Clochard (l’indifferenza ci rovinerà)

Di Giovanni Fabbri

L’ho visto piangere.

Due lacrime soltanto, grosse e scure come perle polinesiane. Le lacrime sono scivolate a terra mescolandosi agli sputi e lui ha ripreso a muoversi freneticamente avanti e indietro, come se tutta la sua tristezza fosse rotolata via e lui potesse finalmente tornare alla sua attività preferita. Read the rest of this entry »

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Lo sceriffo

di Silvio Donà

Non credo siano molti i paesi della pianura veneta a poter vantare uno sceriffo.

Noi ce l’avevamo.

Enrico detto Teto aveva un’età indefinita tra i quaranta e i sessanta e somigliava in modo impressionante al servitore muto dei telefilm di Zorro. Solo che non era muto. A essere sinceri non si capiva bene cosa dicesse ma, insomma, parlava.

Il motivo di quel soprannome: Teto, non ve lo saprei dire. Dalle mie parti un soprannome ce l’hanno tutti, di solito affibbiato da bambini. Vatti a ricordare perché.

Era bassino, magro, pelato, con un collo sottile che vagava nei colletti dei vestiti, qualche taglia troppo grandi, che portava.

Come spiegare a gente di città cos’è lo “scemo del paese”?

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Chiamarsi Gabriele

Di Catherine Cipolat

Chiamarsi Gabriele PDF

Quella che scende dall’Intercity Pescara Milano delle ore quindici e venticinque è una femmina di quasi diciassette anni, la faccia slavata, pendenti chiassosi appesi alle orecchie, capelli crespi, lo smalto rosa scuro mangiucchiato e i tacchi troppo alti che la fanno inciampare sui gradini del treno. Trascina una valigia di media taglia. Rimane immobile al centro del marciapiede con gli occhi bassi, nell’attesa di qualcuno, come se le fosse stato raccomandato di non muoversi e di non accettare dolci dagli sconosciuti. Le caviglie appaiono gonfie, sul viso si notano macchie brune, appena più scure della pelle, i bottoni del capotto nero, in quella domenica di febbraio del 1980, non sono allacciati. Read the rest of this entry »