa dicesse ma, insomma, parlava.

Il motivo di quel soprannome: Teto, non ve lo saprei dire. Dalle mie parti un soprannome ce l’hanno tutti, di solito affibbiato da bambini. Vatti a ricordare perché.

Era bassino, magro, pelato, con un collo sottile che vagava nei colletti dei vestiti, qualche taglia troppo grandi, che portava.

Come spiegare a gente di città cos’è lo “scemo del paese”?

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La lettera delle royalties

di Silvio Donà

L’ha tenuta sul comodino tutto il giorno.

L’ha presa in mano un paio di volte, poi l’ha rimessa giù. Senza aprirla.

E’ solo una lettera. Secondo le leggi della fisica è leggera. Secondo altre leggi, non scritte, è maledettamente pesante. Sa di cosa si tratta, la stava aspettando: è la lettera con cui la casa editrice gli comunica ufficialmente quante copie ha venduto l’anno precedente del romanzo che ha pubblicato e, di conseguenza, quanto gli spetta di royalties.

In pratica è la sua pagella. Quella che dirà, brutalmente, com’è andata la sua prima avventura editoriale al di là delle pacche sulle spalle degli amici e delle lodi preconfezionate dell’editore; al di là delle due o tre recensioni non malvagie collezionate su internet e della manciata di lettori che hanno aggiunto il suo libro sui siti per appassionati di lettura.

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Serial killer

di Silvio Donà

Rocco non aveva particolari motivi per odiare le vecchie.

Eppure le odiava ferocemente.

Il solo vederne una arrancare per strada con la busta della spesa, o aspettare l’autobus con gli occhiali da vista sulla punta del naso, lo mandava in bestia. Gli si scatenava dentro una rabbia irrefrenabile e sentiva spaventosamente forte il desiderio di ucciderle.

Infatti le uccideva.

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Papà ma tu che lavoro fai?

di Silvio Donà

<<Papà ma tu che lavoro fai?>>

<<Come che lavoro faccio Marcolino? Faccio lo scrittore, no?>>

<<Mmmm… sì ma… cioè… cosa vuol dire che fai lo scrittore?>>

<<Vuol dire che scrivo delle storie che poi vengono pubblicate>>

<<Scrivi delle storie…>>

<<Sì>>

<<E dove le trovi queste storie?>>

<<Non le trovo. Le invento>>

<<Allora sei un inventore!>>

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Chi ha paura dell’editor mannaro?

di Silvio Donà

Ne ho sempre avuto paura. Una specie di sacro terrore.

Ognuno di noi ha le sue idiosincrasie. C’è chi ha paura dei ragni, chi dei topi, chi degli spazi aperti, chi degli spazi chiusi, chi delle suore al volante, chi delle nuvole a forma di drago, chi del dentista, chi dell’estratto conto della carta di credito (quest’ultima, in particolare, è una paura molto diffusa…).

Io avevo paura degli editor. Read the rest of this entry »


Le radici

di Silvio Donà

L’avresti voluta precisamente così questa giornata: infame di nebbia gelida che si infila nelle ossa nonostante sciarpa, guanti, cappotto, cappello, maglione.

Avresti voluto vederci qui ad espirare incerti sbuffi di vapore, ciminiere balbuzienti, trenini arrancanti, piccoli indiani che si scambiano vaghi, incomprensibili segnali di fumo.

Ti sarebbero piaciuti certamente il silenzio irreale della campagna all’intorno, i radi colpi di tosse soffocati in fazzoletti appallottolati, le lacrime che segnano solchi freddi nel freddo delle guance. Read the rest of this entry »