Ghaliya non deve morire

di Maria Lidia Petrulli

Il frastuono dei carri armati e le urla concitate dei soldati riempivano ogni strada e vicolo, penetravano attraverso le imposte chiuse come un fiume che straripa, aleggiavano col loro fetore nell’aria delle stanze come una nube tossica; la realtà circostante era invece immobile, coi muri bianchi scrostati dagli ordigni esplosi nei paraggi, i patii invasi dai calcinacci e le finestre discretamente chiuse, come a tenere fuori un mondo di cui si vuole ignorare l’esistenza, e un silenzio opprimente da quelle case che parevano abbandonate. Un quartiere residenziale di gente benestante sinché le bombe non avevano bussato anche alle loro porte.

A parte soldati e carri armati, le strade erano deserte di vita quotidiana.

«Perquisite dappertutto, cantine, soffitte, armadi, stipiti, qualunque buco vi troviate davanti, non ci deve sfuggire niente; trascinate fuori tutti, vecchi, bambini, donne, questi maledetti sono tutti uguali, nascondono terroristi e armi mentre fanno finta di essere gente per bene, qui non c’è nessuno per bene, cazzo, questi ci vogliono tutti morti; fate attenzione, sparate a ogni sospetto, ci è arrivata una soffiata, sono qui, ce ne sono altri, interrogateli tutti, sì, anche i bambini…»

Ordini e imprecazioni arrivavano come raffiche di mitra, José, l’ufficiale al comando della squadra, era elettrizzato eccitato e terrorizzato insieme e nei suoi occhi brillava una luce che aveva qualcosa di demoniaco; il suo era lo sguardo di chi è sospeso fra realtà e finzione, come se non fosse perfettamente cosciente dei suoi stati d’animo né di quel che stava vivendo, e neppure degli ordini che urlava a tutto spiano come se fosse impazzito. Read the rest of this entry »


Una canzone nel deserto

Di Maria Lidia Petrulli

La donna si fermò bruscamente.

La mano corse al velo per nascondere il viso e l’acqua del secchio si rovesciò.

Aveva percorso a piedi molti chilometri per quella misera provvista.

Il soldato raggomitolato al riparo della duna, invece, sgranò gli occhi scuri sul viso sporco di sabbia e si rannicchiò di più, in posizione fetale, come a difendersi da un incubo.

Gli istanti si fermarono alla ricerca di uno spiraglio per capire.

“È un israeliano” pensò lei. “È qui per uccidere, me, chiunque di noi”.

“È una palestinese” pensò lui “Se non mi spacca subito la testa con quella pietra, avvertirà i suoi e mi faranno fuori loro, non ho scampo”

“Quanti anni avrà? La mia, vent’anni, è così giovane! E l’aria dell’animale braccato, dev’essere ferito; peggio per lui, la scelta di combattere è sua”

“È giovanissima, magari pure ingenua e, se non si mette a urlare richiamando l’attenzione di qualcuno, se si fida perché mi vede ferito e si avvicina, forse riesco ad ammazzarla”.

L’uomo strinse col pugno il coltello che portava al fianco dove la granata aveva aperto uno squarcio, immaginò il collo ambrato che non avrebbe opposto resistenza alla lama. Read the rest of this entry »